Bastardi rocchenroll

Bastardi rocchenroll: chi sono i “bastardi” e quale sentimento li riconduce nei luoghi dove sono cresciuti, dopo mesi di assenza?

I “bastardi” protagonisti del romanzo sono i componenti della rock band Tempio Elettrico, sbandati non più giovani che hanno scelto di vivere le proprie vite in direzione contraria a tutto, eccetto che alla propria libertà. Il senso comune li definirebbe “disadattati”, e in effetti lo sono, nel senso che non riescono (e non vogliono) adattarsi a una realtà sociale (il sistema) che tende ad appiattire e annullare, a trasformare le persone in numeri, per poi renderle schiave di una macchina che tritura insensibile ogni diversità. La reazione di Kalì, Jesus, Matita, Birro e Caele, i personaggi del libro, è una sorta di legittima difesa contro questo stato delle cose, una difesa messa in atto nell’unico modo possibile: con la musica dura e con il mitra.

Nel romanzo precedente, Il mio mitra è una chitarra (Delmiglio, 2017), la band/banda si allontana dalla città subito dopo la morte di Yanez, proprietario del bar che è il loro ritrovo abituale, nonché maestro della vita di strada e riferimento della mala vecchio stampo. Un lungo viaggio, costellato di concerti, strane esperienze e violenze perpetrate nel nome di un’“etica” tutta loro, li porta fino in Sicilia, dove per un po’ stabiliscono il loro quartier generale in una vecchia casa di campagna appartenuta allo stesso Yanez.

Nonostante l’isolamento sia una condizione a loro gradita, tuttavia la nostalgia dei luoghi di una vita intera, l’esaurimento dei soldi e il desiderio di dare supporto a Ulrike, vedova di Yanez, portano alla decisione di tornare al nord, in città, un girone infernale che in fondo è il loro habitat naturale.

Autodistruzione, ossessione, compulsività, criminalità: il suo romanzo ha intenti catartici?

Non c’è una volontà didascalica, né la ricerca di una catarsi: semplicemente i protagonisti vivono le proprie vite nell’unico modo che conoscono, quello che hanno imparato sulla strada. Non c’è riscatto, non c’è speranza, ma solo la consapevolezza che tutto ciò che accade, accade per meccanismi casuali, quindi non governabili. E per questo motivo non c’è nemmeno paura nei personaggi, perché il loro percorso è già segnato: Nascere, resistere, morire, come dice il titolo di una loro canzone, nient’altro. Nessuna costruzione artificiosa che renda più sopportabile la realtà. A parte l’uso continuo, consapevole e autodistruttivo di droghe. Tutto questo però non impedisce che – secondo gli insegnamenti di Yanez – la violenza dei Tempio Elettrico sia permeata di una sorta di etica che è la regola della loro “zona”: protezione dei deboli, muto sostegno tra gente in difficoltà, mai attaccare ma sempre difendersi, essere spietati contro i veri nemici, che bisogna imparare a riconoscere.

I protagonisti, anche attraverso esibizioni irreali e scalcinate del loro rock anarchico, dimostrano di avere piena consapevolezza di questa discesa agli inferi senza rimorsi, accompagnati da ossessioni, esperienze e atteggiamenti palesemente deviati, ma considerati come l’unica maniera di vivere senza finzioni.

Dolore, sofferenza, patimento interiore: una girandola di sentimenti; i temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

Amo tutta la letteratura, soprattutto quella che sviscera le quotidiane e spesso inutili battaglie delle nostre esistenze. Prediligo chi presenta la realtà nel suo monotono e quotidiano dipanarsi, su cui un’umanità intorpidita e indottrinata costruisce illusioni, incontra brevi gioie, ma prevalentemente subisce un caos cosmico difficile da interpretare. Non c’è dio, non c’è amore: sono solo palliativi per sopportare “una vita che non ci lascia mai in pace”. Quindi Kafka, Buzzati, Calvino, Scerbanenco, Pasolini. Shakespeare. Ma anche Poe e il suo universo scuro e sciolto negli stupefacenti; poi i più moderni Hunter S. Thompson, Bunker, Welsh, Palahniuk, De Cataldo; Tarantino e i Cohen per il cinema.

