Elsa

Le prigioni delle donne

“[…] tu che ti leghi per la vita e per la morte, quasi t’identifichi con le cose che fai. Ma vedi, tu appunto hai questo dono di ricondurre ad unità gli elementi più disparati […]. Tu senti che il mondo è fatto a pezzi, che le cose da tener presente sono moltissime e incommensurabili tra loro, però con la tua lucida e affezionata ostinazione riesci a far tornare sempre i conti”
Così scrisse Italo Calvino.
Può definire Elsa Morante?

René de Ceccatty, all’interno del bel saggio che pochi anni addietro le ha dedicato, ha definito inclassificabile Elsa Morante. Un giudizio, questo, che lascia intendere alla perfezione quanto vano o parziale sia destinato a risultare ogni tentativo di racchiudere in una definizione la scrittrice romana (ma lei avrebbe preferito che io impiegassi la parola scrittore, al maschile). Tuttavia, intendo provarci. E allora dirò che Elsa Morante, col suo estremismo di fondo, che esclude ogni pacificante equilibrio e senso della misura, costituisce l’esempio più alto nella narrativa italiana novecentesca di compresenza degli opposti. Dico compresenza, non sintesi. La favola e la realtà, l’immaginazione e la razionalità, la fiaba e la storia convivono in lei, intrecciandosi sovente nella medesima opera. La stessa maestria esibita nel ritrarre figure di bambini e di giovani (Useppe, Arturo), e di donne del popolo analfabete (Nunziata), si origina da uno sguardo che è in grado di sentire e di cogliere “il meraviglioso”, avrebbe detto Cesare Garboli, “a ogni angolo di strada”. Sguardo mitico, dunque, sguardo che reinventa la realtà, e che convive, però, con la capacità di registrare le spigolose miserie dell’esistenza quotidiana e le grandi mistificazioni della Storia.

Morante riutilizza tematiche, topoi e modelli narrativi del romanzo ottocentesco. Eppure si innalza sul panorama letterario a lei coevo con estrema autonomia, slegata da qualsivoglia corrente.
In qual modo plasma la sua coscienza metaletteraria?

Ogni volta che devo parlare dei romanzi di Elsa Morante, mi torna in mente un verso della poetessa Antonia Pozzi: “Io vengo da mari lontani”. Infatti, il punto di partenza della scrittrice romana è il grande romanzo ottocentesco (trame di ampio respiro, personaggi ben caratterizzati, atmosfere, passo sicuro e senza fretta), tra realismo e naturalismo. Sebbene i suoi due primi romanzi, Menzogna e sortilegio (1948) e L’isola di Arturo (1957), vedano la luce quando in letteratura (e nel cinema) trionfa il Neorealismo, tuttavia a tale corrente mostrano di non pagare debiti. Tantomeno i libri successivi li pagheranno alle avanguardie di ogni tipo. Non solo, ma Elsa Morante risale molto più indietro rispetto agli amati Verga, Tolstoj, Dickens, Stendhal, al romanzo familiare e di formazione, al feuilleton, recuperando non pochi elementi magici, fiabeschi, meravigliosi, favolistici, che finiscono col deformare la dimensione spazio-temporale dell’opera. Inoltre, un punto di riferimento importante per Elsa Morante rimane anche Franz Kafka, da lei letto e riletto nel corso degli anni giovanili. La verità, alla fine, è che la Morante si è sempre lasciata guidare, più che da una poetica o da una determinata idea di scrittura, debitrice o non debitrice di qualche movimento o corrente, dall’urgenza con la quale i personaggi e le storie, che sembrano preesisterle, la reclamavano e la inchiodavano alla sedia, davanti alla scrivania del suo studio-tana-rifugio di via dell’Oca 27.

Sulla rivista “Nuovi Argomenti” Elsa Morante paragonava la funzione del “romanziere-poeta” “a quella del protagonista solare, che nei miti affronta il drago notturno, per liberare la città atterrita”
Ebbene, quali sono i riverberi letterari del suo sguardo alla società “piccolo-borghese burocratica”?

Forse la cosa migliore, per rispondere alla domanda, è rileggere la conferenza Pro o contro la bomba atomica, scritta tra il 1964 e il 1965 e letta per la prima volta al Teatro Carignano di Torino. Nel corso di questo intervento pubblico Elsa Morante definì l’arte “il contrario della disintegrazione”. Cosa intendeva dire? Una cosa molto semplice: in piena Guerra Fredda a salvare l’uomo dal suicidio nucleare e dall’irrealtà di rapporti alienati e alienanti poteva essere soltanto la poesia. Ma in che senso la scrittrice romana impiega la parola “irrealtà”, in quale la parola “realtà”, chiarito che l’antinomia Realtà/Irrealtà costituisce e definisce, insieme a quelle Potere/Arte e Felicità/Infelicità, l’essenza della condizione umana? Se reale è ciò che è vero, irreale è tutto ciò che è falso. Ma tenuto conto che nella Morante la parola verità, come d’altra parte in Pasolini, inerisce più all’ambito etico-morale che non a quello ideologico-conoscitivo – si fa sentire, sotto questo aspetto, l’influenza esercitata su di lei dalla lettura di Simone Weil –, ecco allora che il vero coincide col giusto, il falso con l’ingiusto. Reali sono la fragilità e il dolore della creatura, la libertà dello spirito, la sostanziale uguaglianza tra gli uomini, lo stupore incantato dell’infanzia, i sogni e la spontaneità dell’adolescenza, l’intelligenza, la sacralità della realtà, l’istintività presente al fondo di ciascuno di noi. Irreali sono, invece, la divisione in padroni e in servi, la giustificazione apologetica del potere, che per la Morante è sempre cieco, violento, criminale, la società dei consumi, la devastazione dell’ambiente in nome di un progresso meramente tecnologico, la stupidità, i pregiudizi e il cinismo della borghesia. A liberare la città atterrita (la società umana) dal drago notturno (l’irrealtà dell’esistenza) è soltanto l’arte, che riconduce lo stato delle cose presenti – l’irrealtà – dall’ordine della necessità, che può essere soltanto accettata e subita, a quello della possibilità, che può essere rifiutata e combattuta per fare posto a un’altra possibilità, avvertita come più vera e più giusta. È solamente nell’ultimo romanzo, Aracoeli (1982), bellissimo, tragico, senza luce, che Elsa Morante, come ha scritto Goffredo Fofi, esce sconfitta dallo “scontro con il drago dell’irrealtà”. La speranza a lungo coltivata nell’anti-potere della poesia e dell’arte è venuta meno.

Dall’infanzia a Testaccio fino agli ultimi anni segnati dalla malattia.
Quali sono state le difficoltà di tradurre la vita in letteratura?

Elsa Morante, al pari di Alberto Moravia, sposato nel 1936 e al quale fu sentimentalmente legata fino al 1962, e di Pier Paolo Pasolini, il suo amico del cuore per molti anni, non ha mai reciso il legame che unisce la vita alla letteratura. Certo, una cesura all’interno della sua produzione la possiamo cogliere intorno alla metà degli anni Sessanta, quando lo scrivere cessò per lei di essere un gioco segreto e divenne un confronto/scontro col mondo, come dimostrano tanto la conferenza Pro o contro la bomba atomica (1965) quanto Il mondo salvato dai ragazzini (1968). In un certo senso la Morante smise allora di essere un amanuense, circondata, come fedeli compagni delle sue ore, esclusivamente da gatti, fogli di carta, inchiostro e calamaio, e divenne una figura pubblica, un po’ vate un po’ maestra. Eppure, sia nella prima che nella seconda fase, Elsa Morante non rinunciò a trasferire sulla pagina episodi, motivi, atmosfere, umori squisitamente autobiografici. Tra questi è possibile menzionare la figura della madre, l’evanescenza di quella del padre, l’infanzia nel quartiere popolare di Testaccio, l’amore come malattia e tragedia, l’alone mitico che avvolge i primi anni di vita, la grazia fedele degli animali, la capacità tutta femminile di sentire con il corpo la vita e la morte.

Elsa Morante appare ormai a tanti la principale scrittrice italiana di ogni tempo.
Qual è il suo lascito?

L’amore e l’ammirazione che nutro per Elsa Morante sono grandissimi. Di conseguenza, mi sento di parte nel formulare un giudizio su di lei che contempli anche la valutazione del suo lascito. Distinguerei, in ogni caso, tra due tipi di lascito: quello squisitamente artistico e quello che rimanda all’idea che noi abbiamo oggi dello scrittore. Per quanto concerne il primo aspetto, è sufficiente fare riferimento ai libri di Elsa Morante, profondamente diversi l’uno dall’altro – al punto che Cesare Garboli ha potuto parlare di “capacità di apparire diversa a ogni appuntamento” –, ma tutti ugualmente belli e importanti, nei quali, e forse soltanto di Proust si può dire la stessa cosa, le esperienze personali dell’autore convivono con le grandi problematiche universali dell’esistenza. Per quanto riguarda, invece, il secondo tipo di lascito, è doveroso dire che se oggi, quando parliamo di scrittore, scrittura, opera di scrittura, lavoro di scrittura, la distinzione di genere “maschile/femminile” nulla ha a che fare col giudizio di valore che possiamo esprimere sul libro di cui stiamo ragionando, ciò discende in larga parte proprio dai capolavori morantiani, che niente invidiano alla produzione coeva di Moravia, Pasolini, Gadda, Calvino, Volponi, Bassani. Sono, e restano, dei romanzi straordinari, per molti versi, come ha riconosciuto anche Elena Ferrante, “insuperabili”, e che hanno chiarito, con la forza dell’evidenza e una volta per tutte, che tra scrittore e scrittrice la differenza continua ad avere senso, se ha senso, unicamente dal punto di vista della morfologia del nome.

