Prima regola dell’equilibrio: perderlo.

Lei scorribanda tra alluci valghi, cartoline sdrucite, soldati assonnati, insetti russi da ammazzare, riviste improbabili e poetiche, case abbandonate e case da arredare, per giungere, infine, a un concerto di Umberto Tozzi. Tutto appare grottesco ed onirico. Lo scopo di tale bizzarria?

Se avessi un Euro per tutte le volte che i miei racconti sono stati definiti “una bizzarria”, “bizzarri”, ecc., sarei ricco sfondato. Intendiamoci, il bizzarro è un elemento fondamentale del mio immaginario, altrimenti su cento persone che li hanno letti non troverei questo termine novantanove volte, ma forse bisognerebbe liberarsi dalla forma mentale per cui questo aggettivo viene utilizzato per lo più in senso spregiativo. I tuoi racconti sono bizzarri, mi si dice, e finisce lì. E no, definire una qualunque cosa “bizzarra” non è comprenderla, è semplicemente il primo passo: la bizzarria va (andrebbe) analizzata, studiata, compresa (quando e se possibile). Pertanto, prima di definire i miei racconti “bizzarri” occorrerebbe soffermarsi sul significato del termine, analizzare le ragioni per cui una cosa è bizzarra. Perché un comportamento è bizzarro? Perché una situazione è grottesca? La bizzarria spesso comunica una banalità, una verità banale come spesso la verità è. E sì, scelgo di comunicare e di manifestare la mia visione del mondo tramite il grottesco (altro termine quasi sempre citato con una connotazione negativa), perché è tramite il bizzarro, il ridicolo, il paradossale e l’innaturale che riesco a scardinare il consueto, il serioso, il lineare e la natura delle cose, dei gesti, delle persone. Del resto, scrivo come scrivo, ho l’immaginario che ho, perché a scrivere come scrivono gli altri sono già in troppi, e a me non interessa il racconto serioso del male, del problema sociale, non mi interessa scrivere così, anche se mi nutro e mi sono nutrito di scrittori che hanno adottato un simile approccio. Cita alcune situazioni presenti nei racconti di Inciampi. Ebbene, sono bizzarri i due tizi che si iscrivono a un gruppo Facebook di persone con l’alluce valgo per cercare di accalappiare due donne? Voglio dire, è Gian marco Griffi a scrivere una bizzarria o è la vita delle persone a generare un simile immaginario? Così, un contadino del Monferrato, uno che poteva essere mio bisnonno (e mio bisnonno si è fatto la prima guerra), viene spedito al fronte, a centinaia di chilometri dai suoi prati, dalla sua vigna, lui che non era mai stato più lontano di Casale Monferrato, forse Vercelli, per sbaglio, una volta, e come reagisce a quell’esperienza devastante? Addormentandosi di continuo, nei posti e nei momenti più impensabili. È una reazione “bizzarra”? Certo, lo è. Ma è anche metaforica, no? benché sia piuttosto restio a leggere i miei racconti come “metafore”. Un racconto deve per forza avvalersi di un’immagine e di un immaginario forte, potente, altrimenti il giorno dopo te lo sei già dimenticato. In vita mia avrò letto diecimila racconti, provenienti da ogni tipo di cultura e linguaggio, e quelli che mi sono rimasti, e mi rimarranno per sempre, sono quelli nei quali il linguaggio è stato capace di creare un’immagine potente, sia essa un gesto, un luogo, un’azione, un essere umano. “Suppongo che una donna possa reagire in molti modi alla nefasta notizia che annuncia un cancro al seno, non so, ma so che Alma reagì maturando un inconsueto desiderio sessuale, e che lo appagò facendo l’amore con ogni uomo il cui odore le andasse a genio”. E’ un incipit sgradevole e di cattivo gusto. Intende raccontare sardonicamente il male o vuole disturbare intenzionalmente il lettore?

