Nel mondo omerico l’accoglienza dello straniero aristocratico, ma anche del mendicante, si presenta come una vera e propria istituzione sotto l’egida della divinità.
Ebbene, quali sono le ragioni per le quali non è ancora un atto di carità individuale?
Il mondo di Omero rappresenta una società altamente insicura: atti di brigantaggio o pirateria e naufragi mettono a serio rischio la vita di coloro che si spostano da una regione ad un’altra o, comunque, mostrano la fragilità e l’incertezza della condizione umana che in breve può condurre ricchi nobili a diventare raminghi bisognosi di protezione. Infatti, poiché a tutti capita di muoversi da un paese ad un altro in cerca di qualche prodotto che manca nella loro terra, tutti sono anche sottoposti all’alea del viaggio. La regola dell’ospitalità garantisce la formazione di una rete di solidarietà necessaria alla sicurezza di ognuno: oggi sono naufrago io e sarai tu ad ospitarmi, rifocillarmi, darmi dei doni; domani capiterà a te essere nella mia stessa posizione odierna e sarò io a prendermi cura di te. C’è, nell’aiuto che si fornisce agli altri, la consapevolezza di un destino imprevedibile che incombe su ogni membro della specie umana – una consapevolezza che, oggi, quando i naufragi sono rischi corsi solo da una parte dell’umanità, perché l’altra viaggia in navi grandi e sicure, si è persa e che riappare solo davanti a tremendi disastri naturali, come i terremoti, che appunto riescono a far mettere da parte inimicizie tra i popoli e a indurli, purtroppo solo momentaneamente, ad aiutarsi reciprocamente.
Noi Greci vs. Loro Barbari, Noi Civili vs. Loro Selvaggi, Noi Cittadini vs. Loro Sudditi.
Polarità semantiche che sottendono l’“inferiorizzazione” degli Altri e quanto gioca il mito dell’autoctonia?
Sì, nell’antica Grecia la discriminazione è attuata attraverso il ricorso a quelle dicotomie che, purtroppo, sono ancora le nostre. Tra l’altro, venuta oggi meno (almeno in generale) l’inferiorizzazione fondata sul colore della pelle che era propria ancora del Novecento, l’analogia tra il razzismo odierno e quello antico è notevole: sia l’uno, sia l’altro, infatti, sono su base “democratica”; è la cultura – naturalmente la propria, spacciata per quella vera, unica, universale – che viene considerata il criterio distintivo tra ‘buoni’ e ‘cattivi’. Il mito dell’autoctonia, che agli Ateniesi assicurava di essere nati dalla terra in senso letterale e non figurato, ha un ruolo importante in questa narrazione ‘esclusivista’, che rigetta coloro che parlano una lingua incomprensibile per un Greco (che appunto per questo li chiama bárbaroi, ovvero “quelli che fanno bar-bar”), gli immigrati (epélydes) e i ‘misti’ (migádes), e confina ed emargina, vietando loro la proprietà del suolo cittadino e dunque l’agricoltura, i coabitanti stranieri (métoikoi) ai quali concede di svolgere solo mestieri considerati, per così dire, apolitici o addirittura antipolitici in quanto fondano il legame sociale sul denaro e sullo scambio commerciale, quelli dell’artigiano, del commerciante, del banchiere. Tale mito lega invece il diritto di cittadinanza al sangue che si trasmette di padre in figlio che hanno abitato sempre nello stesso luogo e non si sono mai mescolati con altri popoli. Ciò non basta, tuttavia, a impedire ragionamenti come quello di Platone secondo cui la divisione tra Greci e barbari è semplicemente … ellenocentrica: in realtà, è ogni popolo a considerare la lingua degli altri incomprensibile, cioè un “bar-bar”, e, come afferma Diodoro Siculo, non solo i Greci ma anche molti popoli ‘barbari’ si vantano di essere autoctoni. Quanto alla pretesa che gli individui hanno di essere “da sempre” appartenenti allo stesso popolo e di avere la stessa cultura, ancora Platone ricorda che, ovviamente, a causa di guerre e carestie che hanno sempre determinato migrazioni e cambiamenti di fortuna, ciascuno annovera tra i suoi antenati sia re sia mendicanti, sia greci sia barbari, e che le credenze, le parole e i costumi si trasmettono, mediante scambi e frequentazioni, da un popolo a un altro (e oggi già la semplice analisi dei cognomi ci può dire che non esiste la famiglia “italiana, o di qualsiasi altra nazionalità, da sempre”, come non esistono culture che non si permeino reciprocamente – il Cristianesimo, per fare un esempio solo, non è una fede nata in un altro continente?).
Molte deroghe al principio della cittadinanza fondata sullo jus sanguinis nella Grecia della democrazia.
