di Pino Casamassima
Femminicidio 1 . Con questo termine orribile si indica l’uccisione di una
donna in quanto tale: in quanto appartenente al genere femminile. L’ultima
donna che ha subito un “femminicidio” è Pamela Genini che, prima di
venir uccisa da Gianluca Sancin, avrebbe telefonato all’ex per chiedergli
aiuto, ma questo non avrebbe fatto in tempo a salvarla. La strage di donne
continua. Accoltellamenti, colpi di pistola, soffocamenti, quasi
un’emergenza sociale. Uno dei tanti problemi della società. Una società –
maschile – che relega le donne a categoria. Se gli anni Settanta, con il loro
carico rivoluzionario, le donne avevano immaginato una società nuova, a
mezzo secolo di distanza, l’universo mondo femminile mostra scenari
desolanti, in cui sono riconoscibili solo le conquiste istituzionalizzate: il
divorzio, l’aborto, la parità giuridica sul lavoro, il diritto di famiglia, oltre
alla depenalizzazione dell’abbandono del tetto coniugale e alla
penalizzazione del delitto d’onore. Sul fronte sociale, il percorso da
gambero compiuto dalle donne è sotto gli occhi di qualsiasi programma
televisivo. La dimensione catodica della donna è trasmessa con
un’immagine sovrapponibile al pensiero della maggior parte della
popolazione maschile. Se la brigatista Nadia Desdemona Lioce, leader
delle Br-Pcc responsabili degli omicidi di D’Antona e Biagi, in quei
rivoluzionari anni Settanta, da giovane femminista incitava le sue coetanee
a fare come lei che non si depilava perché non voleva «compiacere l’idea
maschile di bellezza della donna», i provini per le diverse trasmissioni tv
1 Ma anche femicidio, italianizzazione del termine utilizzato nel 1992 dalle femministe statunitensi Jill Radford e Diana
Russel, per il titolo del loro libro Femicide: The politics of woman killing.
2
richiamano migliaia di giovani donne aspiranti sculettanti senza mai
profferire parola. C’era stato pure chi una donna l’aveva messa sotto un
tavolo di plexiglass trasparente, dove rimaneva per l’intera puntata a fare
più che la bella statuina, la bella suggeritrice di pensieri sessisti. Sui
manifesti piccoli e grandi delle città, sulle copertine dei settimanali
d’opinione e non, sulle ultime pagine dei quotidiani, nei saloni
d’automobili, nelle fiere campionarie e di strapaese, nelle convention
pubbliche e private, nei bunga bunga di vario livello, nei film d’evasione,
nelle fiction d’intrattenimento, le donne sono tornate «al loro posto»:
quello assegnato loro e accettato prima che per le strade delle città degli
anni Settanta migliaia di donne urlassero in coro «Tremate! Tremate! Le
streghe son tornate!». A decine di anni da “Bellissima” 2 , non resta che
constatare che nulla sia cambiato. Con la differenza che all’epoca doveva
ancora succedere tutto, e del femminismo non si conosceva ancora
nemmeno la parola. Forse qualche studente di Storia aveva letto di quella
donna, Olympe de Gouges, salita sul patibolo della Rivoluzione francese
durante la furia del 1793, tre anni dopo la pubblicazione della
“Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” dedicato a Maria
Antonietta. Denunciata dalle donne repubblicane, la de Gouges incontrò
Henri Sanson, il boia della Rivoluzione cui tre settimane dopo avrebbe
chiesto scusa dopo avergli inavvertitamente pestato un piede, la sfortunata
«austriaca», come sprezzantemente veniva chiamata la regina. Quel
“popolino” attitudinalmente sempre pronto ad accettare come vera
qualsiasi falsità divulgata ad arte in forma di discredito. Come
quell’espressione arrivata fino ai giorni nostri: «Il popolo non ha pane?
2 Il film con Anna Magnani “Bellissima”, di Luchino Visconti, uscì nelle sale nel 1951.
3
Che mangi brioches!». Una falsità che resiste impunemente in un
vastissimo immaginario collettivo, anche per l’uso disinvolto che se ne fa
da parte di personaggi pubblici, “credibili” e di narrazioni in forma di
cinema, tv, libri, articoli. Quelle parole sprezzanti, Maria Antonietta non la
pronunciò mai. Mentre la de Gouges perdeva la testa a Parigi, a Londra
un’altra donna, Mary Wollstonecraft, pubblicava “A Vindication of the
Rights of Woman” (La Rivendicazione dei diritti della donna): «È ora di
effettuare una rivoluzione nei modi di vivere delle donne – è ora di
restituirle la dignità perduta – e di far sì che esse, in quanto parte della
specie umana, operino riformando se stesse per riformare il mondo» 3 .
