Rapporto sul sapere. L’intellettuale nel tramonto della politica

«La fine della politica come grande narrazione ha condotto all’ineffettualità dell’intellettuale? In altre parole, c’è un legame tra la fine delle grandi ideologie novecentesche e la crisi in cui versa la figura dell’intellettuale?»

Lei pone questi quesiti al termine del suo lavoro ma può definire un “intellettuale”?

In verità, al di fuori delle utopie e delle ideologie che inevitabilmente sono connesse alla figura dell’intellettuale, è in una dimensione meno carica di attese messianiche che sarà possibile immaginare un modello di intellettuale dalle caratteristiche più interessanti. Ben lungi dall’identificarsi con una vaga propensione culturale, o con un’inclinazione per sterili speculazioni filosofiche, a distinguerlo dovrà essere la capacità di appropriarsi di quei margini di libertà che ogni società non offre sempre spontaneamente, ma consente. In un clima costellato da un relativismo valoriale, o con le parole Weber politeismo di valori, la libertà è il solo al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Al termine del mio lavoro, una raffigurazione – pur sommessa – ritengo doveroso tratteggiarla. L’esigenza avvertita come impellente è di nuove autorevolezze, forse più umili, meno presuntuose e meno palingenetiche. Se l’intellettuale occidentale è stato contraddistinto fondamentalmente dalla presenza più o meno equilibrata di un pensiero forte ed allo stesso tempo critico; allo stato attuale si può, in un certo qual modo, far a meno di chi ricerchi grandi progetti e alti obiettivi. Potremmo essere disposti a rinunciare a grandi obiettivi che abbiano come scopo la critica dell’esistente e che ne vogliano indicare un superamento. Non ci sono riferimenti, latu sensu, a operazioni politiche. Ne abbiamo avute fin troppe. Non sarebbe sbagliato scegliere un percorso più moderato. Non ci staremmo accontentando, se volessimo navigare a vista. Le questioni da affrontare sono tutte intricate e interconnesse, che richiedono uno stravolgimento talmente grande da sembrare irrealizzabile. Un percorso, quindi, per prove ed errori può risultare meno utopico, e più vicino allo stato esistente. Le riflessioni espresse nel volume vogliono comprendere i mutamenti cui è incorso l’intellettuale, cercando di rimanere a galla in un tempo in cui sembra esser stato surclassato da influencer, che già nel nome hanno in forma intrinseca il dato d’influire sui loro seguaci. Negare un cambiamento di rotta equivale a rimanere estranei alla propria epoca, e così essere esclusi dalla possibilità di leggerla criticamente. Non verrà meno la cultura, non verranno meno i maestri, gli studiosi; ma sembra ormai mutata l’esigenza di trovare in tali figure simboli e modelli cui far riferimento. Fuori da ogni prospettiva rivoluzionaria, l’intellettuale è pressoché inutile. Amara constatazione. Abdicare alla rivoluzione, però, significa esiliare coloro che alla stessa hanno sempre incitato le masse. Il punto, quindi, non è tanto che nella società odierna l’intellettuale non conti, o valga meno di un tempo; ma che a costui venga richiesto d’espletare mansioni specifiche che spaziano dalla progettazione al coordinamento alla comprensione delle condizioni di possibilità di un progetto. Emergono figure nuove, manager, responsabili, esperti in pubbliche relazioni, in questa condizione diventa pressoché impossibile parlare di lavoro intellettuale in maniera generalizzata ed univoca. Entro meglio nel dettaglio. Dopo aver osservato la crisi in cui versa la figura sociale dell’intellettuale; dopo essermi soffermata sul dilagante potere virtuale degli influencer – che ha abbattuto i limiti, sempre esistiti, tra massa ed élite – rendendo quasi attingibile la fama e la notorietà;il punto conclusivo diventa il rapporto tra intellettuali e mass media nel momento in cui questi mezzi offuscano, oltre alla figura del chierico anche la verità di cui, da sempre, costoro si sentivano portavoce. Esprimere la verità, quindi, va di pari passo con il suo perseguimento; mascherare quella verità conduce alla marginalità dell’intellettuale che si perde nel caos mediatico delle opinioni. Ecco, quindi, a dispetto delle opinioni, c’è qualcosa che appare insindacabile, quale caratterista degli intellettuali. La giustizia e la verità sono i due valori inderogabili. Essere uomini di giustizia e di verità è una peculiare forma di cittadinanza attiva, il cui esito può non essere immediatamente visibile nella sfera pubblica, ma il cui valore rimane a salvaguardia della democrazia. La figura da me tracciata, quindi, per certi versi ricorda Bobbio e Benda, modelli di uomini liberi che hanno tenuto alta ed accesa la fiaccola dei valori non pratici. Non si chiede più di cambiare il mondo, consapevoli che da soli sia impossibile. Ma di custodire, senza mezzi termini la fedeltà a valori intramontabili. I cambiamenti ed i progressi tecnici richiedono la weberiana etica delle intenzioni o dei principi. Sostenere e promuovere un tale modello etico fa dell’intellettuale il custode della tradizione cui apparteniamo. Un testamento, forse, dai toni tragici – come ci ricordano le recenti riflessioni promosse da Salvatore Natoli – perché invita ciascuno a reggere alle sconfitte e alle perdite che ci affliggono senza mai cedere e al contempo saper fruire al meglio di ciò che la vita offre: goderla. Dobbiamo fare del pensiero una zona di resistenza, fino a generare forme dal sapore anarchico, ma organizzate istituzionalmente. Chi sarà così l’intellettuale del Ventunesimo Secolo? Penso un individuo consapevole dell’infinità del desiderio umano e del suo essere continuamente esposto allo scacco ed alla delusione. Sarà in grado di fare grandi cose, senza però ridurre gli altri ai propri interessi e alle proprie voglie. Senza misconoscerli nella loro unicità e verità. Sarà in grado di cogliere come la felicità non stia nelle cose e nei beni, ma nel giusto rapporto con gli altri e con il mondo. Seguirà la legge convinto che sia in primo luogo un dispositivo di relazione. L’esistenza umana è, infatti, un tessuto di relazioni e per questo la legge prima ancora d’avere un valore deontologico ne ha uno ontologico. La figura, quindi, non è più di un solitario pensatore chino sui libri. Gobbo. Seduto. Comodo al suo scrittoio. Pensare, attività da sempre vissuta in solitaria, deve essere una facoltà condivisa, allo scopo di ritrovare – ovunque – quel comune sapere utile a trasformare in modo integrale le nostre vite.

