Nel Suo lavoro, che sembra oscillare tra saggio storico e racconto simbolico, si coglie un continuo dialogo tra la Storia ed il Mito: in che modo ha inteso modulare la tensione tra verità documentaria e suggestione simbolica, evitando che l’una sopraffacesse l’altra?
“Il mito è un elemento del linguaggio del Sacro, una narrazione fantastica la cui presenza nel testo non è mai fine a sé stessa perché, qualora si esaurisse nell’aneddoto, perderebbe di valore. Il mio libro è un racconto simbolico nonché un saggio storico, volto allo studio e all’interpretazione di quel passato in cui affondano le nostre radici. Il senso della Storia risiede, infatti, nel far comprendere il percorso che ha portato alla società attuale. Non a caso, il nuovo – quel progresso da cui non si può prescindere – ha sempre alle spalle la tradizione”.
La figura della donna emerge come un cardine interpretativo: si tratta di un’istanza che vuole recuperare un archetipo tradizionale oppure offrire un paradigma alternativo alle letture moderne del femminile?
“Non ho inteso recuperare un archetipo tradizionale, anzi sottolineo la difficoltà della donna nel vicolo di staccarsi dai ruoli di madre generosa e di sposa fedele, modellati rispettivamente sul mito di Demetra e su quello di Era. Proprio perché maggiormente legata agli stereotipi, la donna del vicolo finisce per incarnare un’immagine femminile totale che unisce aspetti positivi e negativi della donna: il suo essere intuitiva, coraggiosa, laboriosa e pragmatica si accompagna alla gelosia esasperata che la spinge a competere con le altre donne”.
L’uso delle fonti appare calibrato tra filologia ed invenzione letteraria: come ha strutturato il Suo metodo di selezione, ed in quale misura la Sua scrittura si concepisce come riscrittura della memoria collettiva?
“Durante la fase di ricerca, ho reperito e utilizzato le fonti più disparate, selezionando quelle che mi sembravano più pertinenti allo scopo. Oltre a ricostruire l’evoluzione e la trasformazione subita dal vicolo nel tempo, ho approfondito la modalità con cui questa realtà socio-ambientale è stata rappresentata in ambito artistico e letterario. Ogni riflessione sul vicolo da parte di scrittori o saggisti ha aggiunto qualcosa alla comprensione di questo mondo e come tale è stata integrata nella narrazione, privilegiando una chiave interpretativa a un discorso citazionistico. Il vicolo, custode del nostro passato, ha il compito di trasmettere alle nuove generazioni il meglio della tradizione partenopea, a partire dalla lingua napoletana”.
L’elemento della “luce” e della “tenebra” sembra fungere da chiave ermeneutica: può spiegare come questa polarità attraversi la Sua costruzione narrativa, riflettendo il conflitto tra potere e vulnerabilità?
“Nella narrazione l’oscurità è associata al vicolo che, a differenza della strada, illuminata e fornita di marciapiedi, è un percorso secondario, trasversale, buio, stretto e spesso privo di sbocco. Non può esistere luce senza ombra, infatti non c’è zona della città – anche un quartiere borghese come il Vomero – che non sia attraversata da vicoli che, proprio in virtù delle loro caratteristiche, sono garanzia di protezione per chi ci abita. Nel vicolo, considerato il “luogo dell’anima”, si manifesta un’empatia che è assente nelle zone residenziali, in cui prevalgono l’individualismo e il formalismo. La solidarietà che vi si stabilisce è frutto della mancanza di potere e di ricchezze dei residenti ed è una conseguenza della loro vulnerabilità”.
La dimensione sacrale è ricorrente, quasi a voler suggerire una verticalità che trascende il mero dato storico: quale ruolo ha giocato l’influenza di pensatori della Tradizione nella definizione del Suo orizzonte interpretativo?
“Nella maturità ho compreso il valore della tradizione che non disconosce la modernità ma definisce ciò che è permanente e duraturo. Non mi sento particolarmente legata ai pensatori della Tradizione ma condivido l’idea di essere partecipe di una realtà che, nel riflettere il Trascendente, va oltre la semplice apparenza. Come ha scritto lo storico Mircea Eliade, “il Sacro è una dimensione ontologica che accompagna l’uomo fin dalle sue origini” e un ritorno ad esso si unisce alla consapevolezza del nostro rapporto con il divino”.
In più passaggi si avverte un tono elegiaco, come se la narrazione stessa si configurasse quale atto di pietas verso figure dimenticate: considera questa cifra lirica una componente inevitabile del Suo stile o una scelta deliberata di poetica?
