Stranieri. Figure dell’altro nella Grecia antica

Nel mondo omerico l’accoglienza dello straniero aristocratico, ma anche del mendicante, si presenta come una vera e propria istituzione sotto l’egida della divinità.
Ebbene, quali sono le ragioni per le quali non è ancora un atto di carità individuale?

Il mondo di Omero rappresenta una società altamente insicura: atti di brigantaggio o pirateria e naufragi mettono a serio rischio la vita di coloro che si spostano da una regione ad un’altra o, comunque, mostrano la fragilità e l’incertezza della condizione umana che in breve può condurre ricchi nobili a diventare raminghi bisognosi di protezione. Infatti, poiché a tutti capita di muoversi da un paese ad un altro in cerca di qualche prodotto che manca nella loro terra, tutti sono anche sottoposti all’alea del viaggio. La regola dell’ospitalità garantisce la formazione di una rete di solidarietà necessaria alla sicurezza di ognuno: oggi sono naufrago io e sarai tu ad ospitarmi, rifocillarmi, darmi dei doni; domani capiterà a te essere nella mia stessa posizione odierna e sarò io a prendermi cura di te. C’è, nell’aiuto che si fornisce agli altri, la consapevolezza di un destino imprevedibile che incombe su ogni membro della specie umana – una consapevolezza che, oggi, quando i naufragi sono rischi corsi solo da una parte dell’umanità, perché l’altra viaggia in navi grandi e sicure, si è persa e che riappare solo davanti a tremendi disastri naturali, come i terremoti, che appunto riescono a far mettere da parte inimicizie tra i popoli e a indurli, purtroppo solo momentaneamente, ad aiutarsi reciprocamente.

Noi Greci vs. Loro Barbari, Noi Civili vs. Loro Selvaggi, Noi Cittadini vs. Loro Sudditi.
Polarità semantiche che sottendono l’“inferiorizzazione” degli Altri e quanto gioca il mito dell’autoctonia?

Sì, nell’antica Grecia la discriminazione è attuata attraverso il ricorso a quelle dicotomie che, purtroppo, sono ancora le nostre. Tra l’altro, venuta oggi meno (almeno in generale) l’inferiorizzazione fondata sul colore della pelle che era propria ancora del Novecento, l’analogia tra il razzismo odierno e quello antico è notevole: sia l’uno, sia l’altro, infatti, sono su base “democratica”; è la cultura – naturalmente la propria, spacciata per quella vera, unica, universale – che viene considerata il criterio distintivo tra ‘buoni’ e ‘cattivi’. Il mito dell’autoctonia, che agli Ateniesi assicurava di essere nati dalla terra in senso letterale e non figurato, ha un ruolo importante in questa narrazione ‘esclusivista’, che rigetta coloro che parlano una lingua incomprensibile per un Greco (che appunto per questo li chiama bárbaroi, ovvero “quelli che fanno bar-bar”), gli immigrati (epélydes) e i ‘misti’ (migádes), e confina ed emargina, vietando loro la proprietà del suolo cittadino e dunque l’agricoltura, i coabitanti stranieri (métoikoi) ai quali concede di svolgere solo mestieri considerati, per così dire, apolitici o addirittura antipolitici in quanto fondano il legame sociale sul denaro e sullo scambio commerciale, quelli dell’artigiano, del commerciante, del banchiere. Tale mito lega invece il diritto di cittadinanza al sangue che si trasmette di padre in figlio che hanno abitato sempre nello stesso luogo e non si sono mai mescolati con altri popoli. Ciò non basta, tuttavia, a impedire ragionamenti come quello di Platone secondo cui la divisione tra Greci e barbari è semplicemente … ellenocentrica: in realtà, è ogni popolo a considerare la lingua degli altri incomprensibile, cioè un “bar-bar”, e, come afferma Diodoro Siculo, non solo i Greci ma anche molti popoli ‘barbari’ si vantano di essere autoctoni. Quanto alla pretesa che gli individui hanno di essere “da sempre” appartenenti allo stesso popolo e di avere la stessa cultura, ancora Platone ricorda che, ovviamente, a causa di guerre e carestie che hanno sempre determinato migrazioni e cambiamenti di fortuna, ciascuno annovera tra i suoi antenati sia re sia mendicanti, sia greci sia barbari, e che le credenze, le parole e i costumi si trasmettono, mediante scambi e frequentazioni, da un popolo a un altro (e oggi già la semplice analisi dei cognomi ci può dire che non esiste la famiglia “italiana, o di qualsiasi altra nazionalità, da sempre”, come non esistono culture che non si permeino reciprocamente – il Cristianesimo, per fare un esempio solo, non è una fede nata in un altro continente?).

Molte deroghe al principio della cittadinanza fondata sullo jus sanguinis nella Grecia della democrazia.
Si possono scorgere cenni di razzismo?

Propagandato a livello ideologico, nella realtà lo jus sanguinis non ‘regge’ non soltanto, come ho appena detto, considerando l’orizzonte diacronico lungo ma neanche analizzando la temporalità breve di cui c’era piena consapevolezza generale. Esigenze di incremento demografico, per lo sviluppo economico o per riempire le fila dell’esercito, portavano spesso, infatti, a dare la cittadinanza a “stranieri” e talvolta, come ad Atene nel 406 a.C., perfino a schiavi. Dunque, la preclusione non era un dato di fatto necessario e inoppugnabile ma soltanto una dichiarazione di principio che veniva messa da parte quando la polis aveva bisogno degli ‘Altri’ – salvo essere abbracciata poi dai nuovi cittadini nei confronti di coloro che continuavano a ‘rimanere fuori’. Tali nuovi cittadini si facevano vettori, insomma, di una sorta di “caporalato ideologico” vittimizzando quelli che permanevano nella loro precedente condizione.

Lei cita esempi di gestione pacifica di conflitti etnici all’interno di poleis nonché le novità apportate dai cristiani.
Come la nozione di cittadinanza spirituale sostituisce quella di cittadinanza politica?

Non bisogna negare che il rapporto tra cittadini e stranieri, quando presenti in numero consistente, poteva rivelarsi problematico. La cultura degli stranieri poteva essere abbastanza diversa da quella della polis di accoglienza e, se col tempo avveniva un buon amalgama, invece nella prima fase, in diversi casi, si manifestavano dissidi e tensioni e addirittura conflitti, dovuti a rivendicazioni politiche dei nuovi arrivati, che portavano a cambiamenti di regime (Aristotele, nella Politica, cita diversi casi). Venivano spesso individuati, tuttavia, modi per superare questi rischi: da una interculturale mistione di leggi “greche e barbare”, basata sul graduale affinamento tra le due parti, all’affidamento della risoluzione dei conflitti ad una figura arbitrale, che poteva essere l’oracolo di Delfi o un individuo estraneo alle due parti. Nel caso di resistenze particolarmente forti al ‘mescolamento’, come nel caso degli Ebrei che avevano credenze e pratiche religiose che rifiutavano totalmente l’apertura la mistione con costumi ‘altri’ (tanto che questo popolo veniva considerato “misantropo e xenofobo”), i governanti potevano concedere la formazione di un regime parzialmente autonomo (all’interno di una forma, potremmo dire, multiculturale); in alcuni casi, quando la loro chiusura era risultata inaccettabile, in certi momenti dell’impero romano, gli Ebrei avevano fatto ricorso non alla ribellione armata ma a una vera e propria tecnica di disubbidienza civile, mostrandosi pronti ad accettare la morte pur di conservare i loro costumi religiosi e facendosi in tal modo ammirare per il loro coraggio e accettare. Quanto alla dottrina di Gesù, un migrante che andava vagando per le città, il suo messaggio non poteva che essere di apertura all’accoglienza; i suoi seguaci che si trovavano sparsi in tutti i paesi, poi, costituivano una comunità basata su valori religiosi e, appunto, trasversale rispetto a quella della cittadinanza intesa in senso giuridico-politico. Fu uno di tali seguaci, Basilio di Cesarea (IV sec.), a portare alle estreme conseguenze l’idea di una comunità meta-cittadina istituendo un vero e proprio centro di accoglienza per stranieri – come lo chiamiamo oggi – che costituì una vera e propria svolta culturale capace di stimolare una politica di emulazione in questa direzione anche da parte dell’imperatore politeista Giuliano.

Professore, lei tiene seminari e laboratori sulla gestione creativa dei conflitti. Come si pratica la nonviolenza?

È la domanda più difficile, a cui, in mancanza di molto spazio, conviene rispondere nella maniera più breve: si pratica studiandola, perché si tratta di una disciplina e non, come spesso si pensa, di una credenza morale, e … facendo esercizio, molto esercizio, sapendo che, anche sulla base dell’esperienza, ci sarà sempre da imparare – anche qui, come in ogni disciplina.

