“Intarsi” è un pamphlet liberamente ispirato ai Sonetti de’ mesi, scritti in volgare toscano nei primi due decenni del Trecento, da Folgóre da San Gimignano. Cos’ha ancora da raccontare la poesia comico-realistica?
Credo fermamente che ogni dialogo tra mondi lontani o anche divergenti crei di per sé un racconto fecondo, una narrazione capace di illuminare alcuni aspetti anche meno apparenti di ognuno. Mi è capitato di leggere il sublime lavoro di Folgore da San Gimignano dei Sonetti de’ mesi e anche se per sensibilità mi sono sempre sentito più affine alla poetica e al sentire del dolce stil novo, alla sua tensione verso la spiritualità, ai simboli angelicati come tramiti e passaggi verso un altrove, insomma alla immensa lezione che proviene dall’universo poetico Dantesco, ho avvertito subito la necessità di scrivere timidamente poesie in sottile dialogo e connessione con quel mondo medioevale borghese, così lontano e affascinante, con quello stilema letterario che nei contenuti del Plazer ricerca il piacere mondano nei frutti e nei doni che le stagioni naturali sanno dispensare ai cultori del bello e del piacevole, ovviamente alla luce della mia singolare prospettiva contemporanea, che vive invece il dissidio tra spirito e materia, tra piacere e illusione, tra mondo naturale e mondi artificiali. In questo senso addentrandosi nella poesia comico-realista e nelle sue origini monastiche, nei testi dei clerici vagantes, che erano definiti appunto chierici perché avevano gli ordini minori e potevano godere di alcuni privilegi ecclesiastici, ma che per condizioni sociali e economiche erano costretti e vagare in tutta Europa per seguire le lezioni universitarie che ritenevano più confacenti alla loro ricerca e al loro censo, scrivendo testi di goliardia o addirittura di satira o invettiva contro l’autorità, si può notare come sia così moderna questa goliardica e disincantata sensibilità, più moderna del mio lirismo astratto, dei miei simboli letterari e spirituali, che vivono e fanno vivere le mie poesie. Quindi scrivendo queste poesie in colloquio con questo medioevo originario e sublime, connotato si potrebbe dire tra poesia comico-realistica e dolce stil novo, la mia scrittura si è arricchita di più visioni e allo stesso tempo resa inattuale, ogni mese è diventato un flusso di pensieri, emozioni e sentimenti che le parole non trattenevano in un tempo determinato, forse al di là della storia, in dissidio tra città e campagna, tra umanità e meccanismo. O almeno spero che il lettore possa galleggiare in questa sospensione, ondeggiando all’interno del suo animo e delle sue emozioni, scisso e orfano tra passato e futuro.
Frammenti irregolari, visioni discordanti. Ha inteso narrare l’uomo contemporaneo?
Non è più possibile narrare l’uomo nel contemporaneo, il farlo è un volo pindarico alla ricerca di un umanesimo remoto. Questo credo sia il merito o demerito di questa raccolta, leggiadra quanto sfuggente. Voler porre alla luce una situazione nuova, un mondo che dialoga incessantemente con il passato e con le sue origini, proprio perché alla ricerca di fondamenta, con cui ricostruire se stesso. La poesia ha questo onere e questa vocazione. Un anno di poesia può passare in un attimo e un attimo può rappresentare una intera vita. Non resta che assemblare questo pezzi irregolari, discordanti, spezzati, in intarsi che si spera possano assumere forme riconoscibili e comunicare un qualcosa.
I versi sono illustrati con le surreali opere pittoriche di Andrea Bassani. Ebbene, quale via comune percorrono manifestazioni artistiche differenti?
Nel medioevo i manoscritti o i libri antichi erano decorati con la pittura ornamentale della miniatura, simboli stilizzati che avevano senso come metafora di un mondo trascendente e che non avevano bisogno di avere connotazioni realistiche, ma essere solamente tramiti per i miniatori di un sapere spirituale e anche in un certo senso mezzo di organizzazione della società e della conoscenza a partire da una visione spirituale. Ho già avuto modo nella mia precedente raccolta “notturna gloria” di arricchire e impreziosire le mie poesie con delle opere pittoriche o dei disegni artistici. Così anche in questo lavoro e per motivi differenti ho creduto che questo anno passato in poesia, trascorso mese dopo mese, potesse acquisire colore, profondità e contenuto anche attraverso le corrispondenze simboliche tra diversi linguaggi espressivi, tra la poesia e la pittura. Poi ho notato subito come la leggerezza eterea di queste poesia si sposasse in modo interessante con il senso surreale e onirico delle opere di Andrea Bassani, creando suggestioni e corrispondenze molto rarefatte, in cui la materia dell’emozione diventava spirituale nel colore e nella forma, in cui il senso dello scorrere del tempo paradossalmente era dato proprio dalla sua cristallizzazione estetica. Così questo libro è diventato un viaggio tra intarsi di parole e disegni, un viaggio orizzontale in ciò che si può osservare e verticale nell’introspezione di ciò che è misterioso ma ci abita e ci sovrasta come il cielo. Ci sono vari parallelismi grazie proprio all’intersecarsi di più piani di comunicazione e di linguaggi, il tutto nella luce prospettica del realismo comico di Folgore da San Gimignano che si riflette invece nel mio irrealismo lirico, perdonatemi questa auto-definizione.
