Cosmo

Lei narra l’Universo come un essere vivente: quali analogie ravvede tra la vita dell’uomo e l’evoluzione delle strutture cosmiche?

L’analogia è abbastanza intuibile anche dai non esperti. L’uomo nasce da un evento specifico che è il parto, rimane sulla terra per un certo periodo di tempo, che è la sua vita e alla fine del percorso muore. Per le attuali conoscenze dell’universo possiamo dire che anch’esso ha avuto una nascita, in un momento particolare che abbiamo chiamato Big Bang. L’universo è poi evoluto prima formando le strutture più piccole (elettroni, protoni, etc.) un po’ come il bambino che quando nasce deve ancora finire di “farsi le ossa”. Poi il bambino cresce e anche il nostro Universo è cresciuto e si è espanso, ha formato strutture più complesse fino a diventare la meraviglia che possiamo osservare oggi con i telescopi. La grande differenza tra la vita dell’uomo e quella dell’universo risiede nel tempo: la vita media di un uomo è di circa 100 anni, che per l’Universo sono frazioni infinitesime di tempo, dato che ora ha più di 13 miliardi di anni, quasi 14 miliardi. Sul futuro dell’Universo non siamo ancora certi, ci sono degli scenari possibili, che portano a una morte dell’universo o almeno di tutto ciò che lo compone (galassie, stelle, pianeti), ma del resto sfido chiunque di noi a dire di sapere esattamente cosa gli succederà domani.

L’evoluzione del Cosmo, dalle grandi scale, scendendo via via fino alle galassie, alle stelle ed ai sistemi planetari, è spiegata mediante copiosi parallelismi con le fasi della vita dell’uomo e con esempi desunti dal nostro quotidiano.

Può omaggiarci di un panorama rappresentativo?

Il parallelismo principale adottato nel libro riguarda proprio l’idea che l’evoluzione dell’Universo può essere pensata in modo “antropico”, considerando la sua nascita, la sua vita e infine la sua morte, immaginando che sia un immenso essere vivente che evolve nel tempo, esattamente come fa l’uomo dalla nascita, passando per la giovinezza, l’età adulta fino ad arrivare alla vecchiaia. Al momento l’Universo ha formato gran parte dei suoi componenti (stelle, galassie, pianeti). Possiamo quindi dire che sta vivendo la sua età matura, in cui l’evoluzione avviene in modo più graduale e lento di quando era nelle sue prime fasi di formazione e crescita. La stessa analogia può essere pensata per esempio anche per le stelle, le quali si formano quando una massa di gas (principalmente idrogeno) collassa su se stessa, generando prima una protostella e poi la stella vera e propria che si evolve continuando a fare al suo interno reazioni nucleari, quando arriva alla sua maturità la stella inizia ad ingrossarsi e diventa una gigante rossa, infine esplode e morendo lascia però il suo “ricordo” nelle stelle che arriveranno successivamente e avranno già al loro interno alcuni elementi più pesanti. Inoltre la morte di una stella e la sua esplosione preparano il campo per quelli che possiamo pensare essere i figli della stella stessa: i sistemi planetari, su uno dei quali fortunatamente si è sviluppata la vita dell’uomo.

Lei asserisce che gli atomi di cui siamo fatti provengano dalle stelle. Ebbene, con la preghiera d’un linguaggio recepibile dai non addetti ai lavori, ce ne fornisce prova?

Gli atomi di cui siamo fatti sono stati studiati dai chimici che ci hanno regalato la tavola periodica degli elementi in cui sono tabulati tutti gli atomi che conosciamo fino ad oggi con le loro caratteristiche più salienti. Al momento della nascita dell’universo, cioè al Big Bang, c’era un solo elemento presente in grandi quantità: l’idrogeno. Il primo elemento della tavola periodica, il più leggero, il più semplice. Insieme all’idrogeno c’era poi l’elio, secondo elemento della tavola periodica, in quantità decisamente minore e qualche frazione infinitesima di litio e berillio. Per avere la vita come la conosciamo noi la biologia e la chimica ci insegnano che è necessario il carbonio, elemento base dei composti organici. Studiando i vari meccanismi possibili di formazione degli elementi più pesanti, tra cui il carbonio, i fisici si sono accorti che il modo più efficiente di produrli è all’interno delle stelle, grazie alle reazioni nucleari che fondono i nuclei più piccoli in nuclei sempre più pesanti come quelli di carbonio, l’azoto e l’ossigeno: elementi indispensabili per la vita. Dopo aver formato gli elementi più pesanti (le stelle più massicce arrivano a produrre elementi pesanti fino al Ferro) la stella esplode spargendo nello spazio quanto da lei prodotto. Queste esplosioni arricchiscono lo spazio di elementi che andranno poi a combinarsi fra di loro per formare i pianeti e anche l’uomo, che principalmente è fatto da idrogeno e ossigeno (che uniti formano l’acqua), carbonio e azoto.

Professoressa, in qual modo il nostro stile di vita può avere un impatto rilevante sul pianeta Terra?