Andrea Cozzo è Professore Ordinario di Lingua e letteratura greca presso l’Università di Palermo. Per anni ha condotto anche, presso la Facoltà di Lettere, il Laboratorio di teoria e pratica della nonviolenza. Tiene ancora oggi seminari e laboratori sulla gestione creativa dei conflitti. Iscritto al Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, ha pubblicato articoli e diverse monografie. Tra queste ultime: Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa, Milano, Mimesis 2004; Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica, Milano, Mimesis 2018; La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Trapani, Di Girolamo 2022.

Naufraghe

Racconti di Emilia Pardo Bazán traduzione e cura di Alice Salion

Emilia Pardo Bazán è antesignana delle istanze femministe: molestie sul lavoro, abusi domestici, femminicidio sono temi circa i quali anticipava l’esigenza di un dialogo franco.
In qual misura tradurre e rileggere Bazán oggi è un atto politico?

In prima istanza, in quanto la vita stessa di Bazán è testimonianza di forza d’animo e caparbietà declinate nella ricerca del riconoscimento di quei diritti civili alla base della vita di ogni essere umano, come ad esempio quello all’istruzione, per citarne uno molto caro alla contessa. In secondo luogo, proprio riguardo le sue origini aristocratiche, perché è abitudine comune per chi occupa posizioni di prestigio non coltivare alcun interesse verso chi di tali privilegi non può godere. Diversamente, Bazán non soltanto si spende per l’allargamento dei diritti fondamentali di ogni donna, ma dedica anche ampio spazio a tali questioni nella propria produzione artistica.E’ quindi certamente un atto politico immergersi nell’universo bazaniano e il suo linguaggio che anticipava e amplificava l’esigenza di un dialogo su fenomeni purtroppo sempre attuali come quelli da lei citati. La lettura (e traduzione) della violenza patriarcale non può che essere pratica politica.

“Naufraghe”, che offre il titolo alla raccolta, traccia la cornice di un quadro in cui disarmonia, precarietà e agitazione rendono tutte le protagoniste eroine fluttuanti, disperse in un mare iniquo e furioso.
Ogni donna è se stessa e tutte le altre?

Per quanto mi riguarda, certamente sì, confesso di soffrire di idealismo romantico. Ritengo che percepire questo tipo di sorellanza significhi individuare un’universalità nelle esperienze individuali. E questo sentimento di condivisione collettiva diviene strumento utile non soltanto a sviluppare maggiore comprensione ed empatia ma anche —e soprattutto— per generare sano attivismo. Sento si possa liberamente applicare alla lettura di un’opera come Naufraghe così come alla vita di tutti i giorni. Anzi, se coltivassimo più profondamente questa partecipazione ne trarremmo benefici contagiosi.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine.
Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

Nei paesi liberal-democratici le donne hanno ottenuto diritti importanti così come norme per le pari opportunità, ciononostante, le differenze di genere non sono mai scomparse. Il gender gap index descrive il tasso di occupazione femminile italiano come tristemente inferiore rispetto agli altri paesi dell’UE. La retribuzione oraria delle donne è inferiore del 15% rispetto a quella degli uomini nonostante la legge che regola la parità di trattamento salariale sia stata promulgata più di quarant’anni fa. Pochissime donne occupano posizioni apicali nelle istituzioni politiche italiane. E per quanto concerne la sfera della violenza di genere, ricordiamo che la legge che abroga il delitto d’onore è del 1981 e quella contro il femminicidio (ratifica della Convenzione di Istanbul) è datata 2013. Solo per citare pochi dati salienti. L’eguaglianza giuridica e costituzionale è ancora un miraggio.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Assolutamente. Ritengo sia necessaria una revisione storica anche per quanto riguarda certe forme idiomatiche o cliché che smettono di avere una funzione goliardica proprio in forza della loro reiterazione e monodirezionalità. Anche l’attuale dibattito circa il linguaggio inclusivo è di vitale importanza a mio avviso. E’ bene ricordare che molti nomina agentis al femminile esistono sin dall’età classica, non sono l’invenzione di un femminismo sconclusionato. Basterebbe del semplice buon senso per comprendere in modo organico che la lingua e il genere sono costruzioni sociali e come tali mutano naturalmente. Auspico che l’istruzione pubblica se ne faccia carico anche se temo ci vorrà del tempo affinché questo avvenga, e lo dico con ottimismo.

Emilia Pardo Bazán fu contestata, boicottata e stigmatizzata.
Qual è il suo lascito?

Il 13 maggio 1921, giorno seguente alla sua morte, la stampa spagnola acclama i meriti di Bazán che le aveva negato durante tutta la vita. Un’abitudine purtroppo frequente, in molti paesi, quella di incensare personalità antesignane di movimenti considerati non al passo coi tempi, chiaro sintomo di pigrizia intellettuale e codardia. Coniugando la sua vita privata a quella professionale ha certamente spianato la strada ad altre intellettuali che hanno così raggiunto più visibilità e accesso al mondo accademico. Il suo spirito rivoluzionario è un esempio ancora oggi, chiunque legga Naufraghe non potrà non fare paralleli con l’attualità, i fatti di cronaca, con qualche amica/o o addirittura con sé stessa/o.

Emilia Pardo Bazán (La Coruña, 1851 – Madrid, 1921) fu una delle intellettuali più cruciali nella Spagna del XIX secolo: prolifica narratrice, brillante saggista, grande viaggiatrice e fiera antesignana dei principi femministi nel suo Paese. La sua abilità di autrice colta ma franca restituisce la società del tempo con spiccata lucidità e ricchezza descrittiva. Benché contestata, boicottata e stigmatizzata secondo il gusto conservatore dell’epoca, scrive fino all’ultimo giorno, arrivando a produrre circa 600 racconti e 18 romanzi.

Alice Salion è laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia e specializzata in traduzione letteraria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, traduce principalmente letteratura spagnola del XIX secolo. Dal 2016 insegna presso l’Università di Padova.

Naufraghe

In un mondo che crolla. L’originario, la terra e ciò che resta dello Stato-nazione. Heidegger e Pasolini

Heidegger e Pasolini: quale nesso è possibile rinvenire tra due pensatori così distanti, almeno di primo acchito?

Diciamo che per mettere insieme due personaggi del genere c’è bisogno di alcuni termini medi, perché altrimenti l’accostamento resterebbe esteriore. Oltre a quelli esplicitati nel sottotitolo del libro, l’originario la terra lo Stato-nazione, c’è anche un altro, ingombrante, convitato di pietra, cioè a dire la modernità capitalistica, vero termine di paragone di ogni pensiero contemporaneo. E allora, da questo punto di vista, i due protagonisti del libro senz’altro divergono, perché mentre Pasolini, una volta sbarcato a Roma, comprende che la modernità va vissuta dall’interno e va, con coraggio, affrontata, Heidegger si rifugia sempre più, in maniera però formale e tendenziosa, in una fuga dalla stessa, fuga che incrocia il primitivismo nazista e che si concreta sempre più nella critica alla “tecnica”, vista come la radice di tutti i mali del mondo. In realtà, ripercorrendo il pensiero di Adorno, Marcuse e Neumann, questa fuga era soltanto “un’ideologia complementare”, qualcosa usato a bella posta per confondere le acque con il popolo. Così, da una partenza comune, dovuta all’attaccamento alla propria terra, i due pensatori divergono sempre più, come divergono il Friuli e il Baden: il primo fonte di un’acqua dapprima fresca e poi vecchia; il secondo sempre più interno all’ideologia del Blut und Boden, del sangue e della terra, che come è noto rappresenta uno dei capisaldi del razzismo nazista.

Lei, Professore, “tematizza” direttamente i testi, attraverso cui lascia che Heidegger e Pasolini tessano un immaginario dialogo.

Dove ha desiderato condurci?

Come si legge nella Quarta di copertina, le sfide del libro sono molteplici e non è semplice dare una risposta esaustiva alla domanda. Diciamo che, anche se oggi l’approccio accademico appare vituperato (a quanto sembra il mercato vuole soltanto divulgazione a basso profilo), mi è sembrato fondamentale far parlare, nei limiti, direttamente il filosofo e il poeta, cercando anche alle volte problemi di traduzione che passavano attraverso alcune attenuazioni di affermazioni heideggeriane, fatte dagli scolari allo scopo di eludere le invettive contro il loro maestro. Anche se così l’apparato critico del libro è risultato senz’altro corposo, penso di essere riuscito a restituire sia il mondo che crolla e sia gli intenti dei due pensatori negli scritti che ho analizzato. Per fare questo, ho dovuto anche affrontare da una parte i detrattori di Pasolini e dall’altra, al contrario, gli epigoni di Heidegger: i primi, tendono a giudicare l’opera con l’uomo, mentre i secondi l’uomo con l’opera. Ma, al di là dei giudizi morali che si possono dare su queste due posizioni, entrambe profondamente reazionarie, quello che salta agli occhi alla fine della lettura del libro è che non è possibile pensare di dividere il pensiero dalla dimensione politica dello stesso e l’etica dalla biografia (per citare un volume abbastanza dimenticato di Giovanni Amendola).

