Le prigioni delle donne

“[…] tu che ti leghi per la vita e per la morte, quasi t’identifichi con le cose che fai. Ma vedi, tu appunto hai questo dono di ricondurre ad unità gli elementi più disparati […]. Tu senti che il mondo è fatto a pezzi, che le cose da tener presente sono moltissime e incommensurabili tra loro, però con la tua lucida e affezionata ostinazione riesci a far tornare sempre i conti”
Così scrisse Italo Calvino.
Può definire Elsa Morante?
René de Ceccatty, all’interno del bel saggio che pochi anni addietro le ha dedicato, ha definito inclassificabile Elsa Morante. Un giudizio, questo, che lascia intendere alla perfezione quanto vano o parziale sia destinato a risultare ogni tentativo di racchiudere in una definizione la scrittrice romana (ma lei avrebbe preferito che io impiegassi la parola scrittore, al maschile). Tuttavia, intendo provarci. E allora dirò che Elsa Morante, col suo estremismo di fondo, che esclude ogni pacificante equilibrio e senso della misura, costituisce l’esempio più alto nella narrativa italiana novecentesca di compresenza degli opposti. Dico compresenza, non sintesi. La favola e la realtà, l’immaginazione e la razionalità, la fiaba e la storia convivono in lei, intrecciandosi sovente nella medesima opera. La stessa maestria esibita nel ritrarre figure di bambini e di giovani (Useppe, Arturo), e di donne del popolo analfabete (Nunziata), si origina da uno sguardo che è in grado di sentire e di cogliere “il meraviglioso”, avrebbe detto Cesare Garboli, “a ogni angolo di strada”. Sguardo mitico, dunque, sguardo che reinventa la realtà, e che convive, però, con la capacità di registrare le spigolose miserie dell’esistenza quotidiana e le grandi mistificazioni della Storia.
Morante riutilizza tematiche, topoi e modelli narrativi del romanzo ottocentesco. Eppure si innalza sul panorama letterario a lei coevo con estrema autonomia, slegata da qualsivoglia corrente.
In qual modo plasma la sua coscienza metaletteraria?
Ogni volta che devo parlare dei romanzi di Elsa Morante, mi torna in mente un verso della poetessa Antonia Pozzi: “Io vengo da mari lontani”. Infatti, il punto di partenza della scrittrice romana è il grande romanzo ottocentesco (trame di ampio respiro, personaggi ben caratterizzati, atmosfere, passo sicuro e senza fretta), tra realismo e naturalismo. Sebbene i suoi due primi romanzi, Menzogna e sortilegio (1948) e L’isola di Arturo (1957), vedano la luce quando in letteratura (e nel cinema) trionfa il Neorealismo, tuttavia a tale corrente mostrano di non pagare debiti. Tantomeno i libri successivi li pagheranno alle avanguardie di ogni tipo. Non solo, ma Elsa Morante risale molto più indietro rispetto agli amati Verga, Tolstoj, Dickens, Stendhal, al romanzo familiare e di formazione, al feuilleton, recuperando non pochi elementi magici, fiabeschi, meravigliosi, favolistici, che finiscono col deformare la dimensione spazio-temporale dell’opera. Inoltre, un punto di riferimento importante per Elsa Morante rimane anche Franz Kafka, da lei letto e riletto nel corso degli anni giovanili. La verità, alla fine, è che la Morante si è sempre lasciata guidare, più che da una poetica o da una determinata idea di scrittura, debitrice o non debitrice di qualche movimento o corrente, dall’urgenza con la quale i personaggi e le storie, che sembrano preesisterle, la reclamavano e la inchiodavano alla sedia, davanti alla scrivania del suo studio-tana-rifugio di via dell’Oca 27.
Sulla rivista “Nuovi Argomenti” Elsa Morante paragonava la funzione del “romanziere-poeta” “a quella del protagonista solare, che nei miti affronta il drago notturno, per liberare la città atterrita”
Ebbene, quali sono i riverberi letterari del suo sguardo alla società “piccolo-borghese burocratica”?