Nel cosmo ogni elemento presente interagisce con gli altri elementi e da questa interazione nasce l’evoluzione che sperimentiamo anche sulla nostra terra. L’uomo interagendo con il pianeta lo modifica e ne cambia il corso evolutivo. Il problema maggiore che rilevo sta nel fatto che i cambiamenti geologici avvengono in tempi molto maggiori di quelli che invece impone l’uomo con le sue costruzioni e le sue tecnologie. L’accelerazione di questi cambiamenti imposti dall’uomo negli ultimi cento anni sta avendo conseguenze rilevanti sul pianeta terra che fatica a stare al nostro passo. Per questo motivo l’uomo, se vuole continuare a convivere con l’ambiente circostante senza creare danni irreparabili deve necessariamente cambiare la sua prospettiva di sviluppo verso uno sfruttamento delle risorse che offre la terra che sia più ecosostenibile e che tenga maggiormente in conto delle esigenze dell’ambiente e delle altre specie che vivono con noi sul bel pianeta blu.

La metafora della vita è il fil rouge che ricorre in tutto il testo: lei ha adottato una figura retorica particolarmente incisiva, appunto la metafora, sostituendo termini propri con termini figurati, in seguito ad una trasposizione simbolica di immagini.

Quali sono le difficoltà della divulgazione scientifica? E’ necessario usare artifici comunicativi?

Le difficoltà della divulgazione scientifica sono diverse. Prima tra tutte è quella di trovare un linguaggio adeguato. Gli scienziati stessi, se studiano fenomeni diversi in diverse branche della scienza, utilizzano un linguaggio diverso e specifico di ogni disciplina. È quindi difficile tradurre i concetti in un linguaggio comune, che sia accessibile a tutti, senza banalizzare i concetti che si vogliono spiegare. La forza di una buona divulgazione scientifica sta proprio nel trovare il giusto equilibrio tra la semplicità esplicativa e la correttezza formale degli argomenti trattati. Non sono invece convinta che siano necessari artifici comunicativi particolari, se non cercare di essere chiari e lineari nella spiegazione di ciò che si intende comunicare.

I segreti della Scienza sono custoditi prevalentemente nelle torri d’avorio dei laboratori di ricerca. Lei si adopera affinché circolino. Si è mai domandata se il grande pubblico abbia davvero voglia di conoscerli? Mi riferisco alle proposte di lettura e non alla visione di programmi televisivi.

Credo che ci sia da parte del pubblico un desiderio di conoscenza possibilmente anche maggiore di quello che si possa immaginare chiusi dentro la torre d’avorio e per questo motivo negli ultimi anni si stanno diffondendo sempre di più i libri di divulgazione scientifica. Certamente alcuni temi, come quelli medici, attraggono di più l’attenzione perché ci toccano da vicino, ma anche l’astronomia e il cosmo affascinano, quindi io sento questa sete di conoscenza da parte del pubblico. Ciò che ferma di solito il lettore medio dal leggere un saggio divulgativo rispetto a un romanzo è la paura di non capire, di sentirsi “ignorante”, ma passato questo scoglio sono convinta che anche per i non addetti ai lavori sia soddisfacente leggere e intuire alcune risposte che la scienza ci sa dare. Per questo motivo, mi auguro che ci siano sempre più divulgatori scientifici bravi che riescano a mettere il pubblico di tutte le età a suo agio con queste letture complicate solo in apparenza.

Il settore biomedico, per comprensibili motivazioni egoistiche, è quello più seguito. Posto che uno dei fini della vita è la conoscenza, per quale ragione dovremmo interessarci al cosmo, alla vita ed alla morte dell’universo?

La ragione che ha sempre mosso me e credo tutti quelli che si approcciano a questi studi difficili all’inizio è semplicemente la curiosità di conoscere qualcosa che vada al di là di ciò che possiamo vedere con gli occhi o toccare con mano. Lo studio del cosmo in particolare ci tocca in realtà da vicino, pensiamo ad esempio alla ricerca di altri pianeti simili alla terra e quindi potenzialmente abitabili, oppure al monitoraggio degli asteroidi che potrebbero colpirci magari facendo anche dei danni irreparabili sul nostro amato pianeta. Capire come funziona il sole o le stelle più in generale ci ha fatto fare passi da gigante nella ricerca delle reazioni nucleari, che se utilizzate in modo proprio e non come sono state usate storicamente sono delle fonti di energia di cui abbiamo un gran bisogno per far funzionare i nostri “giocattoli” elettronici, di cui ormai non possiamo più fare a meno. Studiare gli altri pianeti del sistema solare, le altre stelle o le galassie più lontane ci può dire molto sul modo in cui evolverà la terra in un futuro, il sistema solare e la via lattea. Tutto ciò ci permette di fare previsioni che non sarebbero possibili se guardassimo solo il nostro orticello. Questi sono solo esempi, potrei scriverci un libro intero sull’utilità di conoscere a fondo i fenomeni cosmici.

La divulgazione scientifica sembra terreno maschile. Ha incontrato difficoltà nell’affermarsi?

Non credo di essere ancora una persona che si può dire affermata. Le difficoltà ci sono come in ogni campo della vita, ma preferisco chiamarle sfide. La mia sfida personale è ben lungi da essere arrivata al capolinea, continuerò a lavorare cercando di fare del mio meglio perché possano circolare sempre di più idee scientifiche corrette e non troppo difficili da fare proprie.

Laura Paganini è laureata in Astrofisica e ha conseguito il Master in Giornalismo Scientifico presso l’Università di Ferrara. Insegna matematica e fisica ed è stata autrice e speaker del programma radiofonico di divulgazione scientifica “Cosmobrain”.

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