Lei scrive: “La filosofia e la letteratura non anticipano nulla.”

Ebbene, quali sono i loro sguardi verso il futuro?

Dividiamo i due ambiti. Per quanto riguarda la filosofia, possiamo senz’altro partire dalla famosa affermazione hegeliana fatta nella Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, cioè che “la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”. Cioè a dire, sempre nella terminologia hegeliana, quando la filosofia può dispiegarsi liberamente vuol dire che “una figura della vita è invecchiata” e che non è più possibile farla ringiovanire, ma soltanto conoscerla. Quindi, da questo punto di vista, la filosofia può essere soltanto appartenente al proprio tempo, senza avere la possibilità di fare previsioni. Eppure, nel Novecento, sempre nell’ambito dell’idealismo, Guido Calogero cercherà, per andare idealmente oltre la dittatura fascista, di proiettare la filosofia verso il futuro, perché almeno un’idea dello stesso bisogna averla, se non si vuole ricadere in una sorta di immobilismo. Pertanto, possiamo dire che la filosofia non può tramutarsi in vaticinio, però può proporre una tensione, un cercare di immaginare una realtà migliore di quella nella quale opera. La letteratura, in questo, è senz’altro più lungimirante, anche se parliamo sempre di un “oscuro scrutare”, come diceva Philip Dick. E forse è proprio la fantascienza a dare la spinta maggiore verso la conoscenza del futuro, anche se poi i grandi scrittori di Sci-fi proponevano le loro grandi distopie osservando e criticando quello che avevano davanti a loro. In Italia la fantascienza è sempre stata considerata in maniera sbagliata, così come la letteratura horror, mentre entrambe hanno molto da dire e anzi sanno cogliere meglio del cosiddetto Mainstream le storture della realtà. A metà degli anni Sessanta, Vittorio Somenzi curò un volume molto interessante, La filosofia degli automi, nel quale, al fianco di scienziati e filosofi come Turing, Von Neumann, Ryle, mise anche un estratto dal romanzo Erewhon di Samuel Butler, evidentemente riconoscendo a quella particolare letteratura una spiccata visione del futuro. La fantascienza, per concludere, cerca di andare oltre il taccuino del presente, pur dovendo per forza di cose popolare i propri sogni con il materiale, certo trasfigurato, che ha davanti a sé.

Un mondo che crolla; resti di uno Stato-nazione: cosa significa, oggi, essere “figli del proprio tempo”?

Significa stare in mezzo alle macerie del mondo che è crollato (questa la rubo a Claudio Del Bello). E non ci sarebbe da aggiungere nient’altro, secondo me. Ma, per non lasciare un’immagine soltanto di distruzione, proviamo anche a dare un altro contenuto a questo essere figli del proprio tempo. Mi sembra che il fatto incontestabile che lo Stato-nazione sia diventato una succursale del potere sovranazionale e multinazionale del Capitale sia ormai davanti agli occhi di chi lo voglia vedere. Certo, non è facile aguzzare così la vista, perché in maniera quotidiana siamo subissati da false notizie, da notizie inutili e, cosa ancora peggiore, da notizie intenzionalmente distorte o seppellite. Diversamente dal passato, oggi non dobbiamo andarci a cercare le informazioni di cui abbiamo bisogno e che eravamo in grado di selezionare. Oggi dobbiamo muoverci in un flusso continuo di informazioni, che ci sovrasta, che ci obbliga a ragionare al negativo, cioè a scartare tutto quello che non fa al caso nostro. Però, per chi invece vuole fare la fatica di vedere, adesso essere figli del proprio tempo vuol dire confrontarsi direttamente con il Capitale, senza più infingimenti. Proprio come aveva intuito Pasolini e come invece aveva evitato Heidegger. A mio avviso, non c’è possibilità di riferirsi alla realtà capitalistica se non con la mediazione del pensiero, come ci hanno insegnato Hegel, Marx, Engels e Pasolini stesso, mentre l’opzione inversa, quella di Heidegger e dei suoi accoliti, quella di considerare la realtà capitalistica come qualcosa di immediato non soltanto non regge alla prova della filosofia, ma si rivela essere del tutto nazista e piccolo-borghese, perché toglie di mezzo la presenza del Soggetto e del pensiero.

La docenza la conduce alla quotidiana interazione con i giovani.

Qual è la loro idea di Stato?

Non è semplice rispondere a questa domanda. Un dato abbastanza importante è che, mediamente, i giovani oggi non si interessano di problemi politici, intesi naturalmente non come problemi partitici. Hanno un occhio di riguardo per manifestazioni come i Fridays for Future, ma dietro non c’è una preparazione politica. Si potrebbe dire che le generazioni precedenti non siano state molto attente al clima e al futuro come quelle attuali, e che senza un pianeta non c’è neanche la politica. Però, paradossalmente, senza un ideale politico ed etico forte non ci può essere nessun pianeta. E questo credo che sia decisivo. Un percorso che sto portando avanti nelle ore di storia è quello di far immaginare ai ragazzi cosa accadrebbe se all’improvviso tutte le libertà alle quali sono abituati sparissero. Le risposte sono, naturalmente, disparate e tendono a far vedere come lo Stato sia qualcosa per loro lontano, di cui non ne conoscono purtroppo neanche la storia recente: non sanno che cosa sia Piazza Fontana, non conoscono le lotte degli anni Settanta, non conoscono se non per sommi capi il caso Moro, ecc. Capiscono però bene che molti politici di oggi sono del tutto inadeguati ai loro ruoli e che cadono ripetutamente in contraddizione con sé stessi, svalutando ogni giorno di più l’idea stessa di Stato. Diciamo che, per concludere, l’insegnamento della storia e della filosofia (ma anche della letteratura) può servire a stimolare nei giovani la curiosità verso la conoscenza dei meccanismi che da un lato governano lo Stato e la Storia e dall’altro che hanno condotto lo Stato alla propria, depauperata, forma attuale.

Come dice De Niro alla fine di Casino, questo è quanto. Grazie per l’attenzione.

Emiliano Sabadello è docente di ruolo di filosofia e storia al liceo classico Claudio Eliano di Palestrina, dopo aver insegnato per alcuni anni letteratura italiana e storia.
Ha all’attivo diverse pubblicazioni fra narrativa, saggistica e satira, fra le quali ci sono: Pennywise, un saggio su It di Stephen King, edito da Toutcourt edizioni; Il male maggiore. Stephen King e la violenza contro le donne, edito da Alter Ego edizioni; Il denaro e le sue forme. Teorie del denaro in Marx, edito da Il Rovescio editore. Ha curato, inoltre, un’edizione di alcuni racconti di H.G.Wells, Racconti della prima fantascienza, editi da Alter Ego edizioni. Ha partecipato a volumi collettivi quali: Spinoza. Un libro serissimo, edito da Aliberti e Almanacco Luttazzi della nuova satira italiana 2010, edito da Feltrinelli. Collabora con le riviste letterarie Il corsaronero, La nota del traduttore e Grado Zero.

Cerimoniale

“Cerimoniale”: come e quando ha preso vita e quali sono stati gli umori che ne hanno accompagnato la stesura?

Cerimoniale consta di due raccolte, la prima che dà il titolo al volume presenta testi scritti tra il 2014 e il 2020. E’ una poesia questa di Cerimoniale fondamentalmente di “visioni”, per certi aspetti oracolare, che riduce il mezzo linguistico all’osso dei pensieri, come scrivo in un testo di poetica generale nella seconda raccolta che compone il volume, Opera sesta: «I poeti scelgono spesso la natura/ Io ho scelto i pensieri/ La natura della mente/ Il mare fermo il ghiaccio/ E l’antica tempesta a stare qui». I testi della seconda raccolta rimontano agli anni 2020-2022, hanno il tono di una discorsività esistenziale, sempre però sul basso di fondo di domande ultime e penultime dell’essere al mondo.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

Certamente la poesia, almeno la mia, vorrebbe essere una farmacia dell’anima, medicamenta a lenire domande di straniamento della vita, anche quotidiane: una vita non straniata in un modo o in altro, anche quello di meravigliarsi di gioire, non fa poesia, vive; e il cassetto dei medicinali dell’anima lo lascia chiuso, come è giusto. Anche se al bisogno la poesia ci aiuta ad aprirlo.

