Ci avviciniamo al centenario della nascita di Goliarda Sapienza: quali sono le ragioni che rendono oggi interessante colei che definivano “Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza”?
Goliarda Sapienza è una figura imponente e complessa che, nonostante le alterne vicende editoriali ha lasciato la sua traccia indelebile nella Storia, nel cinema, nella letteratura e nel costume del Novecento. Attraverso il suo corpo, la sua voce e la sua penna Goliarda ci arriva aldilà delle facili e moraliste catalogazioni ed è superando ogni tentativo di cristallizzarne la figura che la donna e la scrittrice -l’intellettuale avremmo detto una volta– si rivela in tutta la sua verace realtà pur rimanendo sempre sfuggente.
“Goliarda è l’esistenza” è vero.
Ha vissuto mille vite in una sola. Tutte a modo suo, tutte pienamente nonostante le privazioni e le difficoltà. Ha saputo riemergere da sé stessa senza diventare “personaggia”. Lei vera e reale nella sua personalità multiforme che reclamava e reclama ancora dalle sue pagine di non essere definita in nessun modo.
Quindi perché è interessante parlare ancora oggi di lei e affrontare l’impervio viaggio della celebrazione del suo centenario? Perché in questi tempi cupi di forte polarizzazione un’autrice che rivendica per sé “la sua parte di gioia” e il diritto a non essere catalogata mi sembra ancora di forte ispirazione per noi donne adulte e per le giovani generazioni.
E soprattutto perché nelle sue pagine possiamo trovare il senso dell’avventura, il desiderio di indipendenza e la rivendicazione del desiderio tutto espresso con una naturalezza disarmante e forse uno dei compiti della letteratura è quello di disarmarci rispetto ai nostri preconcetti. Ecco posso dire che Sapienza mi ha disarmata.
In un’intervista pochi anni prima di morire, Goliarda Sapienza disse: “Ho imparato tutto dal cinema, ho imparato a scrivere dalla macchina da presa”. Quali tratti squisitamente cinematografici è possibile scorgere nella texture narrativa dei romanzi di Sapienza?
Beh, Goliarda dopo l’Accademia di Arte Drammatica che mai terminerà a causa dellaoccupazione nazifascista del nostro paese – ha avuto un ruolo importante all’interno della Resistenza romana per cui fu costretta alla clandestinità e sebbene non abbia mai voluto dare troppo risalto a questo aspetto della sua vita sappiamo che l’esperienza la segnò profondamente- al finire della guerra recitò al teatro e al cinema lavorando con registi del calibro di Alessandro Blasetti, George Wihelm Pabst, Mario Camerini, Comencini, Visconti – è la ragazza che lancia i volantini in Senso- Marguerite Duras e Paolo Franchi. Ma è con Citto Maselli, regista vicino al PCI e con cui avrà una lunga storia di amore e di arte, che Goliarda inizierà anche a scrivere per il cinema perché di fatto, ancor prima della raccolta di poesie “Ancestrale”, lei inizia a scrivere per il cinema di Maselli.
Questo ha sicuramente lasciato una traccia nella sua scrittura, nella struttura dei dialoghi, nel potere icastico di certi passi in cui ti sembra di veder emergere dalle pagine le immagini evocate.
Per Goliarda Sapienza la realtà del paese si poteva conoscere andando in ospedale, in manicomio e in carcere. Così scrive ne l’Università di Rebibbia: “Vedi, qui la giornata è così piena di avvenimenti che alla fine diviene come una droga […]. Si torna a vivere in una piccola collettività dove le tue azioni sono seguite, approvate se sei nel giusto, insomma riconosciute […] non sei sola come fuori […]” Quale posto occupano la collettività e lo specchio degli altri nella sua produzione letteraria?
Ho iniziato a leggere Sapienza da “Le certezze del dubbio” con un gruppo di lettura e in questo piccolo volume – che ho scoperto poi essere il seguito di L’università di Rebibbia- già si intuiva il bisogno della autrice di gettarsi nella realtà difficile e complessa del carcere che la società relega ai margini.
La collettività a cui fa riferimento Sapienza è quella di un gineceo liberato perché ormai già “passato in giudicato” dove ciascuna trova una sua collocazione nella piccola collettività.
La cella di Suzie Wong e il suo pranzo della domenica nell’ Università di Rebibbia sono la descrizione perfetta della sensazione di ritrovata appartenenza al genere umano dopo un periodo difficile passato “fuori” e la “malattia del carcere” spesso evocata ne “Le certezze del dubbio” è proprio la ricerca di tornare a quella routine ordinata che all’esterno deflagra in mille tentativi di conciliare la propria dimensione con quella della società.
In questi due volumi ci regala il racconto di una Roma all’alba degli anni ottanta dove tra lo sgombero delle case popolari del centro storico, le attività di supporto ai detenuti politici a cui fa chiaro riferimento e la diffusione dell’eroina già si vedono chiari i segni del progressivo sgretolarsi del tessuto cittadino. Una fotografia lucida e spietata con cui dobbiamo fare i conti.
“Ecco la strada giusta: bisognava, così come si studia la grammatica, la musica, studiare le emozioni che gli altri suscitano in noi.” Ciò da L’arte della gioia: qual è la via per l’autodeterminazione?
La via per l’autodeterminazione è sopravvivere alla memoria che o non c’è o tormenta, un quadernone con una penna biro, qualcuno con cui progettare libri e fughe, un pacchetto di sigarette, soldi a sufficienza e libri. Rivendicare il proprio diritto all’esistenza e al desiderio solo perché si è vivi. Non lasciarsi incasellare dalle definizioni, non farsi abbattere o fermare dal vociare dei pettegoli. Procedere, amare, ridere di tutto anche in mezzo alla tragedia. Lasciare piccole tracce di sé negli amici. Riconoscersi capaci di desiderio e non aver paura ad assumersene la responsabilità. Riassumendo: indipendenza economica, libertà emotiva, una rete di solida per sostenersi, stimolarsi e non smettere mai di aggiornarsi sul mondo che ci circonda.
Lei ha ha ideato e fondato “Il Talento di Roma”. Quali scopi si prefigge il Progetto che coordina?
Il Talento di Roma è un progetto online e offline che attraverso gli eventi legati ai libri, le esplorazioni urbane e la programmazione on line si prefigge l’arduo ma non impossibile compito di far riscoprire ai residenti la città eterna e le cose belle che ancora ci sono per creare una comunità capace di tornare a parlare e progettare insieme spazi di confronto libero e costruttivo i cui effetti positivi possano ripercuotersi su tutta la cittadinanza.
Attraverso i gruppi di lettura e itinerari non turistici della città cerchiamo di incentivare la conoscenza della città. Organizziamo eventi culturali, cerchiamo di creare una rete di collaborazioni che possano incidere positivamente nel panorama culturale e sociale cittadino.
Credo fortemente che Roma non sia solo il cono dicotomico tra Suburra e Caro Diario, che si meriti di più della speculazione mafiosa del tavolino selvaggio e del saluto romano delle arcinote liturgie fasciste che la funestano da tanti anni e che sia il momento di far conoscere quanto di vivo e vitale arde sotto la cenere che sembra volerci soffocare tutti, continuando anche a raccontare le energie resistenti che ancora animano questa meravigliosa città.
Penso sia compito di ciascuno di noi, secondo le rispettive riprendere in mano- tutti insieme- la narrazione di Roma che merita ancora tutta la nostra gioiosa e coraggiosa attenzione e partecipazione.
Io ci sto provando insieme ai miei collaboratori e nonostante a volte sia faticoso ci sta dando grandissime soddisfazioni. Se volete seguirci digitate il Talento di Roma sulla barra del vostro motore di ricerca e troverete il sito e gli account social.
Chiara Mazza Nata a Roma il 17 aprile 1980, vive con un figlio quasi maggiorenne, un cane, un gatto e un pesce rosso immortale. Scrivere per altri è da sempre il suo lavoro. Crede nel potere delle parole e che Roma sia il suo posto nel mondo per questo ha fondato “Il Talento di Roma”. La sua cifra stilistica è la fattività che la porta a cercare di realizzare anche i progetti più ambiziosi. Per Tempesta Editore cura la collana “Daje”. Organizza eventi culturali e rassegne letterarie. Adepta alla fede della colazione al bar, ama guidare e non può stare troppo lontana dal mare.
Il femminicidio può essere attribuito al caso o è un fenomeno con radici culturali e sociali profonde, tenendo presente che, secondo un recente rapporto Eures, in Italia viene assassinata una donna ogni sessanta ore?
Dalle storie che io ho esaminato nella ricerca che ho condotto dal 2018 al 2022, il femminicidio non è un caso, né un atto di impulso imprevisto ed imprevedibile. Ogni femminicidio è premeditato, è covato nel tempo nella mente del femminicida. Non solo, il femminicidio trova legittimazione nella nostra millenaria cultura. Se pensiamo che il delitto d’onore in Italia è stato abolito solo nel 1981, ci rendiamo conto come sino a pochi anni fa uccidere la propria moglie o una donna della propria famiglia fosse considerato un atto socialmente accettato e legalmente giustificato. Adesso formalmente questi crimini sono puniti senza attenuanti formali, ma rimane un sottofondo culturale e una arretratezza del nostro codice penale che ancora oggi lasciano ampi margini di legittimazione a questi reati. Manca per esempio nel nostro ordinamento giuridico il reato di femminicidio, che potrebbe cambiare molto l’approccio a questi delitti. Per quanto riguarda i dati numerici del fenomeno nella mia ricerca ho rilevato che attualmente non c’è un sistema di rilevazione dei femminicidi veramente attendibile. E’ assente un vero rilevamento basato sul movente di genere, come io ho cercato di fare nella ricerca che pubblico nel mio libro. E penso che purtroppo il fenomeno sia più esteso di quanto i numeri diffusi dicano.
Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?
Le convinzioni culturali si esprimono in tanti modi. Alcuni concettualmente più elaborati e sofisticati, altri più immediati e diretti. Ma la sostanza non cambia. Anzi, nelle battute più dirette si svela il pensiero delle persone. Il linguaggio, le parole che usiamo sono rivelatrici di ciò che pensiamo. In questo senso, soprattutto i proverbi, gli stereotipi, i cosiddetti luoghi comuni e “modi di dire” sono in realtà potenti veicoli di concezioni culturali. E relativamente al rapporto uomo-donna, nella nostra cultura esistono una infinità di espressioni che di fatto pongono il maschio in una posizione dominante rispetto alla donna e lo autorizzano a maltrattare e ad usare violenza sulle donne. Il passo da ciò che si pensa a ciò che si fa poi è brevissimo.
Chi paga le conseguenze del femminicidio ed in quali forme?
Le prime vittime naturalmente sono le donne. Tutte le donne, sia le vittime dirette, sia le donne della sua famiglia, sia le donne della sua comunità. E più estesamente tutte le donne. Perché questi eventi, nella loro tragicità e crudeltà diffondono un senso di insicurezza e paura. Avvertono che non si è sicure nemmeno nelle proprie case, nella propria famiglia, nella propria città, nella propria comunità. Indicano che rispetto al maschio la donna “deve” adottare un surplus di precauzioni ed accortezza per evitare di essere vittima di aggressioni, violenze, stupro. Che permane una cultura maschilista che ripropone un presunto primato maschile sulla donna. Poi ci sono i bambini e le bambine. Nella mia ricerca, che copre il periodo 2018 – 2022, 26 sono stati uccisi dai loro papà. In alcuni casi uccisi assieme alla madre. In altri casi uccisi dai loro papà, in una sorta di ruolo di Medea maschile, che uccide i figli per “punire” la loro madre per averli lasciati. In più ci sono i minori orfani, nella mia ricerca 190. Per questi si fa ancora troppo poco sia in termini di sostegno finanziario sia in termini di sostegno sociale e psicologico.
