“Poeti”, “Muse” e “autorità” nella Grecia arcaica
Il titolo Istruito dagli dei suggerisce una pedagogia che si colloca ben oltre la sfera umana, nella zona numinosa del mito e del sacro. In che senso, nel mondo antico, l’istruzione è una forma di investitura divina?
Il saggio indaga il rapporto tra una specifica categoria di “maestri di verità”, vale a dire i poeti/sapienti/filosofi (figure nettamente distinte da quelle degli indovini e dei profeti), e la divinità. Agli albori della grecità la componente sacra – o per meglio dire, divina – si rivela fondamentale nel processo di trasmissione del passato e dunque di creazione di una identità culturale: teniamo presente che ci muoviamo nell’ambito di una società che è ancora spiccatamente orale e che, pertanto, ha necessità di ricordare e memorizzare ciò che, altrimenti, andrebbe perduto. L’individuo omerico ha una profonda consapevolezza della propria fallibilità (esistenziale ed epistemica) e quindi sa bene di doversi affidare alla divinità, unico veicolo di superamento di tale fallibilità.
Nel suo saggio la sapienza non si trasmette semplicemente per via didattica, ma si incarna in figure profetiche, iniziatiche, spesso liminari. Quanto la sua analisi si ispira a modelli antropologici, come quello del “maestro di soglia” di van Gennep o Turner?
In verità, la tesi centrale del testo si articola proprio attorno all’idea che, soprattutto nella fase più arcaica, la trasmissione di conoscenza dal dio al poeta consiste in tutto e per tutto in un insegnamento che ha molto poco a che fare con l’iniziazione o l’ispirazione – l’idea che il poeta sia posseduto e/o agisca in preda a mania, come ci dice Platone, per esempio, nel Fedro, è idea che si diffonde non prima del V secolo, ma che mal si adatta a definire il rapporto tra il poeta e le muse. In effetti è proprio per il fatto che il rapporto tra dio e poeta si connota nei termini di un insegnamento che mi è stato possibile tracciare un filo di suggestioni tra l’autorità poetica nel mondo arcaico e l’autorità epistemica nel mondo contemporaneo.
Che relazione esiste, secondo lei, tra il sapere che salva e il sapere che ferisce? Penso alla figura di Tiresia, istruito da Atena eppure accecato, o a Prometeo, portatore di sapere e insieme martire del sapere stesso.
Questa è una domanda estremamente interessante che non trova direttamente spazio nel mio saggio, ma alla quale risponderei così: nel mondo arcaico l’“eccesso in positivo” (di sapere, di virtù di potere) deve essere sempre compensato da un “eccesso in negativo”, in modo da ristabilire un equilibrio. Gli esseri umani, i mortali, non devono perdere di vista l’intrinseca fragilità della propria condizione.
Lei mostra come, nella grecità, l’istruzione divina non sia mai neutra: plasma l’identità, ma può anche escludere o condannare. Potremmo dire che l’educazione antica è selettiva in senso sacrale, iniziatico, e non inclusiva come quella moderna?
Certamente ci sono contesti in cui in cui il sapere è anzitutto un sapere di tipo iniziatico (penso per esempio alla Magna Grecia, ove si diffondono diversi culti misterici). Ma questo discorso non vale per tutta la Grecia e non vale per le fasi più arcaiche. Il sapere di Omero ed Esiodo (il sapere del mythos) è certamente un sapere selettivo, ma non è un sapere mistico. Il sapere di Senofane (che anticipa il sapere del logos) è invece assolutamente moderno: razionalistico, progressista e laico. Il sapere di Parmenide, infine, è un sapere che, da un lato, allude in maniera potente alla dimensione trascendente dell’iniziazione, ma, dall’altro, si connota anch’esso come pienamente razionale ed essenzialmente moderno.
Quale ruolo ha la parola poetica nella trasmissione del sapere sacro? Omero, Esiodo, Orfeo: sono poeti o sacerdoti? E in che modo la letteratura stessa diventa veicolo di una ‘paideia’ divina?
Non accosterei Orfeo ad Esiodo e Omero, perlomeno non in questo contesto. Omero ed Esiodo hanno poco dei sacerdoti e il sapere che essi trasmettono, per usare espressioni note (penso ad Havelock, penso a Cantarella), è di stampo “enciclopedico” e “storico”. La stessa Teogonia di Esiodo (che narra la nascita e l’evoluzione del cosmo dal chaos primordiale alla fase di pace portata dagli dei olimpi), è un primo tentativo, come ci ricorda Aristotele nella Metafisica, di “ricercare le cause”, è, cioè, a tutti gli effetti una “protofilosofia”. La parola poetica in questo contesto gioca un ruolo cruciale perché, facilitando la memorizzazione, consente la trasmissione della paideia greca. Non va dimenticato che la prosa si impone a discapito della poesia solamente nell’epoca sofistico-platonica e che questa imposizione deve tantissimo al diffondersi della scrittura: il supporto scritto infatti rende sempre più ininfluente il lavoro di memorizzazione che soltanto la poesia rende possibile.