Lei scrive versi che narrano quasi d’una atemporalità, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.

La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

La poesia non è descrittiva di un qui e ora che non si sciolga nella verticale di un tempo, di un qui e un’ora che possano essere di tutti. Se le riesce, è la sua ambizione all’universalmente umano cui dare parola.

Perché “nella vita/ il posto è/ dove trovi posto”? qual è il ruolo dell’immaginazione nel percepire chi è ignoto e vestirlo di realtà?

Questi tre versi, brevissimi, titolati come Cerimoniale, che danno il titolo alla raccolta nel suo complesso, nascono dall’esperienza varie volte vissuta per i ruoli accademici, politici, in generale pubblici, che ho ricoperto, ma anche in occasioni private, dell’assegnazione del “posto” nella sala, in prima o seconda o terza fila, o a un tavolo, nei saliscendi della “rappresentazione” della vita. E’ un esergo scettico sul ruolo del caso nei destini della vita, un invito alla serietà di chi entra in Chiesa a non far tanto un problema del banco in cui si trova posto.

La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria alla facilità discorsiva, una poesia “difficile” da leggere.

Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Francamente penso che la poesia più che essere letta “facilmente”, debba essere “sentita”, debba farsi sentire dentro, con un effetto di spiazzamento che deve dare la sua lettura. Non può essere un biglietto di informazioni più o meno corretto delle “esperienze” del poeta bighellonando nel quotidiano con una qualche capacità letteraria. Almeno se vuole essere poesia lirica, che è quella vorrebbe essere la quella di questa raccolta.

Eugenio Mazzarella, filosofo, politico, poeta, è professore emerito di filosofia teoretica presso l’Università Federico II di Napoli. È stato preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo fridericiano, e deputato della Repubblica nella XVI Legislatura. È tra i maggiori interpreti di Heidegger e Nietzsche a livello internazionale. Per Carocci sono stati di recente ripubblicati due suoi classici studi: Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger (2021; 1ª Guida, 1981) e Nietzsche e la storia. Storicità e ontologia della vita (2022; 1a Guida, 1983). I suoi lavori hanno proposto un complessivo ripensamento della filosofia e dell’antropologia della tecnica, lungo il filo conduttore della necessità della resilienza dell’umano alla deriva post-umana dell’uomo tecnico, allo spaesamento della potenza dell’artificio: Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (il Melangolo, 2004; tr. spagnola Tirant lo Blanch, 2016 ); L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo (Quodlibet, 2017). Tra i suoi lavori più recenti: Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri (Neri Pozza, 2019; tr. tedesca Ergon, 2020); Perché i poeti. La parola necessaria (Neri Pozza, 2020); Colpa e tempo. Un esercizio di matematica esistenziale (Neri pozza, 2022); Europa Cristianesimo Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano (Mimesis, 2022); Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis, 2022). Apprezzato poeta ha pubblicato diverse raccolte di versi, tra cui Opera media (il Melangolo, 2004) e Anima Madre (Paparo Edizioni, 2015); per Crocetti è uscita nel marzo 2023 la raccolta Cerimoniale.

La donna e il sacro nell’antica Grecia

Il legame tra la donna ed il sacro nell’antica Grecia è un tema certamente meno sondato di altri.
Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

Una ragione sta sicuramente nel fatto che nel mondo dell’antica Grecia le donne non avevano diritti politici e godevano di ben pochi diritti civili per cui non erano interessanti dato che non erano considerate nel novero dei cittadini ‘attivi’. A ciò va aggiunto il fatto che anche dal punto di vista storiografico si è cominciato ad indagare la storia sociale, quella cioè che non si riferisse soltanto alle battaglie e ai nomi dei personaggi più noti ma che andasse ad indagare quelle che erano le condizioni diffuse e caratterizzanti una società (nel nostro caso quella greca) solo dalla seconda metà del ‘900. Per fortuna diciamo che oggi la condizione femminile dell’antica Grecia è nel complesso ben nota, inserita com’è nel quadro generale della Storia delle Donne, ormai da anni un campo di indagine che gode di consolidata metodologia e di attenzione da parte degli studiosi.
Nello specifico il tema del mio libro si focalizza sull’antichità classica con l’intenzione di offrire un quadro aggiornato e approfondito su un aspetto particolare di questa storia delle donne, quello appunto del rapporto tra la donna e il sacro, un ambito certamente diverso da quello politico ma non per questo marginale o residuale, nel quale le donne hanno goduto di una autonomia, di una libertà e di un prestigio molto diversi rispetto al resto della loro vita politico-civile. Nel libro ho cercato di riportare molte fonti diverse proprio per offrire un quadro vasto e diversificato, certamente non esaustivo, della questione per, appunto, ‘accendere dei riflettori’.

Sacerdotesse, profetesse o partecipi delle grandi feste religiose cittadine. I suoi “ritratti” costituiscono un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Quale tratto le accomuna?

La religione greca può essere considerata come religione della polis cioè come espressione essenzialmente e squisitamente politica nel senso più alto e storicamente comprensivo del termine; questo profondo rapporto tra città e religione va individuato proprio nell’organizzazione del sacro nelle sue più diverse espressioni: il servizio religioso, il sacerdozio, il tempo festivo con i suoi riti, il ritualismo adolescenziale; sono questi i nodi fondamentali per un’analisi concreta del rapporto tra impianto delle ideologie religiose e articolazione dei comportamenti e dei ruoli.
In questa logica anche il ruolo femminile diventa imprescindibile poiché è ben chiaro al mondo maschile dell’antica Grecia il fatto che ci siano delle componenti, degli aspetti della vita umana ma anche della vita politica della città indissolubilmente legati al mondo femminile, a quella parte materna a quella parte ctonia che viene da sempre riconosciuta all’universo femminile, basti ricordare le Potnie e comunque la Grande Madre come divinità femminile per eccellenza.
La convinzione che in alcune espressioni del sacro solo la donna possa essere tramite e interprete perfetta e privilegiata con la divinità fa sì che per lei appunto si creino dei ruoli diversificati ma ugualmente importanti poiché determinano proprio – ci tengo a sottolinearlo – la sopravvivenza stessa della comunità, cioè della polis.

In qual misura gli interventi religiosi delle donne nelle loro città, sacerdozio, la profezia, partecipazione alle feste religiose ed ai rituali civici ed iniziatici, contribuiscono ad un riequilibrio fra i sessi?

Proprio nella gestione del sacro che, ricordiamolo, non è mai legato ad un credo ma viene sempre considerato una forma istituzionale di svolgimento di un ruolo utile per la città, si ridefinisce l’equilibrio fra i sessi. Intanto, a divinità maschili spesso corrisponde sacerdozio maschile a divinità femminile spesso corrisponde sacerdozio femminile, anche se non è così scontato. Ma soprattutto ripeto ci sono delle divinità particolari o degli ambiti particolari che richiedono la presenza di un tramite che sia una donna piuttosto che un uomo.
Quindi è in questo settore che si riconosce la necessità stretta della partecipazione femminile.

Il sentire comune vuole che nell’antica Grecia le donne esistano soltanto in quanto figlie, mogli o madri di cittadini, escluse dall’attività politica. Eppure esse dominano l’ambito del sacro.
Cosa significa concretamente esercitare la “cittadinanza cultuale”?

Ci sono tanti modi per esercitare una cittadinanza e come dico spesso è importante ricordare che parliamo di una società di 2500 anni fa e che bisogna resistere nel tentare di dare classificazioni che sono proprie della sensibilità contemporanea specialmente riguardo appunto alla questione del femminismo. Quindi, senza voler dare delle interpretazioni che vadano oltre a quello che effettivamente storicamente noi possiamo valutare, per ‘cittadinanza cultuale’ in questo caso si intende appunto il fatto che le donne possano svolgere un ruolo civile riconosciuto dalla città e, quindi, anche dalla componente maschile in un contesto che non è più soltanto quello a loro riservato dell’oikos domestico; considerando l’importanza della polis nel mondo greco, dove appunto la città è in qualche modo la vera protagonista della storia, il fatto che la città riconosca alle donne dei ruoli che, ripeto, sono istituzionali e istituzionalizzati questo fa sì che si possa parlare di una cittadinanza cultuale. In questo settore le donne sono tutt’altro che invisibili, tutt’altro che prive di potere, tutt’altro che prive di prestigio.
La politica e la guerra non sono le uniche espressioni della politèia, cioè della cittadinanza: per uomini e donne prendere parte alla cittadinanza significa anche partecipare alle cose sacre; per alcune di esse, spesso legate a miti e rituali particolari, è solo la partecipazione delle donne a garantirne il buon esito, specialmente nelle manifestazioni del sacro (le ierofanie) in cui il dio entra in loro rendendole ‘folli’, di una mania apollinea o dionisiaca, fatta di luce e oscurità.