Si possono scorgere cenni di razzismo?
Propagandato a livello ideologico, nella realtà lo jus sanguinis non ‘regge’ non soltanto, come ho appena detto, considerando l’orizzonte diacronico lungo ma neanche analizzando la temporalità breve di cui c’era piena consapevolezza generale. Esigenze di incremento demografico, per lo sviluppo economico o per riempire le fila dell’esercito, portavano spesso, infatti, a dare la cittadinanza a “stranieri” e talvolta, come ad Atene nel 406 a.C., perfino a schiavi. Dunque, la preclusione non era un dato di fatto necessario e inoppugnabile ma soltanto una dichiarazione di principio che veniva messa da parte quando la polis aveva bisogno degli ‘Altri’ – salvo essere abbracciata poi dai nuovi cittadini nei confronti di coloro che continuavano a ‘rimanere fuori’. Tali nuovi cittadini si facevano vettori, insomma, di una sorta di “caporalato ideologico” vittimizzando quelli che permanevano nella loro precedente condizione.
Lei cita esempi di gestione pacifica di conflitti etnici all’interno di poleis nonché le novità apportate dai cristiani.
Come la nozione di cittadinanza spirituale sostituisce quella di cittadinanza politica?
Non bisogna negare che il rapporto tra cittadini e stranieri, quando presenti in numero consistente, poteva rivelarsi problematico. La cultura degli stranieri poteva essere abbastanza diversa da quella della polis di accoglienza e, se col tempo avveniva un buon amalgama, invece nella prima fase, in diversi casi, si manifestavano dissidi e tensioni e addirittura conflitti, dovuti a rivendicazioni politiche dei nuovi arrivati, che portavano a cambiamenti di regime (Aristotele, nella Politica, cita diversi casi). Venivano spesso individuati, tuttavia, modi per superare questi rischi: da una interculturale mistione di leggi “greche e barbare”, basata sul graduale affinamento tra le due parti, all’affidamento della risoluzione dei conflitti ad una figura arbitrale, che poteva essere l’oracolo di Delfi o un individuo estraneo alle due parti. Nel caso di resistenze particolarmente forti al ‘mescolamento’, come nel caso degli Ebrei che avevano credenze e pratiche religiose che rifiutavano totalmente l’apertura la mistione con costumi ‘altri’ (tanto che questo popolo veniva considerato “misantropo e xenofobo”), i governanti potevano concedere la formazione di un regime parzialmente autonomo (all’interno di una forma, potremmo dire, multiculturale); in alcuni casi, quando la loro chiusura era risultata inaccettabile, in certi momenti dell’impero romano, gli Ebrei avevano fatto ricorso non alla ribellione armata ma a una vera e propria tecnica di disubbidienza civile, mostrandosi pronti ad accettare la morte pur di conservare i loro costumi religiosi e facendosi in tal modo ammirare per il loro coraggio e accettare. Quanto alla dottrina di Gesù, un migrante che andava vagando per le città, il suo messaggio non poteva che essere di apertura all’accoglienza; i suoi seguaci che si trovavano sparsi in tutti i paesi, poi, costituivano una comunità basata su valori religiosi e, appunto, trasversale rispetto a quella della cittadinanza intesa in senso giuridico-politico. Fu uno di tali seguaci, Basilio di Cesarea (IV sec.), a portare alle estreme conseguenze l’idea di una comunità meta-cittadina istituendo un vero e proprio centro di accoglienza per stranieri – come lo chiamiamo oggi – che costituì una vera e propria svolta culturale capace di stimolare una politica di emulazione in questa direzione anche da parte dell’imperatore politeista Giuliano.
Professore, lei tiene seminari e laboratori sulla gestione creativa dei conflitti. Come si pratica la nonviolenza?
È la domanda più difficile, a cui, in mancanza di molto spazio, conviene rispondere nella maniera più breve: si pratica studiandola, perché si tratta di una disciplina e non, come spesso si pensa, di una credenza morale, e … facendo esercizio, molto esercizio, sapendo che, anche sulla base dell’esperienza, ci sarà sempre da imparare – anche qui, come in ogni disciplina.
Andrea Cozzo è Professore Ordinario di Lingua e letteratura greca presso l’Università di Palermo. Per anni ha condotto anche, presso la Facoltà di Lettere, il Laboratorio di teoria e pratica della nonviolenza. Tiene ancora oggi seminari e laboratori sulla gestione creativa dei conflitti. Iscritto al Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, ha pubblicato articoli e diverse monografie. Tra queste ultime: Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa, Milano, Mimesis 2004; Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica, Milano, Mimesis 2018; La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Trapani, Di Girolamo 2022.