Perdiamo tre quarti di noi stessi per diventare simili agli altri” scrive Schopenhauer. Stiamo perdendo la capacità di pensare in modo autonomo, originale e creativo? L’intellettuale può riuscire ad esprimersi attraverso i media non divenendo funzionale al recital virtuale che, oggi, pare essenziale a raggiungere i più?

Ecco la domanda imprescindibile. Questa è la questione che ha mosso tutta la mia ricerca. Per risponderle, ho dovuto cogliere quella differenza sostanziale non solo tra influencer ed intellettuali, ma tra l’uso che questi due diversi personaggi compiono dei social media. Da tempo ormai la cultura si è trasformata da oggetto d’uso a merce, modificando la funzione storica dell’intellettuale. Cronologicamente, questa trasformazione prende avvio già con la seconda rivoluzione industriale. La cultura ha cessato di essere prodotta per i suoi diretti destinatari, il suo valore d’uso si è presto tramutato in valore d’uso sociale, diventando un oggetto di scambio e acquisendone un valore economico. Gli studiosi delle scienze sociali, nel Novecento, si sono interessati a questo processo chiamato “industria culturale”, al punto in cui i suoi prodotti sono diventati oggetti di consumo. Per soddisfare un pubblico sempre più vasto i prodotti culturali devono presentarsi come perenne novità, come ha rilevato Baudrillard. L’intellettuale deve distinguersi, deve attrarre l’attenzione e mettere in mostra le sue creazioni. Quindi cosa ne è dell’intellettuale allorché la cultura abbia fatto il suo ingresso all’interno della spettacolarizzazione proposta dal mercato capitalistico? Anche l’intellettuale si trova dentro questo ingranaggio, dal quale fatica a uscire, pena la perdita di un posto nel mondo che dia risonanza alle sue parole. Già Benjamin negli anni Trenta ha tratteggiato il mutamento culturale generato dai processi produttivi. Nell’era del web, tutto ciò è ancora più plateale. Il passaggio tecnologico nel quale siamo immersi non è analogo a quelli precedenti, ma di una portata ancora più dirompente. Il cambiamento generato dai mezzi di comunicazione di massa, dal virtuale, dal web è di gran lunga maggiore rispetto a quello introdotto da Gutenberg. Eppure una tale rivoluzione ha come conseguenza la parabola discendente degli intellettuali. Scevri da ogni commento moraleggiante sulla decadenza dei costumi, seguendo le orme già tracciate da Eco, nel proverbiale saggio che ha segnato il nostro approccio alla cultura di massa, vogliamo stigmatizzare l’atteggiamento del critico apocalittico che coglie nella cultura di massa solo anticultura. Quindi non si vuol ritenere , a dispetto degli apocalittici, che gli intellettuali siano la prima e più illustre vittima del prodotto di massa. Qui si vuol cogliere come i mezzi di comunicazione di massa abbiano inciso sull’intellettuale tradizionale. Costui può contare sulla parola scritta. Nella grande comunicazione mediatica, il linguaggio scritto risulta essere sempre più marginale. Lo stile è volatile, svincolato da ogni rapporto con il patrimonio semantico della lingua. Ogni discorso è semplificato. I post su instagram sono l’emblema di come si possano adoperare foto e immagini accompagnate da parole addirittura sgrammaticate. Connettersi ed interagire sono diventati i sostituti dell’aver qualcosa da dire. Il linguaggio è semplice ai confini con la banalità, accessibile a tutti, scevro da colte argomentazioni, privo di un lessico ricercato. Questi elementi lo connotano, di certo, per democraticità. Dalla coesistenza di vecchi e nuovi media, dal continuo scambio tra giornali, cinema, televisione e social network, si è giunti al punto in cui questi ultimi consentono la visione dei primi. Già la televisione, pur avendo superato agevolmente tutte le barriere costituite dall’analfabetismo, dall’assenza di cultura e perfino dalle differenze politiche e ideologiche, non ha promosso nuove figure intellettuali che ereditassero lo spirito critico e l’autonomia di giudizio. Ecco spirito critico e autonomia nel giudicare sono i due elementi del pensare da sé che occorre salvaguardare. E per tutelarli serve esercizio, servono nuove “posture”, allenamenti mentali e fisici. Serve un lavoro. C’è ancora bisogno di pensatori. Al passo con i tempi, che spicchino in mezzo ad individui mediocri, indistinti ed in cerca di like. Costoro, non saranno saccenti o superbi, ma saranno consapevoli degli strumenti a loro disposizione, ma ancor più della loro natura e non avranno bisogno dei social per esistere, ma li adopereranno quali nuove possibilità. Ecco come stiamo facendo noi; come da tempo fanno gli autori di Tlon, come tentano di mettere in atto i nuovi pop filosofi. Le strade stanno mostrando un pensiero in comune, in un mondo in cammino.