I media, soprattutto le cronache televisive, offrono ampio spazio alle voci di famiglie che rifiutano di ripiegarsi nel silenzio e nella discrezione, esponendosi giornalmente. Qual è il loro fine?
Dalla mia esperienza, i famigliari delle vittime di femminicidio tendono ad evitare di esporsi attraverso interviste e servizi giornalistici e televisivi. Raccontare tramite i media una perdita così dolorosa non è facile. Nello stesso tempo c’è il bisogno di fare conoscere il male che è stato fatto alla loro famigliare e a loro stessi. Alla ricerca, penso, di una solidarietà unanime senza se e senza ma, come è dovuta. Invece dei media mi auguro che abbiano sempre come fine quello di informare correttamente il pubblico e di aumentare la consapevolezza della gravità del fenomeno della violenza sulle donne. E per raggiungere questi obiettivi devono stare molto attenti ad evitare spettacolarizzazioni del dolore, vittimizzazioni secondarie e forme di giustificazionismo dei femminicida.
Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenzetra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere, soventemente preludio a forme di violenza?
Le teologie e le religioni hanno accompagnato ed accompagnano la nostra cultura. Ed è indubbio che le religioni più diffuse propongano un “Dio” maschile da cui deriva una concezione che assegna un primato alla figura maschile nella vita sociale e nella stessa vita religiosa. Le religioni, inoltre, unite alla nostra tradizione culturale greco-romana hanno prodotto un costrutto ideologico di inferiorità della donna da cui sono derivati pregiudizi e discriminazioni, che a mio avviso anche attualmente rimangono radicati culturalmente e che sono le fondamenta della violenza di genere. Il primo, secondo me, pregiudizio verso le donne che rimane vivo è la non libertà di decidere di sé e del proprio corpo. La convinzione che sul piano della libertà sociale, sentimentale e sessuale la donna non possa godere ed essere considerata uguale all’uomo penso sia la forma di discriminazione maggiormente radicata nella nostra cultura e che fornisce il terreno su cui si innescano le situazioni di violenza.
Antonio Gioiello è psicologo-psicoterapeuta con esperienza nel settore delle dipendenze patologiche, della salute mentale e dei disturbi da abusi e maltrattamenti. Lavora all’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza presso il Centro di Salute Mentale di Corigliano Calabro. È presidente dell’associazione Mondiversi ets che gestisce il Centro Antiviolenza Fabiana e due Case Rifugio per donne vittime di violenza. È componente dell’Osservatorio regionale sulla violenza di genere della Calabria.
Privilegi, concorsi truccati, reti clientelari, infiltrazioni mafiose, accordi prestabiliti a livello nazionale su chi deve comandare e dove, criteri gerontocratici di scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici. Molte sono le inchieste sull’ “università dei baroni” e generale è l’indignazione. Perché, allora, l’importante è non fare nomi?
Perché l’indignazione dura poco e chi fa nomi, poi, resta solo ad affrontare la ritorsione. Del resto a chi è fuori della torre l’accademia sembra lontana anni luce dalla vita vera, e all’accademia questo va benissimo perché così può continuare a fare ciò che vuole. Il grande fraintendimento è che si guarda a questo mondo come a una specie di Chiesa o di setta esoterica coi suoi riti e linguaggi misteriosi; ma gli interessi dietro le azioni di molti baroni, gratta gratta, non sono più nobili di quelli di una qualsiasi lobby di tassisti o d’imboscati alle poste. Semmai ci sono più sussiego e più formalità, e in questo è vero che l’accademia ha preso molto di certi aspetti peggiori della Chiesa: dalla gerarchia feroce alla curialità, dal conformismo censorio all’utilizzo della riprovazione sociale e dell’isolamento come armi dissuasive.
A Messina, “le indagini hanno mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta” e “la cosca Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di Medicina e chirurgia”. Così scrive il pm Gratteri. Quanto costa all’Italia questo “sistema” in termini economici?
Un’enormità. Eppure questo è un problema secondario per come la vedo io. Al netto degli immensi danni economici, l’impoverimento più grave per il paese è quello culturale e civile: lo spreco spaventoso di talento, di entusiasmo, di occasioni di crescita umana, di vite. Un’università dove vince chi non se lo merita, dove la moneta cattiva scaccia quella buona, non sarà mai in grado d’incidere significativamente sulla società. E infatti adesso succede l’esatto contrario: è l’università che insegue e blandisce la società, magari con la scusa della divulgazione (spesso fatta male, tra l’altro). Che rincorre goffamente parole e temi di moda per raggranellare l’elemosina di qualche like sui social, di qualche ospitata, di qualche rimasuglio di finanziamento. A patto, s’intende, che non la si disturbi sui concorsi e sulle altre beghe interne.
“Insaporire quel pezzo di pane con le spezie dell’illusione”: è alimentando false speranze “a furia di lusinghe” e contratti da fame che si compra il silenzio di chi non ha santi in paradiso?
Sì, perché il precario è il primo a illudersi. Ha investito troppo lavoro, troppo tempo, troppe energie per ammettere che potrebbe non farcela. E così il rapporto tra barone e precario diventa un rapporto abusivo a tutti gli effetti: l’abusato ha il terrore di restare fuori, ignora i molti segnali d’allarme e vede solo le poche briciole che gli arrivano poco prima che la corda si spezzi. E quelle briciole gli bastano per convincersi che lui “non finirà come gli altri”. In ogni caso, nel dubbio è sempre meglio non protestare.
“La persona al centro”, sì, ma in cambio di ampie deroghe ai valori cristiani: dall’Infanzia all’Università il nostro sistema di istruzione è totalmente fallimentare? O c’è anche un’amarezza frutto di un’esperienza deludente?
C’è una parte d’amarezzaautobiografica. Ma non penso affatto che sia tutto da buttare nel sistema scolastico italiano, università inclusa. C’è del buono e quel buono va salvato. Il problema è quando si sacrificano i singoli e le loro potenzialità in nome del sistema. Dietro queste azioni non c’è quasi mai il desiderio del bene comune, ma solo dell’adeguamento a un qualche conformismo vecchio o nuovo. Che poi i “valori” invocati per giustificare certe azioni siano quelli più o meno annacquatamente sessuofobici di tante scuole cattoliche, o i dogmi pedagogico-aziendalistici che stanno distruggendo la scuola pubblica attuale, o l’accettazione acritica del malaffare accademico, cambia poco.
Il tuo romanzo presenta pagine oltremodo realistiche e, probabilmente, i protagonisti non stenterebbero a riconoscersi. Hai mai desiderato compiere anche un atto di denuncia sociale?
Più che di “denuncia”, parlerei di “riflessione” sociale. Ed è per questo motivo che i personaggi sono e devono restare letterari: così li si rende universali e il lettore può estenderli al suo vissuto. Del resto il tema del libro non è “l’università” o “la scuola” o qualche altro contesto particolare. È il disagio nei confronti di una società dove vieni educato al rispetto di certi ideali di libertà, di stato di diritto, di bene comune, di spirito critico, ma poi vieni escluso se quegli ideali cerchi di rispettarli. Una società (nella scuola come nell’accademia, nelle parrocchie, nelle aziende, nei partiti, nelle polisportive) dove la riprovazione collettiva non colpisce chi fa qualcosa di disonesto, ma chi fa qualcosa di sconveniente o di anomalo. C’è un che di tribale in questa violenza omologante, qualcosa che infiamma la tensione che è in tutti noi tra desiderio di far parte del gruppo e il desiderio di sentirsi liberi (o, messa in negativo: tra la paura della solitudine e la paura delle catene). Sarebbe bello se il racconto tornasse utile ad altre persone che hanno vissuto situazioni analoghe. Sono convinto che ci farebbe un gran bene discuterne.
Francesco Luzzini (1977) è naturalista e storico della scienza. I suoi studi riguardano le scienze medico-naturalistiche e la storia ambientale nell’Europa d’età moderna, con frequenti incursioni nell’età contemporanea. Attualmente affiliato all’Università Ca’ Foscari Venezia come Marie Skłodowska-Curie Fellow (2021-2024), ha insegnato e svolto ricerca per numerose istituzioni italiane ed internazionali: fra queste il Max-Planck-Institut di Berlino per la storia della scienza, la Johns Hopkins University, la University of Oklahoma, la Radboud Universiteit di Nijmegen, la Linda Hall Library di Kansas City. È Contributing Editor per la bibliografia della rivista «Isis» e membro di redazione de «Il Protagora».
