È con me/che non riesco/ a parlare.

La sua raccolta è suddivisa in un Primo tempo, intitolato Vita agra di un precario, un Secondo tempo, intitolato Milano di un precario e nei Tempi supplementari, ovvero Il Sud di un precario. Quale ragione risiede in una siffatta ripartizione e su quali temi si innesta la sua riflessione?

I capitoli di questo libro sono frutto di un viaggio interiore, e personale, che non ne rispecchia la “stesura” cronologica. La silloge, infatti, nasce a Milano e sviluppa il suo “percorso” al Sud, che è la mia terra. Ovviamente ogni titolo cerca di riassumere in qualche modo il tema che ho scelto di trattare, ma se ne possono trovare tanti altri sottotraccia.

Alla base del primo per esempio, Vita agra di un precario, c’è un disagio di fondo che ha a che vedere con la precarietà dei nostri tempi. Precarietà che, mi preme sottolineare, trascende il concetto di precariato. Non è solo il lavoro a mancare, ma il futuro. In tutte le sue sfaccettature. Non siamo più sicuri di nulla. Nemmeno dei nostri affetti. Nemmeno di ciò che accade a un centimetro dalla nostra porta di casa. Viviamo in un mondo ostile, spesso incapace di stabilire un rapporto duraturo con l’altro. Dal vicino di casa al migrante. Il rapporto tra chi scrive e il Sud è un altro tema fondamentale della silloge. E riassume l’inquietudine esistenziale di tanti meridionali che se ne sono andati. Un po’ per costrizione, un po’ per scelta.  In tanti hanno scelto Milano. Città meravigliosa, ma anche molto difficile. Che ho provato a raccontare con qualche breve pennellata.

I suoi versi esemplificano un viaggio lungo l’Italia che è anche un iter formativo il cui sbocco è la precarietà come status esistenziale, quindi permanente, calcificato. Tale condizione è individuale o generazionale?

Direi entrambe le cose. Perché la precarietà che sento incollata addosso l’ho vista anche sul volto di tanti della mia generazione. Anche per questo ho deciso di parlarne. Se si fosse trattato di un’esperienza unicamente personale, ci troveremmo di fronte a un’autobiografia poetica che, onestamente, non credo interessi a nessuno.

Perché qui/ la resilienza è una sposa fedele/ e la rassegnazione l’unica speranza/che ci fa durare. Rassegnazione come speranza: quasi un ossimoro?

Direi di sì. Ma è un ossimoro che, purtroppo, racconta il fallimento di una terra meravigliosa e ferita, che non riesce a reagire in modo compatto. Negli ultimi anni al Sud si sono registrati alcuni miglioramenti significativi, ma a macchia di leopardo. Quasi mai a mai a macchia d’olio. Alcuni territori continuano a rimanere isolati dal resto del Paese. E non solo geograficamente. Ed ecco che la resilienza è l’unica arma a disposizione di chi vuole restare. E durare.

È con me/che non riesco/ a parlare: un Epilogo lapidario e fulmineo in un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi. La conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

La Poesia è un codice comunicativo utilissimo per gridare nel silenzio di questi tempi e conoscere meglio sé stessi, per citare l’immortale motto socratico. Ha, direi, una funzione catartica, ma anche maieutica. Riesce a farci tirare fuori ciò che spesso non riusciamo ad esprimere.

Il suo “viaggio” è faticoso, scosceso, una scalata a mani nude. Il dolore come condizione ontologica priva d’un balsamo mitigante?

Il dolore è la molla fondamentale di questa silloge. Direi il motore che muove la macchina delle emozioni di chi scrive e, spero, anche di chi prova a riconoscersi nei frammenti che propongo.

Giuseppe Di Matteo è giornalista professionista, collabora attualmente con La Gazzetta del Mezzogiorno, occupandosi di cultura e recensioni di libri. Nel 2016 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Con te io penso con le mani (Aletti editore) È ideatore e promotore, assieme alla sua collega e amica Serena Greco, del laboratorio culturale di Librincircolo, nato a Castellana Grotte, nel Barese.

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