E invece ti lascio andare con la nostalgia di non averti neanche preso la mano per convincerti a restare.

La storia che narra delinea un percorso che pare indurre ad evadere dalla “comfort zone”, sfidando i propri spettri per smettere di sopravvivere e iniziare realmente a vivere.

Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?

La scrittura nasce sempre con uno scopo salvifico per chi scrive, anche se non sempre questa funzione è consapevole. Scrivere è un bel modo per mettere nero su bianco i propri fantasmi, le proprie paure, i propri dolori e il proprio coraggio. Un bel modo per disinfettare le ferite. Quando si riesce a trovare la capacità di condividerle con gli altri interrogandosi come il proprio dolore possa non essere vano, allora può diventare salvifica anche per il lettore che può riconoscersi e sentirsi meno solo nelle proprie battaglie.

Lei lascia intravedere l’abisso di una voragine interiore, dovuta ad un amore spezzato, che lascia annichiliti.

La perdita di una persona con cui si è pensato di condividere la parte più importante della propria esistenza è anche perdita di parte di sé?

La perdita di una persona amata è sempre un po’ perdita di sé. Siamo animali sociali e abitualmente riponiamo nell’altro un pezzo della nostra identità, dei nostri desideri e delle nostre paure più recondite. Progettiamo il futuro, investiamo le nostre energie nell’immaginarlo.

E questo è sano e umano. Ciò che invece spesso diventa disfunzionale è quando riponiamo nell’altro la totalità della nostra identità. Quando ci identifichiamo totalmente con l’altro la nostra autoaffermazione e la nostra felicità finisce per essere in maniera assoluta nelle mani dell’altro. Così ci si ritrova a costruire relazioni di co-dipendenza, in cui l’altro non viene più visto come qualcosa di diverso rispetto a sé stessi, come un valore aggiunto, ma piuttosto come la risposta ad un bisogno. Questa, è in definitiva, la morte dell’amore.

María Zambrano scrive “All’origine della memoria c’è la ricerca di qualcosa di perduto e di irrinunciabile (…) qualcosa che esige di essere nuovamente guardato”.

Il senso di perdita che lei descrive può essere vinto dalla memoria?

La memoria ha una funzione meravigliosa e anche utile soprattutto nel caso del lutto. Piangere e ricordare sono elementi essenziali per interiorizzare l’altro e affrontare meglio la perdita, anche se oggi viviamo, purtroppo, in una società che patologizza sempre il dolore e non ci concede il giusto tempo di “restauro” dopo una perdita. Una società che non tollera la sofferenza e che ci vuole sempre al “top”.

Invece è fondamentale imparare a vivere la gioia come il dolore, ammettere che anche quest’ultimo fa e deve far parte della vita stessa: come scriveva il profeta Ibrahim “quanto più in fondo vi scava il dolore, tanta più gioia voi potrete contenere”.

Credo che la memoria possa essere una buona amica per concedersi il “tempo della fragilità” senza, tuttavia, trasformarla in una realtà in cui rifugiarsi. Il “tranello della nostalgia” corre spesso il rischio di condurci a vivere solo in funzione di quel ricordo e quindi a chiuderci alla vita stessa.

Le sue righe suggeriscono l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga: Elena e Paride infrangono ogni regola, ogni convenzione narra Omero. Ebbene, se non si sceglie d’amare né d’essere amati, in che misura si sceglie di scrivere?

Io credo che sia difficile, se non impossibile, vivere senza amare ed essere amati. L’amore, in ogni sua forma, è un antidoto potentissimo al dolore e alla morte stessa. Imparare ad amare incondizionatamente se stessi e gli altri ci restituisce un senso profondo del sé perché probabilmente la mission reale e profonda di ognuno di noi consiste proprio nell’amare. Spesso, ed erroneamente, si identifica l’amore solo come quel sentimento esistente tra due partner. L’amore, invece, ha diverse forme: l’amore verso gli animali, l’amore verso la famiglia, quello verso madre natura e in definitiva verso la vita stessa.

Il suo sembra un monito ad essere attenti al dolore altrui, a farci forieri d’empatia. Trova che la contemporaneità vada scossa in tal senso?

Viviamo in un momento storico in cui la nostra società ha una grande carenza di empatia. Viviamo spesso i nostri giorni rincorrendo chimere legate esclusivamente al denaro o al successo, dimenticando il valore del tempo e delle relazioni. Ci auto illudiamo di essere immortali e riteniamo che il dolore altrui non sia affar nostro. Stiamo perdendo il senso di comunità, di appartenenza e di fratellanza. Ci rinchiudiamo nelle nostri torri di avorio, nelle nostre zone di comfort senza interrogarci mai, sino a quando non ci troviamo davanti ad una disgrazia o ad un’emergenza. Comprendere che il nostro tempo su questa terra è limitato, riconoscere il valore assoluto di ogni singolo istante, ci consentirebbe di entrare in relazione autentica con l’altro e di sentirne il profondo legame. Nessun uomo è un’isola: da soli non siamo nulla. Abbiamo un disperato bisogno di rieducarci alla bellezza e alla gentilezza. Sono speranzosa che le nuove generazioni, che spesso condanniamo ingiustamente, sapranno essere maestre in questo. Stanno ampiamente dimostrando di amare molto più di noi questa terra, che abbiamo distrutto e violentato sino a questo momento.

Viviana Guarini è psicologa clinica e specialiazzanda in psicoterapia cognitivo – comportamentale, è copywriter e formatrice, si occupa di strategie digitali, consulenze alle aziende in responsabilità sociale di impresa e di incubazione di giovani talenti. Nel 2018, con Les Flâneurs Edizioni, ha pubblicato il suo primo romanzo “Non dirlo al cuore”, vincitore del premio letterario under 35 “Ludovica Castelli”. È autrice di “Deve andare tutto bene”, romanzo pubblicato da Les Flâneurs Edizioni.

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