Francesco Ricci
Critico letterario e docente, ha pubblicato ‘Il Nulla e la luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento’ (Siena 2002), ‘Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci’ (Civitella in Val di Chiana 2011), ‘Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento’, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze 2011), ‘Un inverno in versi’ (Siena 2012), ‘Da ogni dove e in nessun luogo’ (Siena 2014), ‘Occhi belli di luce’ (Siena 2014), ‘Tre donne. Anna Achmatova, Alda Merini, Antonia Pozzi’ (Siena 2015), ‘Pier Paolo, un figlio, un fratello’ (Siena 2016, Premio Rive Gauche di Firenze 2018), ‘Laggiù nel profondo. Mondo letterario e mondo psicoanalitico in Lehane, McCarthy, Schnitzler, Serrano, Tobino’, scritto con lo psicoanalista Andrea Marzi (Siena 2017), ‘La bella giovinezza. Sillabari per millennials’ (Siena 2017), ‘Prossimi e distanti. Gli adolescenti del terzo millennio’ (Siena 2019), ‘Elsa. Le prigioni delle donne’ (Siena 2019, Premio della Critica al Premio letterario nazionale Città di Grosseto 2020), ‘Storie d’amicizia e di scrittura’ (Siena 2020), ‘Radici’ (atto unico liberamente ispirato a Pier Paolo, un figlio, un fratello, Siena 2022), ‘Lessico essenziale. Introduzione a Pasolini in 33 voci’ (Siena 2022), ‘Madri e fratelli’ (Siena 2022). Inoltre, ha scritto il capitolo dedicato alla letteratura per il volume collettaneo interdisciplinare ‘Il Postmoderno’ (Siena 2015).

L’amore plurale

Molti, oggi, scelgono di porsi sotto l’ombrello delle non-monogamie etiche, ovvero consensuali e regolate. Quali tipologie di non-monogamie etiche si possono annoverare?

Le possibilità sono molte, proprio perché l’idea di fondo è quella di guardare ai desideri umani nell’ambito di relazioni tra persone adulte consenzienti in modo non giudicante, come possibilità da esplorare di comune accordo con i partner. Solo per limitarsi alle tipologie più frequenti, tra le più note vi è quella della “coppia aperta”, in cui entrambi i partner concordano di poter avere relazioni affettive e/o sessuali al di fuori della relazione principale. Si parla di “scambismo” per indicare la forma di relazione in cui coppie o relazioni di altro tipo si scambiano consensualmente i partner. Con il termine “poliamore” si indicano, invece, le relazioni affettive e/o sessuali tra più di due persone, che possono essere aperte, quando i partner concordano di poter avere altre relazioni esterne, oppure chiuse, secondo il paradigma della “polifedeltà”. È anche possibile che una persona poliamorosa abbia un legame con una persona monogama: in questo caso si parla di una relazione “mono-poly”. Nella cosiddetta “anarchia relazionale”, invece, si sceglie di vivere le relazioni senza stabilire gerarchie o regole e senza attribuire loro etichette.

Accantonata, quindi, l’esclusività sessuale, quale definizione chi sceglie di non essere in due in una relazione d’amore attribuisce al termine “fedeltà”?

In primo luogo, non è detto che in una relazione non monogama sia sempre accantonata l’esclusività sessuale, perché potrebbe accadere che si concordi di riservare l’aspetto del coinvolgimento sessuale a due o più persone e di avere altri partner con i quali si hanno relazioni affettive che non prevedono questo elemento. In generale, comunque, nelle relazioni non monogame consensuali, il concetto di fedeltà è definito dal fatto di attenersi ai patti concordati tra i partner e progressivamente oggetto di ridefinizione e rinegoziazione, nel rispetto dei desideri e della volontà di tutti.

La diffusa persuasione che la monogamia sia l’unico stile relazionale sano e duraturo nel tempo, la convinzione che la non-monogamia sia intimamente pericolosa da un punto di vista sessuale e relazionale implica una notevole stigmatizzazione sociale. Quali sono gli anticorpi per evitare trattamenti pregiudiziali?

Molte persone che vivono in relazioni non monogame sono, in effetti, oggetto di pregiudizi e stigmi, che hanno un impatto sulla salute mentale e la qualità della vita in generale. Credo che un serio lavoro sull’educazione al rispetto del modo di essere e dell’autodeterminazione altrui, in tutti i campi, in un’ottica che fa leva sul concetto che lo studioso e attivista Fabrizio Acanfora chiama “convivenza delle differenze”, possa essere una base importante.

Comunicazione e negoziazione tra i partner nonché auto-consapevolezza e “compersione” sono davvero la chiave per gestire la gelosia?

Questo è quello che ho avuto modo di ascoltare dalle persone non monogame che ho intervistato per realizzare la mia inchiesta e di cui ho letto approfondendo la letteratura internazionale sul tema. Ma, in generale, come per tutte le relazioni umane, resta valido il principio secondo cui ciascuna delle persone coinvolte ha la libertà di scegliere modalità che, nel rispetto degli altri, contribuiscano al suo benessere. Il fatto che gli esseri umani siano tutti diversi comporta anche, di necessità, che ciascuno possa impostare relazioni in cui modalità e valori di base sono differenti.

I Paesi Bassi hanno celebrato la prima unione nazionale fra tre partner nel settembre 2005. Ad oggi, è almeno aperto il dibattito circa il riconoscimento legale dell’ “amore plurale”?

Per quel che riguarda il nostro Paese, non mi sembra che si tratti di un tema oggetto di interesse nella riflessione sociale e politica e, in generale, la progressiva riaffermazione, nel dibattito politico, di idee reazionarie e imperniate sul concetto della cosiddetta “famiglia tradizionale” mi fanno pensare che l’argomento non rappresenti una priorità.

Anna Rita Longo
Da insegnante di Lettere nei licei con un dottorato europeo in Filologia e letteratura patristica, medioevale e umanistica, si è accostata inizialmente al mondo della comunicazione della scienza attraverso l’attiva partecipazione alle iniziative del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), del quale è socia emerita. È anche membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM – Science Writers in Italy, riconosciuta a livello internazionale. I suoi contributi possono essere letti su diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast. Collabora anche alla realizzazione di iniziative di formazione di vario genere e spesso organizza e tiene relazioni in seminari e conferenze a carattere scientifico e culturale.

Emilio Salgari. Scrittore di avventure

La biografia di Emilio Salgari da lei redatta si fonda su testimonianze e documenti in buona parte sconosciuti. Quali difficoltà ha incontrato nel reperimento e nel vaglio delle fonti?

Preciso che la biografia Emilio Salgari. Scrittore di avventure (Oligo, 2022) è stata scritta insieme al mio amico Giuseppe Bonomi. Nel rispondere alle sua domande credo di poter rappresentare anche il suo pensiero.
La vita di Salgari è avvolta nella leggenda. La ricerca di certe, attendibili e documentabili è stata lunga e impegnativa a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Due luoghi sono stati importantissimi: la Biblioteca Civica di Verona in cui sono conservati riviste e quotidiani veronesi per cui aveva lavorato come scrittore e come giornalista e innumerevoli libri utili alla sua scrittura; l’Archivio Storico della casa editrice Giunti di Firenze dove ho lavorato per alcuni mesi per riordinare la carte editoriali lì conservate (contratti, lettere, illustrazioni originali, elenchi, ricevute, della casa editrice Bemporad e della casa editrice Donath di Genova). Importanti anche i documenti conservati nel Fondo Turcato della Civica veronese. Turcato è lo studioso di Salgari più importante nella seconda parte del Novecento.

Lei si sofferma sul laboratorio salgariano dove la creatività si combina con avvenimenti storici. Quali ritiene siano stati gli accadimenti maggiormente influenti sulla produzione di Salgari?

I romance di Emilio Salgari sono numerosi e così gli accadimenti storici considerati. In particolare, c’è una relazione molto stretta tra la rivolta mahdista in Sudan, che lo scrittore con lo pseudonimo di Ammiragliador segue puntigliosamente dalle pagine de “La Nuova Arena” di cui è redattore e il suo romanzo d’appendice (La favorita del Mahdi (1884) di cui conosciamo tre redazioni); i conflitti nell’area del Tonchino di cui scrive che si riflettono poi nell’appendice Tay-See (1883), in seguito modificata e pubblicata in volume con il titolo La Rosa del Dong Giang (1897). Davvero straordinaria la tragica storia d’amore in L’eroina di Port-Arthur (1904) ambientata in Giappone durante la guerra russo giapponese d’inizio Novecento e firmato con lo pseudonimo di Guido Altieri.

Leggendo il testo appaiono palesi le sue relazioni di Salgari con il Melodramma, la Scapigliatura e il Positivismo. Quali sono i tratti di originalità che rendono Salgari inconfondibile?

