Il titolo del suo libro suggerisce una volontà di spiazzare il lettore. Ebbene, qual è,
secondo lei, la principale “sorpresa” che i Romani continuano a riservarci, al di
là degli stereotipi del potere, della gloria e della conquista?
I Romani ci sono familiari da sempre, il nostro paese reca ovunque i segni
monumentali della loro cultura, la storia di Roma viene studiata sin dalle scuole
elementari e l’italiano non è che latino parlato male, come Proust diceva del
francese. Eppure, il modo in cui i Romani concepivano sé stessi e il mondo che li
circondava, l’umano e il divino, il bene e il male, la vita e la morte è spesso molto
distante dal nostro. D’altra parte, proprio questa distanza rende così interessante
conoscere quel mondo, perché la curiosità si alimenta della differenza.
Nel raccontare “storie bizzarre” dell’antica Roma, lei sembra esplorare il confine
tra norma e deviazione. In che modo l’anomalo, l’eccezionale o il grottesco
aiutano a comprendere la mentalità romana più di quanto facciano le fonti
“ufficiali”?
È importante rendersi conto che la nozione di “anomalo” o di “bizzarro” è sempre
relativa: ciò che a noi appare tale può non esserlo per gli antichi, in quanto parte
della loro vita quotidiana o del loro immaginario. Toccarsi la fronte per rendere
omaggio al proprio genio, una sorta di divinità personale che nasceva e moriva
insieme alla persona e ne condivideva gioie e dolori, può sembrare una stranezza
ai nostri occhi, ma per i Romani era un gesto consueto, persino banale. Non
occorre dunque scavare in archivi segreti o riportare alla luce notizie nascoste o
verità censurate: questo e altri aspetti “bizzarri” della cultura romana affiorano nei
testi che tutti noi abbiamo conosciuto a scuola, se abbiamo la pazienza di cercarli.
Molte delle vicende che lei racconta nascono da dettagli percepiti come marginali
delle fonti. Qual è, secondo lei, il valore epistemologico del “minore” nella
ricerca storica?
Per secoli abbiamo considerato “minore” tutto quello che non riguardasse il
mondo della politica e della guerra: è uno dei tanti lasciti del mondo antico alla
cultura europea, perché a stabilire che quello e non altro dovesse essere l’oggetto
della storiografia è stato lo storico ateniese Tucidide nel V secolo a.C. Da questo
punto di vista, il grande cambiamento ha avuto luogo con la cosiddetta scuola
delle «Annales», la rivista francese di Jacques Le Goff, Georges Duby e altri
studiosi, che ha rivendicato alla vita quotidiana, alla cultura materiale o alla storia
delle mentalità pieno diritto di cittadinanza nella ricostruzione del passato. E gli
antichisti hanno presto fatto propria questa importante svolta storiografica.
La sua scrittura concilia rigore filologico e leggerezza narrativa. Come si
costruisce un equilibrio così delicato tra l’esattezza dell’antichista e la curiosità
del divulgatore?
Con la consapevolezza che gli studi classici muoiono se non riescono a
comunicare con il mondo che ci sta intorno e che sugli antichisti incombe
l’obbligo di rendere possibile questa comunicazione e di praticarla in prima
persona. Lo studio dell’antichità è una scienza e come tale prevede un livello di
ricerca e diffusione della conoscenza riservato ai soli addetti ai lavori; se però
rinuncia a sporgere lo sguardo oltre questa cerchia ristretta e a dialogare con un
orizzonte più vasto di lettori e fruitori di cultura si condanna all’estinzione.
L’umorismo e la meraviglia sembrano attraversare il suo libro come un filo
conduttore. Crede che i Romani sapessero ridere di sé stessi e, se sì, in che modo
questa ironia si riflette nelle loro rappresentazioni del mondo?
Uno dei capitoli del mio librino è dedicato ai Saturnali, il carnevale dei Romani,
una festa molto amata che si svolgeva ogni anno a metà dicembre: la gente
scendeva in strada, tutti si scambiavano regali, si dismetteva la toga, abito ufficiale
del cittadino, per indossare vesti dai colori sgargianti e così via. Soprattutto, nelle
case si giocava a eleggere consoli e altri magistrati per burla, in una parodia delle
istituzioni ufficiali della repubblica, esattamente come durante il carnevale
medievale si nominava un “papa dei folli” o un “vescovo dell’asino”. E poi c’era
stata l’esperienza della commedia, che formalmente era ambientata in Grecia, ma
che grazie a questo paravento – un alibi nel senso letterale del termine – poteva
mettere in ridicolo istituzioni e costumi di Roma e farlo davanti a un pubblico di
massa del quale facevano parte persino donne e schiavi. Sono altrettanti indizi di
una cultura che sapeva ridere di sé stessa, come è sano che avvenga.
