L’irriducibile anelito del possibile
Nel delineare l’itinerario leopardiano, come valuta la tensione tra la riflessione metafisica e la
concretezza delle esperienze quotidiane, in particolare nei frammenti dello Zibaldone dedicati al dolore ed alla speranza?
Mi pare una felicissima intuizione che nella domanda, benché ci si trovi di fronte ad un autore essenzialmente materialista, si utilizzi il termine metafisica. Già il solo dar voce al nulla, il dire del ni-ente evoca una tensione alla trascendenza, all’oltre il dato, all’oltre la congerie del banale
a cui si oppone, in effetti, la scrittura di Leopardi. Il quotidiano è il tempo e il luogo della disattenzione e dell’abitudine, l’arte e il pensiero gli ridanno spessore e Leopardi lo fa con estrema sensibilità. Delle cose che abitiamo e a cui siamo abituati lui sa recuperare quel che d’indefinito, di non già consumato ne fa un abbrivio per le attese e i desideri. Il rintocco del campanile, il filatoio, gli studi leggiadri, le corse per la piazza, il paterno ostello e i viali odorati, conservano un’eco dei
più gioiosi e delicati propositi degli umani. Leopardi sa che queste speranze si muovono e fibrillano nel corpo. E che si tessono nella relazione, nell’apertura all’altro, non nella chiusura nel bieco interesse. Le attese non possono essere soltanto astratte. Le speranze sono concrete gioie del corpo. Il pensare a ciò che ci muove si fa vibrazione della pelle e slancio dell’immaginazione. Ma anche ci ricorda che nell’affanno delle occupazioni coatte o dei piaceri più egocentrici tali attese si dissipano e si incattiviscono. Se – come insegna la più antica tradizione – sapere è dolore è perché la conoscenza strappa alla distratta ingenuità, all’assuefazione alle abitudini che improvvisamente si
discoprono traditrici. L’istinto di conservazione è ineluttabile, ci dice Leopardi. Dolore per la consapevolezza dell’esser transeunti e speranza di lasciare comunque un buon ricordo di noi si combinano dunque per dare al pensare una tensione gentile e generosa.
Alla luce delle letture di Adorno e Honneth, in che misura il Leopardi della “filosofia negativa”
può essere considerato anticipatore di una critica radicale della modernità e dei suoi miti di
progresso?
Il pensiero, il miglior pensiero della modernità ha sostanzialmente creato la figura dello straniero, colui, per dirla con Simmel, “che oggi viene, domani rimane”. Leopardi, anche biograficamente, fu sempre straniero al luogo in cui nacque, e tanto spesso vi fece ritorno. Così era in effetti il genere umano che descriveva: estraneo alla natura che pure lo costituiva e che lo attendeva al varco. Questo esperirsi come straniero pone i mortali in una condizione continuamente “critica” e – dissipatisi tutti gli altri miti – al tempo del poeta di Recanati restava ad impazzare il mito del progresso. Ne seppe intuire, discernere, le possibili derive: l’asintotica fuga in avanti in cui si disperdevano tutti gli ormeggi, ma anche tutte le migliori aspirazioni. Seppe riconoscervi la catastrofe per cui il soggetto poteva ridursi a un misero e gretto lacerto avvinghiato a
risentiti appetiti e la comunità universale si spezzettava in gruppi l’un contro l’altro armati in nome del guadagno. Adorno, Horkheimer, Habermas, Honneth ci hanno raccontato il disarticolarsi di società ed individuo in un’epoca dove ogni cosa tende a divenire merce: mentre a tanti è negato il diritto al riconoscimento, gli umani si dannano in un autosfruttamento che non sa neppure più che cosa valga la pena di essere salvato e tramandato ai posteri. Leopardi di tale rovina colse l’inizio e, accortosi del dilagare di un efferato cinismo, nella mancanza di immaginazione ne indicò una delle ragioni emotive. Togli al pensiero la generosità dell’immaginazione, lo slancio dell’utopia, ci disse, e
potremo diventare i ragionieri dell’omicidio in massa come fu Eichmann.
La Palinodia al marchese Gino Capponi sembra articolare una riflessione metacritica sullo
stesso pensiero leopardiano: quali strategie testuali individua per distinguere tra autoironica
rinuncia e affermazione etica del possibile?