Elsa de’ Giorgi, attrice cinematografica e teatrale, scrittrice, scultrice, animatrice di salotti culturali, regista: qual è la sua voce originale ed autentica? Nel panorama letterario italiano la sua è davvero una voce originale. Non assomiglia a nessuna delle scrittrici sue contemporanee. Intanto per i temi trattati, derivati del resto dalla sua particolare vicenda biografica. Storia di una donna bella, insieme a I coetanei, racconta uno spaccato di storia italiana da un punto di vista talmente specifico, quello di attrice, che non può trovare corrispettivi. E nello stesso tempo dà voce a tutta una generazione di artisti e di intellettuali riuscendo a creare una vera e propria “autobiografia collettiva”, miscelando alla perfezione Storia e fiction. Poi per lo stile, in un certo senso performativo. È come se l’autrice/attrice si mettesse in scena anche nella scrittura. Salvo qualche termine che è segno dei tempi, il linguaggio è moderno, la sintassi è scorrevole eppure sempre ben studiata. Anche la punteggiatura, che a volte sembrerebbe non rispettare le regole, è a suo modo un tratto distintivo che caratterizza una prosa accattivante. E ancora è unica nella lucidità di analisi della società e del tempo in cui si è trovata a vivere. Non ha paura di raccontare tutte le sfaccettature dell’epoca fascista e post-fascista, restituendo in maniera autentica l’Italia di allora, con tutte le ambiguità e gli errori che la contraddistinguono. “Artista” è il termine in cui più si riconosceva, dichiarava in un’intervista confessione a Sottovoce: essere artista – spiegava – è dare “più attenzione alle cose e avere una particolare attitudine a sentire e a vedere le cose”, è dunque “un’intelligenza delle cose”. Questa intelligenza delle cose è perfettamente visibile in Storia di una donna bella. L’alter ego romanzesco, Elena, è sempre presente a sé stessa, nella continua ricerca di trasformare in azione un pensiero volto a realizzare un mondo ben diverso da quello in cui si trova a vivere. “Mai, prima d’ora avevo sentito formicolarmi nel sangue un personaggio, mai avevo sentito, come ora in me la sua presenza costante, la necessità di dargli vita.” Così a proposito della sua interpretazione di Desdemona nell’Otello. In qual misura la guerra può essere reputata il turning point verso il Teatro? La rappresentazione di Desdemona è centrale nel romanzo, perché lo è stato nella stessa vita di Elsa de’ Giorgi. È stato davvero un momento di rivelazione, di coscienza dell’arte della recitazione, ma anche proprio di vivere. In Storia di una donna bella attraverso il personaggio del Maestro, Elsa de’ Giorgi ci dice delle cose fondamentali di quel particolare momento storico. Come per molti intellettuali dell’epoca – e questo era già successo durante la Prima guerra mondiale – la guerra rappresentò un punto di svolta nella vita, nella coscienza, che si concretizzarono in un cambio di passo nello stile o proprio nelle strutture della narrazione. Elena (leggi Elsa) decide di dedicarsi al teatro, perché è «una cosa vera, difficile, che fa paura come la guerra». A teatro scoprirà, molto più che al cinema, da cui era stata profondamente delusa, che sul palcoscenico piò inventare una Verità più vera della vita e che finanche la Morte può essere rappresentata e resa credibile. Come ha scritto Elio Pecora in anni recenti, la de’ Giorgi “racconta degli altri con le qualità e le acutezze dello storiografo”. Crede che sia questo l’intento de “Ho visto partire il tuo treno”? Elio Pecora non poteva trovare parole migliori per definire lo stile di Elsa. Nel Libro degli amici ne traccia un bellissimo ritratto. Del resto è stato una delle persone a lei più vicine e non a caso ha firmato la nota finale della riedizione di Storia di una donna bella, tracciando in pochi tratti le peculiarità della scrittrice: «Quel che nell’opera di Elsa de’ Giorgi parrebbe il portato di un protratto narcisismo è invece ricerca accanita di sé e consegna e restituzione di un tempo e di una società». Ho visto partire il tuo treno nasceva con l’intento di restituire dignità alla relazione con Italo Calvino, finita nel tritacarne mediatico, ma è un libro che racconta di molte altre personalità del tempo, restituendoci dei ritratti incredibili. Penso su tutti a Pasolini e Magnani. Credo che pochi altri abbiano avuto la capacità di raccontarceli così bene come Elsa de’ Giorgi. “Sono bionda, occhi azzurri rimarchevoli, avvezza a sentirmi guardata” con una “espressione da attrice ingenua che interpreta una regina” confida al lettore de “Un coraggio splendente”. Difficile non pensare a un suo riflesso, tanto più che poco prima il suo personaggio ha risposto ad “un telefono bianco, come quello dei film fascisti”. Ebbene, quale ruolo giocò Elsa nell’antifascismo? Attrice famosissima negli anni Trenta, aveva esordito giovanissima come giornalista e partecipato a un concorso di fotogenia. Nel descriverla gli articolisti la definivano spesso bellissima, biondissima, italianissima. Già in questi superlativi c’è tanto della politica del tempo! E in un primo tempo sembra stare al gioco, appare su tutte le riviste dell’epoca, in film di disimpegno che mostrano l’efficienza della cinematografia di Regime. C’è però un episodio molto significativo che vede Elsa ribellarsi a un costume del tempo, ovvero quello di utilizzare le dive a scopi propagandistici, fotografandole negli ospedali militari, edulcorando tutto il dolore che quei soldati nel frattempo provavano, molti vicini ormai alla morte. La giovane attrice chiese udienza al Minculpop, a Pavolini in persona, per dirgli che non avrebbe mai più prestato la sua persona a simili messe in scena. Dopo l’Armistizio nascose ribelli e partigiani nella sua casa e nei Coetanei racconta del suo ruolo nella scoperta dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine. E i valori della Resistenza li ha testimoniati ben oltre gli anni della guerra. Italo Calvino, quando l’aveva amata, ne fu “uno spettatore teatrale attratto da un personaggio dal quale si aspettava continua meraviglia”. Qual è il lascito di Elsa de’ Giorgi? La cultura italiana l’ha sempre bistrattata. Anzi l’ha volutamente ostracizzata. Eppure sono incredibili i rapporti che nel corso di tutta la sua vita è stata in grado di intrattenere con i maggiori politici e intellettuali del tempo. Lo scandalo della sparizione del marito, la relazione con Calvino e ancor di più la sua fine hanno continuamente ostacolato l’affermarsi di una personalità libera. Una donna fuori dal comune non solo per la sua bellezza, ma proprio perché questa si coniugava a doti intellettive e relazionali altrettanto eccezionali. Il Calvino degli anni Cinquanta deve molte delle sue ispirazioni (di contenuto e di stile) alla loro relazione, ma questo è ancora in gran parte un tabù, a cominciare dalle lettere che sono state messe sottochiave. Ma è soprattutto il pettegolezzo che ne è seguito ad aver reso la scrittrice invisa a certa critica che ha preferito ignorarla. Bisogna oggi riscoprirla – e finalmente un po’ la ricerca accademica se ne sta accorgendo (vedi gli studi di Pontillo, Rizzarelli, Simeone, Todesco, Tovaglieri…), insieme alla ripubblicazione delle sue opere (Feltrinelli a cura di Deidier e ora 13Lab). Recentemente è stato pubblicato un volume a cura di Vittoria Zileri dal Verme, che raccoglie saggi e testimonianze importanti: da Elio Pecora a Maria Teresa Benedetti, da Ludovico Pratesi a Giusi Radicchio da Tullio Kezich a Valentina Di Prospero. E recentissimo è uno spettacolo di Rosa Maria Manenti, La versione di Elsa, con Arianna Ninchi e Filippo Trentalance. Insomma qualcosa si muove ed è un gran bene perché la lucidità di sguardo di Elsa de’ Giorgi potrebbe ancora orientare il nostro presente.
Marialaura Simeone è guest researcher presso la Leiden Universiteit, docente di italiano e storia e dottoressa di ricerca in “Comparatistica: letteratura, teatro, cinema” (Università di Siena). Ha al suo attivo numerose pubblicazioni tra cui si ricordano Amori letterari. Quando gli scrittori fanno coppia (2017) e Viaggio in Italia. Itinerari letterari da Nord a Sud (2018). Si occupa da anni della riscoperta e valorizzazione di scrittrici dimenticate o non adeguatamente canonizzate.
La storia dell’economia e del mondo è riletta con gli occhi puntati sulla ricchezza e sulla povertà. Il debito e la povertà sono al centro di tutte le paure dell’Occidente: perché si ha la percezione che i governi restino immobili ed indifferenti? Non si tratta di una percezione ma della realtà che è sotto i nostri occhi: la povertà è in continuo aumento in tutto il mondo, anche nei paesi come l’Italia dove fino a qualche decennio fa era un fenomeno marginale. Purtroppo l’economia oggi è nelle mani della finanza speculativa che ha la capacità di impoverire la classe media in un attimo, senza che i governi facciano nulla per impedirlo. L’esempio più facile da capire è quello dei mutui subprime negli Stati Uniti: una bolla speculativa che ha portato prima a sopravvalutare il prezzo delle abitazioni, per l’acquisto delle quali la gente ha chiesto un mutuo. Poi, di colpo, il prezzo di quelle stesse abitazioni è crollato, lasciando migliaia di persone indebitate per una somma superiore a quella del valore della casa (oltre ad aver perso tutti i suoi risparmi). Ora assistiamo al ripetersi dello stesso copione in Europa con la cosiddetta casa green: se non hai i soldi per le esose richieste della UE, la tua abitazione viene pesantemente svalutata, per di più non puoi venderla né affittarla. Anche questa è una forma di impoverimento, unita a tutte le altre vessazioni in atto in questo momento a carico dei cittadini: aumento del gas, dell’elettricità, della benzina, ecc. L’attuale governo ha tagliato ancora la spesa pubblica per la sanità mentre ha aumentato i fondi per le armi, contro la volontà della maggior parte delle persone. Ecco perché in realtà i governi non sono immobili ma agiscono concretamente nella direzione di aumentare la povertà, fenomeno attualmente molto visibile.
La diseguaglianza appartiene da sempre al nostro discorso pubblico. La domanda di benessere alimenta quella rivoluzionaria? No, è vero esattamente il contrario, come dimostra la storia del Novecento: i governi che hanno innalzato, anche di poco, il benessere delle masse hanno impedito l’insorgere di rivoluzioni. Ciò non è avvenuto in Russia, dove la cecità dei governanti ha mantenuto un sistema feudale che non forniva nemmeno il minimo necessario per la sopravvivenza.
La nostra società opulenta convive malissimo con la povertà. Coltivare questo disagio non può costituire un ottimo viatico per elaborare soluzioni capaci di alleviarla? Soluzioni, in passato, sono state trovare proprio dalla classe politica, quando gli stati erano proprietari della loro moneta. Oggi non possediamo più nulla: non solo la moneta ma nemmeno tutta quella fiorente industria pubblica riunita sotto il nome dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, fondato nel 1933 da Mussolini), che comprendeva oltre 1000 società e banche pubbliche. Nel 1993, prima del suo smantellamento e svendita, era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni con un fatturato: un vero gioiello ammirato in tutto il mondo per la sua capacità di conciliare gli interessi del capitale con quelli del sociale. Oggi, una nazione come l’Italia non possiede nemmeno una società di telecomunicazioni pubblica, o una fonte di energia pubblica: l’ENI è pubblico per solo il 32% e l’ENEL per meno del 24%. Tutto è stato svenduto in nome della privatizzazione che avrebbe dovuto ridurre il debito pubblico (artatamente alimentato privando gli stati della sovranità monetaria), e creare più benessere mentre ha lasciato il vuoto. In futuro i giovani potranno fare solo i camerieri, come già succede in Grecia. Senza parlare delle enormi quantità di denaro che passiamo agli Stati Uniti. Pensiamo solo ai miliardi spesi recentemente per i vaccini e le armi, tutti made in USA, oltre per il gas liquefatto proveniente dagli Stati Uniti e prodotto con la tecnica inquinante del fracking, con costo 10 volte superiore al gas naturale russo.
Molti pensano che basti impoverire i ricchi per arricchire i poveri. Che sia insomma tutta una questione di redistribuzione. Impoverire i ricchi non rischia di distruggere la ricchezza? Un mondo di benessere per tutti è possibile, ma il mondo non può supportare e sopportare il concentrato di avidità raggiunto: 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Parliamo di 4 miliardi di persone, e l’1% (o, meglio, il primo decimo dell’1 per cento) della popolazione ha superato da un po’ la ricchezza del restante 99%. Inoltre l’economia oggi si regge sul debito e sulla speculazione finanziaria e non sulla produzione di beni e servizi reali, perché quest’ultima non consente margini di profitto così elevati. L’economia si regge sul debito che ha raggiunto la cifra di 300 mila miliardi di dollari. Tre volte il Pil del pianeta Terra. Quindi impagabile! Ma a chi li dobbiamo questi soldi? Se tutto il mondo ha questo debito, verso chi ce lo abbiamo? In realtà il debito lo dobbiamo ai mercati finanziari e al sistema bancario che ha raggiunto in termini di Titoli speculativi e Derivati, la cifra mostruosa di 3 milioni di miliardi di dollari! Montagna di denaro carta, fittizio, che deve inverarsi, concretizzarsi diciamo, ricavandone beni e servizi dall’economia reale, fatta di lavoro.