Lo scrittore, partendo dall’appendice e dal melodramma ottocenteschi, ha compiuto un lungo viaggio verso una scrittura moderna, visiva, novecentesca, che elude l’ipoteca manzoniana. In Salgari il criterio stilistico fissa le priorità, i caratteri, il ritmo della vicenda narrata; egli è uno dei più grandi narratori di storie della letteratura italiana e per questo sfugge, consapevolmente, alle tortuosità e alle lentezze tipiche di molta nostra produzione letteraria del suo tempo, racchiusa tra accademie e regionalismi.
Non a caso gli si addice il criterio di Robert Louis Stevenson sullo stile letterario, basato su tre elementi essenziali: la scelta delle parole, la tela o il tessuto delle parole, il ritmo della frase. .
Nello scrivere La Bohème italiana, d’evidente derivazione scapigliata, il romanziere ha preso spunto da Scenes de la vie de bohème di Henry Murger e, soprattutto, dal celebre melodramma pucciniano a esso ispirato.
La Bohème italiana è una dichiarazione di appartenenza letteraria. Non si deve però separare dal resto della sua narrativa a cominciare, per fare qualche esempio, da Il Corsaro Nero e dal ciclo caraibico, da Il Capitan Tempesta, o dal ciclo Western in cui domina la tragica e affascinante figura di Minnehaha, la scotennatrice. Proprio la passionalità e la drammaticità dei suoi personaggi evidenziano la capacità di trasporre il melodramma in letteratura. Il Positivismo per Salgari non è mera tecnica, strumenti adeguati, fiducia nel progresso, ma cultura e conoscenza tout court, e soprattutto una particolare concezione del mondo. I Robinson italiani è la sua opera positiva più importante, ma non di meno lo sono il ciclo dell’aria, Al Polo Australe in velocipede…
In Salgari tutto muove dalle ragioni interne alla narrazione, alla scrittura, alla visione del mondo: in ultima analisi dalla poetica. E mai da una ragione esterna: filosofica, ideologica o politica. Salgari aveva uno scopo eminentemente letterario: dimostrare che nel nostro paese era possibile scrivere e diffondere il romance, nel senso profondo del termine, con riferimento agli “eredi” più illustri di quella tradizione narrativa: Stevenson, Verne, Hugo, Dumas, Dickens, London e molti altri ancora.
È artefice di una letteratura di genere, di azione e di avventura senza confini, di voglia di sperimentazione, simile a quella di Capuana, per cui non sono meno importanti nella sua opera l’Orientalismo, l’Esotismo, il romanzo storico, l’immaginazione di una società futura….

Salgari, scrittore di avventure. Eppure i suoi viaggi non sono stati documentati.
Quali furono le sue fonti d’informazione?

Tra il 1883 e il 1893 Salgari è stato redattore prima de “La Nuova Arena” e poi dell’“Arena” dove, tra le tante cose, si è sempre occupato delle notizie estere da cui ha ricavato molte informazioni. È stato lettore onnivoro di riviste di viaggio (a cominciare dal “Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare” edito da Sonzogno), diari, resoconti di viaggio, testi geografici, repertori scientifici e naturalistici, carte geografiche e portolani. A Venezia e Genova, città in cui è vissuto, raccoglieva nei porti informazioni e racconti dai marinai. Verona era città militare ma anche di viaggiatori ed esploratori, tra cui i missionari camilliani, comboniani e mazziani di cui egli conosceva le imprese. Sono numerosissime le ricerche sulle sue fonti come è evidenziato nel saggio in appendice alla biografia, Salgari e l’Oriente. Geografie del ciclo indo-malese, che mi permetto di segnalare.

Nel centosessantesimo anniversario dalla nascita qual è il lascito di Emilio Salgari?

Salgari è un classico della Letteratura italiana e internazionale pubblicato ancora oggi in numerosi paesi. Non esisterebbe la moderna letteratura italiana di genere senza i suoi romanzi. I lettori e l’editoria, prima della critica, hanno compreso immediatamente l’importanza della sua opera. Mi piace ricordare quanto io e Giuseppe Bonomi abbiamo scritto in merito: «È un grande processo culturale democratico, e la modernità che passa attraverso l’opera “mediana” di Salgari, in grado di modificare e orientare le scelte tecniche dell’industria editoriale per ciò che concerne il modo di costruire “fisicamente” i libri, poiché la rivoluzione che avanza e anche estetica e riguarda la carta, l’immagine, la grafica e l’illustrazione. La sua azione letteraria mette in discussione i labili e artefatti confini tra letteratura “alta” e letteratura “popolare” (per lungo tempo e, ancora oggi, con superficialità definita “paraletteratura”) e proietta immediatamente il romance italiano nella contemporaneità novecentesca. Dopo di lui, la letteratura italiana (in barba alla storia della letteratura) non sarebbe mai più stata scritta davvero allo stesso modo, non sarebbe più stata appannaggio esclusivo di ceti intellettuali, conservatori o comunque elitari».

Claudio Gallo, bibliotecario, docente di Storia del fumetto presso l’Università di Verona e direttore della rivista salgariana “Il Corsaro Nero”, è uno dei più grandi studiosi italiani di Emilio Salgari.

Eretiche. Donne che riflettono, osano, resistono

Dalle montaniste a Margherita Porete, da Giovanna d’Arco a Marta Fiascaris fino alle donne dell’Anticoncilio del 1869 ed alle moderniste. Ritratti di donne, un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Pur nei differenziati contesti culturali e storici, queste donne esprimono il disagio di non sentirsi riconosciute nei propri ruoli all’interno di una comunità gerarchica, clericale e maschile e, allo stesso tempo, l’esigenza di proporsi come portatrici di un messaggio liberante e alternativo in linea con l’annuncio evangelico

I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per navigare attraverso i secoli?
La scelta è stata condizionata dalle fonti che sono a disposizione e che rimandano perlopiù a processi e a documentazione che proviene da coloro che hanno condannato. Ho preso i casi di cui abbiamo testimonianza, i più conosciuti ed eclatanti, attingendo al materiale raccolto nei tanti anni di studio. Mi interesso da più di 40 anni di donne nella storia del cristianesimo e di dare loro visibilità. Per tanto tempo mi sono interessata di sante, venerabili, mistiche, fondatrici ecc. Alla fine della mia carriera, mi sembrava dare spazio a quelle donne, meno fortunate, che sono state ancora di più emarginate perché ritenute eretiche, cioè fuori della comunità ecclesiale.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?
Ci fanno capire che il concetto di eresia è ideologico e non storico. Queste donne non si ritengono “nemiche di Dio o della Chiesa”, ma credono di seguire un’indicazione di Gesù a cui fanno costante riferimento e in nome di questa fedeltà, sono pronte anche a morire.

L’eresia è stata studiata attraverso i protagonisti maschili, mentre poca attenzione è stata riservata alle provocatorie e alternative esperienze femminili. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?
Esiste una cultura atavica che considera il femminile insignificante e non meritevole di attenzione. Anche i libri utilizzati nelle scuole laiche non parlano di donne. Se tuttavia, risultano particolarmente pericolose per il sistema, si preferisce non parlarne per non divulgare la notizia sperando che l’esperienza provocatoria muoia con la protagonista. È quello che si faceva quando nel passato si bruciavano gli scritti delle donne affinché non se ne conoscesse i pensiero o quando oggi non si parla di quelle che, ordinate da vescovi compiacenti, celebrano i sacramenti ritenendo di poter far parte del cosiddetto ordine sacro.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?
Non penso se ne distaccano, perché sono pienamente inserite all’interno della teologia femminista, di cui credo di essere un’esponente. Esiste un femminismo cattolico che vuole restituire dignità e consapevolezza all’universo femminile attraverso una rilettura critica dei testi sacri, della tradizione e dell’impianto antropologico e teologico che hanno nei secoli penalizzato le donne. Anche io, come le mie colleghe teologhe, spero con i miei studi di aver dato un contributo in tal senso

Laureata in Filosofia e in Teologia, Adriana Valerio ha insegnato Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso l’Università Federico II di Napoli. Ha fondato ed è stata presidente dell’«Associazione Femminile Europea per la Ricerca Teologica» (2003-2007) e attualmente dirige il progetto internazionale La Bibbia e le Donne.Tra le più recenti pubblicazioni: Donne e Chiesa. Una storia di genere (Carocci 2016); Il potere delle donne nella Chiesa (Laterza 2016); Maria Maddalena (Il Mulino 2020); Eretiche (Il Mulino 2022).

Dove non batte il sole

Lei è reputato a ragion veduta uno degli autori più acuti del fenomeno mafioso. Come si evoluta la mafia negli ultimi decenni?

La mafia, Cosa Nostra in questo caso, ha vissuto più di un decennio, tra gli anni 80 e gli anni 90, di guerre e di faide tra i corleonesi di Riina e di Provenzano – la cosiddetta mafia stragista-, e la vecchia mafia, quella che non era d’accordo con la nuova linea di Riina che voleva prendersi tutta la Sicilia e sferrare un duro attacco allo Stato. I corleonesi uccisero molti boss della vecchia mafia e nel 1992, con la Cassazione che convalida le dure condanne del maxiprocesso di Palermo, comincia con gli omicidi : prima uccidono l’europarlamentare Salvo Lima, poi la strage di Capaci, quindi la strage di via D’Amelio per farla pagare ai giudici Falcone e Borsellino. Poi nel 1993 viene catturato Riina, Cosa Nostra da’ l’ultimo colpo di coda con le bombe di Roma, Firenze e Milano e da quel momento non spara e non ammazza più. Nel 2006 viene catturato Provenzano e resta libero solo quel Messina Denaro, catturato dopo 30 anni solo lo scorso 16 gennaio. Con il suo arresto si può dire chiusa la lunga parentesi della mafia stragista. Oggi la mafia fa affari ad alto livello, in doppio petto, e se non spara più è perché ha raggiunto i giusti equilibri.

I personaggi che tessono la trama del suo romanzo, puntualmente, consegnano al lettore l’”oggi” con le implicazioni nel tessuto sociale esercitate dalla mafia.
I nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, propositi di cambiamento sociale?