Quali sono le motivazioni per cui la collettività reputava che la manifestazione della divinità, in modo particolare l’aspetto più pauroso e buio della possessione divina, avvenisse, preferibilmente mediante il genere femminile?

Si teme quello che non si comprende, mi verrebbe da scherzare. Per i greci lo pneuma divino, il soffio del dio, per giungere agli uomini deve necessariamente avvalersi di una mediazione e questo dà alle procedure mantiche nel campo della divinazione il ruolo che il sacrificio ha in quello rituale: mettono in diretta comunicazione l’umano e il divino. I Greci, nonostante o forse proprio in virtù del loro essere i creatori della filosofia razionale, tenevano in gran conto le manifestazione di furore divino e, di conseguenza, anche le persone che le permettevano: nei casi qui analizzati, le donne. Le donne sono in grado di procreare partecipando dell’oscuro potere divino della creazione (ricordiamoci che le puerpere dovevano passare un periodo di purificazione della durata di 10 giorni dopo il parto) e della profezia. Grazie proprio alla loro natura possono accostarsi senza pericolo a tali fenomeni che altrimenti resterebbero tabù ma che tuttavia sono fondamentali per il buon andamento della comunità. Il notevole rilievo sociale assunto dalle profetesse dipendeva proprio dal fatto che esse possedevano davvero il potere di orientare i destini delle città e dei singoli cittadini. Comune a ministri e fedeli era il convincimento che fosse la Pizia, la famosissima profetessa di Apollo a Delfi, l’unica a poter entrare in contatto contemporaneamente anche con la parte oscura del sacro, quella impura, ctonia in senso stretto perché legata al mondo dei morti.
È la donna che, nella sua unione fisiologica con la Madre Terra, può essere partecipe di fenomeni terribili e temibili come la nascita, la possessione, la morte, la profezia, investiti di un valore sacro minaccioso che – pur se vitale – va in qualche modo contenuto, arginato e ricondotto a regola.
Sono sempre le donne ad essere il tramite indispensabile tra la divinità e la comunità umana anche quando dalla mantica profetica ispirata dal dio Apollo, fatta di regole e rigore, si passa al fenomeno di massa del menadismo rituale, scomposto e temibile ispirato dal dio Dioniso/Bacco.

Eleonora Sandrelli
Docente di lettere e Dottoressa di ricerca in storia della romanizzazione dell’Etruria interna, si occupa di gestione e promozione di beni culturali e pedagogia del patrimonio. Delegata nazionale della Rotta dei Fenici – Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa e coordinatrice del suo Me.Mu.Net. (Mediterranean Museums Network), gestisce i servizi museali del MAEC – Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Al proprio attivo ha numerose pubblicazioni e saggi oltre ad un romanzo storico, Il destino di Velia, per Castelvecchi Editore

Nome in codice: Renata: Storia di Paola Del Din, combattente della Resistenza e agente segreto

La Resistenza italiana è un argomento costantemente trattato. Esiste una faccia ancora in gran parte nascosta relativa alla presenza femminile. Qual è l’apporto delle donne?

Fondamentale, da molti punti di vista, nella Resistenza armata e civile, e purtroppo a lungo taciuto anche dalla storiografia: solo di recente si è rimediato a questa lacuna. Del resto una certa mentalità maschilista era rimasta nel Dopoguerra nonostante la caduta del fascismo. Facciamo un esempio di Resistenza civile, recuperandolo dal libro: quello delle donne di Tolmezzo che organizzano il funerale di Renato Del Din, il fratello di Paola (lei sceglierà poi in suo onore il nome di copertura ‘Renata’) morto nell’assalto di una unità della Brigata Osoppo alla caserma locale della milizia confinaria. Lo onorano in ogni modo possibile, senza conoscere l’identità del “primo caduto partigiano di Carnia”. Trasportano la sua bara letteralmente fra le vie del capoluogo della Carnia, fanno spostare i militi e i tedeschi che vogliono ostruire il percorso, gli danno degna sepoltura. Nel libro le paragono ad Antigone, che nella tragedia di Sofocle si ribella contro il potere costituito per seppellire il fratello Polinice.

Paola Del Din, combattente e patriota della brigata Osoppo-Friuli, agente pro tempore dello Special Operations Executive (SOE) britannico, medaglia d’oro al valor militare della Repubblica italiana. Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a scriverne?

Per la prima volta ho potuto parlare direttamente con una grande protagonista, alla vigilia dei 100 anni, degli eventi che avevo solo potuto studiare sui libri o nelle fonti dirette, documenti e diari. Da giornalista e scrittore non potevo certo lasciarmi scappare un’occasione del genere. La storia poi si presta molto bene all’ibridazione dei generi, alternando parti molto narrate all’intervista con Paola, in cui si ripercorre la sua storia straordinaria. Mi ha colpito fra le tante cose la sua lucidità estrema e la capacità di parlare di eventi vissuti così importanti – dall’aver attraversato a soli vent’anni l’Italia in guerra e sotto occupazione, alla battaglia nelle strade di Firenze, fino all’adestramento da paracadutista per prepararsi alla sua rischiosa missione in Friuli – il tutto senza retorica, tutt’altro.. ho cercato quindi di trasmettere ai lettori le emozioni che Paola mi ha raccontato.

In quali circostanze emergono le capacità organizzative di una donna colta, raffinata, probabilmente poco avvezza ad atti di resistenza?

Nel caso di Paola c’era già in famiglia una certa predisposizione, che si univa ai suoi studi universitari nelle lingue straniere, come il tedesco, fondamentale per un agente segreto nell’Italia occupata dai nazisti. Paola era cresciuta in una famiglia di militari. Renato, sottotenente degli alpini, infatti aveva seguito l’esempio del padre Prospero, tenente colonnello degli alpini e prigioniero di guerra dal 1940 al 1944. Una famiglia di militari in cui, cosa più unica che rara, la figlia più piccola avrebbe avuto un ruolo molto importante nella guerra di Liberazione. Per di più diventando una delle prime paracadustiste italiane impegnate in missioni di guerra. Inoltre Paola aveva già una preparazione fisica tale da non dover essere addestrata più di tanto dallo Special Operations Executive (SoE). Un’agente perfetta sotto tutti i punti di vista.

Lei ha alternato la viva voce di Renata ed i molti documenti consultati, tra cui i file riservati del servizio segreto britannico. Quali sono le difficoltà che ha incontrato non solo nel reperimento delle fonti ma anche nel rendere narrativa una pagina tanto significativa della nostra storia?

E’ cruciale l’alternanza di registri e allo stesso tempo la continuità narrativa. Un equilibrio necessario per non sbilanciarsi e scivolare troppo nella parte giornalistica dell’intervista o nell’altra incentrata sulla ricostruzione degli eventi. Del resto in generale si assiste sempre più a una ibridazione dei generi, fra saggio e romanzo. Basta guardare i libri candidati quest’anno al Premio Strega. In Italia poi manca una forte divisione dei generi, fiction e non, molto più rimarcata invece nel mondo anglosassone. Ma questo è un altro discorso.

Qual è l’esito della strada percorsa dalle partigiane? Cosa accade loro nella generale crisi delle vecchie élites davanti all’avanzata dei partiti di massa?

Certo, arriva il diritto di voto e le donne vengono finalmente elette ma è chiara la percezione diffusa di una delusione rispetto alle promesse sentite da partiti che dovevano rinnovare in profondità la società dopo i venti anni bui del regime fascista. La strada sarà lunga e difficile. Vorrei citare alcune parti esemplari di un libro che ben racconta quanto accade nel Dopoguerra, “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes. La protagonista del romanzo dopo aver preso parte alla Resistenza, dopo aver capito «che un uomo può tremare e una donna restare impavida durante un bombardamento di artiglieria» sa che le donne non possono e non devono più sopportare un ruolo subalterno, quello a cui sono state relegate per secoli. Questa citazione mi ricorda molto quanto è scritto nel mio libro. «Tante volte mi domando come ho fatto…» risponde Paola e sorride. «Dovevo avere un angelo custode, a passare cosi attraverso tante griglie senza lasciarci le penne… Non che avessi paura o preoccupazione, ero assolutamente una ragazza tranquilla, anche con i bombardamenti non avevo paura, tanto ci eravamo abituati, non c’era da prendersela tanto.»