In un’inchiesta televisiva degli anni sessanta, alla domanda su cosa si
aspettasse dal futuro, una ragazza calabrese rispondeva: «Voglio trovarmi
un bravo lavoratore, sposarmi, fare figli e che mio marito mi dà pure ‘no
schiaffo quando faccio la scema». Una risposta che evidenzia in modo
inequivocabile quanto il pensiero maschista fosse pensiero unico, con la
conseguente totale dipendenza della donna dal maschio in un paese in cui
la comunicazione faticava a raggiungere tutti i luoghi. Pensiero unico
trasmesso di generazione in generazione in una sorta di cristallizzazione
del tempo. A distanza di quasi mezzo secolo, un altro filmato televisivo
documenta lo stato delle cose con “Il corpo delle donne” 4 . La società dello
spettacolo, che come niente altro riflette le peculiarità della società civile
che quello spettacolo allestisce nutrendosene, restituisce immagini
3 Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman, 1992, p. 133. La filosofa e scrittrice inlgese, definite
“iena in gonnella” dallo scrittore Horace Walpole, morì a 37 anni dando alla luce la futura scrittrice Mary Shelley,
moglie del poeta Percy Shelley, nonché autrice di Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo. Una metafora dell’uomo
nuovo: un uomo “costruito” dalla scienza e quindi capace di liberarsi dalle imbrigliature delle superstizioni così troppo
umane. Non a caso, nella mitologia Prometeo è colui che restituisce il fuoco (la conoscenza) agli uomini e per questo
sarà condannato dagli dei a essere incatenato a una roccia dove un’aquila gli divorerà un fegato (sede del coraggio, ma
anche della disobbedienza) perennemente rigenerato.
4 “Il corpo delle donne”, di Lorella Zanardo, autrice anche dell’omonimo libro edito da Feltrinelli nel 2010.
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coerenti. Immagini maschili, con le donne impegnate a piacere, a
intercettare quel consenso maschile per continuare a danzare per il suo
piacere e per la propria gratificazione. Salomè continua a danzare per
compiacere due figure a lei superiori: sua madre Erodiade ed Erode.
Giovani aspiranti fidanzate di calciatori di varie serie sportive ed umane,
ballano per compiacere e ottenere quel risultato: una gratificazione che
dimostra quanto sia stato completamente smarrito il sentimento della
dignità in un ethos pubblico che ha relegato “altrove” quel sentimento.
Con tutte le distinzioni del caso, la condizione femminile è riprecipitata in
una dimensione pre-sessantottina, con l’universo femminile che ha una sua
valenza solo ed esclusivamente «in funzione di quello maschile», come è
stato scritto nella costituzione in Tunisia all’indomani della cosiddetta
primavera araba. Ad unire le donne del Maghreb alle italiane la stessa
filosofia maschista espressa da società lontane solo apparentemente. Negli
anni duemila in cui «la maggior parte degli uomini italiani considera
ancora i lavori domestici un’attività femminile» 5 il pensiero si forma
ancora con parole esclusivamente maschili. Le parole d’ordine che
penetrano le coscienze femminili sono ancora quelle della loro
gradevolezza agli occhi maschili. Le stesse donne si pensano con un
pensiero maschile e si guardano con occhi “maschi”. La loro gradevolezza
estetica esternata con forme e movenze eroticamente allusive non risponde
a un’esigenza intima, ma alla necessità di piacere a occhi maschili (il
luogo di lavoro, il gruppo di appartenenza, il proprio ragazzo, il proprio
marito). «L’Italia – scrive Luisa Passerini nel 1996 – rimane un paese nel
quale le relazioni di genere spesso sono ancora formate nello stampo di un
5 In Italiane, Biografia del Novecento, di Perry Wilson, Laterza, Bari-Roma 2011, p. 340.
5
maschilismo implicito – antiquato o rinnovato, velato o palese – e questo
maschilismo perpetua le vecchie tradizioni e ne inventa di nuove» 6 .