Avvalersi dell’arma del dubbio, dell’arte di ascoltare e di porre domande, di interrogarsi e di scolpirsi come “una statua”, come direbbe Plotino, potremmo abituarci a pensare out of the box? E’ il “like” il responsabile del declino del pensiero critico?

I social e i software hanno amplificato la possibilità di comunicare universalmente, ma non hanno davvero incrementato la capacità del pensiero di elaborare. L’universalità della comunicazione necessita di un nuovo modello culturale. Le nuove tecnologie di informazione e di comunicazione non hanno ancora creato una nuova cultura. E così la crescente e smisurata diffusione degli strumenti di informazione dà vita anche a forme sempre più omogenee del vivere e del pensare. Questa forma di omologazione universale attraversa tutti i campi, dal cibo all’informazione, dalla politica alla cultura. Una civiltà unica mondiale rischia d’essere il nostro destino. Gli strumenti tecnologici contemporanei informano, offrono possibilità creative e riproduttive, ma non agevolano un processo critico. Quel che spaventa è la possibilità d’essere a conoscenza di molte cose, pur senza aver letto un saggio, un romanzo o aver visto un’opera d’arte. I nuovi mezzi di comunicazione non mostrano grandi personalità, spiccano individui mediocri, indistinti che cercano riconoscimenti, applausi e like. Individui banali hanno come solo desiderio quello di partecipare, allo scopo di sentirsi inclusi e considerati. Riconoscersi, sentire gli stessi gusti avvicina agli altri. Non è il gusto il riferimento con il quale digitiamo il nostro like anche sui social? Non è forse la ricerca di un comune sentire che ci spinge a cercare consenso? Il riferimento al gusto rimanda al kantiano giudizio estetico, vale a dire a una facoltà in grado di cogliere i fenomeni direttamente. Ed è questa capacità della ragione di cui si sente cogente la necessità, di un giudizio che nasca da un puro piacere contemplativo. Il piacere, quale sentimento peculiare che intensifica una sensazione legata a un oggetto, vuole essere condiviso e comunicato. Si aspira ad avere l’assenso degli altri. Il gusto, da argomento tipicamente settecentesco dell’incomunicabilità e della privatezza delle sensazioni, delle modalità attraverso cui trasmetterle e comunicarle, determina le nostre scelte, da quelle politiche a quelle commerciali. Pronunciarsi su ciò che piace o non piace è un modo per rivelare le proprie affinità, ricercando ciò che è comune. In questo modo ci si scopre legati agli altri nel momento in cui si ritrovano affinità su ciò che piace o dispiace. Il gusto non è più qualcosa di intimo e personale, ma rivelativo di se stessi aiutandoci a mostrare per quel che si è. L’esercizio del gusto ricrea le condizioni per un confronto e una condivisone con gli altri.