Alessandro Carlini, giornalista e scrittore, lavora per l’Agenzia Ansa e collabora con il Corriere del Ticino. Si è occupato soprattutto di politica estera, cultura, spettacoli ed economia in diversi Paesi, fra cui Gran Bretagna, Irlanda, Stati Uniti, Francia e Israele. Ha pubblicato il romanzo di ambientazione storica “Partigiano in camicia nera” (Chiarelettere, 2017), vincitore del Premio Città di Como Opera Prima (nella foto la cerimonia di consegna) e del Premio Carver, il noir “Gli sciacalli” (2021), proposto al Premio Strega e fra i primi 8 libri di narrativa nel torneo letterario di Robinson 2022, e il seguito ‘Il nome del male’ (2022), finalista al Garfagnano in Giallo. Il suo ultimo libro è “Nome in codice: Renata” (Utet), la storia di Paola Del Din, combattente della Resistenza e agente segreto. Ha scritto per alcune riviste letterarie, fra cui Passaporto Nansen e Il corsaro nero.

Il mondo che verrà. Incontri con l’Altrove di Italo Calvino

L’opera e la personalità di Italo Calvino sovente appaiono contraddittorie, considerata la grande varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere delle poetiche e degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985.
E’ possibile, tuttavia, rinvenire un’unità d’intenti?

Credo sia legittimo rinvenire una sorta di pulsione etica nell’intera opera calviniana. Lo stesso Calvino ha sempre affermato che ciò che ha scritto e pensato è partito dall’esperienza della Resistenza, che lo ha letteralmente messo al mondo come scrittore. Inoltre, nel saggio Una pietra sopra, ha scritto che l’operazione di uno scrittore è tanto più importante quanto più lo scaffale ideale in cui vorrebbe collocarsi è pieno di libri che non si è abituati a mettere uno a fianco dell’altro e il cui accostamento può produrre scosse elettriche e corto circuiti. Fuor di metafora, è possibile affermare che la scelta di campo sia il bisogno di resistere all’ingiustizia, ai luoghi comuni e alla genericità del linguaggio.
Calvino, grazie all’incessante sperimentalismo ha anticipato temi di grande attualità, che sono collegabili alla visione postumana ed ecologica, come cerco di proporre laddove suggerisco approcci con filosofe come Donna Haraway, Rosi Braidotti e Tiziana Villani o prossimità ad autrici come Aimee Bender, Olga Tokarczuk e Wislawa Szymborska.

Neorealismo, gioco combinatorio, letteratura popolare sono tra i numerosi campi d’interesse toccati dal percorso letterario di Calvino.
Su quali aree si è concentrata la sua attenzione?

Sono partita cercando di collegare la narrativa dell’ultimo Calvino con la teoria critica postumana, ma ‘strada leggendo’ sono tornata alle prime opere comprendendo che in tutto il corpus calviniano è possibile rinvenire il ‘fantastico’ come presa di distanza o levitazione che consente di essere all’altezza dei tempi perché stabilisce connessioni e incontri con l’altro-ve e con tutte le specie presenti sul Pianeta. Il soggetto umano non è più antropocentrico e violento bensì depotenziato e indebolito, alla ricerca di una completezza umana, di un’integrazione da raggiungere attraverso prove pratiche e morali insieme, al di là, -come suggerisce lo stesso Calvino, dei dimidiamenti che vengono imposti all’uomo contemporaneo.
Si pensi soltanto al Barone rampante. Questo romanzo esprime un movimento in atto nel mondo reale, la continuità e continua diversità del reale; è storia emblematica di incontri e metamorfosi come può esserlo la narrazione di un’educazione e una tensione morale. D’altra parte anche lo sguardo di scorcio di Pin, il monello protagonista del primo romanzo sulla resistenza non può essere collocato esclusivamente in una poetica neorealista.
Non so se sono riuscita a rispondere efficacemente alla sua domanda, ma in poche parole ho fatto un viaggio zigzagante nell’opera dello scrittore mappando dei percorsi di orientamento nel mondo di Calvino e trovando poco interessante dividere il corpus calviniano in aree o generi letterari differenti. Come ho già detto, si possono rinvenire tratti coesivi nei diversi campi esplorati dallo scrittore.
Su alcune opere ho costruito dei ‘viaggi di lettrice’ in cui sottolineo lo stretto legame che intercorre tra scrittore e lettore in tutta l’opera calviniana.

“Nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come mediazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo”
Così Calvino.
In qual misura il “fantastico” calviniano si fa pioniere del contemporane
o?

Il fantastico calviniano prende le mosse proprio dal rapporto, strenuo e stretto, che intercorre tra la realtà del mondo in cui viviamo e la realtà del pensiero che avvertiamo in noi. Per Calvino realismo e gusto dell’inverosimile sono due facce dello stesso atteggiamento razionale. Il fantastico diviene il genere letterario progettuale per eccellenza, un genere razionale, critico che consente lo sguardo utopistico calviniano. Lo sguardo di chi non accetta il mondo così com’è, ma desidera cambiarlo.

Gianni Vattimo.
Tra le relazioni ed i confronti che tesse, Professoressa Ormea, c’è anche la filosofia di Vattimo.
Qual è il nesso logico ed emozionale tra Vattimo e Calvino?

Molti sono i legami di Calvino con la filosofia ermeneutica di Vattimo, a partire dalla nozione di debolezza dei personaggi. Un nesso che mi pare certo è la negazione di strutture stabili dell’essere alle quali il pensiero dovrebbe rivolgersi per ‘fondarsi’ in certezze non precarie. Il modo cosiddetto ‘debole’ di fare esperienza della verità di Vattimo, non come oggetto di cui ci si appropria e che si trasmette, ma come orizzonte e sfondo entro il quale, discretamente, ci si muove è lo stesso che riconosco nella letteratura filosofica di Calvino. Entrambi sono riluttanti ad adottare un metodo onnicomprensivo; limitano la conoscenza a ‘grumi di senso’ e frammenti d’esperienza; rispettano la pluralità delle visioni del mondo e riconsiderano la potenza metaforica dei miti. Certamente in ambiti diversi, ma non troppo! Se è vero che nella letteratura italiana, da Dante a Galilei, da Leopardi a Pirandello la filosofia ha un luogo privilegiato.
Il nesso emozionale lo trovo tra me e questi ‘padri’. L’uno è stato il mio maestro all’università e nella vita, l’altro mi ha permesso di far pace con le mie radici e mi ha offerto un orientamento, non solo spaziale.

Il 2023 celebra il centenario della nascita di Italo Calvino.
Qual è il suo lascito alla posterità letteraria?

Direi le Lezioni americane postume, ancora tutte da rivitalizzare. Secondo la presentazione della moglie Esther Singer, il contenuto delle sei conferenze che lo scrittore italiano avrebbe dovuto tenere all’università Harvard del Massachusetts, nell’anno accademico 1985-86, diventarono per Calvino una vera e propria ossessione for the next millennium. Dunque lo scrittore sanremese era perfettamente consapevole di come la ‘leggerezza’, la ‘rapidità’, l”esattezza’, la ‘visibilità’, la ‘molteplicità’ e la consistenza (di cui purtroppo non abbiamo la descrizione ma solo l’espressione di un intento) avrebbero dovuto informare l’attività degli scrittori e non solo. Riflettendo su questo catalogo e sui talismani per le giovani generazioni, di cui parlo in un capitolo del libro, ho maturato l’idea che qui vi siano le idee guida per affermare che la letteratura è la forma di conoscenza più utile a pensare il mondo in divenire, ad anticipare i tempi. Come Calvino afferma in un’intervista di Sono nato in America…* “le cose dette indirettamente, simbolicamente, non smettono (…) di essere attuali e possono trovare nuove applicazioni”.

  • (Un mago chiamato Calvino, intervista di Luciano Caprile, “Il lavoro”, 24 marzo 1981, p.3:)

Manuela Ormea è nata a Sanremo dove attualmente risiede e lavora come docente di Lettere. Ha vissuto e operato a Torino, Losanna, Atene e Malta. Ha un figlio.
E’ autrice del romanzo “Ci vorrà del tempo” (Manni, 2005), del volume di racconti “Il cappottino rosso” (redazione, 2013), di due sceneggiature originali “Guardami…esisto!” (2008) e “La moglie afghana” (2010) entrambe portate in scena dal Teatro dell’Albero di San Lorenzo al Mare (IM). Ha realizzato il reading teatrale “Mediterraneo sotto la lingua” (2010), viaggio tra letteratura, musica, immagini e cucina, ispirato alle opere di Jean-Claude Izzo. Ha collaborato con la rivista torinese Interdependence, con recensioni letterarie. Collabora con la rivista trimestrale femminista Marea, diretta da Monica Lanfranco.

La resistenza delle attrici nel secondo Novecento. Recitazione, repertorio e regia in Miranda Campa, Ave Ninchi, Lilla Brignone, Sarah Ferrati

Gli anni che in Italia segnano la nascita della regia teatrale e la sua piena affermazione sono contraddistinti dalla resistenza delle pratiche afferenti alla tradizione capocomicale.
Ebbene, in seguito alla fine dell’egemonia del capocomicato femminile, quali strategie adottano le attrici per conservare quel potere?