Recentemente Papa Francesco ha asserito che la povertà è “disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita” e che occorre “portare i pesi gli uni degli altri, così che nessuno sia abbandonato o escluso” Come si esce dalla povertà? La povertà priva le persone dei diritti naturali, fondamento dei valori etico- sociali e della dignità dell’essere umano. Il suo aspetto più grave è il suo trasferimento tra le generazioni: le persone provenienti da famiglie povere hanno molte più probabilità di rimanere in quella condizione rispetto a coloro che provengono da situazioni più favorevoli. Papa Francesco ha detto anche che questa realtà di miseria e di avidità ci deve spingere ad agire perché si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse, e perché non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale. Un nuovo modo creativo e semplice per uscire dalla povertà viene dalla Scuola Economica di Chicago con il suo Chicago Plan Revisited, pubblicato nel 2012 dal Fondo Monetario Internazionale, e si rifà al Chicago Plan varato negli anni Trenta per contrastare la Grande Depressione a seguito della crisi speculativa del 1929. Il Nuovo Piano prevede: • Una transizione da un sistema bancario privato che emette denaro basato sul debito (oggi le banche emettono il 93% del denaro circolante), a un sistema di emissione di moneta senza debito emessa dal governo; • La separazione delle banche d’investimento/speculative dalle banche commerciali; • Richiede alle banche una riserva del 100%, in depositi, per concedere prestiti; Con questa semplice legge si eliminerebbe il debito pubblico degli USA, della Gran Bretagna, Italia, Germania, Francia, Gracia, Giappone, ecc. In caso di crack bancario di banche speculative, il governo non deve più intervenire con soldi pubblici. Le banche commerciali non potrebbero fallire e si eliminerebbe la corsa agli sportelli. L’unico ostacolo di questo Piano, che oggettivamente è l’uovo di Colombo, è l’opposizione del mondo finanziario che controlla la politica.
Claudio Dainese Fin da giovane ha coltivato la sua passione per le materie economiche frequentando negli anni Settanta la Facoltà di Scienze Politiche di Padova, dove insegnavano prestigiosi docenti. Si è poi messo alla prova in campo pratico lavorando come esperto di logistica e IT (Information Technology) in diversi contesti aziendali, comprensivi di multinazionali di ampie dimensioni. Da molti anni segue, come molti altri, il preoccupante evolversi dell’aumento della povertà in tutto in mondo, di cui riassume le cause in questo saggio ed espone le soluzioni individuate da famosi economisti. Su questo argomento ha già pubblicato Le attitudini che creano ricchezza e povertà, EMP 2022, insieme a Lidia Fogarolo.
Segnalato dalla Giuria del Premio Divoc 2023 con questa motivazione Un testo dettagliato ed allo stesso tempo scorrevole che mette in chiaro i punti chiave della storia contemporanea: vi è tutto quello che serve, tutti i tasselli da conoscere per una lettura consapevole del mondo contemporaneo, senza pregiudizi e soprattutto liberi da manipolazioni. Per chiunque sia curioso, nel miglior senso del termine, ed abbia voglia di capire realmente quali sono state le tappe storico-economico-finanziarie che ci hanno portati alla situazione attuale. Conoscere è capire, e capire è il primo passo per poter agire nella direzione della difesa dei diritti Umani, quelli veri, quelli che realmente contano per la costruzione di una società armonica, come Dio comanda.
IV^ di Copertina Nel rapporto sulla ricchezza e la povertà nel mondo, pubblicato da Oxfam27 in occasione del World Economic Forum di Davos 2020, le cifre parlano chiaro: la ricchezza globale si accumula costantemente verso la cima della piramide distributiva composta dall’1% della popolazione. Il risultato di questo accentramento è il continuo aumento della povertà, non solo all’interno dei paesi del terzo mondo, ma anche nei paesi ricchi, o meno ricchi come l’Italia. Eppure la soluzione c’è, è a portata di mano ed è spiegata in termini semplici in questo breve saggio: come uscire da questo tunnel che ci sta portando sempre più in basso, rendendoci sempre più poveri. Perché, come ha ricordato papa Francesco in un suo discorso del 2020, «si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale». La povertà nel XXI secolo è una scelta voluta e non sostenuta da teorie economiche o dal fatalismo legato all’idea che “siamo in troppi”, come vorrebbero farci credere coloro che sono dediti a proteggere unicamente gli interessi di un’esigua minoranza della popolazione mondiale.
Lo storico Francesco Maria Petrini ha coniato l’appellativo “Legionari di merende” per i responsabili della lunga serie di omicidi che hanno insanguinato le campagne toscane tra il 1968 ed i1 985. Per quale ragione lei procede dalla cosiddetta “pista nera”?
In un’ottica investigativa non può parlarsi, in realtà, di una vera e propria pista. Ma l’approfondimento dell’eversione nera toscana è una proiezione storiografica che va necessariamente acquisita e trasmessa. In altre parole, se, come nel mio caso, si fa semplice divulgazione, o come nel caso di Petrini, vera e propria storiografia (le inchieste le lasciamo fare alla polizia giudiziaria e ai giornalisti professionisti) non si può scrivere e parlare di Mostro di Firenze senza allegare determinati fatti storici, politici e sociali che fanno da sfondo ai delitti, poiché molti dei personaggi finiti a vario titolo dentro questa lunga vicenda, e che questi fatti li hanno per l’appunto determinati, sono stati e sono fascisti. Ma questa è una mia sintesi estrema, che non può essere esaustiva. Per mettere a fuoco la questione, oltre alla mia trilogia “MDF La storia del Mostro di Firenze”, edita quest’anno (2023) da Mimesis, consiglio quindi la monografia di Petrini, intitolata proprio “Legionari di merende” (all’interno dell’antologia Atti del convegno nazionale sul caso del Mostro di Firenze, AAVV, LA Case Book, 2022). Francesco è stato uno dei primi studiosi a dare una proiezione e una dignità storiografica a quelle zone di permeabilità tra i fatti del Mostro di Firenze e alcune dinamiche sociali e politiche proprie della Toscana di quegli anni. E insieme a lui, ovviamente, anche il cronista Stefano Brogioni della “Nazione” e l’avvocato Vieri Adriani, legale dei famigliari dei francesi uccisi a Scopeti nel 1985, che si è occupato (o meglio, si sta ancora occupando) della figura di Vigilanti. In questa sede, entrando solo per un attimo nel cuore del problema, basterà operare alcuni rilievi sul delitto di Rabatta del 1974, per mille motivi, a mio parere, il più nebuloso ed enigmatico dell’intera sequenza omicidiaria: il babbo di Stefania Pettini, la prima vittima del Mostro, era un partigiano, e la stessa ragazza era una giovane comunista; la settimana prima del delitto, ricorreva l’anniversario della Liberazione del Mugello; durante la guerra, a Vinca, un paesino toscano, i nazifascisti avevano trucidato le donne del posto, umiliandole poi con dei legni infilati nei genitali; come è noto, il corpo di Stefania verrà vilipesa dal Mostro con modalità piuttosto simili, che non stiamo qui a descrivere. É possibile che questo delitto sia l’espressione di un revanscismo tutto personale ma allo stesso tempo anche politico? É possibile che qualcuno, a margine di quella importante ricorrenza, abbia voluto vendicarsi e punire il partigiano Andrea Pettini, trucidando sua figlia e umiliandone il corpo con modalità simili a quelle poste in essere dai nazifascisti anni prima, poco distante dal Mugello? Sono domande che noi studiosi e autori abbiamo il dovere di porci. E se le risposte, oggi, appaiono ancora criptiche, e per tale ragione nessuno è autorizzato a parlare di una vera e propria pista nera dietro ai delitti del Mostro, è doveroso condividere col lettore ogni aspetto, circostanza, coincidenza e dubbio. É questo ciò che ho cercato di fare nel primo volume di MDEF La storia del Mostro di Firenze, sia in relazione alla questione dell’eversione di destra, che degli altri aspetti che compongono questa incredibile e unica saga.
L’1 settembre del 1974, tre giorni prima del delitto, ricorreva il trentennale della liberazione di Barberino di Mugello e dei comuni limitrofi, tra cui Borgo San Lorenzo. Chi è Giampiero Vigilanti? Sebbene fosse stato attenzionato già a seguito del delitto di Scopeti, Giampiero Vigilanti è l’ultimo individuo che, da un punto di vista cronologico, è stato risucchiato nel vortice delle indagini; ed è l’unico, a oggi, settembre 2023, ancora in vita. É un ex legionario, un neofascista, uno che sa uccidere, ma soprattutto una persona che ha passato mezza vita accanto a molti dei fatti e a molte delle persone finite a vario titolo nella vicenda del Mostro. O almeno è quello che lui stesso ha raccontato. Da un punto di vista procedurale, la sua posizione è stata archiviata, ma l’avvocato Vieri Adriani, in diverse occasioni, si è opposto e ha chiesto venissero svolte indagini più approfondite. Indagini che egli stesso, da anni, porta avanti su mandato dei famigliari delle vittime di Scopeti, tra l’altro. Infine, è piuttosto probabile che sia suo il volto dell’identikit di Calenzano disegnato nell’ottobre del 1981 e diffuso nell’estate dell’anno successivo.
La verità giudiziaria parla di due condannati in via definitiva come esecutori materiali (Mario Vanni e il reo confesso Giancarlo Lotti) e Pietro Pacciani, condannato in primo grado, assolto in Appello e morto prima della sentenza di Cassazione. Chi potrebbero essere i mandanti? É giusto fare una premessa. Anche Pietro Pacciani è individuato pacificamente da una sentenza passata in giudicato come esecutore di alcuni dei delitti del Mostro di Firenze: ed è la medesima pronuncia che sancisce la colpevolezza dei “suoi” Compagni di merende. Tuttavia, in quel processo, Pacciani non figura come imputato (sì, questa cosa può apparire, e forse lo è, come un cortocircuito giudiziario) ma nelle motivazioni della sentenza è individuato come correo, complice, e anzi capetto della banda di assassini, cioè degli imputati e condannati Lotti e Vanni. Pacciani morirà prima che verrà celebrata la ripetizione del processo di appello a suo carico. Sul punto, è bene ricordare che la Corte di cassazione aveva annullato la sentenza che aveva assolto il contadino di Vicchio. Dunque, Pacciani non muore da innocente, ma da imputato in attesa di giudizio (e con una condanna in primo grado alle spalle, per dirla tutta). Posto che nell’ordinamento non esiste alcun principio di presunzione di innocenza in capo all’imputato – la Costituzione sancisce il ben diverso principio di presunzione di non colpevolezza – non è corretto esercitarsi a dire in coro, come purtroppo accade nella letteratura mostrologica, che Pacciani è morto da innocente per il semplice fatto che non si è formato un giudicato di merito sulla sua vicenda processuale. É più corretto dire che Pacciani, in relazione al “suo” procedimento è morto da non colpevole – o da imputato in attesa di giudizio, posto che, come è noto, la sua morte aveva cagionato l’estinzione del processo a suo carico attraverso una sentenza di mero rito -, ma anche e soprattutto che è morto da colpevole a seguito della sentenza di merito passata in giudicato, dopo tre gradi di giudizio, sui Compagni di merende. Sono questioni giuridiche fondamentali, che provo ad affrontare nel secondo volume della trilogia, quella dedicata alla storia di Pacciani e dei Compagni di merende. Venendo ai mandanti, v’è da dire che questi certamente sono esistiti, hanno manovrato dietro ai delitti, sono stati sfiorati dalle indagini, ma non sono stati individuati come tali dalla Giustizia. Ripeto: dalla Giustizia. E probabilmente mai lo saranno. É vero però che negli anni Zero la procura di Perugia e quella di Firenze hanno scavato a fondo in una direzione ben precisa, non trovando un riscontro pieno a livello processuale. Ne scrivo in maniera dettagliata nel terzo e ultimo volume della trilogia MDF, intitolata Il medico, il farmacista e il legionario. Ma è vero anche che alcune circostanze e alcune tremende coincidenze esistono, e insistono tutte verso una sola direzione, verso un gruppo di individui, verso una collocazione geografica ben individuata (a dire il vero, due collocazioni geografiche ben precise) e verso un’unità di tempo che corrisponde a quella in cui agiva il Mostro. É bene prendere atto che, in taluni casi, può esistere una decisiva differenza tra la verità processuale e la verità storico-naturalistica.