In epoca contemporanea l’antichità viene, talvolta, richiamata per legittimare
visioni politiche. Come pensa che le “storie bizzarre” possano aiutarci a
disinnescare le semplificazioni ideologiche sul mondo romano?
L’uso ideologico del mito di Roma, purtroppo, non è ancora cessato, anche se per
fortuna non assume più i toni grotteschi che ha conosciuto nella prima metà del
Novecento. E tuttavia esistono ancora frange che esaltano Enea come capostipite
degli Italiani o presentano questi ultimi come diretti discendenti della lupa che
allattò i gemelli Romolo e Remo. Far scendere i Romani dai piedistalli sui quali
simili posizioni tendono inevitabilmente a collocarli e restituire loro tutti i colori
della propria variegata umanità può essere un antidoto a questo uso tossico del
passato.
Il suo libro ha un titolo che richiama la curiosità. C’è un episodio o un
personaggio che, pur sembrando periferico, lei ritiene riassuma lo spirito
dell’intera opera?
Tra le storie raccontate nel libro, una di quelle cui sono più affezionato ricorda il
rito che si svolgeva intorno alla casa di una donna fresca di parto, quando tre
uomini facevano la ronda armati di pestello, scure e scopa per tenere lontano il dio
Silvano, sorta di antenato dell’orco divoratore di bambini delle fiabe. Quella storia
restituisce l’immagine di un mondo flagellato dalla mortalità infantile e proprio
per questo proteso a difendere, con tutti gli strumenti culturali a sua disposizione,
la fragilità della vita nascente.
La stranezza è anche una categoria letteraria; dunque, quanto il “meraviglioso”
o l’“incredibile” dei Romani ci parla del loro modo di intendere il sapere e la
verità?
Come dicevo, il meraviglioso è quello che a noi appare tale, mentre non lo era agli
occhi degli antichi. Ma la sensazione di spaesamento che il meraviglioso suscita
può diventare una straordinaria opportunità cognitiva, nella misura in cui innesca
la domanda sul diverso: se qualcosa mi stupisce è perché è lontano dall’esperienza
a me più familiare; ma proprio questo può indurmi a chiedere perché i Romani
facessero o pensassero qualcosa di così bizzarro, quali modelli culturali o strutture
di pensiero si celino dietro quei comportamenti e li rendano comprensibili. Usata
bene – cioè non solo per provocare uno stupore a buon mercato, che si esaurisce in
sé stesso – la stranezza può diventare insomma un formidabile moltiplicatore di
conoscenza.
In che misura, professore, le “storie bizzarre” rivelano tensioni profonde?
Le storie del mio libro ruotano intorno a una molteplicità di situazioni critiche: lo
sforzo di proteggere un bambino appena nato, come dicevo, la difficoltà di
prevedere il futuro, il controllo del comportamento femminile in una cultura che
considera le donne come altrettante mine vaganti da assoggettare a una vigilanza
ininterrotta, il perturbante legato ai popoli che si immaginano abitare i confini del
mondo, ma anche le tensioni del momento epocale che vide l’affermarsi del nuovo
credo cristiano sulle ceneri della religione tradizionale. Ecco perché quelle storie
possono essere una chiave per accedere all’anima profonda della cultura romana.
Se dovesse scegliere una sola “lezione” che i Romani che non ti aspetti possono
offrire al lettore di oggi, quale sarebbe?
Torniamo a Proust, che abbiamo citato prima per il fulminante motto sul francese
come latino parlato male, questa volta per la sua idea che il vero viaggio non
consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi. I Romani che non ti
aspetti non ha l’ambizione di proporre una nuova terra – dicevo all’inizio che quel
mondo ci è familiare da sempre –, ma spera almeno di offrire a lettrici e lettori
occhi nuovi per guardarlo.

Mario Lentano
Nel 1988 si laurea in Letteratura latina presso l’Università degli studi di Bari con Paolo Fedeli.
Nel 1992 consegue il titolo di dottore di ricerca in Filologia greca e latina presso l’Università degli studi di Pisa (coordinatore Gian Biagio Conte, tutor Maurizio Bettini).
Dal 1992 al 2002 è docente di ruolo di Materie letterarie, latino e greco nei licei classici.
Dal 2002 a tutto il 2004, come docente a contratto, insegna Lingua e letteratura latina e Filologia classica presso la sede di Grosseto dell’Università degli studi di Siena.
Attualmente è professore ordinario di Lingua e letteratura latina. E’ membro del Centro interuniversitario di Antropologia e mondo antico e del Collegio dei docenti del Dottorato in Filologia e Critica dell’Università di Siena