Attorno alle donne del primo quarto di secolo del nuovo millennio, si
muove una società che ha demonizzato la vecchiaia, promuovendo la
giovinezza a valore. Nella pubblicità, anche l’invecchiamento rispetta i
ruoli: se l’uomo invecchia in modo dignitoso, sereno, quasi simpatico e
rassicurante fra whisky, vini d’annata, e «il profumo della vita» insegnata
al nipotino, la donna necessita di “salva la vita” appesa al collo per
chiamare il figlio con un semplice pulsante, sdraiata su poltrone reclinabili
con un altro pulsante, sedute su altre poltrone che le fanno andare su e giù
dal piano superiore, quando addentano una mela non devono più temere di
lasciarci attorno la dentiera grazie a una pasta adesiva formidabile, che ha
la stessa forza di quell’altra miracolata dalla tecnica odontoiatrica che
«adesso, di fronte a una torta di lamponi» se ne mangia «due, di fette di
lamponi». Quelle che la pubblicità fa muovere in modo energico sono le
suocere: esseri ferocissimi che umiliano le nuore con bucati dal candore
insuperabile. Un pensiero infetto, quello della damnatio della vecchiaia,
che ha contaminato perfino la politica. La presidentessa del consiglio si fa
chiamare presidente, al maschile. Dopo aver consegnato il cervello a un
lifting lobotomizzante, per restare giovani, giovani donne vendono l’anima
del loro futuro a un demone che promette loro la vita eterna, trasformando
le loro bocche, i loro occhi, i loro zigomi, i loro seni, i loro glutei, le loro
cosce, i loro polpacci in “prodotti” coerenti con la società delle macchine:
tutte uguali nelle loro perfezioni “dis-umane”. Per dirla con Umberto
6 Luisa Passerini, Gender Relations, in David Forgacs e Robert Lumley (a cura di) Italian Cultural Studies. An
Introduction, Oxford University Press, Oxford 1996, p. 157. In Perry Wilson, cit, p. 340.
6
Galimberti, che riprende un noto concetto di Schopenhauer: «Ciascuno di
noi non vive semplicemente nel mondo, ma vive sempre all’interno di una
visione del mondo; e se questa è scorretta, è chiaro che viene a crearsi una
sorta di infelicità o di non adeguamento al reale» 7 . Nei salotti televisivi che
sono ormai diventati i veri salotti di casa, non essendo più la casa sito di
accoglienza e aggregazione ricreativa, donne tutte uguali nei loro stereotipi
dimensionali sono tappezzeria, scenografia, contorno, suggestione e
attrazione erotica per maschi che “conducono”, discutono, interrogano. E
quando sono le donne a condurre, a discutere, a interrogare, sono maschi
anch’esse: cloni maschili nei comportamenti e nei ragionamenti. «Ci sono
due tipi di leggi morali – scrive Ibsen nei suoi appunti per Casa di bambola
–, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente
differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle
questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini,
come se non fosse una donna, ma un uomo». Paola Ferrari, la iperbionda
promossa nel suo percorso televisivo da centralinista del “Portobello” di
Enzo Tortora 8 a conduttrice della Domenica sportiva, è accettata al timone
della trasmissione Rai più antica e seguita dal pubblico maschile per la sua
condizione maschile: cioè per la sua competenza calcistica, la sua capacità
di confrontarsi alla pari con esperti di moduli di schieramento in campo e
schemi tattici. La sua stessa conduzione è maschile o meglio «maschia»,
come direbbe un telecronista di calcio. È evidente l’appiattimento su una
società virile con conseguente alienazione femminile, la cui dimensione
viene consegnata a un’estetica del riconoscimento che passa attraverso
7 Umberto Galimberti, Il viandante della filosofia, Aliberti Editore, Reggio Emilia 2011, p. 18.
8 1987.
7
forme gradevoli. In passato, c’è stato un momento rivendicativo molto
forte all’interno del movimento di emancipazione femminile. Ma il
processo reattivo che vi ha fatto seguito è stato troppo imitativo. Per cui
oggi notiamo che se una donna è crudele lo è molto più del maschio, e se
deve fare il manager è di solito molto più feroce del manager maschio.
Perché tale momento reattivo di autoaffermazione ha fatto appunto leva
eminentemente sull’imitazione. Si arriverà certamente al giorno in cui la
donna acquisterà consapevolezza che la sua complessità psicologica, la sua
capacità intuitiva, la sua dimestichezza con l’irrazionale (cioè con la parte
non egoica di sé) sono dei valori molto grandi, che si possono diffondere
diventando espressione della sua superiorità e maggiore complessità
rispetto alla semplicità maschile. E quel giorno, nella considerazione che
avremo della donna, si sarà raggiunto un luogo di verità. Ma per il
momento, siamo ancora in una fase imitativa.