Le stragi degli anni 90 hanno rappresentato l’inizio della fine di quella mafia che piazzava bombe e uccideva senza pietà. Perché l’opinione pubblica reagì con un grande moto di indignazione. La gente comune, quella che credeva che le cose di mafia fossero affari di altri, capì che tutti eravamo a rischio. E da quel giorno si è diffusa una cultura antimafiosa con un fermento culturale importante nelle scuole. Io stesso quando vado nelle scuole a parlare dei miei libri, mi confronto con studenti che hanno basi solide di coscienza civica e sono molto preparati sul tema del riscatto sociale attraverso la cultura, l’unica che può formare il senso del dovere. Purtroppo, c’è ancora molto da fare, soprattutto in quelle fasce del paese dove manca appunto la diffusione della cultura. Un giorno un ex killer di mafia in carcere da 30 anni mi ha detto .

Il suo impegno sociale, profuso nella scrittura, ha trovato alleati nelle Istituzioni o si è scontrato con l’inadeguatezza degli strumenti legislativi ed istituzionali?

E’ una domanda che implica un ragionamento molto vasto. Provo a sintetizzare. Nei miei romanzi ho avvertito il bisogno di “denunciare” le incongruenze della nostra giustizia, i limiti dell’applicazione delle regole, il rispetto della Costituzione. Nelle mie storie, quasi tutte realmente accadute, succedono cose che vanno a sbattere contro un certo giustizialismo all’italiana che ragiona di pancia e pur di prendere consensi in certe fasce di popolazione, tradisce l’elementare principio sancito dalla nostra Costituzione secondo cui chiunque sbagli, chiunque si macchi del peggior reato, ha il diritto di cambiare, di essere recuperato. In Italia questo non succede fino in fondo, complici appunto le Istituzioni che disattendono le basi della democrazia di uno stato di Diritto.

Sullo sfondo della sua narrazione c’è la vita in carcere e la certezza di non uscire più: fine pena mai. In giorni tempestosi in cui si discute di ergastolo ostativo e di 41bis, qual è la sua posizione in merito?

La mia posizione su questa delicata materia è chiara e può perfino apparire banale: io sono e sarò sempre per il rispetto della legge: e la legge dice che l’ergastolo ostativo è incostituzionale nella parte in cui obbliga il condannato a collaborare con la giustizia per poter usufruire dei benefici di legge che altri ergastolani, non ostativi, ottengono molo più facilmente. Il governo ha dovuto adeguarsi alla sentenza della Consulta e ha eliminato questo obbligo, ma inasprito le prerogative per poter accedere ai permessi, alla semilibertà, alla libertà condizionale. Per esempio, se prima occorreva aver scontato 26 anni di carcere per chiedere i permessi, ora ne servono trenta. Io mi chiedo, se l’art.27 della Costituzione stabilisce che il carcere deve tendere al recupero del condannato, come è possibile che esista una pena che finirà solo con la morte del reo? Sul 41bis invece, il cosiddetto carcere duro, si può essere d’accordo, ma bisogna valutare caso per caso: oggi viene applicato con troppa facilità, anche a chi, per esempio, non si sia macchiato di omicidi.

Lei è altresì un giornalista: reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

Vengo da un’epoca in cui il giornalista andava sul campo. Non c’era Internet, non c’era questa bolgia di informazioni a cui chiunque oggi può accedere. Il bisogno di capire, di scoprire, di verità appunto era una responsabilità, prima ancora che un dovere. Perché sapevi che dal tuo lavoro dipendevano molte cose. Io mi sono occupato nella mia carriera di grandi inchieste giudiziarie, di mafia. Ho seguito fin dal giorno del suo omicidio, l’inchiesta sull’agguato al giudice Rosario Livatino. Sono stato perfino indagato dalla procura di Caltanissetta insieme ad altri tre colleghi, per aver scritto un servizio sul quotidiano “L’Ora” a cui collaboravo, nel quale ragionavo sugli scenari che si profilavano e sui possibili killer del giudice. Avevamo “visto” bene e siamo stati indagati, e ovviamente prosciolti. Oggi il giornalismo si è un po’ adagiato. Sono sempre meno coloro che inseguono la notizia, e molti di più quelli che si fanno raggiungere dalla notizia comodamente seduti davanti al pc, bersagliati da mille e mille siti, tutti, chi più chi meno, in diritto di dire la propria su qualunque argomento. Questo a danno della verità perché paradossalmente, oggi scrivono tutti e ai tempi dei social, perfino il fruttivendolo ambulante (con tutto il rispetto per i fruttivendoli) si sente autorizzato a dire la sua su qualsiasi argomento d’attualità. Non voglio apparire saccente, ma ecco, venire da quel tempo mi aiuta a fare questo lavoro all’antica. Indagare, capire, ragionare. Nell’interesse supremo della verità.

Carmelo Sardo, giornalista, siciliano di Agrigento, vive e lavora a Roma. Ha esordito nella narrativa con Vento di tramontana (Mondadori, 2010). Malerba (Mondadori, 2014), scritto insieme al detenuto ergastolano Giuseppe Grassonelli, ha vinto il prestigioso premio Leonardo Sciascia ed è stato pubblicato in Francia, Germania, Spagna e Giappone. Dal libro è stato tratto il docufilm Ero Malerba, con la regia di Toni Trupia, ed è stato avviato il progetto per la trasposizione cinematografica.
Nel 2016 esce con Mondadori, Per una madre.

Contro metaverso

Salvare la presenza

Professore, lei scrive: ”Dopo il disastro del 6 gennaio, l’immagine dell’azienda viene rilanciata usando il “verbo” con cui il giovane Zuckerberg aveva definito la “missione” di Facebook: la creazione di un’infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi”
Ebbene, dopo aver millantanto con Facebook il ritrovamento della comunità perduta, qual è oggi la missione del Metaverso?

La missione affidata a Metaverso vorrebbe essere quella di espandere nella realtà virtuale, che può proporci la tecnologia digitale, la “comunità globale” già largamente fittizia dei social. Realizzare come fenomeno sociale di massa il trascendere oggi a disposizione, grazie al digitale e all’intelligenza artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale per il tramite della transitività tra i due mondi. Ratificare socialmente in modo sempre più pervasivo il nostro essere entrati nell’epoca dell’onlife3, dove la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva.

Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?

L’umano corre il rischio di subire come fenomeno di sociale di massa un’immersività sempre più radicale e radicata dell’esperienza reale, della vita di presenza, nella realtà virtuale. Il cui disagio è già socialmente evidente in tanti ambiti dell’esperienza quotidiana. La vita di “presenza”, la stessa quotidianiatà della relazione umana rischia l’effetto gorgo del reale nel virtuale, che il buco nero dell’online fagociti sempre più la realtà offline, la vita come tale. La vita, anche quotidiana, che fin qui abbiamo conosciuto e “abitato” in presenza. Non solo: un altro rischio evidente, che è largamente già realtà, si pensi alle polemiche sul controllo dei Big Data e alle battaglie per difendere la privacy, è che ci siamo messi sulla strada di un controllo autoritario della società e di tutti gli ambiti della vita individuale sempre più “totalitario”, in mano a poche mani, per altro neanche politicamente trasparenti.

“Immersi come siamo in questa distopia, l’unica via di uscita possibile è “salvare la presenza”. Come si scappa dal buco nero dell’online che fagocita la realtà offline; come si salva la vita come tale?

La prima risposta è una presa d’atto dei rischi della società dell’infosfera, della pervasività del digitale e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale nella nostra vita. Le tecnologie digitali e la potenza di calcolo dell’IA, che certamente recano grandi benefici e nuove possibilità operative in tutti gli ambiti tecnici e scientifici, con i loro effetti operativi di grandi progressi in tantissimi ambiti, non devono “stregarci”. Cioè devono rimanere, come ogni tecnica è sempre stata, un’estensione strumentale dell’operatività umana, ma non devono asservirla a fini non umani di alienazione sociale in generale, e a fini non umani di altri umani, cioè di alienazione di controllo concentrata in poche mani. La seconda risposta irrinunciabile è di evitare la proliferazione incontrollata delle tecnologie digitali in ambiti fondativi della relazione umana di presenza: dalla formazione, la scuola, al lavoro, alla vita di relazione in generale e a quella del “tempo libero” in particolare. Scuola, lavoro, tempo libero devono restare luoghi di incontro fisico, di interazione psico-fisica tra le persone, quella dove nasce e si custodisce la vita di “presenza”, l’esperienza reale e non virtuale che ci rende e di mantiene intelligenze incarnate, emotive, relazionali in senso proprio e non in senso informazionale, la distopia degli inforg, degli organismi informatici che richiederebbe l’infosfera, la società del digitale e dell’IA.

Visori, sensori, avatar. Molto viene offerto come un gioco divertente e coinvolgente. Perché mai i più non comprendono che quella che reputano la propria esperienza sensoriale, in realtà, non è più la “propria”?

Perché ormai siamo già largamente vittime dei prodotti tossici delle nostre tecnologie digitali, come lo siamo da decenni delle nostre tecnologie energetiche ad esempio. E poi perché ormai abbiamo generazioni che sono come si dice “nativi digitali”, cui gli strumenti digitali sono messi in mano letteralmente appena finito lo svezzamento. Già la definizione è drammatica: non descrive una realtà neutra, ma una realtà dell’esperienza già orientata alla distopia. Se si aggiunge che le tecnologie del Metaverso funzionano come le nostre strutture neuronali, in parallelo analogico per così dire, ci rendiamo conto che siamo avanti sulla strada di non saper più distinguere realtà e realtà alienata; alienata, dove cioè di nostro c’è ben poco e siamo colonizzati anche mentalmente dall’ambiente digitale, virtuale, innaturale che abbiamo costruito.

