Digito, dunque siamo!

“Digito dunque siamo”: qual è la ragione del plurale contenuto nel titolo del suo lavoro?

“Siamo” perché in rete, e in particolar modo sui social network, abbiamo l’illusione di essere finalmente connessi tra noi, ci sentiamo empatici, partecipi; certifichiamo per iscritto la nostra esistenza e abbiamo la percezione di esistere di più nella misura in cui aderiamo a una comunità virtuale che abbraccia potenzialmente tutti. Tuttavia, la facilità dell’interazione e le stesse “regole del gioco” stabilite dal social network ci desensibilizzano nei confronti dell’altro, spingendoci al contrario a isolarci nell’atto di fabbricare un’autocelebrativa immagine di noi stessi. Un esempio banale? Siamo sicuri che quando esprimiamo un’opinione sui social network sia col fine di dare un contributo alla riflessione collettiva oppure più semplicemente un modo per ricevere like? 

Blaise Pascal, Jean-Jacques Rousseau, Arthur Schopenhauer, Michel de Montaigne, Ortega y Gasset…con il supporto di tali pensatori pare voglia indurci a riflettere sull’uso del like sempre più simile ad una capsula antidepressiva. Lei trova che siamo tutti avviluppati da una rete di autoinganni digitali?

Di questa domanda mi interessa soprattutto cercare di capire perché il like sia diventato una forma di antidepressivo, ovvero del perché siamo depressi. E lo siamo proprio per colpa di questo meccanismo, emblema della società della performance in cui viviamo. I social network, da questo punto di vista, rappresentano un campo d’osservazione privilegiato per permetterci di comprendere i valori che oggi ci dominano. I social network ci spingono a metterci in mostra, a condividere i nostri pensieri, qualsiasi pensiero, a farlo in modo brillante ed efficace, pena l’inesistenza, ovvero l’emarginazione. Se non fai vedere ciò che fai o non esprimi ciò che pensi è come se non l’avessi fatto o pensato veramente. Senti che manca qualcosa. È paradossale, ma senza il mondo virtuale, il mondo reale è ormai percepito come limitante. Forse perché i piani si sono sovrapposti e non ha più senso parlare di mondo “virtuale”, meglio dire mondo digitale, protesi vera e propria del mondo reale. Ma questo incantesimo dell’autocelebrazione in cui siamo vittime e carnefici è chiaramente tenuto in vita dal like. Senza il like crollerebbe tutto. Non a caso una delle figure contemporanee più invidiate è l’influencer, la cui credibilità si misura appunto in like. Io, invece dell’antidepressivo del like, consiglio le vitamine della filosofia.     

Le relazioni vis à vis sono faticose e, talvolta, frustranti, deludenti, vanificanti. Reputa che sia questo uno dei possibili motivi per i quali preferiamo postare compulsivamente, spesso abbandonandoci anche a porre “in vetrina” la malattia?

Avere a che fare con gli altri attraverso uno schermo è senz’altro più facile rispetto alla “fatica” delle relazioni reali. Ci permette soprattutto di dare l’immagine di noi che preferiamo, in qualche modo idealizzandoci fino a crederci migliori di quanto siamo realmente, senza mai metterci in discussione. Eppure è propria questa “fatica” a dare la misura dell’autenticità di una relazione: senza impegno, senza la volontà di darsi con sincerità, non esiste vero rapporto, solo surrogati. È naturalmente possibile avere relazioni che siano al contempo reali e digitali, il problema è quando sostituiamo quelle digitali a discapito di quelle reali, impoverendoci emotivamente. Il postare compulsivo può essere dovuto a diversi motivi: egocentrismo, narcisismo, bisogno d’attenzione, inconsapevolezza, superficialità. Più si sente il bisogno di postare più, a mio parere, si sta evitando di vivere per manifesta incapacità. Per fortuna, da questa “malattia” si può guarire.

Lei ha asserito che abbiamo tutti subito una “riprogrammazione emotiva” ad opera dei social media. Cosa ha inteso comunicare?

La reiterazione collettiva dei comportamenti che ho accennato sopra non può che condurci a una riprogrammazione emotiva (oltre che cognitiva, ma questo è un altro discorso che ho cercato di indagare nel mio precedente libro Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete). Ad esempio, se esiste una notifica che ci permette facilmente e automaticamente di ricordarci del compleanno di un “amico”, perché sforzarci di ricordarlo a memoria o anche semplicemente di appuntarlo sull’agenda? E poi, potendo fare gli auguri con un pratico post, perché alzare il telefono o addirittura uscire a cena per festeggiare?

“Digito dunque siamo” – “Cogito ergo sum”: ci spiega l’evidente ripresa della locuzione cartesiana?

Il nesso è semplice: se per Cartesio è sufficiente riconoscerci pensanti (ovvero dubitanti) per certificare la nostra esistenza, oggi abbiamo invece bisogno di digitare, essere online. Ma ancora non basta, perché senza il like altrui potremmo ancora dubitare della nostra esistenza: ecco perché “digito dunque siamo”.

Stefano Scrima. Scrittore e filosofo, ha studiato e vissuto tra Bologna, Barcellona, Madrid e Roma. Si occupa di divulgazione filosofica e applicazione della filosofia alla vita quotidiana. Per Castelvecchi ha scritto Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (2018). Altri suoi libri: Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (2017), Filosofi all’Inferno. Il lato oscuro della saggezza (2019), Santiago e nuvole. Le fantasticherie di un pellegrino solitario (2018).

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