Molta della poesia italiana contemporanea non rientra nelle forme e nella tradizione ed il consumo letterario è decisamente orientato al romanzo ed, in generale, alla prosa, spostando la poesia verso una posizione ancillare. Quali motivazioni ravvede rispetto a tale tendenza?
Mi viene in mente subito la tesi medioevale, anche di San Tommaso e altri, che dice appunto philosophia ancilla theologiae, cioè che la ragione naturale non illuminata dalla grazia è di per sé subordinata alla teologia, alla scienza che studia il divino, dalle sue manifestazioni sensibili fino a quelle più trascendenti. In questo senso credo si possa pensare proprio l’opposto di questa domanda, ossia che la prosa, intesa come racconto, narrazione, sia ancilla della poesia, che invece è alle origini di ogni linguaggio e civiltà, compresa quella occidentale, basti pensare al ruolo fondativo della poesia di Omero o di Dante. Questo ovviamente se si vuole fare un discorso sui massimi sistemi e sul valore estetico esistenziale del fare poesia. Per il resto seguendo i meccanismi contemporanei della visibilità, della fruizione da parte di più persone possibili dei lavori letterari che ne determinano la qualità o comunque l’attenzione degli addetti ai lavori e non solo, sicuramente la poesia si muove in un ambito di nicchia, per certi versi orgoglioso di stare in questa torre d’avorio di solitudine a volte, o comunque non scritta direttamente per allietare le moltitudini e i suoi desideri legittimi di divertimento e intrattenimento. C’è un senso aristocratico nello scrivere poesie e allo stesso tempo molto democratico, anzi direi ancora di più, universale, perché chi le scrive lo fa per se stesso e per gli altri, senza aspettarsi niente in cambio, un dono prezioso per tutti, che nasce dalle profondità del cuore per parlare alla parte più intima e non detta di ognuno, indipendentemente se gli altri lo possano apprezzare o respingere. Una foresta che cresce, anche da un piccolo germoglio invisibile, non fa rumore, ma crea nuova vita.
Valorizzando la propria attitudine a mimetizzarsi con la lingua di tutti, la poesia assolve compiti, probabilmente, cruciali: ricordare la fragilità dell’esperienza estetica. Crede che si debba reclamare lettori che sappiano entrare nei testi con strumenti diversi da quelli che la tradizione ci ha lasciato in eredità?
Credo che il linguaggio della poesia si rinnovi continuamente e che lo faccia per preservare la continuità della tradizione. Sembra un paradosso ma non lo è secondo me. Fare poesia o bellezza in ogni epoca con ogni mezzo è una vocazione che ha sempre attinto alle peculiarità creative dell’animo umano ed alle sue fragilità, come alle sue immensità. Perfino il lettore è uno scrittore di poesia, perché non puoi avvicinarti con tutto te stesso a un testo rimanendone estraneo, oggettivo, inerme, ma la tua lettura ricrea il testo, lo trasforma e ti trasforma, si attua una misteriosa trasfigurazione, ecco perché chiunque scriva legge dentro se stesso e chiunque legga riscrive dentro di se i segni visibili sulla pagina che lo rispecchiano e plasmano. Per quanto riguarda gli strumenti non credo si tratti solamente di un discorso educativo o didattico nel caso della poesia. I mezzi concettuali sono importantissimi, l’educazione alla lettura di un testo e alla sua interpretazione ovviamente, la base grammaticale o sintattica anche, ma bisogna immergersi nei testi come lo si fa nella vita, perché la letteratura è più vita della vita stessa, che passa nell’informe fino a quando qualcuno non decide di creare un nome che la nomini e la richiami all’esistenza assieme a un intero mondo, in cui le persone possano riconoscersi e perdersi, in cui le cose finalmente da neutre assumono simboli e significati, con cui ci traghettano dall’oblio della materia alla memoria dello spirito. Fare o leggere poesia è un’esperienza in un certo senso mistica, ecco perché credo ci sia spesso la tendenza moderna al disincanto di fronte ad una poesia che viene ad essere, è una forma di difesa verso un fuoco che può bruciare le tue vesti e lasciarti in compagnia di un’essenza che non sei pronto ad accettare o accogliere. Ogni tradizione ci lascia in eredità l’idea stessa di futuro e ogni storia che si tramanda il senso stesso della poesia, la nostalgia di riscoprire e rifondare questo qualcosa di originario e senza nome è l’effetto dell’amore per la scrittura di un semplice verso.
Emanuele Martinuzzi
Si laurea a Firenze in Filosofia. Precedenti pubblicazioni poetiche: L’oltre quotidiano – liriche d’amore (Carmignani, 2015), Di grazia cronica – elegie sul tempo (Carmignani, 2016), Spiragli (Ensemble, 2018), Storie incompiute (Porto Seguro, 2019), Notturna gloria (Robin edizioni, 2021). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ha partecipato al progetto “Parole di pietra” che vede scolpita su pietra serena una sua poesia affissa in mostra permanente nel territorio della Sambuca Pistoiese assieme a quelle di numerosi artisti.