Forse la cosa migliore, per rispondere alla domanda, è rileggere la conferenza Pro o contro la bomba atomica, scritta tra il 1964 e il 1965 e letta per la prima volta al Teatro Carignano di Torino. Nel corso di questo intervento pubblico Elsa Morante definì l’arte “il contrario della disintegrazione”. Cosa intendeva dire? Una cosa molto semplice: in piena Guerra Fredda a salvare l’uomo dal suicidio nucleare e dall’irrealtà di rapporti alienati e alienanti poteva essere soltanto la poesia. Ma in che senso la scrittrice romana impiega la parola “irrealtà”, in quale la parola “realtà”, chiarito che l’antinomia Realtà/Irrealtà costituisce e definisce, insieme a quelle Potere/Arte e Felicità/Infelicità, l’essenza della condizione umana? Se reale è ciò che è vero, irreale è tutto ciò che è falso. Ma tenuto conto che nella Morante la parola verità, come d’altra parte in Pasolini, inerisce più all’ambito etico-morale che non a quello ideologico-conoscitivo – si fa sentire, sotto questo aspetto, l’influenza esercitata su di lei dalla lettura di Simone Weil –, ecco allora che il vero coincide col giusto, il falso con l’ingiusto. Reali sono la fragilità e il dolore della creatura, la libertà dello spirito, la sostanziale uguaglianza tra gli uomini, lo stupore incantato dell’infanzia, i sogni e la spontaneità dell’adolescenza, l’intelligenza, la sacralità della realtà, l’istintività presente al fondo di ciascuno di noi. Irreali sono, invece, la divisione in padroni e in servi, la giustificazione apologetica del potere, che per la Morante è sempre cieco, violento, criminale, la società dei consumi, la devastazione dell’ambiente in nome di un progresso meramente tecnologico, la stupidità, i pregiudizi e il cinismo della borghesia. A liberare la città atterrita (la società umana) dal drago notturno (l’irrealtà dell’esistenza) è soltanto l’arte, che riconduce lo stato delle cose presenti – l’irrealtà – dall’ordine della necessità, che può essere soltanto accettata e subita, a quello della possibilità, che può essere rifiutata e combattuta per fare posto a un’altra possibilità, avvertita come più vera e più giusta. È solamente nell’ultimo romanzo, Aracoeli (1982), bellissimo, tragico, senza luce, che Elsa Morante, come ha scritto Goffredo Fofi, esce sconfitta dallo “scontro con il drago dell’irrealtà”. La speranza a lungo coltivata nell’anti-potere della poesia e dell’arte è venuta meno.
Dall’infanzia a Testaccio fino agli ultimi anni segnati dalla malattia.
Quali sono state le difficoltà di tradurre la vita in letteratura?
Elsa Morante, al pari di Alberto Moravia, sposato nel 1936 e al quale fu sentimentalmente legata fino al 1962, e di Pier Paolo Pasolini, il suo amico del cuore per molti anni, non ha mai reciso il legame che unisce la vita alla letteratura. Certo, una cesura all’interno della sua produzione la possiamo cogliere intorno alla metà degli anni Sessanta, quando lo scrivere cessò per lei di essere un gioco segreto e divenne un confronto/scontro col mondo, come dimostrano tanto la conferenza Pro o contro la bomba atomica (1965) quanto Il mondo salvato dai ragazzini (1968). In un certo senso la Morante smise allora di essere un amanuense, circondata, come fedeli compagni delle sue ore, esclusivamente da gatti, fogli di carta, inchiostro e calamaio, e divenne una figura pubblica, un po’ vate un po’ maestra. Eppure, sia nella prima che nella seconda fase, Elsa Morante non rinunciò a trasferire sulla pagina episodi, motivi, atmosfere, umori squisitamente autobiografici. Tra questi è possibile menzionare la figura della madre, l’evanescenza di quella del padre, l’infanzia nel quartiere popolare di Testaccio, l’amore come malattia e tragedia, l’alone mitico che avvolge i primi anni di vita, la grazia fedele degli animali, la capacità tutta femminile di sentire con il corpo la vita e la morte.