Ogni attrice reagisce in modo diverso. Sarah Ferrati, ad esempio decide di lasciare il teatro per un periodo e affrontare nuove esperienze in televisione, con il teleteatro; cura la regia di Medea nel 1957, infrangendo un “tetto di cristallo”, che in quegli anni precludeva la regia alle donne. C’è senz’altro un legame ideale e reale con le grandi capocomiche attive tra Otto e Novecento, sia per quanto riguarda le tecniche sia per quel che concerne le spinte ideali, seppure adattate al nuovo contesto storico.

Miranda Campa, Ave Ninchi, Lilla Brignone, Sarah Ferrati: lei non ricostruisce la loro biografia, pur interessantissima bensì ne traccia la valenza simbolica, estetica e politica.
Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a concentrarsi proprio su questi nomi?

Si tratta di quattro attrici che rappresentano quattro condizioni femminili, e attoriche, diverse all’interno del teatro italiano del secondo Novecento. Lilla Brignone e Sarah Ferrati ad esempio sono due primedonne con elevato potere contrattuale e autoriale, invece Miranda Campa è un’attrice di ruoli minori, Ave Ninchi, infine, una nota caratterista amata dagli spettatori soprattutto grazie alle sue interpretazioni cinematografiche e alle sue apparizioni televisive in programmi di cucina e varietà di successo. Tutte e quattro consentono di analizzare la figura dell’attrice da angolazioni diverse e quindi di mettere a punto un’analisi più sfaccettata.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate.
Quale messaggio offrono a noi tutte?

Credo quello di essere se stesse e di credere nelle proprie convinzioni. E se penso, in particolare, ad Ave Ninchi, quello di non prendersi troppo sul serio, pur essendo serissime. L’arte della Ninchi, ad esempio, era immensa, tecnicamente perfetta, ma sembrava essere quasi invisibile, poiché celata dietro un’apparente naturalezza, scaturita dallo studio e dalla padronanza della tecnica. Anche la sua risata contagiosa e la sua spontaneità derivavano dalla raffinatezza del suo talento e dal suo impegno nella creazione e nello studio dei personaggi e dei caratteri.

Lei è un’esperta di Arti dello spettacolo.
Qual è, attualmente, il legame tra studi delle donne e drammaturgia?


Ho scritto di recente un saggio proprio su questo tema, apparso sulla rivista “Biblioteca teatrale”. In area italiana si registra sicuramente un dialogo ormai sempre più frequente tra studi delle donne e drammaturgia.

Dottoressa Pasanisi, lei è stata impegnata in un progetto di ricerca sulla recitazione delle attrici italiane attive tra gli anni Trenta e gli anni Settanta. Quali sono gli ostacoli nel reperimento di notizie e fatti nonché ricostruzione di contesti?

Credo che la sfida sia stata innanzitutto quella di ricostruire dei contesti, una rete di rapporti, tentare di rispondere a delle domande che riguardano il proprio oggetto di studio. Non ho incontrato particolari ostacoli ma il percorso è stato lungo; in questi anni ho lavorato principalmente sui materiali conservati presso l’Archivio Storico dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, passando lunghi pomeriggi a studiare i documenti, seduta vicino a una grande fotografia di Vittorio Gassman che sembrava guardarmi con aria severa e al contempo incoraggiante (presso il Centro Studi dell’Accademia, “Casa Macchia”). Un altro luogo in cui si è svolta la mia ricerca è il Museo Biblioteca dell’Attore di Genova, un archivio prezioso per gli studi teatrali, che conserva un patrimonio documentale molto vasto. Questi due luoghi, ad esempio, sono stati fondamentali per rintracciare notizie e ricostruire fatti. Intervistare chi ha conosciuto le attrici oggetto di studio è stato altrettanto importante, mi riferisco soprattutto a Marina Ninchi e Arianna Ninchi, rispettivamente figlia e nipote di Ave, attrici anche loro. Entrambe hanno condiviso con me ricordi preziosi sulla storia della loro famiglia d’arte. Quest’ultimo è senz’altro l’aspetto più bello della ricerca poiché racchiude il dialogo, la condivisione, l’incontro.

Chiara Pasanisi ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Musica e spettacolo presso la Sapienza Università di Roma con un progetto di ricerca sulla recitazione delle attrici italiane attive tra gli anni Trenta e gli anni Settanta. Ha pubblicato articoli e contributi in italiano e inglese in rivista e volumi collettanei, indagando in particolare la recitazione, il rapporto tra regia e drammaturgia e tra studi delle donne e drammaturgia. Ha altresì partecipato a diversi convegni internazionali.

Certe morti non fanno rumore

Il dark web è quella porzione del Web ospitata dalle dark net, ma la parola dark fa subito pensare a criminali e vendite di droga e armi, mentre nelle dark net possiamo trovare di tutto, anche le versioni dark di famosi siti del Web, come il New York Times. Ne consegue che non tutti i contenuti del dark web sono illegali o pericolosi. Può spiegarci cosa sono le dark web, chi ci naviga e come accedervi?
Il Dark Web è una porzione, nemmeno tanto grande visto che conte qualche centinaio di migliaia di siti, del Deep Web ovvero quella parte della rete che non viene indicizzata dai motori di ricerca. La caratteristica principale è quella di garantire un elevato livello di anonimato grazie a delle regole di funzionamento che rendono estremamente complesso risalire all’indirizzo sorgente del traffico. Accedervi è perfino banale. Il più noto dei browser è Tor e per scaricarlo basta connettersi al sito https://www.torproject.org/. E’ bene sapere che la navigazione non soltanto è piuttosto lenta per ragioni tecniche, ma anche non semplicissima considerando che non esiste un equivalente di Google e soprattutto spesso il ciclo di vita dei siti è piuttosto breve. Chi possiamo trovare a spasso nel Dark Web è un’umanità molto varia. Ci sono attivisti politici impegnati nella lotta per i diritti umani in paesi non esattamente democratici, delinquenti di vario tipo e genere, esponenti delle forze dell’ordine a caccia di criminali e persone comuni molto curiose. In generale dobbiamo tenere ben presente che, ancora più che sul web, chi incontriamo potrebbe tranquillamente non essere chi dice di essere.
Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?
Fino ad oggi il tema è stato quello dei rischi che non “vogliamo vedere”, ma domani sarà molto peggio perché ci confronteremo con quelli che non “potremo vedere”. La convergenza in Rete di tutte le tecnologie digitali e dell’informazione, la diffusione delle intelligenze artificiali, basate su algoritmi le cui logiche ci risultano spesso imperscrutabili, alle quali affideremo la gestione di u numero crescente di attività ci sta portando sempre più rapidamente verso la singolarità tecnologica. In quel momento non saremo più in grado di comprenderla a causa della sua complessità e nel momento in cui non capisci qualcosa puoi essere certo che non sarai in grado controllarla.
Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?
Sarebbe interessante sapere cosa pensa chi lo ha letto. Da autore ritengo di averli messi tutti, in questo non mi sento un innovatore. Forse gli elementi distintivi son due. Il primo è la centralità della tecnologia e la morte che non fa rumore è di un tipo molto particolare. Il secondo è proprio il protagonista perché non mi risultano altri gialli o thriller in cui a indagare è un esperto di cybersecurity che su malgrado si trasforma in detective.
Pensando alla sua peculiare attività giornalistica, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?
Faccio un passo indietro. Ancora prima della verità vi è la curiosità. Un forte desiderio di sapere e capire, uno stimolo che, almeno nel mio caso è insopprimibile. Ho sempre avuto il rifiuto per quel modo di essere che accetta l’assunto “non capisco, ma mi adeguo”. Ovviamente la curiosità non è sazia fino a quando non si convince di avere in mano la verità, cosa non facile perché raramente mi sono trovato di fronte a una “sola” verità, molte volte mi sono confrontato con delle verità che, in fondo, dipendevano dal punto di vista da cui si guardavano i fatti.
“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?
Commetterò un “delitto”, decontestualizzano nel tempo e nello spazio i versi applicandoli a una realtà digitale. “Qui tutto è distanza”. Nella posizione di osservatore situato all’interno di un universo digitale con la possibilità di accedere ai suoi livelli più profondi saremmo una serie di stringhe alfanumeriche, riducibili essenzialmente a “0” e “1”. Esse saranno distribuite, replicate, ma descrittive di un medesimo soggetto. All’interno di quello che potrebbe essere un “multi-metaverso” esiteremmo in più luoghi contemporaneamente con diverse immagini di noi. Le nostre tre dimensioni spaziali e quella temporale perderebbero di significato: non ci sarebbe un sopra e un sotto e neppure un qui e ora, il concetto di individualità vacillerebbe. Vedremo dunque che tutto si riduce a stringhe che interagiscono, manipolando e venendo manipolate. Dalla loro semplice osservazione sarà evidente che ognuna di esse potrebbe essere opinione, accidente, fenomeno di un’idea, un’essenza, un noumeno situato altrove. Noi stessi ci dovremmo riconoscere come molteplici stringhe che rappresentano lo stesso soggetto e finiremmo per esserne l’esemplificazione. “e là era respiro”. Citando dal film “Matrix” Morpheus, la frase “… Credi sia aria quella che respiri ora?” ci rammenta un dato fisico: il suono è frutto delle vibrazioni di un oggetto o materiale e per propagarsi necessità di un mezzo che lo circondi. Nel mondo oltre lo schermo quel mezzo non esiste. Prendiamo atto così che per l’osservatore nel quale ci siamo trasformati la percezione sensoriale è assente, poiché i sensi, per come noi li conosciamo, non esistono. Noi non percepiremmo quell’ambiente, ma lo leggeremmo. “Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa”. Tuttavia l’interpretazione corretta dei livelli più profondi (esadecimale e binario) richiede specifiche conoscenze, di conseguenza la maggior parte di noi vedrebbe senza comprendere. Questo significa che nell’universo del digitale una rappresentazione come la musica, può essere solo “letta” a condizione di comprendere lo specifico linguaggio: molti sono in grado di riconoscere la Nona Sinfonia di Beethoven ascoltandola, molti meno leggendo lo spartito. Questo nuovo mondo fatto di “0” e “1” ci appare nella sua essenza di traumatica complessità e vivere al suo interno più difficile di quanto lo fosse in quello fatto di atomi e molecole. Soltanto l’immagine apparente che esso da di se stesso lo rende gradevole, grazie ai software che interpretano ogni singolo digit. La promessa che ci offrono i metaversi è quella di renderlo non tanto diverso dalla patria che abbiamo abbandonato. Allora è difficile non pensare al Nietzsche di “La Nascita della Tragedia” laddove il Metaverso funzionerà come la tragedia attica rendendo apollineamente tollerabile l’incomprensibilità dionisiaca di un’esistenza digitale

