Linguinsta

Tullio De Mauro asserì “La lingua è una cassetta degli attrezzi.”
Può commentare siffatta osservazione?

La similitudine di De Mauro è di un’efficacia incredibile se pensiamo a quanto del nostro mondo viene “costruito” con la lingua. I nostri rapporti sociali si strutturano in gran parte sul modo in cui utilizziamo le parole e perfino la nostra percezione della realtà passa in misura considerevole dai termini che usiamo.
Un esempio, molto dibattuto negli ultimi anni, è offerto dai nomi delle professioni in relazione al genere sessuale delle persone che le esercitano. Nel romanzo che ho scritto, il protagonista Lorenzo deve affrontare una visita dall’otorino e rimane sorpreso nel trovarsi di fronte una donna. Otorino non viene mai usato al femminile e insinua così nella nostra mente l’“automatismo cognitivo” che a controllarci orecchie, naso e bocca, sia sempre e solo un uomo.

Padroneggiare gli strumenti linguistici significa essere in grado di scegliere, in qualsivoglia situazione, il registro linguistico più adeguato ad essa.
Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservazione delle norme grammaticali da “grammarnazi”?

Il contesto è essenziale e mi spiace constatare in continuazione come questa consapevolezza sia poco diffusa, soprattutto in quei luoghi dove si dovrebbe insegnare a utilizzare la lingua in modo efficace. Pensiamo a un esempio estremo, quello degli insulti; ci sono contesti in grado di neutralizzare l’effetto offensivo, quella che negli studi di pragmatica è la perlocuzione, di una parola come imbecille. Eppure, se pronunciata fra due amici, una parola del genere invece di offendere, sottolinea l’intimità e l’affetto. E pensiamo anche a quanti si scandalizzano per la scarsa aderenza dei testi delle canzoni alle norme della sintassi dell’italiano standard – «sono un ragazzo fortunato perché non c’è niente che ho bisogno» canta Jovanotti -, ignorando che proprio quei testi da un certo momento in poi mirano a riprodurre essenzialmente il parlato quotidiano, che tutto è fuor che “grammaticato”.

Molti evidenziano un generale atteggiamento verso l’italiano di pigrizia o timore che ne comporta un uso monco e parziale. Può individuarne le motivazioni?
Resto nell’ambito delle citazioni musicali e mi sento di cantare «a parlare bene l’italiano comincia tu». È una battuta, ovviamente, ma che serve a capire che siamo sempre pronti a puntare il dito sulle mancanze linguistiche degli altri, salvo poi non accorgerci delle nostre. Dovremmo tenere sempre presente che sulla lingua non si smette mai di imparare e che ognuno di noi ha sensibilità diverse che ci portano a prestare attenzione ad alcuni aspetti della lingua – che sì, sono molti e non si limitano alla ricchezza lessicale o alla competenza sintattica – piuttosto che ad altri. Una persona che ama davvero la lingua cerca di capirla, non di giudicarla, tanto più se si tratta della bocca altrui.

Ripercorrendo la quotidianità linguistica, ossia abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, si apre una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?
Io non sono convinto che esistano situazioni in cui tutti possano identificarsi totalmente. Le parole sortiscono anzi interpretazioni il più delle volte difformi, in alcuni casi addirittura divergenti. E se un potere civico esiste nelle parole, lo scorgo semmai nella volontà di una persona di capire – nel limite delle energie che in quel momento specifico ha a disposizione – le possibili interpretazioni e i possibili effetti che quello che dice o scrive potrà avere sui destinatari, che in alcuni casi abbracciano tipologie di persone molto diverse fra loro.

Lei è altresì un romanziere. Ha recentemente pubblicato Incantato: Dentro gli attacchi di panico. La narrazione può possedere un potere soterico?
A proposito del non si smette mai di imparare sulla lingua, ho dovuto cercare il significato di soterico, che non conoscevo. Mi viene istintivamente da usare il sinonimo, per me più accessibile, salvifico. Ecco, io non ho scritto un romanzo pensando di guarire, di salvare i possibili lettori, ma spero con tutto me stesso che “Incantato” possa aiutare chi soffre di un disturbo d’ansia a cambiare – in positivo – il proprio punto di vista su ciò che sta vivendo; spero anche che permetta a chi ama una persona che sta soffrendo per una psicopatologia di crearselo, un punto di vista, su una malattia di cui si parla davvero troppo poco. Però, tolti questi due ambiziosi obbiettivi, mi sento di dire che nel caso di “Incantato” non si tratta di un romanzo terapeutico, se non, forse, per il suo autore.

Michele Razzetti si è formato come linguista e da oltre dieci anni lavora nel mondo dell’informazione, sia come giornalista sia come professionista delle relazioni pubbliche.

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