Gli omicidi non si fermano: le vittime saranno sedici. Perché i delitti cessarono dopo l’eccidio della coppia francese, nel settembre del 1985? Probabilmente uno dei responsabili era impossibilitato a commettere altri delitti poiché gli inquirenti si erano avvicinati molto a lui, qualcun altro aveva fatto una strana e brutta fine, e altri ancora erano morti per cause naturali. Quelli rimasti non avevano più le capacità organizzative per proseguire con la scia di sangue, e avevano intuito che a breve gli inquirenti avrebbero abbandonato le vecchie piste senza sbocchi. E infatti sarà così. Dunque si sono fermati. Parlando in maniera meno criptica, a partire dal settembre del 1985, ultimo delitto del Mostro, si verificano queste circostanze:
Pietro Pacciani il 19 settembre del 1985, cioè undici giorni dopo il delitto di Scopeti, subisce una prima blanda perquisizione a seguito di una lettera anonima;
Sempre Pacciani, nel 1987 verrà incarcerato e trascorrerà diversi anni in carcere per aver stuprato le figlie;
Francesco Maria Narducci, la cui vicenda è oggi uno dei misteri più profondi della storia recente del Paese e che presenta alcune zone d’ombra che si mischiano a quelle del Mostro di Firenze, scompare l’8 ottobre del 1985, cioè esattamente un mese dopo il delitto di Scopeti, e viene trovato morto (o meglio: viene ripescato un cadavere attribuito a Narducci) nel lago Trasimeno alcuni giorni dopo;
Salvatore Indovino, figura sullo sfondo ma che può avere svolto il ruolo importante nell’equilibrio della storia, muore di tumore nel 1986, l’anno successivo al delitto in questione;
Infine, in concomitanza col delitto di Scopeti, il paracadute della pista sarda, che garantiva ampi spazi di manovra alla banda di assassini (chiunque essa fosse), iniziava a dare segni di cedimento a livello “istituzionale”, insomma rischiava di non essere più un’assicurazione per l’impunità per i veri responsabili dei delitti. Una parte dei nuovi inquirenti aveva preso la decisione di seguire nuove traiettorie investigative, sganciarsi da quel “buco nero” logico che girava a vuoto intorno a quel gruppo di sardi, e indagare a trecentosessanta gradi. Tutti questi fatti possono aver determinato nella banda del Mostro la necessità di non compiere più alcun delitto.
La “pista sarda” si è avvicinata alla verità o si è di fronte ad un depistaggio? La pista sarda ha gravemente ritardato l’avvicinarsi alla verità. Detto ciò, non è giusto, anzi è profondamente scorretto, sostenere che il giudice istruttore Rotella e i carabinieri del colonnello Torrisi non abbiano agito nella maniera corretta. A ben vedere, a quell’altezza di tempo, era doveroso, necessario e naturale seguire la pista sarda. Sia perché era l’unica pista promettente, sia perché in effetti, all’epoca dei fatti (facile, oggi, dire il contrario), gli elementi che suggerivano una responsabilità penale in capo ai fratelli Francesco e Salvatore Vinci (e in maniera infinitamente minore in capo a Giovanni Mele e Piero Mucciarini) esistevano, erano solidi, convergenti e andavano approfonditi. La pista sarda, poi, “muore” con la storica, profonda e illuminante sentenza firmata dallo stesso Rotella, e rappresenta oggi un pezzo importante di letteratura giudiziaria del nostro Paese. Le complicate dinamiche famigliari intorno al delitto del 1968, la vita dei fratelli Vinci, in particolare quella di Francesco, che può essere l’elemento che lega i sardi ai sancascianesi, e tutte le trame sottese a quei fatti che si dipanano in maniera confusa dal 1968 all’estate del 1982, vanno analizzate in maniera approfondita per cogliere il senso profondo della storia del Mostro di Firenze (più che l’agire del Mostro di Firenze in sé). Può dirsi, infatti, che la pista sarda è come il latino, una lingua morta che però va studiata, e anche molto bene. Sul depistaggio: molto pavidamente posso solo dire che gli elementi che lo lasciano ipotizzare esistono, e in certi casi sono davvero evidenti, tuttavia non mi sento di accogliere questa ipotesi come certa e riscontrata. Lo scambio di documentazione tra i magistrati Della Monica e Tricomi e i carabinieri, il fascicolo Parretti, l’annuncio al Cittadino amico e l’esistenza stessa di questo misterioso informatore anonimo, la questione dei bossoli del delitto di Signa conservati a Perugia, la macchina di Francesco Vinci occultata nel grossetano, il maresciallo Fiori e altre vicende sono questioni profondissime che non possono essere riportate in modo esaustivo in questa sede, ma vengono spiegate nel dettaglio nel volume 1 di MDF. Di sicuro, può dirsi che nell’estate del 1982, a seguito del delitto di Baccaiano, accade qualcosa negli ambienti criminali e investigativi di Prato, che viene “raccolto” dai carabinieri del Comando di Ognissanti di Firenze, e trasmesso poi alla magistratura. É da qui che parte, quasi a tavolino, la pista sarda, che garantirà l’impunità ai veri colpevoli per diversi anni, collegando al resto della serie un delitto che – oggi lo possiamo dire – non è stato compiuto dal Mostro; ma che è una condanna a morte, un’esecuzione capitale, un femminicidio, dove Antonio Lo Bianco, l’amante in auto con Barbara Locci, altro non è che una vittima collaterale. Il collegamento tra questo vecchio duplice omicidio del 1968 e il resto della serie del 1974 e degli anni Ottanta, per lunghi anni farà convergere tutte le traiettorie investigative solo sui sardi, allontanando gli inquirenti dalla verità e dai veri responsabili dei delitti del Mostro. Almeno fino a quando, come accennato prima, la divergenza di opinioni tra l’ufficio istruzione del giudice Rotella e i carabinieri del colonnello Torrisi – che volevano continuare a correre sulla pista sarda -, e la Procura e la Polizia – ormai decisi a seguire nuove traiettorie investigative – non sarà talmente evidente da diventare una vera e propria spaccatura.
Roberto Taddeo, nato a San Benedetto del Tronto, il 28 gennaio del 1982. Cresciuto a Perugia. Maturità classica e laurea magistrale in giurisprudenza. Abilitato alla professione di avvocato presso la Corte d’appello di Bologna. Ha lavorato per anni nel settore del diritto del lavoro, a Bologna. Contemporaneamente all’attività legale, dal 2015, ha svolto quella di fotografo professionista ed è autore di diversi reportage. In ambito editoriale è l’autore di:
MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 1. La sequenza dei delitti e la pista sarda (luglio 2023, Mimesis edizioni);
MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 2. Pietro Pacciani e i Compagni di merende (ottobre 2023, Mimesis edizioni);
MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 3. Il medico, il farmacista e il legionario (dicembre 2023, Mimesis edizioni).
Autobiografia, diario, saggio, romanzo: in qual misura “Sillabario all’incontrario” si propone di valicare i confini in cui, solitamente, la scrittura narrativa s’incasella e si etichetta?
Scrivere libri che non si sa bene come incasellare ed etichettare è sempre stato uno dei miei difetti. Il mio romanzo d’esordio, Il pantarèi, riuscì indigesto agli editori anche – credo – per questa sua inclassificabilità. Gli editori, specie quelli che ritengono di essere grandi, detestano i libri di incerta classificazione, che sembrano voler sfidare la loro organizzazione della cultura in collane. Basti pensare al destino tragicomico di uno dei rari capolavori della narrativa italiana del Novecento, Se questo è un uomo: rifiutato più volte da Einaudi (la prima edizione, del 1947, è dovuta alla Francesco Da Silva di Franco Antonicelli), fu infine pubblicato, con oltre dieci anni di ritardo (1958), nella collana “Saggi”! Segno evidente che il libro era considerato una semplice testimonianza sui lager nazisti: il fatto che testimoniasse anche del talento di un grande scrittore era un difetto cui, dopo una dozzina d’anni, ci si rassegnò a passar sopra. A me piacciono i romanzi che attraversano i confini prestabiliti, che si tratti di confini merceologici, letterari, morali o addirittura politici. Se si volesse a tutti i costi appiccicare un’etichetta ai miei romanzi, consiglierei di scriverci sopra: “Anguille”. Sillabario all’incontrario non è che l’ultimo nato, in ordine di pubblicazione, di questa progenie anguilliforme. Con l’aggravante che, non essendo stato progettato come un romanzo ma come una medicina (l’ho scritto io stesso nella “Prefazione”), la sua morfologia anguillesca non va attribuita, almeno in questo caso, al partito preso dello scrittore, bensì alla natura dell’uomo, o del pesce. L’unico rischio che corre il mio Sillabario è che, trattandosi di un’opera dichiaratamente autobiografica, qualcuno voglia appiccicargli sopra l’incongrua etichetta “autofiction”.
Dalla Z di Zoo alla A di Aldilà: un alfabeto capovolto alla scoperta di ricordi, libri ed animali.
L’esperienza personale ed intima come può assumere i caratteri dell’universalità lirica?
L’alfabeto, nel mio Sillabario, va a ritroso come va a ritroso ogni indagine e come, supremamente, va a ritroso la memoria che in questo caso costituisce lo strumento di lavoro privilegiato. Ora, la memoria (lo sappiamo tutti) ha il potere di trasformare e mitizzare il passato, rendendo poetiche anche le vite più aride. La mia non è stata arida per niente: difficile, forse, un po’ più della media (la media di questa parte fortunata del mondo, s’intende), ma sempre ricca di forti emozioni. Non c’è quindi di che sorprendersi se tutto il narrato, dai gatti all’oltretomba passando per amori e dolori, padri e figli, compagne e compagni, Sardegna e Liguria, Milano e Parigi, si tinge sulla pagina di quella patina lirica che può sedurre il lettore, convincendolo di essere entrato in un mondo che, pur non appartenendogli, lo riguarda. Questo, del resto, è il bello della letteratura, quando il gioco riesce: mutare, come alchimisti, il piccolo in grande e il particolare in universale. Siamo abituati a pensare che questo compito sia svolto meglio, in generale, dalla poesia che dalla narrativa. Ma non è affatto necessario che sia così. Io ho incominciato a scrivere versi molto tardi, dopo i quarantacinque anni, e ne ho prodotti comunque pochi (non sono neanche sicuro di aver raggiunto il migliaio): perciò la maggior parte della poesia che avevo dentro di me l’ho riversata nei romanzi. Alla poesia ho affidato il compito di risparmiare parole e spazio ben più che quello di ampliare il mio orizzonte o il numero dei miei lettori postumi.
Dal mondo esterno verso quello interiore: la passione per la scrittura ed il complesso rapporto con la propria memoria, pulsante di piaceri impareggiabili, sofferenze mai addormentate e colpe incessantemente imperdonabili.
Dove finisce il pudore, allorché si è scrittore?
Di certo, scrivendo il Sillabario, il problema del pudore non me lo sono posto affatto: trattandosi di un’indagine su me stesso, ogni reticenza si sarebbe configurata come un vero e proprio atto di autosabotaggio. Questo non significa che sia stato facile stanare tutti i ricordi più delicati dai loro nascondigli, che in psicologia si chiamano rimozioni. Ciò che posso dire di interessante in proposito è quanto segue: la maggiore resistenza di me a me stesso non l’ho incontrata affrontando il tema del mio destino di scrittore inedito, né riportando alla luce le mie spericolate avventure erotiche, con tutta la loro coorte di problemi etici, bensì affondando il bisturi nel groviglio ancora sanguinante della mia, sia pure occasionale, cattiveria di adolescente. Non è certo un caso che, nello sviluppo caotico, libero e spontaneo della ricerca, questo ricordo sia arrivato per ultimo.