La donna continua a essere oggetto in una società che non si affranca
dal dominio maschista più che maschile. Come sempre, come quando non
poteva assistere ai riti funebri in onore di Patroclo, ma poteva essere
sacrificata sulla pira ardente dell’amico del cuore del Pelìde. Mutatis
mutandis, nel corso dei secoli, fino ai giorni nostri, la vedova, l’orfana, la
madre trovano posto nella celebrazione della morte dell’uomo in modo
complementare alla estensione della sua fine. Non esiste un eoe di guerra
senza una mamma che ne pianga la morte ai suoi funerali, né una moglie
che ne lamenti la mancanza dopo la sua uccisione in guerra. Le immagini
da Gaza – quando non sono di bambini – ci restituiscono donne che di
disperano per la perdita di un marito, un fratello, un padre. «Ma lei che lo
amava / aspettava il ritorno d’un soldato vivo/ d’un eroe morto aspettava
il ritorno di un amore vivo/ di un soldato morto che ne farà?/ Se accanto,
nel letto, le è rimasta la gloria d’una medaglia alla memoria» 9 .
Scrive Michela Murgia nel suo Ave Mary: «Il dolore mariano, a
differenza di quello di Cristo, non è mai personale, ma traslato, eco e
conseguenza di quello del figlio. È un dolore di servizio, che serve a
rendere più evidenti le sofferenze del Crocefisso. La rappresentazione di
Maria afflitta risulta funzionale nella stessa misura in cui è stata funzionale
l’ostensione mediatica delle vedove dell’11 settembre: non serve a
mostrare il dolore della donna Maria, ma a massimizzare l’effetto della
morte di Gesù. [soltanto soffrendo un interposto dolore le donne possono
sperare di ottenere un diritto alla consolazione]» 10 . La Murgia riporta poi
un episodio “scioccante”: «Alla fine di febbraio del 2011, una notizia
scosse la pubblica opinione italiana: una giovane turista spagnola denunciò
di essere stata stuprata da due uomini nella centralissima piazza di Spagna
a Roma. Il sito Internet del «Corriere della Sera» titolò severamente:
«Aggredita e violentata a Trinità dei Monti». Per giorni le cronache furono
invase dalle polemiche sull’insicurezza della città e sul pericolo per
l’incolumità fisica delle donne» 11 . Nei giorni successivi, le gambe corte
della bugia fecero scoprire la verità: non di stupro s’era trattato ma di un
gioco erotico fra la ragazza e il suo fidanzato. Un gioco che prevedeva che
la ragazza simulasse d’essere una prostituta per avere rapporti sessuali con
più uomini. «Il Corriere della Sera» titolò: «Non di stupro ma gioco
erotico: shock a Roma». Lo shock derivava quindi non dallo stupro ma dal
9 Fabrizio De André, La balla dell’eroe, Karim 1961
10 Michela Murgia, Ave Mary, E la Chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino 2011, p. 45.
11 Cit., p.75
9
gioco. Invece che sentirsi sollevata, la città avrebbe dovuto sentirsi offesa
per quella presa in giro. Come quando alla fine di una coda lunga qualche
ora, se ne scoprono – almeno – i motivi: un incidente mortale. Che
delusione una coda senza ragione apparente.
Eppure, c’è stato un periodo in Italia in cui pareva che ci volesse
davvero poco perché la donna arrivasse a un’incollatura dal maschio,
riuscendo a condividere con lui tutti i ruoli nelle diverse espressioni della
società. Di colpo, è stato spazzato via quasi tutto, lasciando sul terreno il
cadavere di quella donna che avrebbe potuto essere e che non è stata.
Come detto, hanno resistito quei bastioni istituzionali eretti con un lavoro
paziente e spesso doloroso durato tutto un secolo, con il decennio dei
Settanta a mettere finalmente il tetto alla casa della nuova donna. La
risacca del disimpegno iniziata negli anni Ottanta ha travolto soprattutto le
donne, cui è stato fatto credere di avere avuto accesso al club dei maschi
per quelle uniformi da soldatessa, poliziotta, carabiniera, che ora anche lei
può indossare.