Questa cosa secondo cui questo incipit è “sgradevole e di cattivo gusto” l’ha scritta Maraschi nella sua recensione sull’Indice, ma francamente non lo trovo né sgradevole né di cattivo gusto. Il racconto, e questo racconto in particolare, ha la necessità di immergere il lettore nella storia fin da subito, da qui la scelta di entrare a gamba tesa subito, mostrare al lettore il nocciolo della questione. Per venire alla domanda, non mi interessa “disturbare il lettore”, se quello fosse il mio scopo potrei smettere di scrivere anche subito; quello che mi interessa, più marcatamente con Più segreti degli angeli sono i suicidi, il mio primo libro, e più soffusamente con Inciampi, è mostrare un certo tipo di malessere, di male vero e proprio se vogliamo, stenderlo su un tavolaccio e sezionarlo: il mio bisturi è il linguaggio, in primis, poiché il linguaggio è una cosa che mi interessa primariamente, nella letteratura, e poi l’ironia, grazie alla quale il male si può attraversare, penetrare, per poi fuoriuscire con un nuovo spirito. In Inciampi non c’è un male definitivo, quello che invece c’è in Più segreti degli angeli sono i suicidi; l’inciampo prevede una caduta e un rimettersi in piedi. E allora Alma, colta da un male definitivo, rivive in un gesto banale come andare a un concerto, rivive nei tentativi di distruggere la banalità morale, la bigotteria, l’ipocrisia. Inciampi è la storia delle storie di Tilde e Fausto, lei madre pazza e malata e lui figlio sempre inadeguato, sempre incerto, sempre poetico pur nella sua grossolanità. Se c’è qualcosa di sgradevole e di cattivo gusto, in Inciampi, è il loro essere al mondo secondo una prospettiva sbagliata. Ma non è sgradevole e di cattivo gusto per il lettore, per Tilde e Steno è sgradevole e di cattivo gusto vivere. Ciononostante entrambi fronteggiano una vita per molti versi sgradevole e di cattivo gusto nel migliore dei modi possibili loro concesso, come fanno migliaia di persone ogni giorno, trovando qualcosa di bello sempre, in ogni cosa, anche dove non si può, un fiore artico, un animale salvato dalle fiamme, una nuova vita, un insetto. Solo quando non si riesce più a trovare qualcosa di bello nello sgradevole costante si getta la spugna, come fa Fausto.

Nella sua prosa domina la virgola onnivalente. Ci racconta il perché di tale scelta espressiva? Non teme di appiattire le “voci” della narrazione, mortificando sospensione ed incredulità?