Legami di sangue e la paternità non biologica, devastazione dell’ambiente ed invadenza del denaro, bisessualità e rifiuto dei ruoli convenzionali. È un passato recentissimo, eppure davvero distante, considerate le evoluzioni, i mutamenti, i cambiamenti dell’ultimo ventennio.
Quali sono le ragioni sottese a tale scelta del «tempo del racconto»?
Sono da sempre profondamente convinto che il nemico più insidioso della buona letteratura sia quell’animale assillante e rumoroso, ma dalla vita effimera, che chiamiamo “attualità”. Direi, con una semplice immagine, che il materiale capace di mettere le ali e far volare alto alto il bravo giornalista è lo stesso materiale che schiaccia al suolo e fa strisciare terra terra anche il migliore scrittore. E il fatto che queste due arti, oggi, tendano a confondersi non è un bene per nessuna delle due. Cosa ben diversa è constatare come i buoni romanzi, nel parlare con intensità e sapienza del proprio tempo, siano capaci di anticipare i tempi a venire e di essere percepiti come “attuali” quando i loro autori sono magari sepolti da alcuni secoli. Se il mio Sillabario, che ho scritto oltre venticinque anni fa, è capace di far questo, ne sono soddisfatto e orgoglioso più di quanto sarei stato di ogni pubblico riconoscimento: vorrebbe dire che questo libro, progettato come una medicina, si è trasformato strada facendo in un romanzo davvero buono. Certo il mio rifiuto dei ruoli convenzionali deriva in gran parte dalla mia natura, la natura – se così la posso definire – di un ribelle timido e appartato, mai appariscente nei suoi gesti di rottura, e quindi ancor più destinato all’emarginazione, o piuttosto, direi, all’autoesclusione. Ma devo onestamente ammettere che una delle esperienze che ho vissuto e che fanno del Sillabario, in qualche modo, un libro in anticipo sui tempi, cioè l’esperienza della paternità non biologica, la devo alla fortuna e non al mio spirito ribelle: fu un caso, capitato alla mia compagna e a me quando eravamo fra i trentacinque e i quarant’anni, un caso che cambiò la nostra vita (e la nostra percezione della vita) in modo irreversibile. Quanto al tema della bisessualità, legato invece in modo evidente alla mia natura di ribelle sui generis, credo che mi caratterizzi fortemente sul piano letterario: mentre l’omosessualità, pressoché assente dal romanzo moderno fino a pochi decenni or sono, si è assicurata negli ultimi anni una presenza cospicua e crescente, la bisessualità continua ad essere in letteratura un animale raro, come fosse – a somiglianza appunto dell’omosessualità nell’Ottocento – una strana malattia da considerare con sospetto. La bisessualità è invece, a mio giudizio, il simbolo più semplice e parlante della libertà sessuale. E, se esiste un tema unificante nei miei romanzi, tanto diversi l’uno dall’altro per struttura, genere, linguaggio, ambientazione, questo è proprio il tema della libertà sessuale: una conquista da realizzare dentro sé stessi e, quindi, meno chimerica di quanto si creda.
Oggi, si notano forme narrative «ibride».
Ad oltre trent’anni dal suo esordio letterario, quali tendenze di sviluppo ravvede rispetto al “romanzo”, un genere che continua a sfuggire ad ogni codice?
Ciò che fa del romanzo un genere letterario così longevo da sfiorare la perennità è proprio la sua capacità di fare propria ogni cosa. Non tanto di cambiare e di evolvere, quanto piuttosto di divorare ogni nutrimento assimilandolo al proprio organismo e facendolo vivere come una nuova cellula o un nuovo tessuto. Insomma, la sua forza discende dal fatto che il romanzo, fin dalle sue origini, si è collocato nello strato più basso della scala dei registri e degli stili, e quindi, grazie alla legge di gravità che fa cadere sempre tutto verso il basso, e mai verso l’alto,
è capace di accogliere, assorbire, trasformare anche ciò che sta sopra, in una commistione incessante di tragedia e commedia, di poesia e turpiloquio, di nobiltà e ignobiltà, di presente, passato e futuro. Da parte mia, essendo un autore che rifugge dalle classificazioni di genere, non posso che accogliere con favore l’introduzione nel romanzo di oggetti che prima, per forza di cose, ne erano assenti, come la prevalenza, nel nostro vissuto, della realtà virtuale su quella corporea o certi temi antichissimi ma oggi profondamente mutati nella loro natura come le migrazioni dei popoli. A me le ibridazioni piacciono, le apprezzo come lettore, le coltivo io stesso. Purché “ibrido” non diventi a sua volta una paradossale definizione di genere letterario. “Che tipo di romanzo è? Un noir? Un distopico? Una autofiction?” “No, no! è un ibrido: proprio un ibrido puro!”
Ezio Sinigaglia (Milano 1948) ha alle spalle una lunga esperienza di collaboratore editoriale e copywriter. La sua opera prima, Il pantarèi, uscì nel 1985 per un piccolo editore milanese (SPS, poi Sapiens). Dopo oltre trent’anni di silenzio, nel 2016 è tornato in libreria con un romanzo breve, Eclissi (Roma, Nutrimenti), sorprendente vincitore, a quattro anni dalla sua pubblicazione, del contest Modus Legendi 2020. Nel 2019 ha riproposto Il pantarèi nella collana “Fondanti” dell’editore TerraRossa di Alberobello, che ha poi pubblicato e sta tuttora pubblicando via via i suoi inediti: sono usciti L’imitazion del vero (2020), Fifty-fifty (in due volumi: 2021 e 2022), e Sillabario all’incontrario (2023). Recentemente (luglio 2023) l’editore Wojtek ha proposto una sua raccolta di racconti, dal titolo L’amore al fiume (e altri amori corti). Ha tradotto e curato edizioni di classici francesi (Perrault, Marcel Proust, Julien Green, Boileau-Narcejac) e pubblicato contributi su prestigiose riviste a stampa e online.
L’Odissea è uno dei testi fondamentali della cultura classica occidentale. Perché ha voluto dialogare con Omero? Perché Omero non smette mai di stupire, per gli spunti sempre nuovi che offre, e per le diverse prospettive da cui si possono osservare personaggi, eventi e relazioni.
Penelope, Calipso, Nausicaa, Circe, Elena, Andromaca…: Omero rende tali figure funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale di un uomo. Lei, invece, dà loro voce; le rende protagoniste, mutando la prospettiva circa il genere. Perché? Perché la funzione di queste donne non è prettamente ancillare, in quanto esse si fanno portavoce di istanze che travalicano la dimensione dell’oikos per coinvolgere tutta la comunità all’interno della quale agiscono. La loro voce si inserisce inoltre in un più ampio panorama poetico femminile, per noi ormai irrimediabilmente perduto, ma di cui esse forniscono importante testimonianza.
Accanto al topos della tessitura che, in quanto metafora del canto poetico, diviene ora antitesi, ora cassa di risonanza per la parola femminile, e delinea il campo di azione delle donne omeriche nelle relazioni che esse intrattengono con il mondo esterno, qual è il filo conduttore che raccorda i vari personaggi? I personaggi femminili che agiscono nei due poemi presentano personalità e voci poetiche alquanto diverse tra loro. Tuttavia, sono accomunate dalla comune appartenenza a un universo poetico femminile, sul quale modulano la loro esperienza e il loro modo die esprimersi, condizionando con le proprie parole e azioni il mondo eroico che le circonda.
Quali differenze o analogie è possibile cogliere tra le ninfe, le dee, le vergini, le maghe, le spose omeriche e le eroine della modernità? Il contesto storico e sociale in cui i personaggi femminili dell’epica arcaica si trovano ad agire è naturalmente molto lontano da quello attuale. Eppure, anche in una società in cui alle donne era riservato un ruolo marginale, confinato entro le mura domestiche, esse trovano il modo per esprimere la propria voce, dimostrando un’autorevolezza, competenza, intelligenza e coraggio, che anticipa molte eroine della letteratura moderna.
Professoressa, l’epica classica è contemporanea? Può essere proposta senza ammodernamenti che strizzino l’occhio ai lettori? L’epica arcaica affascina e rapisce con il potere della narrazione. I conflitti, le relazioni e le dinamiche interpersonali che essa propone parlano al pubblico odierno così come a quello di 2.500 anni fa. L’amore, il dolore, la gelosia e l’ira sono solo alcune delle passioni che muovono gli eroi di ogni tempo e, grazie alla loro portata universale, non smettono mai di far riflettere, appassionare e commuovere.
Cecilia Nobili è Professoressa Associata di Lingua e letteratura greca presso l’Università degli Studi di Bergamo nel settore disciplinare L-Fil-Let/02 (Lingua e letteratura greca). Cecilia Nobili si è formata all’Università degli Studi di Milano, dove ha conseguito il dottorato in Filologia, letteratura e tradizione classica, e ha poi usufruito di una borsa di perfezionamento post-doc presso il King’s College London. Ha conseguito l’idoneità a Professore di seconda fascia nei ssd 10D/2 (Lingua e letteratura greca) e 10D/4 (Filologia classica e tardoantica). Attualmente tiene i corsi di “Lingua e letteratura greca” per gli studenti di Lettere e Filosofia, il corso di “Storia letteraria delle donne nel mondo antico” e di “Forme della comunicazione letteraria nel mondo antico”. La sua ricerca scientifica è dedicata principalmente alla poesia greca arcaica, in particolare all’interrelazione tra epica e lirica, alla visualità e intervisualità nei testi letterari, alle donne nella poesia e alle poetesse, alle tradizioni locali. Si occupa anche di Romanzo greco e di epigrammi agonistici.
Norme sempre più artificiali, pensiero legale autoreferenziale, avvocati burocratici, giudici robotici, popolo smobilitato: per quale ragione le emozioni sono state rimosse da quella che definisce “tecnocrazia legale”? E’ un problema culturale. Viviamo infatti sotto il regno della tecnocrazia, nel culto del progresso, della tecnica e della razionalità. E questa ideologia si estende naturalmente alla sfera del diritto. Concretamente, le emozioni tendono ad essere rimosse e la razionalità promossa perché l’emozione ci fa sentire vulnerabili, passivi, impotenti. La ragione ci dà l’illusione della forza, della volontà, fino alla prepotenza.
Paul Celan asseriva: “Non dividere il sì dal no!”. Nella coabitazione di bene e male, eternità e tempo, verità e menzogna, colpa e destino, che s’annida la drammaticità dell’emettere un giudizio?
La sua questione mi fa immediatamente pensare al libro appena pubblicato dal Prof. Alessio del Giudice sul Dramma del giudizio. L’atto di giudicare è il cuore battente del diritto. Il cuore è cioè che sta al centro, che (ri)unisce gli opposti, alto e basso, destra e sinistra, dentro e fuori. Il giudice sta al centro del conflitto, delle opposizioni. La drammaticità dell’emettere un giudizio risiede nel fatto che questa unità o unificazione è tanto essenziale quanto impossibile da realizzare. In realtà, giudicare sembra necessario per mantenere una vita sociale ma è un atto impossibile. Lo ricordano tante tradizioni spirituali.
“Oggettivismo” iper-logico di un algoritmo e rifiuto del “giudizio” in quanto tale. Come ci si districa tra l’aridità astratta dell’IA e l’omologazione da Web? Tra la logica esasperata e l’ondivaga interpretazione degli eventi?