Alessandro Curioni
Giornalista; nel 2003, dopo un biennio di studio, pubblica per Jackson Libri il volume Hacker@tack dedicato alla sicurezza informatica. Da questa esperienza, e dopo sette anni nel settore, fonda nel 2008 Di.Gi. Academy, azienda specializzata nella formazione e nella consulenza nell’ambito della cybersecurity, della quale è azionista e presidente. È autore di saggi di successo, divulgatore, docente universitario e commentatore presso organi d’informazione come Rai, “Il Sole 24 Ore” e Class Cnbc. Il giorno del bianconiglio è il primo romanzo di una serie che ha come protagonista l’esperto di cybersecurity Leonardo Artico.

Dèi tra pareti Le statue di culto nella pratica rituale a Roma

“Statua di culto” è un’espressione davvero ricorrente.
Nel panorama urbano e religioso di Roma quanto ampi sono i contesti e gli usi dei “simulacra deorum”?

Le statue di culto sono oggetti cruciali nel panorama religioso romano. Gli spazi di fruizione non sono limitati ai soli templi, ma abbracciano geografie molto più composite: un signum di Bonus Eventus, ad esempio, fu dedicato in un magazzino per lo stoccaggio delle derrate. La rilevanza di questi manufatti in chiave topografica emerge anche dalla toponomastica: diversi assi viari sembrano richiamare statue di culto. In alcuni casi possono persino essere “isolate” come dimostra il simulacro di Vertumno, dislocato “open-air” nell’area del Velabro. Non solo: talvolta la devozione visuale non veniva rivolta a un unico oggetto, ma poteva estendersi a una pluralità di immagini qualificate come cultuali. Altrettanto sfaccettati gli usi: pratiche manipolatorie accertate, codificate e reiterate restituiscono una vivace partecipazione dei simulacra deorum alla vita urbana.

Lei percorre un esteso arco cronologico: dall’età regia a quella tardoantica. ll rito, nell’immaginario collettivo e nella memoria, assume forme dinamiche?

Seguire in senso diacronico i simulacri divini consente di cogliere proprio le forme dinamiche del loro utilizzo. I primi dèi fittili o “appena sbozzati dal falcetto” sono sostituiti dalle colossali e magnifiche apparizioni repubblicane; in età imperiale al reimpiego di simulacri illustri, riscontrabile ad esempio nel tempio di Apollo Palatino, si affianca la creazione di nuove iconografie: si pensi all’innovativa formulazione del Marte Ultore inaugurato nel Foro di Augusto, un nuovo modello di riferimento per la personificazione del dio che mostra la capacità dei simulacri di affermarsi come modelli di riferimento imitati e rielaborati. La vivacissima dialettica di distruzione/conservazione nella Roma tardoantica concorre infine a dimostrare come nello scenario urbano le statue di culto, seppure sgretolate e polverizzate come emerge da diverse testimonianze agiografiche, siano state ancora in grado di presentarsi come punti di riferimento visuali. Un dinamismo riflesso sia nei mutamenti intercorsi sia nelle costanti riscontrabili nell’elaborazione e nella gestione di questa classe di manufatti.

Lo studio della costruzione meditata di tali icone quale visione offre dell’interazione con divinità soltanto immaginate?

L’interazione con il fedele è sempre stato un nodo fondamentale: la statua di culto si pone, grazie allo statuto anfibio tra materia e simbolo, quale attore primario della pratica religiosa e protagonista di concitati momenti del culto. Nelle cornici spaziali di dislocamento erano in atto una serie di accorgimenti per agevolare l’interazione dell’immagine con l’osservatore, concependo talvolta l’allestimento come uno spettacolo immersivo. Le immagini fisiche degli dèi garantivano inoltre una dimensione cultuale non solo metafisica, ma anche pratica e “tattile”: i simulacri di culto potevano essere puliti, soggetti a bagni rituali, vestiti. Tra le pratiche manipolatorie attestate si segnalano anche unzioni episodiche e/o permanenti, mentre l’unico caso di cosmesi accertato riguarda la coloritura con minio applicata al simulacro di Giove Capitolino. La comunicazione verbale con le statue cultuali, capaci tanto di parlare quanto di ascoltare, è un altro tassello del complesso puzzle di interazioni tra fedele e divinità: sono note le confabulazioni ad aurem simulacri, preghiere sussurrate alle matericissime immagini divine. Ancora, essendo il simulacro tanto oggetto di culto quanto sede stessa del nume, poteva fornire segnali divinatori decisivi. Numerosi prodigi hanno infatti coinvolto le statue di culto urbane, capaci di piangere, sudare, emettere suoni e muoversi.

La cultura latina si conferma quale testimonianza archetipica del pensiero occidentale, contemporanea ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

La grande modernità del pensiero classico è ben osservabile anche nella costruzione delle immagini divine, modelli così forti da entrare nel nostro immaginario collettivo. I simulacri di culto rispecchiano le composite fasi storiche: a prescindere dall’esistenza o meno di una dimensione originariamente aniconica (forse un’operazione mitopoietica più simile a una “pittura di maniera” che a un compiuto tentativo di restituzione storica) una volta cristallizzato l’antropomorfismo degli dèi ecco che le statue di culto ben si inseriscono all’interno di maglie sociali e politiche della comunità non limitandosi, come dimostra ad esempio l’audace creazione della Venere Genitrice cesariana, a giocare un ruolo di esclusiva natura artistico-religiosa.

Molti divulgatori disegnano profili storici d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, richiede ricerche accurate e meticolose. Reputa che rendere narrativa la storia di una civiltà sia davvero un utile espediente per contribuire alla sua effettiva conoscenza?

Rendere accessibili contenuti di qualità e aprirsi a una divulgazione non limitata alla sola accademia è fondamentale per un’archeologia troppo spesso strattonata tra facile sensazionalismo e autoreferenzialità cattedratica. Senza comunicazione si rischia di devitalizzare una conoscenza da auspicare quanto più capillare e pervasiva possibile: in quest’ottica, creare una narrazione storica convincente è uno strumento utilissimo.

Caterina Mascolo ha conseguito un dottorato di ricerca in archeologia classica presso La Sapienza Università di Roma. Collabora stabilmente con la cattedra di archeologia classica come cultrice della materia e fa parte della missione archeologica in Libia dell’Università Roma Tre. È autrice di diverse pubblicazioni scientifiche che spaziano dallo studio di singoli manufatti – specie reperti scultorei – a fenomeni più ampi come l’impianto di necropoli connesse a guarnigioni militari.