L’ironia, l’autoironia ancor di più, è il toccasana del pensiero, ma, necessaria a difendersi dal carcere delle affermazioni perentorie, se elevata a sistema, come diceva Hegel dello scetticismo, produce la resa al dato dell’empirico, il “sottomettersi a ciò che dal destino sarà coronato dalla vittoria e dalla popolarità”. Non a caso Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, riconobbe negli italiani, descritti nel loro sarcastico rider di tutto, il correlativo oggettivo di una asfissia dello spirito. L’ironia ci scampa dalla tentazione totalitaria ma è
amabile sino a quando, persino nel suo sapersi tragica, ci infonde la fiducia nel possibile e, proprio confermandoci nella fragilità, si apre alla fratellanza.
Nel suo studio, il nulla sembra apparire come principio universale che ingloba tutte le
aspirazioni umane: in che modo Leopardi riesce a trasformare questa consapevolezza in una
forma di resistenza poetico-filosofica senza cedere al nichilismo?
Non possiamo riuscire a scampare al nulla, possiamo, nel senso migliore e poetico del termine, fingere di riuscirvi. Consegnando ai futuri abitatori del tempo, finché il tempo durerà, la nostra gentile tensione ad esser migliori. Il cosmo, il mondo è esistito prima degli umani, probabilmente
continuerà ad esistere senza gli umani. Ma non avrà nessuno che ne parli e lo racconti. Rimarrà muto e sempre ripetitivo, come si dice nel Dialogo di uno gnomo e di un folletto, dove si canzona la perniciosa volontà di potenza degli umani, ma insieme si attesta che infinita ripetizione dell’eguale e scomparsa della lingua umana coincidono. Di certo il nulla non potrà toglierci la consapevolezza che una vita individuale non è ripetibile e che possiamo lasciare in eredità, anche sulle pendici più brulle, un fiore che dica del nostro irrinunciabile desiderio di non
cedere al male e che racconti di come ci siamo opposti a quanto o a chi volesse obbligare noi e il prossimo a una vita offesa o famelica.
Leopardi è appunto il cantore di una ragione che, benché consapevole della propria finitudine, non uccida, in noi e nel prossimo, il desiderio.
La dimensione dell’indefinito sembra offrire a Leopardi un orizzonte di libertà creativa: come
interpreta il ruolo della tensione tra limitatezza ed aspirazione illimitata nella formazione del
soggetto poetico?
Gli umani sono, spesso impacciati, ma irriducibili equilibristi sul filo della contraddizione. Leopardi ha ben compreso che ciò che li contraddistingue è il fatto di essere enti finiti che pensano e sentono d’infinito. Del resto, dotati d parola, sono gli unici che dispongono di
un paradossale pensiero ipotetico: chissà cosa potrei fare fra tremila anni, essi possono arrivare a chiedersi. La loro memoria è pure una promessa di futuro, ahimé, direbbe il poeta, troppo spesso tradito. Il poetico, in leopardi, s’insinua nella crepa, nella faglia che si apre tra finitudine e aspirazione almeno all’indefinito. Poesia è quella ragionatissima e studiatissima, senza darlo a vedere, evanescenza che si stende sui troppo rigidi contorni, sulle troppo squadrate delimitazioni. I sogni più belli, aveva scritto Adorno, portano in sé una crepa, quella di
essere altra cosa del reale. Di questa crepa, di questa ferita non rimarginata, ben prima del filosofo tedesco, Leopardi ha saputo farsi frequentatore e scrittura rammemorante. Omero, cieco, si aggirava tra le tombe a far rivivere i fantasmi dei primordi. Leopardi, dalla vista acutissima, si aggirava tra i sogni in frantumi a salvarne almeno il profumo.
Il concetto di ultrafilosofia suggerisce una modalità di pensiero che va oltre la tradizionale
dicotomia tra ragione e sentimento: quali strumenti ermeneutici ha ritenuto più efficaci per
cogliere questa complessità nei testi leopardiani?