E’ palesemente in atto una deciso svilimento dell’idea di politica, concepita non più come interesse alla res pubblica bensì quale interesse individuale e privato. Come può l’intellettuale risanare questa ferita, divenendo soggetto “agente” ?

Lo scopo al quale sono chiamati – da fronti diversi – intellettuali, pensatori, politologi, filosofi, scienziati, tecnici è ricostruire l’identità della politica, riprendendo a familiarizzare con le “visioni del mondo”. Del resto, senza un pensiero critico del presente, e alternativo a questo nostro presente, la politica diventerà subalterna al corso destinale della storia, non riuscendo, in qualche modo – per quel che è possibile – a prevederlo allo scopo di contrastare le circostanze nefaste e di modificare i fatti. Se i pensatori dell’età moderna non hanno mai smesso di cercare i fondamenti della logica, della moralità, dell’estetica, dei precetti culturali, delle regole del vivere civile, e non hanno mai smesso di credere che la ricerca avrebbe avuto successo; l’epoca attuale si caratterizza per aver smarrito una verità universale. In questa civiltà massmediatica ogni singolo fenomeno assurge a verità assoluta. Le opinioni contano più dei fatti. Tutto è contemporaneamente vero e falso. Discutibile. Argomentabile. Eppure si è esaurita la critica, la cui funzione non è consistita nell’affermare verità assolute, ma nel gerarchizzare e nel pensare da sé. Il giudizio diviene imprescindibile per formulare una teoria etica che risponda alle problematiche della vita politica, e per ricucire il legame tra filosofia e azione, tra teoria e pratica. Siamo dinanzi a un nuovo sistema culturale, valoriale, scientifico in cui tutto diventa opinabile. In questo quadro, l’intellettuale non può più stabilire gerarchie e valori. Eppure il pensiero critico non può eclissarsi. Scompaiono le figure che presumevano d’aver diritto di far lezione alla storia, ma non può scomparire il pensiero radicato, com’è, nella storia dell’Occidente. Ecco perché appare sempre più diffusa la domanda di maestri, di esempi, proprio per il loro essere figure concrete con una valenza significativa in grado di trascendere un caso particolare, che diventa valido per ogni altro caso. I maestri, di cui non possiamo fare a meno hanno come compito quello di fornire indicazioni. Nella loro esemplarità orientano gesti, simboleggiano quel dovere morale di giudicare, di prendere posizione in modo autonomo di fronte agli eventi.

L’intellettuale, alla luce delle sue riflessioni, può intendersi come paradigma dell’umanità?

Una bella speranza, oltre che un augurio importante in questi tempi difficili. Del resto, concludo proprio consapevole che siamo in un mare aperto. E non possiamo più credere di risolvere da soli i problemi Degli altri abbiamo un bisogno imprescindibile, ed innato. In antitesi a pensatori solitari, immagino un pensare insieme. Pensare, attività da sempre vissuta in solitaria, deve, invece, essere condiviso. Lo scopo è proprio rompere quell’intricato legame tra il singolo e i social, per ritornare alle relazioni tra gli individui. Senza demonizzare la tecnologia, bisogna riscoprire un pensare in-comune, allo scopo di mettere il sapere in circolo. Il nostro io non è altro che il nodo che potenzialmente lega tutte le persone e gli eventi che hanno contribuito a formarlo, un pensare insieme mette in contatto anche gli altri, in carne e ossa. A dispetto di tutti gli intellettuali disincarnati, parlare di vita concreta, sensibile, corporea mette “in comune” i problemi ed i bisogni, le possibilità e le novità.

Quindi non basta una filosofia ridotta a teoria, a dottrina e a discorso, ma bisogna proporre una filosofia nelle vesti di ethos per vedere trasformata la propria esistenza e quella altrui. Non ci si salva da soli. Le azioni da compiere vanno pensate, prima d’essere programmate, studiate e attuate. Non c’è scelta intrapresa, senza pensiero meditato.

Rosaria Catanoso, dottore di Ricerca in Metodologie della Filosofia, insegna filosofia nei licei. Collabora con la cattedra di Filosofia Politica del corso di laurea in Filosofia del Dipartimento degli Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Membro del Centro per la Filosofia Italiana, pubblica studi e contributi sulla rivista di cultura «Tempo Presente», sul mensile «Segno», sui siti www. dialettica&filosofia.it e sul sito http://www.filosofiainmovimento.it. Di recente è stata pubblicata la sua ampia monografia Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione lo stupore della storia, Giappichelli, Torino, 2019. È autrice di numerosi studi sulla Arendt, con particolare riferimento alla questione del giudizio e dell’azione politica.

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