Appartengo a una generazione cresciuta nel rispetto di valori e tradizioni che oggi non contano più. Tutta la mia produzione letteraria scaturisce dall’interesse verso le fasce deboli e marginali. Nel soffermarmi su alcuni personaggi rappresentativi del vicolo, quali i femminielli, legati a una cultura di stampo contadino ormai superata, emerge questo sentire a tratti malinconico e nostalgico per una Napoli tramontata, che per me è quella degli anni Settanta e Ottanta. I tempi sono cambiati ma il disagio verso le minoranze è una costante: se in passato l’apparente benevolenza nei confronti del femminiello mascherava l’incapacità della gente del vicolo di stabilire con lui un rapporto paritario, oggi si trattano i gay con il “politicamente corretto” che è una finzione di empatia”.
Nel trattare la frattura tra tradizione e modernità, il Suo discorso sembra evitare tanto la nostalgia sterile quanto l’apologia del progresso: quale equilibrio ha cercato tra questi due poli inconciliabili?
“Sarebbe un errore rifugiarsi nella nostalgia perché la tradizione non è immobile ma è un valore che si rinnova di continuo alla luce dei mutamenti sociali avvenuti nel presente. Al tempo stesso, l’eccessiva fiducia nel progresso, espressione della modernità, mi sembra altrettanto fuorviante perché il nuovo non deve affermarsi a spese del vecchio ma integrarlo in un passaggio graduale e armonico, quasi un’osmosi, che consenta di raccogliere il meglio di entrambi”.
La Sua prosa appare intessuta di rimandi letterari impliciti: qual è stata la funzione del dialogo con i classici, da Omero a Manzoni, nella costruzione della Sua voce autoriale?
“Sento molto il senso della giustizia e ammiro Manzoni per aver vissuto la religiosità in modo autentico, ponendosi sempre dalla parte delle vittime e scagliandosi contro gli oppressori. Degli eroi omerici, invece, mi ha colpito lo spirito di sacrificio: nel poema “L’Iliade” Ettore parte in guerra pur sapendo che sarà ucciso dal nemico.
In un’epoca che relegava la donna al ruolo di sposa e di madre, Omero si sofferma sui sentimenti dei personaggi femminili. Consapevole del destino di vedova che l’attende, la figura di Andromaca mi ha ricordato le donne del vicolo, ancora oggi sottomesse all’uomo, a cui è associata l’idea del potere. Nelle famiglie popolari c’è sempre stata un’omologazione ai comportamenti maschili anche da parte di coloro, come le “maeste”, che sono riuscite a imporsi grazie a una forte personalità”.
Il tema del “doppio” e della metamorfosi affiora come metafora costante: ritiene che ciò rifletta un paradigma antropologico universale o piuttosto un’esperienza storicamente situata nel contesto analizzato?
“Nel mio saggio il doppio riflette un’esperienza storicamente legata al contesto preso in esame e ai personaggi che ne fanno parte. Il legame tra il doppio e il vicolo è dato dalla figura del femminiello, che nel rito della figliata vive simbolicamente il momento del parto. In passato, la figliata era accompagnata da un rituale alchemico-filosofico eseguito nel corso di festeggiamenti segreti per la nascita del maschio-femmina (Rebis, la cosa doppia). Ne era protagonista un ermafrodito, creatura che riunisce nello stesso essere un maschio e una femmina e per questo divinizzata dai Greci. Nella mitologia greca c’era una fusione tra il mito dell’ermafrodito e quello dell’androgino, raffigurato con una testa avente due facce, di cui una barbuta, ed incarnazione della coincidenza degli opposti e dell’idea di perfezione assoluta.
È tutta la mentalità partenopea a oscillare tra i due estremi (fede e superstizione, sacro e profano) in quanto permeata da un profondo scetticismo che si esprime nel rifiuto del dogmatismo religioso e nella volontà di dominare la morte, intesa come condizione apparente per cui il defunto è sentito come presente anche se non è più in vita.
L’idea della metamorfosi si ritrova nell’insolito caso della degente affetta da sclerodermia, curata all’Ospedale di S. Maria del Popolo degl’Incurabili dal dottor Carlo Curzio. La giovane, a cui era stato attribuito il nome fittizio di Patrizia, si era trasformata gradualmente in albero, colpendo l’immaginazione del popolino con la sua malattia che era stata fonte di scommesse al lotto”.
Monica Florio, scrittrice e giornalista partenopea, autrice di numerose opere di narrativa e ricerche storico-sociali su Napoli, nel 2020 ha pubblicato Storie di guappi e femminielli edito da Guida Editore.