Ma il più moderno di tutti rimane sempre Sofocle, il mio preferito tra i tragici greci, uno che ha scritto cose che non invecchiano mai e che sarebbero perfette anche per i deliranti tempi moderni. Perché nonostante tutto, l’animo umano è rimasto lo stesso di tremila anni fa. Ho studiato e amo i classici greci e latini, e non finisco mai di stupirmi per la limpidezza della visione di autori come Euripide, Eschilo, Plauto, Terenzio, Cesare, Tucidide, Saffo, Omero.

Autori che secondo me hanno scavato a fondo, senza spaventarsi del dolore o dell’orrore che il “mondo perbene” vuole nascondere sotto un soffice tappeto di illusioni.

La città coi suoi tentacoli è la sabbia mobile in cui si muovono i protagonisti della sua novel. Quanto sono cambiate le loro peculiarità da Il mio mitra è una chitarra?

In Bastardi Rocchenroll i protagonisti si trovano di nuovo invischiati nelle solite dinamiche urbane di resistenza e lotta per difendere i propri spazi. Lo scenario è tornato quello di sempre: non più la campagna bruciata della Sicilia, il cielo leggero, il profumo del mare, ma una coltre di nebbia fredda, la giungla di cemento della periferia, gli scontri per il controllo del territorio e per l’affermazione della propria identità musicale.

I personaggi tornano nella loro bolla di musica, droga e violenza, in luoghi dove sono cresciuti e dove hanno presto perso l’innocenza, in mezzo ad altri attori che ne hanno scandito i giorni fin dall’adolescenza. Una frenetica immobilità, sospesa tra ricordi di incursioni delinquenziali giovanili e voglia di vendetta. Vendetta: perché il ritorno è macchiato da una perdita dolorosa, che richiede misure drastiche. E che ribadisce la casualità degli eventi, lo stupido desiderio di potere, ma anche la meschinità e debolezza degli esseri umani.

E infatti Kalì e soci non cambiano atteggiamento, affrontando ogni nuovo giorno a muso duro, sfasciando chitarre e intossicandosi di fumogeni, sparando e uccidendo, liberi e schiavi di nessuno, se non della droga che è medicina e veleno. Perfino, in qualche raro momento privato, cedendo alla compassione, al ricordo doloroso. Forse, ma forse, al desiderio di una vita diversa.

Il romanzo è accompagnato ancora una volta dalle illustrazioni di Alex Galbero. Quali sono i ritmi della vostra collaborazione?

Tra me e Alex c’è una bella differenza d’età, oltre che un’inevitabile diversità di esperienze e punti di riferimento. Per questo apprezzo molto la sua capacità di calarsi nelle situazioni raccontate in questi romanzi. E dirò di più: le fisionomie dei protagonisti sono merito suo, essendomi io limitato a dargli solo qualche accenno per ogni singolo personaggio. Anche il suo modo di disegnare affilato, essenziale mi sembra assolutamente omogeneo ai testi che le sue tavole accompagnano. Il piano dei disegni lo elaboriamo assieme all’inizio della stesura definitiva del testo (nel primo romanzo le sue tavole erano una sorta di presentazione dei protagonisti, mentre in Bastardi Rocchenroll illustrano le strane visioni di cui soffre Kalì), e poi lui lavora autonomamente scegliendo le tecniche e il taglio narrativo dei disegni.

Alla fine uniformiamo testo e grafica (Alex ha realizzato anche le copertine dei libri) per dare omogeneità narrativa.

Stefano Pisani, chitarrista di EX e Spitfire ha scritto Il mio mitra è una chitarra e Bastardi rocchenroll, ambedue pubblicati da Delmiglio Editore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...