Le dico subito che non ho idea di che cosa sia, la virgola onnivalente. Riesco a comprenderne il significato, quello sì, ma più ci rifletto più mi rendo conto che è un’espressione che può voler dire tutto e niente. Comunque, basandomi sull’intuizione immediata dell’espressione “virgola onnivalente”, cioè una virgola utilizzata per mille scopi diversi nell’ambito della narrazione, la risposta alla domanda è: no. Non solo non temo di appiattire le voci della narrazione, ma ho utilizzato la virgola in questo modo perché sono convinto che le voci della narrazione ne emergano arricchite; naturalmente una delle questioni tecniche che più mi premeva approfondire nei racconti di Inciampi era il ritmo. Inciampi, almeno nella sua prima parte, “Notizie dalle colline”, è un’epica minima della narrazione orale. Per questo i racconti si intitolano tutti, o quasi tutti, “Storiella di”, è come se ci incontrassimo al bar, o per strada, e ti dicessi senti questa: e via con la storiella. Questo volevo fare con i racconti di Inciampi. E allora, i dialoghi, in questi racconti i dialoghi sono stati integrati nella narrazione, fusi insieme, in modo che quasi non si distingue la narrazione dal dialogo. Perché quando uno ti racconta una storiella mica si ferma per andare a capo, mica mette i due punti, mica mette i caporali. No, parla e parla e parla, racconta a ruota libera. Ogni tanto prende fiato, ci va una virgola, ogni tanto gesticola, ci va un’altra virgola, ogni tanto beve un sorso di amaro, ci va un punto e virgola, ogni tanto si scusa, va in bagno a pisciare e poi torna, ci va un punto, poi torna e attacca a raccontare un’altra cosa, o la stessa cosa ma da un’altra prospettiva, ci va un punto e a capo. Rendere questa oralità, in un racconto, è difficilissimo, mi pare, giacché il racconto orale è quello scritto, anche se lo scritto effettua una mimesi dell’orale sono due mondi completamente distinti. Lo scritto allora deve fingere di essere orale, e per farlo ha bisogno di un sacco di artifici, tantissimi davvero, per fare in modo che il lettore percepisca il racconto nel modo giusto. La virgola, onnivalente o non onnivalente, diventa un’arma fondamentale. È evidente che il risultato può essere ottimo oppure un vero schifo, dipende dalla padronanza che chi ha scritto il racconto ha delle armi a propria disposizione. E ancora, il risultato, per quanto ottimo, può risultare cacofonico al lettore, oppure può fare l’effetto appiattimento delle voci, e la tua domanda mi fa pensare che a te o a chissà chi possa aver fatto questo effetto qui. Pazienza. Sono ben cosciente che ci sono stili di scrittura che non vadano a genio ad alcuni, se volessi scrivere con lo stile piatto tipico di molte narrazioni, quello che piace a tutti e a nessuno, scriverei così, ma poi smetterei subito, perché per me la scrittura è prima di tutto approfondimento e ricerca sul linguaggio, e per linguaggio ovviamente intendo anche i segni di interpunzione, il parlato, il dialettale, e tutto questo mondo magnifico che è la lingua italiana.

Tra i dedicatari della sua raccolta ci sono «Tutti i poeti del mondo, vivi e morti; avrei voluto essere uno di voi. Tutti». La sua è una scrittura trasversale che risente di una frequentazione poetica?

Penso di scrivere come scrivo per colmare la mia incapacità di scrivere poesie. Del resto credo che la poesia sia il genere più difficile, seguita dal racconto. Il romanzo è la cosa più facile da scrivere, sciocchezze che leggo quotidianamente in giro, non mi riferisco alle sciocchezze che ho letto su libri presunti di poesia. La poesia prevede tecnica, abilità linguistica fuori dal comune, intelligenza superiore alla media. Una poesia scritta con queste caratteristiche si distingue subito da una stronzata scritta andando a capo ogni tanto. O almeno, io la riconosco subito. Molti altri credo di no, a giudicare dal numero di cose spacciate per poesie che si leggono in giro. Lo stesso vale per il racconto. Tanti credono che scrivere un racconto sia più semplice, scrivono racconti orrendi, e questa è la rovina del genere racconto. Un racconto prevede le stesse abilità di una poesia, ma una minore disciplina tecnica, se vogliamo, per questo mi pare che scrivere un racconto sia meno difficile. E poi, tutti vogliono leggere romanzi, tutti vogliono scrivere romanzi. Che facciano, buona fortuna!

Gli inciampi dell’esistenza, le incursioni della sorte hanno un fine didascalico?

Proprio no. Scriverò delle favole didascaliche per mio figlio Dante di un anno, un giorno, forse. Ma non per gli altri. Torniamo alla narrazione orale, alla storiella: io te la racconto e spero, mentre lo faccio, che tu ne tragga un giovamento, che le parole che utilizzo rendano l’immaginario che voglio descrivere, che tu riesca a vivere una certa situazione, per quanto paradossale o triste o grottesca, spero che tu riesca a ridere e a piangere della miseria e della grandezza, spero che tu riesca a “vedere”, a seconda dei racconti, un dolore, una gioia, una tribolazione, un bisogno, una malinconia, un innamoramento, un desiderio, eccetera. Poi io finisco, me ne vado, non rispondo a domande, non ti spiego il perché, resti solo tu, e ti devi arrangiare, se ti interessa approfondire.

Gian Marco Griffi è autore di: Più segreti degli angeli sono i suicidi, bookabook, 2017 ed Inciampi, Arkadia, 2019.

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