“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?

Ho voluto chiudere il libro con questi versi di Rilke, perché mi sembrano esprimere bene il rischio esistenziale che corre lo “spirito umano”, in concreto quel vissuto bio-psico-fisico che siamo nel mondo del distanziamento digitale, virtuale dalla vita di presenza: la perdita del respiro caldo, avvertito dell’altro, lo spaesamento dell’esperienza esposta ai venti incontrollati e incontrollabili dell’ibridazione virtuale della realtà. Venti che rischiano di svellerci dalla “terra”, dalla nostra terrenità carnale, consegnandoci all’inospitalità per l’umano di questa presunta vita “aumentata” che ci garantirebbe l’ibridazione virtuale della realtà.

Eugenio Mazzarella, filosofo, politico, poeta, è professore emerito di filosofia teoretica presso l’Università Federico II di Napoli. È stato preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo fridericiano, e deputato della Repubblica nella XVI Legislatura. È tra i maggiori interpreti di Heidegger e Nietzsche a livello internazionale. Per Carocci sono stati di recente ripubblicati due suoi classici studi: Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger (2021; 1ª Guida, 1981) e Nietzsche e la storia. Storicità e ontologia della vita (2022; 1a Guida, 1983). I suoi lavori hanno proposto un complessivo ripensamento della filosofia e dell’antropologia della tecnica, lungo il filo conduttore della necessità della resilienza dell’umano alla deriva post-umana dell’uomo tecnico, allo spaesamento della potenza dell’artificio: Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (il Melangolo, 2004; tr. spagnola Tirant lo Blanch, 2016 ); L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo (Quodlibet, 2017). Tra i suoi lavori più recenti: Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri (Neri Pozza, 2019; tr. tedesca Ergon, 2020); Perché i poeti. La parola necessaria (Neri Pozza, 2020); Colpa e tempo. Un esercizio di matematica esistenziale (Neri pozza, 2022); Europa Cristianesimo Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano (Mimesis, 2022); Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis, 2022). Apprezzato poeta ha pubblicato diverse raccolte di versi, tra cui Opera media (il Melangolo, 2004) e Anima Madre (Paparo Edizioni, 2015); per Crocetti è in uscita (marzo 2023) la raccolta Cerimoniale.

“Tutto è santo, tutto è santo”

P. P. Pasolini e il corpo poetico

Professore, la Mostra espone i costumi di Danilo Donati meravigliosi, secchi colori arcaici, esposti nella veste nuda: essenziali, poveri, arte poverissima…Quali le sue considerazioni?

Sono rimasto colpito soprattutto dai costumi creati, esaltati nei “falsi” colori ( nel silenzio delle voci” abitate” dei corpi freddi, pensieri sudati anche lucenti ) specialmente quelli indossati dai personaggi protagonisti nei capolavori del grande poeta -cineasta sino a quegli ultimi medio borghesi di Salò…;
e poi, percorrendo le sale, il B/N meraviglioso sette, otto foto o più ( mi ricordo, si io ricordo ….era solo ieri l’altro o qualche mese fa () sulla parete in basso a sinistra del grande poeta con la madre tenero, infinite solitudini solcano l’atmosfera dell’appartamento di via Eufrate, e qualche tepido sorriso sparso appare; e nella sala media giganteggia l’intera parete coperta dalle tante denunzie(!) e assoluzioni del grande poeta: (In) giustizia “ben amministrata” nel nome del popolo italiano. Il potere giudiziario ( Terzo potere individuato da  Montesquieu) che persegue e annienta, sotterra le esistenze tutte ed anche….le cose con ferocia inaudita; lì anche esposti i fogli fascisti ( Lo Specchio, il famigerato Il Borghese e altri scandalizzati settimanali fotografici: insulsi gazzettieri ( al soldo del Padrone si diceva allora), scrivani su tricicli a rotelle in foto d’epoca) cani divoranti, raccontano di “reati efferati”, e vari i vilipendi perpetrati da Pasolini: invero Egli dissacrava, gridava alle nudità delle loro coscienze… ed anche alle nostre… () “Mi ricordo, sì, io mi ricordo …” Negli intermezzi della lavorazione in Portogallo di Viaggio all’inizio del mondo di M .De Oliveira, fra le montagne e il mare….Marcello Mastroianni si fa “girare” e meravigliato racconta… l’incontro col grande lusitano.

E, in seguito, il proseguir “guardando”…Illumination ….el Rimbaud di Casarsa. E’ bastevole la denuncia?

Non fu sufficiente gridare, denunciare, scrivere e poetare, egli perì come noi ora (in)umani,consapevolmente, sappiamo. Sorte atroce ma ancor prima il flagello, crocifissione e morte non sulla croce ( qui morivano i poveri diavoli “quasi ultimi” della Terra, affamati di luce: il sole africano mai stanco, antico arroventa l’aria, esalta le ombre ,uccide le pietre e la terra è fumo chiaro: al Mandrione o in Via Formia, tra l’Acquedotto romano e il Pigneto, ponte Testaccio e Casal Bertone …. (Stracci, Accattone , Ettore, la morte li attende e tanti altri, Balilla, Peppe il Folle, Cartagine, Nannnina, Bruna…( Er Pecetto ,uno dei Ragazzi di vita che va narrando ancora i respiri disperati del poetare) sopra-vivono appena, sottoproletari delle borgate alle foci del feroce neocapitalismo del XXX° e del IV °mondo assaliti da epica povertà.
Lui morì su uno sterrato freddo, non lucente, epico come la morte dei suoi personaggi, in una notte dove anche la Luna era assente (1/2 novembre 1975) .
Qui si dissolse nel fisico ( non nello Spirito) la sua vita poeticamente disperata ,avvolta nell’estremo sudario: cantò il mondo, lo esaltò tremendo quanto agognato ( l’ eterno ritorno): una esistenza di straordinaria, visionaria, vitalità, e passionale” follia”
Tantissime cose ancora si possono dire.. mi fermo qui per non tediare le persone a cui mi brigo d’inviar queste minute riflessioni.

La mostra bisogna vederla e…rivederla…, rincorrerla nelle otto ampie sale…Quale ambiente reputa ineludibile?

E’ d’obbligo fermarsi parecchio nella stanza piccola dove magnificente, la Bellezza appare , tra pioppi e prati, cammina con passo lieve( non ci sono margherite, solo erba); li si… “coglie” una Madonna in…posa ( una Pala d’altare!), una moderna Madonna che rivive ed esalta le forme nello spirito purissimo delle Grazie, pudicizia e degnità s’esaltano nelle sporgenze pre-medievali e d’altri secoli a venire.
Una Giocasta moderna ed antica col pargolo in fasce che avidamente…. “surge alla vita e va dentro….”() ; e la musica mozartiana dissonante (quasi dodecafonica) presidia il rettangolo che si allarga, s’innalza tra la luce dei faggi , esalta la visione e la bellezza: la forma che s’erge su pei campi e i declivi della terra d’Emilia ove la luce dalle terre sprigiona, s’ incunea sottile tra le fronde il primitivo affetto s’invera: una Mangano straordinaria, radiosa, meravigliosa, nell’espanso,- quasi roteante primo piano -, una Madonna casta di non eterea beltà.() Ecco che il corpo poetico (Lei nella Mostra ,….móstra anche l’”oltre”… ) assume tutta la sua grandezza antica : l’arcaico già avanza e s’avvera d’appresso nella barbara, rupestre Medea ( callasiana) della Colchide. () Dal Canto XXV° del Paradiso dantesco.

(**) E’ esangue, eterea la Mangano in Teorema ( come si addice al personaggio), veste i panni di Lucia – uno dei cinque personaggi più importanti del film.
In Edipo re ( primi fotogrammi già illuminano: da lì un balzo si giunge a Tebe) le mosse e l’ambiente sono autobiografiche del poeta ( siamo negli anni ’30) nelle terre folgoranti di luce dai tramonti obliqui ,ripiegati verso il cielo, tanto care a Bernardo e ad Attilio Bertolucci.

L’umano che va…alle Mostre: quali considerazioni?

…Sfinente dopo 4 ore- quasi cinque – di… visioni( in cui ho scambiato impressioni con altre persone: due romani e due forestiere(!), prendo l’uscita e ritorno a casa col fuoco e lo splendore (ancora) negli occhi….
Mostre come queste, bisogna vederle,…”mirarle” anche con gli occhi degli altri che passano accanto silenti, e pensano forse le stesse cose che anche tu pensi: emozioni illuminanti, pensieri non sciolti , sparsi (racchiusi in memoria).
Bisogna…”orecchiare”, “annusare” la gente, gli ospiti che guardano, si fermano e riprendono a guardare, e sentire…. Porgere le orecchie…. Bisogna visionare le Mostre di tale splendore, poiché nelle attuali epoche ( poco si concede); tremenda, minacciosa è la tecnologia che domina il tempo nostro, cui assistiamo: noi poveri visitatori e cultori d’arte imprigionati in una sorta di analfabetismo biologico; le Mostre purificano il pensiero, affondano le menti, acuminate sono le visioni, ossessioni pūre. Qui l’arte della visione è semplice e, al tempo stesso complessa, non è facile “vedere”, “sentire”, “ascoltare”, con i tre organi: Occhio, Orecchio ,Bocca tuttavia: le orecchie… per “guardare”, l’udito” per vedere” e con la bocca comunicare, l’anima si riempie di fine ossigeno spirituale.

La contemplazione del Bello: come guardare?