Elsa Morante appare ormai a tanti la principale scrittrice italiana di ogni tempo.
Qual è il suo lascito?
L’amore e l’ammirazione che nutro per Elsa Morante sono grandissimi. Di conseguenza, mi sento di parte nel formulare un giudizio su di lei che contempli anche la valutazione del suo lascito. Distinguerei, in ogni caso, tra due tipi di lascito: quello squisitamente artistico e quello che rimanda all’idea che noi abbiamo oggi dello scrittore. Per quanto concerne il primo aspetto, è sufficiente fare riferimento ai libri di Elsa Morante, profondamente diversi l’uno dall’altro – al punto che Cesare Garboli ha potuto parlare di “capacità di apparire diversa a ogni appuntamento” –, ma tutti ugualmente belli e importanti, nei quali, e forse soltanto di Proust si può dire la stessa cosa, le esperienze personali dell’autore convivono con le grandi problematiche universali dell’esistenza. Per quanto riguarda, invece, il secondo tipo di lascito, è doveroso dire che se oggi, quando parliamo di scrittore, scrittura, opera di scrittura, lavoro di scrittura, la distinzione di genere “maschile/femminile” nulla ha a che fare col giudizio di valore che possiamo esprimere sul libro di cui stiamo ragionando, ciò discende in larga parte proprio dai capolavori morantiani, che niente invidiano alla produzione coeva di Moravia, Pasolini, Gadda, Calvino, Volponi, Bassani. Sono, e restano, dei romanzi straordinari, per molti versi, come ha riconosciuto anche Elena Ferrante, “insuperabili”, e che hanno chiarito, con la forza dell’evidenza e una volta per tutte, che tra scrittore e scrittrice la differenza continua ad avere senso, se ha senso, unicamente dal punto di vista della morfologia del nome.
Francesco Ricci
Critico letterario e docente, ha pubblicato ‘Il Nulla e la luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento’ (Siena 2002), ‘Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci’ (Civitella in Val di Chiana 2011), ‘Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento’, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze 2011), ‘Un inverno in versi’ (Siena 2012), ‘Da ogni dove e in nessun luogo’ (Siena 2014), ‘Occhi belli di luce’ (Siena 2014), ‘Tre donne. Anna Achmatova, Alda Merini, Antonia Pozzi’ (Siena 2015), ‘Pier Paolo, un figlio, un fratello’ (Siena 2016, Premio Rive Gauche di Firenze 2018), ‘Laggiù nel profondo. Mondo letterario e mondo psicoanalitico in Lehane, McCarthy, Schnitzler, Serrano, Tobino’, scritto con lo psicoanalista Andrea Marzi (Siena 2017), ‘La bella giovinezza. Sillabari per millennials’ (Siena 2017), ‘Prossimi e distanti. Gli adolescenti del terzo millennio’ (Siena 2019), ‘Elsa. Le prigioni delle donne’ (Siena 2019, Premio della Critica al Premio letterario nazionale Città di Grosseto 2020), ‘Storie d’amicizia e di scrittura’ (Siena 2020), ‘Radici’ (atto unico liberamente ispirato a Pier Paolo, un figlio, un fratello, Siena 2022), ‘Lessico essenziale. Introduzione a Pasolini in 33 voci’ (Siena 2022), ‘Madri e fratelli’ (Siena 2022). Inoltre, ha scritto il capitolo dedicato alla letteratura per il volume collettaneo interdisciplinare ‘Il Postmoderno’ (Siena 2015).