Io rifiuto l’espressione “intelligenza” artificiale. Vedo solo un’intelligenza umana, in grado di inventare tecniche come gli algoritmi o il web. Ma come spiego nel libro, quando questi strumenti sono utilizzati nell’atto di giudicare cioè per trovare una soluzione a partire del diritto a una situazione concreta di conflitto di pretese tra parti, l’intervento umano c’è a monte e c’è a valle.
Pretendere il contrario è una bugia ed è pericolosissimo. L’intelligenza umana si appoggia su un sentire, implica un’incarnazione. Come dimostrato dal neuroscienziato Antonio Damasio, l’intelligenza è conoscere ma anche sentire. Solo il sentire ci rende capaci di reagire in modo adeguato agli eventi concreti e al nostro ambiente. Per dire il diritto, non basta il logos. Serve anche il pathos. Senza empatia non c’è capacità di giudicare. Giudicare implica di mettersi al posto altrui. Per giudicare, non basta il logos e il pathos. Ci vuole anche l’ethos. Non ci può essere tecnica senza etica. Non ci può essere giustizia senza senso etico cioè capacità a discernere il bene del male, il giusto dall’ingiusto. Le tecniche algoritmiche non sono capaci di pathos né di ethos, né sensibilità né etica. Non c’è “intelligenza” artificiale.
Le sue letture, i suoi studi, la sua esperienza di vita: ci sono tratti di comunanza tra giudicato e giudice?
Giudicato = l’opera del giudice o la persona giudicata? La mia risposta parte dal senso di opera del giudice.
Il giudicato è l’opera del giudice. Dunque, il giudicato è prodotto a partire della tecnica giuridica ma anche del giudice stesso. Il giudicato non è mai dato al giudice, non è mai una semplice operazione di deduzione. La legge è per definizione astratta e generale. E anche parecchio complessa, a volte contraddittoria o lacunare. Dunque, per giudicare un caso, bisogna non solo trovare le regole applicabili in una foresta di testi ma anche combinarle, e anche adattarle al caso concreto. Questa operazione non è solo razionale. Richiede anche una grande parte di intuizione. Il giudicato è la creazione del giudice a partire di ciò che è e di ciò che sa, ma anche di ciò che non è e di ciò che non sa. Il giudicato è pieno di vuoto, è un’affermazione a partire di un dubbio. Nel nostro sistema giuridico, non è lecito per il giudice creare le leggi. Deve essere la bocca che pronuncia le parole della legge. Può essere più o meno bravo a nascondersi dietro la sua tecnica, ma ci mette sempre tanto di sé stesso. Il giudizio può dare l’apparenza di un sillogismo, quasi di un’equazione matematica. Ma è invece un’operazione misteriosa, misto di razionalità e di intuizione.
Terrorismo, tribunale mediatico, demagogia legislativa, rivolte popolari: ricorda un fatto che l’ha scossa emotivamente in modo particolare? Queste sono in effetti manifestazioni del ritorno dell’emotività collettiva repressa che evoco in Riumanizzare il diritto. Certo, ho vissuto scosse emotive questi ultimi anni in relazione con questi fenomeni di violenza dovuti in parte alla mancanza di canalizzazione di emozioni collettive legittime. Per esempio, sono stata molto colpita dal movimento popolare dei Gilet Gialli, contestazione davanti a un potere troppo autoritario e tecnocratico, lontano dai bisogni reali della società. Ma mi ha soprattutto scossa la sua repressione ordinata dal potere esecutivo. Persone chiaramente innocue sono state picchiate con una violenza incredibile. L’ONU ha pure condannato l’uso sproporzionato della forza dalla polizia francese in questa occasione. Sono anche stata impressionata dal movimento di liberazione della parola delle vittime di violenze sessuali (#metoo). È stato molto più forte in Francia che in Italia e lo è tuttora. Non valido la soluzione del tribunale mediatico. Ma riconosco che l’inefficienza del nostro sistema giudiziario a proteggerle in modo adeguato ne è altamente responsabile. Sono convinta che si può conciliare una migliore protezione giudiziaria contro queste violenze con il rispetto della presunzione d’innocenza e con le altre garanzie di un giusto processo. La funzione del diritto è una funzione di conciliazione.
Maud Coudrais Dottore in Diritto privato e Criminologia, si è laureata con una tesi sulla conciliazione tra la tecnica giuridica e la giustizia. Avvocato dal 2001, è iscritta al foro di Parigi e si dedica al diritto delle persone, della famiglia e della tutela patrimoniale, in particolare nel contesto internazionale, specialmente franco-italiano. Pubblica regolarmente articoli sia in riviste giuridiche sia in quelle non specialistiche.
Lei affronta la complessa questione del potere nel campo dell’educazione, concentrandosi sull’elemento spaziale dell’istituzione scolastica.
Per quale ragione la sua analisi ha guardato verso Michel Foucault?
Anche se in Foucault è assente un’analisi specifica sul nesso fra forme del sapere pedagogico e relazione di potere, le sue ricerche sulla psichiatria, la medicina, il diritto penale, nonché i concetti di dispositivo, potere disciplinare, spazio-potere, governamentalità, eterotopia, ecc. risultano assai proficui ed illuminanti se utilizzati in ambito pedagogico. O meglio se utilizzati nella prospettiva di una pedagogia critica che considera se stessa una “pratica di libertà”, grazie alla quale si passa da un’educazione cristallizzante ed imposta dai dominanti ad una materialmente trasformatrice, che parte dalla liberazione della “potenza” dei corpi, in tal caso dei minori, da secoli incatenati ai banchi scolastici così come a concetti che non funzionano più.
D’altra parte l’intero lavoro di Foucault, come egli stesso ha affermato, è stato quello di ricomporre la storia dei diversi modi in cui nella nostra cultura gli esseri umani vengono resi soggetti: una storia che ha che fare con il potere, o meglio con il complesso rapporto tra forme di sapere e forme di potere. Per tal motivo la sua proposta politico-filosofica risulta fondamentale per la trattazione di questi temi, anzi direi fondante sotto molti aspetti, poiché Foucault è stato uno dei primi pensatori che ha parlato di clausura alludendo alla somiglianza tra l’ambiente fisico della scuola e quello carcerario. Di questo importante pensatore francese ho in primo luogo condiviso l’idea che l’istanza di disciplina e di controllo che presiede al sorgere delle carceri si sia affermata − e perduri ancor oggi − anche in altre “istituzioni segregative” che nascono parallelamente in seno alla società occidentale: ospedali, manicomi, scuole, caserme e che ancor oggi assistiamo purtroppo alle propaggini delle istituzioni totali in quelle ordinarie.
Riguardo più specificatamente all’elemento spaziale di quello che viene definito dispositivo disciplinare scolastico, ho guardato a Foucault per la fondamentale importanza attribuitagli, tanto da aver definito la nostra esser l’epoca dello spazio.
Filosoficamente parlando per Foucault lo spazio è una categoria archeologica-epistemica in relazione alla definizione del rapporto potere-sapere, da sottoporre a disamina nell’ambito dei suoi punti di applicazione: nell’urbanistica, nell’architettura degli apparati clinici e carcerari, a cui aggiungo quelli formativi-educativi.
Oltre ad esser spazio-visibile e spazio-dicibile, esso è dunque spazio-potere.
Lo stesso spazio urbano viene considerato una forma della dislocazione dello spazio-potere.
Detto in altre parole e semplificando, l’analisi dello spazio permette di cogliere le diverse strategie di controllo dei corpi e delle menti e la disciplina è sostanzialmente la ripartizione della fisicità dei corpi nello spazio quadrettato (quadrillage).
“Ad ogni individuo il suo posto, ed in ogni posto il suo individuo”, affermerà in Sorvegliare e punire.
L’edificio scolastico risulta in tal caso emblematico.
Il luogo principe deputato all’apprendimento nella nostra cultura e nella nostra società, oltre ad esser chiuso e ben delimitato da muri e cancelli, opportunamente distaccato dal contatto con la città, è ulteriormente suddiviso in classi, costrette in aule.
Ogni aula ha infine il proprio banco, a cui corrisponde la posizione di un alunno che non può spostarsi liberamente.
Lo spazio scolastico è accessibile previa autorizzazione dell’insegnante che diventa il controllore della disciplina, disposto a sanzionare dove se ne presenti l’occasione.
Cosa che a tutti noi sembra “normale”, ossia viene percepita come “naturale e immutabile”.
Il concetto di spazio-potere elaborato da Foucault, mi ha permesso dunque di indagare la relazione tra l’elemento spaziale dell’istituzione scolastica e il suo dispositivo disciplinare e l’organizzazione, con la configurazione spaziale della città post-moderna, nel mio saggio definita ipercittà, in cui il piano filosofico, politico e pedagogico si compenetrano necessariamente.
Città dei flussi, città-rete, città-panico: quali le peculiarità di quella che definisce “ipercittà”?
Il concetto di ipercittà è ripreso dagli studi di sociologia urbana. Esso è il paradigma di un processo sempre più veloce di espansione smisurata, frammentazione e diversificazione della città moderna o per meglio dire della vecchia metropoli.
Una metropoli in divenire attraversata da una serie di processi di delocalizzazione, de-territorializzazione, di erosione-trasformazione dello spazio pubblico e di creazione di mondi virtuali all’interno di quelli reali, che hanno trasformato per sempre il suo volto, fino a renderla irriconoscibile a se stessa, fino a farle perdere il suo senso.
L’ipercittà si presenta come una rete che si estende continuamente, in cui la dicotomia centro-periferia, città-campagna, pubblico-privato è ormai quasi totalmente superata. Questa struttura reticolare concepita sul modello di Internet, è costantemente attraversata da flussi: di persone, di informazioni e di merci, che seguono i ritmi ansiogeni della produzione e del consumo imposti dal sistema neoliberista.
L’ipercittà è dunque sostanzialmente la nuova polis o onnipolis, come viene definita da Virilio, soggetta a nuove forme di monitoraggio, controllo e regolamentazione degli stessi flussi, attraverso strumenti e metodologie sempre più invasive e pervasive, tanto da risultare, come affermava Agamben, un’immensa prigione, ma senza sbarre e mura cintate.
Emblematica al riguardo la presenza ormai capillare di telecamere dallo “sguardo vorace e indiscreto”, che direttamente e indirettamente condizionano i nostri movimenti e atteggiamenti.
Una nuova realtà urbana in cui si assiste all’emergere di una miriade di nuovi gruppi di utenti-abitanti atomizzati ed abbacinati dalle luci della fagocitante “consumosfera”.
I cui valori che la abitano ostracizzano chi non risulti in sintonia con i tratti dell’homo consumens e questo a causa soprattutto della colonizzazione da parte dei cosiddetti non-luoghi, ossia luoghi privi di identità, storicità e possibilità di instaurare relazioni durevoli, che riducono i cittadini a meri clienti, guidatori o passeggeri.
In questa nuova ed inedita realtà urbana si inserisce l’edificio scolastico.
La sua riflessione assume un’ottica chiaramente istituzionalista e libertaria.
Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, incedere oltre la struttura architettonica scolastica così come data e nota?
Se l’accento del significato della parola “istituzione” viene posto sull’atto dell’istituire e non sullo sterile risultato di questo atto, prende avvio una lettura dinamica che guarda ai processi e dunque al divenire, alla continua trasformazione. La definizione di Castoriadis dell’istituzione come tensione dialettica tra ciò che è istituito e dunque organizzato e pietrificato e la spinta istituente, che induce alla trasformazione in modo creativo, apre alla possibilità di guardare in modo diverso anche alla struttura architettonica scolastica.