Per ultimo, la cosa più importante, è il momento contemplativo: si guarda appunto e si contempla…con attenzione sino a…giungere e svegliar il risveglio; il vero risveglio avviene durante lo stato di veglia, l’occhio è lucido (attento!) del guardare”, osservare ove lo scarto lieve è l’incanto della meraviglia. Il vortice linguistico che porta luce: la decostruzione del reale, parole e significati () 1) Scusate il tedio da me ancora provocato. Prometto a me di prender sosta,… ma vado avanti sempre. Infine il commento di cui parlo all’inizio non è affatto esiguo…. () Jacques Derrida- Filosofia della decostruzione: significati e luce, segreti e concetti, il vortice linguistico e le parole.

(2) Frase che pronunciò Carmelo Bene contro i giornalisti del tempo (‘60/’80 ) rivolta in particolare a Renzo Tian “gazzettiere” de Il Messaggero di Roma-
Nota extra
Molto importante la musica diffusa e soffusa nell’ambiente della Mostra. Sono echi e
richiami “selvaggi”, antichi ed arcaici dei tempi pre-storici ( atti in musica del Dopostoria ) riferiti ai film girati in Africa( Marocco, Egitto, Yemen) e in Cappadocia. In questi luoghi Pasolini girò Edipo re, Medea, Il fiore delle mille e una notte, Le porte e le mura di Sanaa, Appunti per una Orestiade africana e altro. Da qui i viaggi con Alberto Moravia, Elsa Morante, Dacia Maraini. E al ritorno in Italia a Fiumicino”……

….Come in un film di Godard: solo
in una macchina che corre per le autostrade
del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto –
[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]
solo, “pilotando la sua Alfa Romeo” in un sole irriferibile in rime
non elegiache, perché celestiale il più bel sole dell’anno –
come in un film di Godard……

Michele Castiello, Docente di Storia del Cinema UPTER Roma

Pier Paolo Pasolini seduto sulle scale del terrazzo della sua casa, luglio 1960 | © AF Archivi Farabola

La tradizione filosofica italiana

La filosofia italiana è viva e vegeta, eppure vige ancora quell’approccio “museale” volto solo a conservarne il glorioso passato. Quale prospettiva adottare per ripensarla, rivitalizzarla e renderla operativa nell’attualità?

Per evitare quell’approccio che, nel mio libro, ho definito “museale” – volto cioè a un recupero fine a se stesso del passato – è possibile assumere la prospettiva adottata dall’Italian Thought, un movimento filosofico, nato in Nord America, in seguito alla traduzione in inglese delle opere di autori italiani tuttora in attività. Il pensiero di filosofi come Roberto Esposito, Toni Negri, Giorgio Agamben, Gianni Vattimo e Adriana Cavarero – per citare soltanto i più noti – è oggi particolarmente studiato nei paesi anglosassoni. Ma non solo. Esso si è diffuso anche in Europa, America Latina e persino in Giappone. In breve, tale vettore speculativo – altrimenti noto col nome di Italian Theory – è una modalità teoretica di ripensare la nostra tradizione. In altre parole, esso risponde all’odierna necessità di far fronte ai cambiamenti e all’accresciuta complessità del mondo contemporaneo, elaborando nuove categorie all’altezza dei tempi, senza però rigettare il patrimonio filosofico che ci precede.

L’Italian Thought gode di successo internazionale. Cosa rende il pensiero italiano così apprezzato e studiato all’estero e quali sono le sue peculiarità?

Il successo del pensiero italiano è dovuto, io credo, a taluni suoi tratti distintivi che lo rendono particolarmente originale e attuale. Come ho detto, l’odierno Italian Thought risponde all’esigenza – sempre più sentita – di concretezza e di nuove categorie che siano in grado di leggere la complessa realtà di cui siamo abitatori, a distanza di sicurezza da certe filosofie senza alcuna connessione con il mondo della vita, della storia, della politica. Per dirla con le parole di Roberto Esposito, “la nostra non è stata né una filosofia della coscienza, come quella classica francese, né una elaborazione metafisica come la tedesca. Ma non è stata neanche una filosofia della logica e del linguaggio, come nei Paesi anglosassoni. Non è stata un’analitica dell’interiorità, della trascendenza, delle strutture logico-linguistiche, ma un sapere della vita, del corpo e del mondo”.

Da Dante a Vico, da Machiavelli a Gramsci: una tradizione nazionale unitaria, una traccia, un fil rouge pur nella loro differenza tematica?

Sì, vi è senz’altro una linea di continuità che attraversa il pensiero filosofico italiano da Dante a Gramsci fino all’odierno Italian Thought. Ma questo non significa, cela va sans dire, che la nostra tradizione possa essere ridotta a un’unica cifra peculiare. È vero che quella italiana è stata più una filosofia della “ragione impura”, attenta alla dimensione della concretezza storica e al mondo della vita, insomma a ciò che Machiavelli chiamerebbe “verità effettuale”, ma è altrettanto vero che gli autori, gli indirizzi, i centri di produzione culturale sono molteplici e rendono policromatica la storia del pensiero italiano. Non a caso, i quattro autori paradigmatici che ho preso in esame nel mio libro – Bertrando Spaventa, Giovanni Gentile, Eugenio Garin e Roberto Esposito –, pur condividendo l’esigenza di ripensare la nostra tradizione, ma lontani da un suo recupero meramente erudito e fine a se stesso, non valorizzano le stesse correnti filosofiche né, di conseguenza, sviluppano le medesime tematiche.

È praticabile una terza via alternativa sia al nazionalismo che al globalismo?

Non soltanto è praticale, ma è auspicabile. Come noto, uno degli esiti nefasti del globalismo è la riduzione delle molteplici culture a un’unica cultura mondiale. La soluzione a questa tendenza non può certo essere il nazionalismo, da respingere tanto quanto il paradigma “globalitario”, bensì una terza via che nel libro ho definito “internazionalista” e che si ispira al “cosmopolitismo di nazioni” di cui parla Mazzini. In tale paradigma, le peculiarità culturali – lungi dall’essere annullate – vengono conservate nelle relazioni armoniche inter nationes. D’altronde, come ha scritto giustamente lo stesso Gioberti, “né i partimenti nazionali offendono l’unione cosmopolitica, anzi ne fanno parte, perché l’universale non può stare senza il particolare e il conserto maggiore presuppone quelli di minor tenuta. Nei tempi antichi le nazionalità e le patrie erano contrarie alla cosmopolitia, perché la scarsa coltura fra loro le inimicava”.

Il filosofo può intendersi come paradigma dell’umanità?

Senz’altro può essere un modo di intenderlo, almeno stando alle celebri definizioni del filosofo come “funzionario dell’umanità” di Husserl e – prima ancora – dell’intellettuale come “maestro del genere umano” di Fichte. Fra l’altro, non mancano pensatori italiani che, già in epoca rinascimentale, concepivano la filosofia in questi termini. Si pensi a Tommaso Campanella, il quale scrisse significativamente: “Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia”. E si adoperò attivamente in tal senso: scrisse la Città del Sole, un’utopia che cercò di realizzare concretamente, organizzando in Calabria – sua terra natìa – una rivolta che avrebbe dovuto sovvertire l’allora governo spagnolo e “offrire quasi un esempio preliminare della grande repubblica universale che si deve preparare”. Arrestato nel 1599, Campanella non riuscì a mettere in pratica questo suo ambizioso progetto politico-filosofico. Un destino analogo era già toccato all’altro grande pensatore italiano di quel periodo, Giordano Bruno, che – di lì a poco – sarebbe stato arso vivo in Campo de’ Fiori. I due grandi sconfitti del nostro Rinascimento sono ancora oggi modelli paradigmatici di vite autenticamente filosofiche. Persino, appunto, nella sconfitta, che Bruno, in uno dei passaggi più potenti e attuali della sua opera, ci insegna ad affrontare: “Ho combattuto, è già molto: ho creduto di poter vincere (ma alle membra venne negata la forza dell’animo) e la sorte e la natura hanno represso ogni velleità ed ogni sforzo. È già qualcosa l’essersi cimentati: la vittoria, mi sembra, è nelle mani del Fato; per quel che mi riguarda ho fatto il possibile e ciò che mi appartiene non lo potranno negare né i secoli futuri né ciò che appartiene al vincitore cioè il non aver temuto la morte ed il non aver consentito ad alcun mio simile di anteporre una morte gloriosa ad una vita imbelle” (De Monade).

Corrado Claverini è assegnista di ricerca in Filosofia presso l’Università del Salento. Ha conseguito il Dottorato in Filosofia presso l’Università S. Raffaele di Milano. Tra le sue pubblicazioni: La tradizione filosofica italiana. Quattro paradigmi interpretativi (Quodlibet, 2021); Utopia concreta. Pensiero utopico e ideologia in Niccolò Machiavelli e Tommaso Campanella (Il Prato, 2015); Spaventa, Gentile e la tradizione italiana, «Il Pensiero», 57/2, 2018; Dove va la filosofia italiana? Riflessioni sull’Italian Thought, «Phenomenology and Mind», 15, 2018. Sua la curatela del fascicolo L’Italian Thought fra globalizzazione e tradizione, «Giornale Critico di Storia delle Idee», 1, 2019.

I Greci e i Romani ci salveranno dalla barbarie. O no?

Professor Traina, le ideologie del nazismo e del fascismo hanno alimentato le rispettive ideologie in nome delle radici classiche dell’Occidente: purezza della razza e maschia romanità. Qual è la sua opinione al riguardo?