Nel suo libro si avverte una tensione tra il sapere rivelato e il sapere appreso: esiste, secondo lei, un confine preciso tra iniziazione e istruzione? E dove si colloca il filosofo in questo continuum?
Io direi che la tensione si avverte piuttosto tra la verità indimostrabile propria del mythos e la verità verificabile propria del logos. Mi spiego: nella fase del mythos, quella grossomodo di Omero ed Esiodo, la verità è la “parola autorevole” che ricorda il passato (un passato remoto cui i mortali non hanno alcun accesso); nella fase del logos, quella grossomodo di Senofane e Parmenide, invece, la verità risponde ai criteri scientifici della dimostrabilità: può essere, cioè, confermata e/o smentita. Non è un caso che la tensione venga incarnata in maniera (pre)potente da Esiodo, le cui muse affermano di saper dire la verità, ma anche di saper mentire. L’impossibilità di affidarsi alla divinità apre un baratro (epistemico ed esistenziale) che lascia l’individuo completamente privo di punti di riferimento.
Lei indaga una sapienza che spesso si trasmette attraverso simboli oscuri, enigmi, silenzi. In che misura questo tipo di sapere si oppone all’ideale razionalistico della paideia socratica o platonica? O ne è, piuttosto, un presupposto misterico?
La sapienza arcaica è una sapienza che, per quanto paradossale possa apparire, vive una forte tensione tra silenzio e parole. Le parole, infatti, sono sentite come strumento atto alla manipolazione del reale molto più che a una sua comprensione: è la vista il vero veicolo di accesso al mondo. Al tempo stesso, però, le parole divengono inevitabili e pertanto necessarie ogniqualvolta l’accesso autoptico sia impossibile. Così, da un lato, quando Zeus deve “dare la sua parola” suggella il suo impegno con un cenno (silenzioso) del capo, poiché esso, a differenza delle parole, non inganna; dall’altro, aletheia, la verità, in quanto “ciò che non viene dimenticato” trova preservazione ed espressione in un discorso accurato.
Quale dialogo istituisce il suo lavoro con le interpretazioni novecentesche della cultura antica, penso a Jean-Pierre Vernant, Marcel Detienne, ma anche a Giorgio Colli o Ivan Illich?
Direi che, quanto ai grandi classici del secolo scorso, questo lavoro dialoga con – o presume – in modo particolare gli studi di Detienne, Havelock e Dodds.
Nell’epoca della didattica a distanza e della pedagogia algoritmica, cosa può insegnarci oggi la figura dell’allievo “istruito dagli dei”? Esiste ancora uno spazio per una formazione che non sia solo trasmissione di competenze ma esercizio dell’anima?
La filosofia nasce in Grecia come prassi di vita: Socrate parla esplicitamente di “vita filosofica” e mai di “disciplina filosofica” – se la filosofia fosse solo una disciplina ben difficilmente potrebbe condurre alla felicità (come invece i filosofici greci credevano) e ben difficilmente potrebbe essere la più stimata di tutte le scienze (come ci dice Aristotele ancora nella metafisica). La filosofia è piuttosto, per usare ancora le parole di Socrate, cura dell’anima e della mente. Personalmente, credo sia necessario recuperare l’idea stessa per cui l’atto di apprendere è, al tempo stesso, l’atto con cui ci si prende cura di sé.
Infine, il suo saggio pare restituire al lettore non solo un passato, ma una nostalgia di verticalità, di un sapere che educa elevando. Possiamo ancora oggi accedere a forme di “paideia sacra”? E se sì, attraverso quali dispositivi simbolici, rituali, estetici?
Il tratto che accomuna le quattro figure di cui parlo in questo saggio, cioè Omero, Esiodo, Senofane e Parmenide, è, chiaramente con i dovuti distinguo, la consapevolezza del proprio limite. Questa consapevolezza assume aspetti diversi: così, si può manifestare nella convinzione che le ambizioni conoscitive umane abbisognano del sostegno divino, oppure può concretizzarsi nella accettazione della fallibilità del conoscere dei mortali. In tutti i casi, sembrerebbe esservi una medesima convinzione di fondo: ossia, che l’accesso alla conoscenza è impossibile senza il previo (umile) riconoscimento della propria finitezza. Personalmente, credo che dovremmo tutti e tutte cercare di far nostro questo tipo di “modestia”.

Erminia Di Iulio è docente di Storia del pensiero ontologico presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e svolge attività di divulgazione e promozione culturale. È co-fondatrice della rivista “Synthesis”. È studiosa del pensiero greco platonico e pre-platonico e del suo rapporto con la contemporaneità e autrice di diversi studi, tra cui Gorgias’s thought. An epistemological reading (2023) e L’innocenza di Elena di Troia (2025).