Potrei dire che il mio primo amore è stato il teatro – dove ai fantasmi si danno i corpi – il più grande, col tempo, si è rivelato la filosofia. Una appassionata filosofia – del resto nasceva, a dir di Aristotele, dalla meraviglia – ha per madre della sua vocazione analitico-critica l’immaginazione. I primi testi filosofici, in effetti, erano in versi. In Leopardi, che già Bodei definiva il più grande filosofo italiano dell’ottocento, ritrovo questo straordinario connubio tra ragione e immaginazione, l’ultrafilosofia appunto. Da Hegel in poi, inoltre, è difficile immaginare un’arte che non sia pensosa, che non s’interroghi, mentre fantastica, sulle stesse ragioni del suo fantasticare e sulle prospettive culturali da cui guarda l’epoca e da cui l’epoca ci guarda. La filosofia che riconosce il contemporaneo come luogo e tempo dello spaesamento e della crisi, come tempo e luogo della abrasione del soggetto e delle sue più gentili aspirazioni, annegate nel rancore e nella sfiducia, ha guidato la mia lettura dell’opera di Leopardi. Da Adorno sino a tutta la scuola di Francoforte e ai suoi ultimi “nipoti”, da Sloterdijk a Badiou, da Kant e il suo – tante volte timoroso di spingersi troppo avanti – criticismo che non abbandonava l’afflato nei riguardi del noumeno sino a Nietzsche con la sua vorace volontà di potenza, mi ha accompagnato, ripeto, un pensiero che, in forme diverse, senza disconoscere l’incombenza del tragico o del nichilismo, non smettesse di far sentire la nostalgia di un futuro diverso.
Il tema del “bello” negli scritti di Leopardi è, spesso, intrecciato con l’esperienza del dolore e
della caducità: come legge questo rapporto alla luce della sua critica alla ragione che potrebbe “uccidere il desiderio”?
Bello e caduco sono sempre stati avvinti, se posso utilizzare tale termine che dice della forza dell’abbraccio e insieme del paradossale desiderio che li lega. Avvinghiati sin dai corruschi guerrieri dell’Iliade che, come foglie, il vento getta a terra e una stirpe d’uomini nasce e un’altra
dilegua. Il bello dunque, come aveva visto il Faust di Goethe, aveva le caratteristiche dell’attimo che si ferma e si eterna. Pur essendo legato alla tradizione classica, Leopardi ebbe anche il merito di comprendere che nel prosieguo del moderno, affannato dalla ricerca del piacere, lo stesso durare del bello avrebbe comportato il rischio di venire a noia. Prima della mercificazione e del prodotto seducente ma ad obsolescenza programmata, la stessa instabilità del desiderio, avrebbe condotto alla rapida sostituibilità dell’oggetto bello, sancendone dunque lo statuto di effimero. Anche nel bello, dunque, Leopardi recuperava una tensione rammemorante: bello – come si evince, per esempio, dall’ode Alla sua donna – è ciò che ci invita a non dimenticare quanto di intenso e di desiderabile gli umani si erano prefigurati.
L’”età fanciulla” è presentata come condizione ontologica oltre che cronologica: quale ruolo
svolge questa fase nell’articolazione della filosofia del possibile, e come si collega alla funzione della memoria e del ricordo nei testi poetici?
I termini più noti con cui, soprattutto a scuola, si tende a caratterizzare i contenuti di Leopardi – infinito, indeterminato, infanzia – sono tutti termini composti con il prefisso negativo in. Il che sottolinea la pertinenza del negativo nella sua opera. Alla lettera infante è colui che è privo di parola. Curiosa predilezione, dunque, per chi alle parole ha dedicato tanto amore ed attenzione. Ma i fanciulli sono coloro che sanno giocare con la negazione, infatti “i fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto”. Purché non sia viziato e sappia persino esser saggio. Purché, come Leopardi scrive nello Zibaldone il 28 luglio del 1821, dia segno di “indizi notabili d’ingegno non ordinario e prematuro”, stando “sempre dietro a questa o quella persona perché mi raccontasse delle favole”, a differenza degli ordinari fanciulli, assai più inclini ai piaceri sensibili e materiali, in genere di corta memoria e sovente schiavi dei capricci. Essere fanciulli, allora, significa mantenere uno spirito attento e curioso e non smettere di interrogarsi a proposito delle (s)ragioni dello scomparire delle attese più delicate ed appassionanti. Nella contemporaneità gli umani sono stati bambinizzati, il mondo tende a mostrarsi come un paese dei balocchi che affattura i desideri più ingenui e trasforma in obbedienti eppur capricciosi ciuchini. Il fanciullo di Leopardi non ha nulla a che vedere con tale bambinizzazione. Egli è il titano della memoria che, tra paura e coraggio (come si legge in Zibaldone 36) anche nella camera più oscura non smette di udire il rintocco delle rimembranze che erano promessa di un generoso futuro.