Gli svariati cultori, più o meno seri o improvvisati, della Fortuna dell’Antico dovrebbero riflettere su un dato di fatto: in nome delle radici greche e romane dell’Occidente (quelle romane vennero esaltate soprattutto dai gerarchi di casa nostra), l’antichità classica è stata rivendicata per giustificare le peggiori nefandezze. Del resto, prima ancora dei regimi totalitarismi che hanno funestato il Secolo Breve, i vari nazionalismi e colonialismi avevano ampiamente preparato il terreno.
Restando in tema, basterà fare un esempio relativo al Terzo Reich, che fece abbondante uso e abuso della Grecia classica. Riproponendo il tradizionale collegamento fra antichi greci e tedeschi moderni, gli ideologi nazisti non si limitarono ad affermare la comunanza spirituale tra i due popoli, ma si spinsero a rivendicare la comunanza del Blut “sangue”. Attuando così, come ha ricordato l’amico Johann Chapoutot, una vera e propria “annessione razziale della Grecia antica”.
Certo, molti gerarchi —a cominciare dal potentissimo Himmler— preferirono esaltare i germani, più primitivi ma in compenso puri e incontaminati. Che però piacevano solo relativamente al Führer, fedele alla tradizione del classicismo tedesco; più consono ai suoi gusti di artista mancato. Fu l’ideologo Alfred Rosenberg a trovare una soluzione soddisfacente quanto forzata: i greci altro non erano che colonizzatori nordici. Problema risolto.
Nel 1936, la propaganda delle Olimpiadi di Berlino tradusse anche sul piano dello sport questa brutale forzatura dell’antico; che fu portata sugli schermi da Leni Riefenstahl. Nel prologo del documentario Olympia (1937), la disinvolta regista ricorse a un effetto di animazione: vediamo così il Discobolo dello scultore Mirone da Eleutère prendere gradualmente forma umana fra le rovine di Olimpia, e trasformandosi nell’insegnante di educazione fisica Edwin Huber da Karlsruhe, virile atleta e insegnante di educazione fisica. A Berlino, però, il virile atleta non gareggiò nel lancio del disco maschile, bensì nel decathlon. Dove però si piazzò solo al quarto posto. Tutte le medaglie andarono a tre americani, vedi come va il mondo.

In tempi recenti Antigone è stata tirata in ballo per attaccare le misure sanitarie contro la pandemia da COVID-19…


Nel nostro dialogo di qualche tempo fa avevo parlato di una delle mie bestie nere, l’Umanista Semicolto. https://giusycapone.home.blog/2022/02/28/la-storia-speciale-perche-non-possiamo-fare-a-meno-degli-antichi/ Mi permetto di sintetizzare quanto già affermato: nemici della mia disciplina non sono solo i tecnocrati: per “umanisti semicolti” non intendo infatti ai soggetti semianalfabeti, o per dirla con Adorno quelli “semieducati”. Nella mia definizione personale, si tratta di soggetti con un’accettabile cultura generale, penalizzati però dalla loro mancanza di curiositas che li porta a stabilire una gerarchia delle discipline umanistiche. Riporto i miei ipsissima verba: “Complici alcuni insegnanti che non hanno saputo o voluto appassionarli ai tempi della scuola, e di qualche autore di libri di storia “in una situazione complicata” con la propria lingua, i nostri eroi si dilettano di arte, filosofia o letteratura, dando però poco peso alle discipline storiche, e a maggior ragione alla storia antica, ridotta a un pacchetto di date, personaggi, e naturalmente battaglie: tutto poco interessante rispetto all’Arte povera, i cronopios di Cortázar, la biopolitica di Foucault (e mettiamoci pure quella di Agamben), o altri rimedi infallibili per brillare in società, o meglio sui social.”
Ecco, Antigone è una delle poche cose che l’Umanista Semicolto —se non coltiva qualche interesse per il mondo antico e insegna, chessò, matematica alla Sapienza— ritenga degna di esser tenuta da conto. Questo vale anche per i politici, e persino per i pensatori di successo. Più o meno contemporaneamente, c’è chi ha paragonato la fanciulla tebana alla capitana Carola Rackete e chi al suo avversario Matteo Salvini, a suo modo capitano anche lui. Il suddetto Agamben, poi, ha voluto evocare per l’eroina immortalata da Sofocle per stigmatizzare chi cercava di arginare i danni della pandemia nel suo momento più critico. *PUBBLICITÀ*  Non entro nei particolari perché ne parlo nel libro, che vi invito ad acquistare e a regalare in giro senza moderazione.

All’Antico si attinge costantemente e, soventemente, impropriamente. Reputa che in Italia si rischi di concorrere con il Caesars Palace di Las Vegas?


Il Caesars Palace degli anni d’oro, con il ristorante Bacchanal dove le cameriere accoglievano la clientela con un outfit classicheggiante quanto discinto (“i pepli superflui”: giuro, sarà l’unica freddura), non esiste più. E anche le “americanate” in salsa greca e romana non sono più le stesse di una volta. In Italia, tra i residui di questa paccottiglia, rimane qualche ristorante vintage o una più recente catena di pizzerie a tema “anticoromano (non ci sono mai andato, ma a dispetto del latino improbabile del menù le pizze sembrano buone). In compenso, ho l’impressione che un certo kitsch stia cominciando a diffondersi nei nostri musei nazionali. Intendiamoci: a differenza di quei professionisti talebani dei Beni Culturali che sparano a zero sempre e comunque sulle trovate del Ministero e dei direttori di museo, personalmente sono abbastanza tollerante: se certe cose un po’ strane attirano i visitatori e le scolaresche, why not? Trovo ben più disdicevole quegli allestimenti o quelle mostre in cui la storia cede interamente il passo a una museologia fondata esclusivamente sull’estetica del bel pezzo. Ma, si sa, il sonno della Regione genera mostre (oops, un’altra freddura. È l’ultima).
Oltre al patrimonio materiale, c’è anche quello immateriale delle tante idee e nozioni distorte circolanti in rete. Del kitsch si è appena detto; ma non trascuriamo il trash, che è ancor più devastante perché, a differenza del kitsch, si tratta di una dimensione non voluta. Farò un esempio attinto ancora una volta al bestiario italiano. Una premessa: la maggioranza dei nostri compatrioti non ha mai letto Tucidide né in greco né in traduzione (e fin qui non c’è nulla di male, a patto che almeno quelli più colti abbiano letto Erodoto, quello sì). Eppure, sono stati in tanti a improvvisarsi classicisti per rilanciare in rete, magari sbagliando anche la data, il testo in cui Paolo Rossi (il comico, non il calciatore) si era ispirato al discorso funerario in onore dei morti ateniesi nel primo anno della Guerra del Peloponneso, che Tucidide fa pronunciare a Pericle. Nulla da dire sullo spettacolo, che denunciava il pericolo alla minaccia di certi politici ai valori della nostra Costituzione: solo che molti hanno creduto, e tuttora credono che le parole di Rossi, col celebre tormentone “qui ad Atene facciamo così”, siano in realtà quelle di Pericle-Tucidide. C’è cascato persino Carlo Calenda, che ha fatto il Liceo classico: vedete un po’ voi.

Professore, si reputa che lo studio dell’antichità si sia piegato all’idea che i valori della società bianca occidentale siano posti al di sopra degli altri. Secondo lei si tratta di un ostacolo per il futuro degli studi di antichistica? E pensa anche lei che la cosiddetta “cancel culture” sia un pericolo per gli studi classici, come molti affermano?

Se parliamo di quanto si verifica negli Stati Uniti, lascio la parola ad Alice Borgna, che nel suo libro Tutte storie di maschi bianchi morti… (Laterza 2022), e anche sul suo blog https://giusycapone.home.blog/2023/02/15/tutte-storie-di-maschi-bianchi-morti/, ha spiegato come siano realmente andate le cose. A parer mio, nel discorso antichistico attuale, la Cancel Culture è un MacGuffin (non googlate, andate direttamente qui https://it.wikipedia.org/wiki/MacGuffin) da tirar fuori come trucco per tenere in sospeso gli spettatori e, nel nostro caso, i lettori dei millemila articoli e saggi dedicati a questa nuova minaccia per la Cultura Occidentale. E poi la Cancel Culture sta bene su tutto, e si può usare agevolmente come clickbait nella speranza di emergere nell’agone mediatico, o per incuriosire gli avventori delle librerie che vedono “Cancel Culture” sul titolo di un libro che in realtà parla soprattutto di mondo antico. Prima o poi questa moda finirà per passare: intanto, vediamo di occuparci di argomenti più interessanti.
Da parte mia, preferisco insistere su un equivoco corrente, in cui incorrono più o meno volontariamente sia i colti che i semicolti: che l’antichità classica coincida con l’antichità tout court. Gli stessi “degustatori dell’antico” che si stracciano le vesti per la decadenza dei loro studi non si sono mai posti il problema delle altre civiltà “classiche” come quella persiana, indiana o quella cinese: figuriamoci quelle tribù e comunità che gli stessi antichi disprezzavano in quanto barbare.
Come ho già spiegato in un’altra intervista (https://ilmanifesto.it/la-retorica-latina-non-e-da-tribunale: non badate al titolo, non l’abbiamo proposto né io ne l’intervistatrice), non possiamo continuare a considerare i greci e i romani come gli unici pilastri della nostra civiltà, né nei corsi di laurea in Lettere classiche né altrove. Come le nostre nonne che guardavano gli scandali e le miserie di Soap opera quali Dallas o Beautiful, concludendo “meno male che non viviamo in America”, molti nostri classicisti anche blasonati si accaniscono a tuonare contro i wokist, limitandosi alle notizie diffuse apposta per +indignarli, lette come se fossero programmi televisive. Ovvero passivamente, bevendosi tutto senza preoccuparsi del fact checking. Così, ciascuno vuol dire la sua a proposito di quella scuola di terz’ordine che vuole eliminare Omero dal programma, o di quell’università di prestigio che cerca di rimediare al calo delle iscrizioni proponendo un’antichità più inclusiva. Certo, l’ideologia woke ha conosciuto preoccupanti sbavature censorie, ma si sa, sono americani, e la censura la praticano anche certi ammiratori di Donald Trump.
Detto questo, come ripeto da anni, l’antichistica del futuro sarà inclusiva o non ci sarà proprio. Ma questa è una prospettiva ottimistica, e temo che il futuro sarà più pessimistico. Un mio carissimo amico, valoroso grecista e blandamente conservatore, ha dato la risposta definitiva: “Altro che Cancel Culture d’Oltreoceano: ci stiamo abbondantemente cancellando da soli”. Un po’ come gli inetti notabili della poesia di Kavafis Aspettando i barbari. Che poi si lamentano perché i barbari non sono arrivati, hai visto mai, magari risolvevano qualcosa.