Alcuni esponenti del movimento istituzionalista, guardarono per primi al conflitto generato tra chi gestisce il già istituito (lo amministra e difende) e chi cerca di promuovere delle modificazioni; Ardoino in Education et politique sottolinea che la vera posta in gioco del permanente conflitto presente nella dimensione dell’istituzione è il potere, l’immaginario e la rappresentazione di sé. Ritorniamo dunque in qualche modo a Foucault, al tema del potere normativo e del dominio dei corpi.
Senza addentrarci troppo in queste tematiche, non presenti nel mio saggio, che sfociano nell’ambito della filosofia del diritto, possiamo dire che l’istituzione è in realtà un processo, in cui vige una lotta tra l’istituito e gli istituenti, ossia con ciò e chi vuole produrre cambiamenti, anche radicali, perché sentono che qualcosa non funziona più o non è in realtà mai funzionato.
Questo processo viene denominato processo di “istituzionalizzazione”, in cui possiamo leggere le dinamiche dell’organizzazione, quindi di normalizzazione.
Cercando di rispondere alla sua domanda, farei presente che un’istituzione, spesso può trovarsi sovrapposta ad un’altra e questo dà origine al celarsi di una da parte dell’altra. Un esempio è proprio quella dell’istituzione pedagogica, che può fare a meno della scuola, come ha dimostrato Illich – figurarsi della sua mortificante, plumbea e segregante struttura architettonica – così come Basaglia ha dimostrato che l’istituzione terapeutica può operare benissimo senza il manicomio.
Se in passato il manicomio era considerato uno strumento fondamentale della terapia, forse oggi possiamo iniziare a pensare che anche la struttura scolastica, come è stata sin d’ora concepita, non sia necessaria all’apprendimento e all’educazione. Questo credo sia la questione. Nelle mie riflessioni non è presente nessuna idea romantico-libertaria che guarda ad un caotico e sterile (se non pericoloso) “libera tutti”, ma guarda con vivo interesse all’idea di città educante ed educazione diffusa elaborata da Mottana e Campagnoli, una proposta educativa autenticamente rivoluzionaria nel panorama attuale italiano.
La scuola appare soprattutto costrizione, organizzata in spazi e tempi che non tengono conto delle reali esigenze dei bambini e degli adolescenti, tenuti per ore e ore seduti immobili su scomodissimi banchi, imprigionati dentro le quattro mura delle aule, in edifici grigi e delimitati da alte cancellate, con tanto di “sorveglianti”.
La struttura monolitica e “segregante” scolastica, in cui il potere disciplinare la fa ancora da padrone rende ardua, se non impossibile la piena realizzazione di tutte quelle idee e metodi proposti più di un secolo fa da Dewey, Cleparède, Ferrière, Freinet e gli altri esponenti del fenomeno delle “scuole nuove” e della “scuola attiva”, che affermavano l’educazione deve partire dai bisogni del bambino e dai suoi interessi spontanei, che deve esser mantenuto il legame tra realtà scolastica e realtà pre-scolastica, che lo slancio vitale del bambino corrisponde alla sua esigenza di creazione e innovazione e va dunque lasciato fruttificare attraverso l’attività spontanea.
Sperimentazioni e progetti innovativi condotti mediante gli strumenti digitali.
Reputa che il digitale sia utile alla formazione di un “soggetto etico”?
Il pedagogista venezuelano Bonilla-Molina, nel suo interessante saggio intitolato Apagón Pedagogico Global, afferma di non essere nemico della tecnologia ma che la tecnologia del XXI secolo non ama la pedagogia; specificando che tutte le tecnologie che si sono sviluppate negli ultimi decenni hanno avuto come fine quello di rilocalizzare adulti e bambini dentro le mura sicure di casa. In sostanza egli afferma che la tecnologia della Quarta Rivoluzione Industriale guidata dal neoliberismo, sta promuovendo una sorta di stato virtuale e dando luogo ad una non-società.
In generale posso dire che mi ritrovo in gran parte in questa lettura del fenomeno. Anche la scuola, ultima roccaforte di socialità e potenzialmente di sviluppo di un pensiero critico-trasformativo, si sta sempre più omologando a questa deriva tecno-burocratica dal forte sapore totalitario.
Il problema a mio avviso sta dunque a monte, ovvero nel fatto che gran parte delle istituzioni formative, hanno delegato le loro infrastrutture digitali ai colossi dell’IT mondiali, quali Microsoft, Google, ecc. La pandemia ha poi esasperato ed accelerato questo processo. Le scuole travolte dall’emergenza si sono affidate a quelle aziende private per svolgere le loro attività e i docenti, nonché gli studenti, non hanno potuto e non possono tutt’oggi decidere liberamente a riguardo delle metodologie di insegnamento e apprendimento legate ai nuovi strumenti digitali.
Anche in tal caso riporto al centro la questione del potere e della diversità, che passa anche per la tecnodiversità.
Purtroppo la storia delle tecnologie a scuola è piena di abbagli, a partire dai film, che avrebbero cambiato radicalmente la didattica.
Non saprei dire se il digitale in sé possa esser utile alla creazione di un soggetto etico.
Ciò che è fondamentale, a mio avviso, è il tipo di relazione di potere che si instaura con le macchina e più in generale con il non-umano (siano essi animali, piante o oggetti tecnologici).
Bisognerebbe in primo luogo instaurare un nuovo rapporto libero e paritario con i nuovi strumenti digitali, che non riproducano le dinamiche di sfruttamento e alienazione che dominano i rapporti nelle nostre società tecnologicamente avanzate, letti come naturali, a causa di una malsana idea di progresso e sviluppo.
Chiedersi come funzionano, chi le ha prodotte, per quali fini, sarebbe un buon inizio.
Quello che personalmente cerco di arginare è l’esposizione a quello che viene definito tempo-schermo, ovvero il tempo di esposizione totale a tutti i tipi di schermi (tablet, LIM, tv, smartphone, ecc) con tutto ciò che di negativo ne consegue: stimolazione dell’attenzione involontaria, insonnia, disturbi alimentari legati alla sedentarietà e soprattutto l’indebolimento del potere della parola. Nell’ultimo saggio di Lanza, Perdere tempo per educare, ho trovato al riguardo un’interessante trattazione.
Kahoot!O i vari quiz utilizzati da maestri e docenti per rendere più accattivanti e meno soporifere le loro lezioni, utilizzando ad esempio la piattaforma Google Classroom, conducono verso la quantificazione della prestazione e la mortificazione del corpo, soprattutto dei bambini, due aspetti che reputo assai negativi.
Quando mio figlio mi dice di aver passato l’intervallo a vedere un video sulla LIM, invece di giocato in giardino, la cosa mi inquieta. Foucault definiva al riguardo il giardino come una sorta di eterotopia felice e universalizzante.
Per non parlare di quelli che potremmo ormai definire antisocial network, sempre più utilizzati per comunicare in contesti educativi.
Esisteranno probabilmente alcuni progetti innovativi che attraverso l’autogestione o co-gestione di strumenti digitali, possano portare a forme di sviluppo dell’autonomia del soggetto, dello sviluppo delle proprie potenzialità, della propria creatività, che guardano alla liberazione dalla compulsione al consumo, ecc. ma il punto centrale è che il corpo, reso docile e “sottomesso” in modo più o meno soft, non è visto come luogo di partenza di ogni utopia, come “punto zero del mondo”.
Il corpo docile e assoggettato è quello dipendente dalle tecnologie del potere, in cui rientrano le nuove tecnologie digitali, che lo producono e lo utilizzano come mezzo produttivo e di consumo, per il mantenimento del sistema stesso.
Leggendo il suo saggio, balza in mente la “pedagogia nera” quale pedagogia correzionale volta al condizionamento.
Quale alternativo mediatore pedagogico propone, affinché ciascuno acceda ad una profonda comprensione di sé stessi e dell’Altro?
Nel saggio parlo al riguardo di una grigia pedagogia analitico-direttiva, che si concretizza non tanto e ormai non più in forme di violenza psico-fisica, anche se purtroppo la violenza psicologica e il sadismo di molti insegnanti verso i propri alunni, o di educatori verso i propri educandi, sono ancora una triste realtà, ma alla sottile persuasione e manipolazione da parte di un sistema di formazione che mistifica, dietro un linguaggio “positivo”, nuove forme di assoggettamento.
Che punta ad esempio all’inclusione della diversità e non all’esaltazione di quest’ultima, omologando al sistema i soggetti definiti “diversamente abili”. Ma “abili” rispetto a che cosa? Sarebbe bene chiedersi.
Vorrei però precisare che questo non è un libro sulla scuola in senso stretto, o meglio e specificando, non è un libro sulla metodologia, l’apprendimento, ecc. ma un saggio che guarda sostanzialmente in modo critico alla relazione tra l’elemento spaziale dell’istituzione scolastica e la configurazione spaziale della città post-moderna. Che parte dalla constatazione di un controllo sociale esasperante e dalla concomitante esplosione di un disagio sempre più marcato e diffuso, ben rintracciabile all’interno delle scuole di ogni ordine e grado, così come in altri ambienti educativi.
Un libro di critica verso una pedagogia della normalità e dell’adattamento, una pedagogia che si fa strumento di una politica della “normalizzazione”, (per cui chi non si allinea viene rieducato anche attraverso somministrazione di psicofarmaci) che vede come adeguata e appunto normale la struttura architettonica, monolitica e “segregante”, in cui le diverse pratiche educative vengono agite, al di là dei diversi mediatori pedagogici.
La scuola dovrebbe educare a rompere le catene di comando/obbedienza, condurre all’autogestione, attraverso pratiche di libertà volte alla conoscenza di sé, alla cura di sé, allo sviluppo di quell’animale politico capace di partecipare alla vita collettiva e alle decisioni che riguardano il proprio luogo di vita.
L’istituzione totale, a mio avviso, non è solo il carcere, la casa di riposo, la clinica psichiatrica ma qualsiasi servizio pubblico, soprattutto educativo, che ha perso il contatto con la comunità vivente, o peggio che non lo ha mai perseguito, rinchiudendosi in una crisalide fatta di norme, procedure, protocolli, così come organizzazioni spaziali monolitiche e statiche.
L’educazione diffusa può condurci oltre il processo e il rischio di normalizzazione, oggettivazione e canalizzazione delle energie creative ai fini del profitto e questo porterà indubbiamente ad una migliore comprensione di sé.
Fare scuola immersi nell’ambiente esterno, in aperta dialettica con la città, contribuirà a indicare e rafforzare le connessioni tra la comunità e il proprio territorio, ponendo un argine alla deriva securitario imperante. E questo ci aiuterà a condurci ad una più profonda comprensione dell’Altro, che sta in noi e fuori da noi, attraverso la contaminazione e l’attraversamento del corpo-territorio.
Quello che posso dire per concludere è che se il soggetto è il risultato della relazione tra l’essere vivente e i dispositivi, è bene dunque lavorare sui dispositivi, soprattutto educativi, o meglio sui suoi elementi strutturali, in primo luogo quello spaziale.
Giuseppe Dambrosio
Laureato in Filosofia e in Scienze Pedagogiche.
Oltre a diverse raccolte di poesie ha pubblicato L’Alienato pastore dell’Essere, in M. Bellini (a cura di), Corpo e rivoluzione. Sulla filosofia di Luciano Parinetto (2012); Heidegger, a destra della verità. La filosofia e la scelta del nazismo(2021) e Potere, soggettività, post-modernità (2021).