Leopardi, pur nella consapevolezza del “nulla”, mostra una singolare apertura all’esperienza
estetica e morale: quali convergenze o divergenze riscontra rispetto alla concezione
schopenhaueriana del desiderio e della volontà?
Il nulla, tanto per Leopardi quanto per Schopenhauer, è il baratro che attende spietato ogni ente, compreso il cosmo che un bel giorno se ne andrà senza neppure un boato, in un silenzio nudo. Il conatus essendi è prepotente per entrambi. Mi pare, però, che una profonda differenza si evidenzi. In Schopenhauer la bramosia di vita è una trappola da cui bisognerebbe liberarsi sfuggendo il principium individuationis, un ben misero inganno soggetto alla cupidigia del corpo. Liberarsi dall’io, dalle sue piccole ma cupide voglie, è l’atto che redime e il nulla, dunque, si trasforma in aspirazione salvifica. Il nulla è una sorta di piacere catastematico che annienta ogni futile eccitazione. Il nulla diviene l’approdo quietivo che si sottrae al turbinare ingannevole dei desideri e l’arte, in particolare la musica che esprime senza mediazione la Volontà, ci libera dalle illusioni del mondo fenomenico. Un tale approdo ascetico, se così si può semplificare, è invece impossibile in Leopardi. “Due verità – si legge nella penultima pagina dello Zibaldone, – che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”. Al nulla gli umani non intendono cedere e se è tanto intenso, nel poeta, il riferimento al rimembrare e alle perdute speranze, è perché al nulla, che d’altro canto arriverà comunque da sé, è sciocco o peggio cinico abdicare. Nel pensare immaginoso si rilancia, in ogni caso, il desiderio di vita e la sua scrittura non smette di far risuonare l’insostituibilità della persona e il brillio di quel possibile, indefinito e gioioso, che un tempo sembrava così vicino. Gli occhi ridenti e fuggitivi di Silvia continuano a brillare e non accettano di dissolversi nel nulla musicale. Il negativo del deserto che attende gli umani lascia comunque un fiore che si fa segno di un’esistenza irriducibile e generosa.
Nella ricostruzione dell’itinerario leopardiano, come riesce a coniugare l’analisi dei testi poetici con quella dei testi filosofici, evitando una gerarchizzazione che privilegerebbe l’uno sull’altro, e quali criteri ha adottato per garantire coerenza interpretativa?
Nel libro la parte del leone la fanno ampiamente Zibaldone, Pensieri, Operette morali e Palinodia al Marchese Gino Capponi. Ben minor spazio è concesso alle poesie. Principale scopo del testo era affrontare il pensiero filosofico di Leopardi ed evidenziarne la stupefacente contemporaneità. L’analisi delle poesie avrebbe necessitato anche di un notevole apparato di analisi testuale (parafrasi, metrica, lessico, figure retoriche, comparativa) che, visto il taglio del libro, ne avrebbe
appesantito la struttura. Ciò detto, vi sono diffusi richiami ai versi e, assodato che la poesia sfugge necessariamente (e per fortuna!) al rigore dell’argomentazione, penso di poter affermare che dal punto di vista tematico l’opera in versi non possa che ribadire le intuizioni e le idee dei
testi più “filosofici”. E confermare, pertanto, la straordinaria contemporaneità di Leopardi e del suo immaginoso afflato, in irriducibile tenzone con il nichilismo che della nostra epoca è la truce
maschera.

Gianfranco Perriera laureato in Lettere, è regista, saggista e autore teatrale. Dal 1985 ha fatto parte del Teatro Teatés, diretto dal padre Michele. Ha insegnato presso la Scuola di Teatro Teatés di Palermo e presso la Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo, diretta da Emma Dante, dal 2014 al 2019. Collabora alla rivista “Segno” e alla rivista “InTrasformazione”. Tra le pubblicazioni: L’amore custodito (2017), La città del mondo (2021), Non riconosco allo specchio (2022), Figure dell’intellettuale (2024).