Giusto Traina insegna Storia romana a Sorbonne Université. Si occupa attualmente di storia militare e geopolitica antica, in particolare dei rapporti tra Roma e l’Oriente. Ha pubblicato di recente La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani (Laterza, 2020) e, insieme ad Aldo Ferrari, Storia degli armeni, Il Mulino, Bologna, 2020; Marco Antonio (Laterza, edizione aggiornata 2022); La guerre mondiale des Romains. De l’assassinat de Jules César à la mort d’Antoine et Cléopâtre, (Fayard, 2023); I Greci e i Romani ci salveranno dalla barbarie (Laterza, 2023).

L’intervento della censura cinematografica nella filmografia di Pier Paolo Pasolini: da Accattone a Salò

Nel dicembre 1973, per la Commissione Cinema del Comune di Bologna e la Mostra Internazionale del Cinema Libero di Porretta Terme, Vittorio Boarini, allora direttore della Cineteca di Bologna, e Pietro Bonfiglioli, critico di arte, letteratura e cinema, curarono un convegno che avrebbe avuto un ruolo storico nella vita culturale della città e che si intitolava Erotismo, eversione, merce.
Qual è l’attuale chiave di lettura politico-filosofica da adottare?

Recentemente l’editore Mimesis ha ripubblicato gli atti di quel prezioso convegno a cui partecipò anche Pier Paolo Pasolini. Parlando di censura cinematografica, lo scorso aprile l’ormai ex Ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha abolito l’organo censorio in Italia. Infatti un film, anche se può suonare strano, fino allo scorso anno – per essere proiettato in pubblico, dunque distribuito in sala, necessitava di un visto ossia di un vero e proprio “permesso” da parte del Ministero che – all’epoca dei film di Pasolini – era il Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Questo permesso veniva concesso (o meno) da apposite commissioni di censura che – proprio al fine di rilasciare il nulla-osta – potevano pretendere tagli di sequenze, scene, modifiche di battute, oscuramenti di vario genere che in molti casi, alteravano i messaggi dell’autore. Oggi la censura non esiste più. Ma è davvero così? Non esiste pur sempre una forma più subdola di censura della verità in generale ossia di mistificazione? Per rispondere alla Sua domanda, mi perdoni la lunga premessa, ritengo che la chiave di lettura politica, filosofica, esistenziale, l’atteggiamento tout court da adottare in prima istanza si identifichi col cercare la verità spogliandosi dei preconcetti e delle tante, troppe – direbbero gli antichi greci – “doxa” ossia pure opinioni che hanno pretesa di verità. Uno dei maggiori drammi della nostra società contemporanea è – a mio giudizio – un indebolimento della capacità critica e di analisi. Ecco, bisognerebbe tornare seriamente allo studio della filosofia nelle scuole superiori di ogni genere, all’esercizio del pensiero. Andare a fondo, questo è il primo e fondamentale passo.

Felix Guattari, Ado Kyrou, Fernanda Pivano, Gianni Scalia, Elémire Zolla e Pier Paolo Pasolini tra gli intervenuti ad esemplificare i termini di un dibattito di non scarse suggestioni anche circa la censura. Oggi, la rappresentabilità e la rappresentazione del sesso sono divenute un obbligo?
Oggi, come negli anni settanta, a seguito della cosiddetta rivoluzione dei costumi, quando si verificò un impeto quasi aggressivo di mostrare il sesso, gli organi sessuali, un universo di cui era proibita la rappresentazione fino a poco prima; atteggiamento psicologico tipico di una post-repressione. Ma non a caso, Pasolini – inimicandosi i giovani di allora – la chiamava “falsa” rivoluzione dei costumi poiché dettata dalla società edonista e capitalista che riduce l’uomo a ciò che compra instillando in lui bisogni che non esistono. La rappresentazione del sesso non è un obbligo oggi ma è ormai dato di fatto che, credo, non attiri particolarmente l’attenzione.

Le scelte estetiche sono soventemente scelte sociali, sostenne Pasolini. Lo spazio espressivo si è allargato fino alla rappresentazione di corpi nudi ed amplessi espliciti. Qual è stata l’evoluzione del comune senso del pudore in special modo della società borghese italiana?
La celebre espressione “comune senso del pudore” oggi appare quasi anacronistica come, a volte nel linguaggio comune spicciolo, lo è quasi la parola “pudore” stessa. Nella Sentenza di dissequestro dell’ultimo film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma si legge “il popolo italiano è abbastanza maturo da percepire queste immagini senza traumi”. Nella società odierna dove anche i minori provvisti di uno smartphone hanno accesso a qualsiasi contenuto possibile in rete, il senso comune del pudore sembra essersi dissolto nell’abitudine al sesso e ai rapporti sessuali sul grande schermo e sul “piccolo” schermo privato che è il pc o la televisione in cui quasi tutti vediamo le serie disponibili su apposite piattaforme come Netflix. Dire che si è evoluto però forse non è corretto. È cambiato e – in alcuni casi – si è involuto. Mi spiego subito. Assistiamo oggi ad un Paese diviso in due: chi si scandalizza per i diritti della comunità LGBTQIA+, chi vorrebbe negare alle donne la possibilità di abortire, chi propone un cimitero pubblico dei feti abortiti. Mi sembra quindi di permanere in una perenne lotta contro forme di oscurantismo.

L’immaginario letterario e l’attività giornalistica di Paolini nella sua produzione cinematografica.
Ha ritrovato segni, rimandi, riverberi?

Pasolini era un intellettuale a trecentosessanta gradi. Aveva alle spalle una cultura classica, letteraria, poetica, artistica persino musicale incomparabile inoltre si interessava di antropologia, religioni, mitologia, filosofia e naturalmente – in quanto giornalista – la sua prima vocazione era la verità, la realtà che incessantemente studiava e analizzava. Da intellettuale umanista quindi, mischiava i piani, sperimentava, non viveva la cultura a compartimenti stagni. Basti pensare alla reinvenzione del mito in Edipo Re e Medea oppure ai tre film che compongono la Trilogia della vita: il Decameron, i Racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte tratti e reinventati – rispettivamente – da Boccaccio, Chaucer, dalla novellistica araba. Ma Pasolini fa di più: interpreta, si appropria del mito o dell’opera letteraria per aggiungere altro, personalizza, infonde altri significati, le rende sue.

Esiste ed è definibile un’attualità pasoliniana per gli autori di film che sono arrivati il 2 novembre 1975, giorno della morte di Pasolini?

Deve esistere. I Maestri come Pasolini non smettono mai di parlarci, di insegnarci. Non smettono di essere fonte di ispirazione. In ambito cinematografico italiano contemporaneo, parlando di giovanissimi, ad esempio, seguo con particolare attenzione i lavori dei fratelli D’Innocenzo, Damiano e Fabio. Ho amato molto Favolacce che nella sua crudezza e nella ripresa diretta di una vera realtà provinciale disperata e di personaggi altrettanto disperati, mi ha ricordato Pasolini.

Giorgia Bruni

Baccelliere in filosofia presso la Pontifica Università Lateranense di
Roma, nel 2012 si laurea in lettere e filosofia (I livello) presso l’università LUMSA con una tesi in
letteratura cristiana antica, sul ruolo della donna nel cristianesimo del IV secolo. Nel 2015 – presso
l’università Sapienza – si laurea in lettere moderne (II livello) con una tesi sulla Trilogia della Vita
di Pier Paolo Pasolini. Nel 2019 – sempre presso la Sapienza – diviene Dottore di Ricerca in
Spettacolo, curriculum Cinema con un progetto di ricerca sulla censura cinematografica nella
filmografia di Pier Paolo Pasolini: da Accattone a Salò.
Collabora con la rivista di cinema Diari di Cineclub diretta da Angelo Tantaro, con la rivista
Studi Pasoliniani diretta dal Prof. Guido Santato, è autrice di podcast su Pier Paolo Pasolini per il
canale Diari di Cineclub Radio.
Tra le sue pubblicazioni si menzionano il saggio La censura cinematografica contro Pasolini:
Accattone sul banco degli imputati in Le favole dell’idiota; volume a cura di Francesco Iezzi
(Lithos – 2018) e La dimensione autobiografica in Atti impuri, Amado mio e Romàns di Pier Paolo
Pasolini in Io lotto contro tutti; curato da Maura Locantore (Marsilio – 2022).
Nel 2022 esce il suo primo romanzo, La notte dell’addio, pubblicato da Edizioni Nulla Die.