Madri e no

Ragioni e percorsi di non maternità

Non ho passato i decenni della mia maturità sessuale a chiedermi se volevo dei figli perché ho sempre saputo che no, non li volevo. L’unica domanda da farmi era quindi la successiva: perché non li volevo?

Quali interrogativi solleva la decisione di non avere figli?

Potenzialmente anche nessuno. Chiedermi perché non volessi figli equivaleva a chiedermi cosa della mia esperienza mi avesse reso diversa dai tanti, e dalle tante che invece li vogliono. Ma non c’è una risposta vera, perché ci sono mille ragioni per desiderare un figlio e mille altre per non desiderarlo. Il punto non è rispondere alla domanda ma osservare il fatto che la domanda esiste, eppure non siamo soliti rivolgerla a tutti: nessuno la pone mai ai genitori o a chi si appresta a diventarlo. Nella nostra epoca è ancora comune supporre che chi non vuole figli debba avere una ragione. È una domanda che si muove in un senso solo, sta lì a dirci che questa scelta conserva ancora una pallida ma leggibile aura di illecito.

Quali sono le rappresentazioni e le incarnazioni della figura della nullipara in chiave diacronica?

Sono state tante: zitelle, monache, vedove, ma anche le isteriche, le femmes fatales, le vamp, le cortigiane. Nel mio libro mi sono concentrata soprattutto sulla zitella perché il suo affacciarsi all’orizzonte delle rappresentazioni culturali segue una traccia ben leggibile e delineata. Le donne nubili sono sempre esistite, ovviamente, nell’Europa medievale e moderna erano tutt’altro che una rarità ma nell’Ottocento la figura della zitella assume una particolare importanza e delle precise connotazioni. L’Ottocento è il secolo nel quale gli storici collocano quell’insieme di cambiamenti sociali e culturali che hanno dato luogo all’«invenzione della maternità», e inventando la madre, questo secolo inventa anche il suo opposto: la zitella, il rifiuto del matrimonio e dei figli che ne possono venire. Ora, fintanto che la rappresentazione culturale è stata appannaggio quasi esclusivamente maschile, troviamo una zitella che è in pratica il rovescio speculare di tutte le virtù celebrate nella madre angelica e accudente, la zitella è una sconfitta, è talvolta malvagia, luciferina, quasi sempre ridicola e da compatire. Nel Novecento a raccontare le zitelle sono soprattutto le scrittrici, ed ecco che la sua figura si colora di altre sfumature, spesso positive, di rottura con la tradizione. È interessante notare come la sopravvivenza lunga di certe caratterizzazioni derivi da una concezione ancora ottocentesca della famiglia, così come ottocentesco è stato per lungo tempo il nostro modo di pensare il lavoro. Entrambi nascono sull’onda della rivoluzione industriale, in un gioco di rimandi continui. Le necessità del lavoro industriale hanno concorso a dare forma alla famiglia – sono i due pilastri dell’ordine sociale – e quindi anche a definire tutto ciò che sta al di fuori di essa, l’opposizione, la devianza, il rifiuto.

Istinto materno: quanto è forte la pressione culturale che si esercita sulle donne nella costruzione di questo mito?

È una pressione abbastanza forte da creare, per l’appunto, il mito e perpetuarlo. L’istinto materno è cosa diversa da quello che Simone de Beauvoir preferiva chiamare più propriamente ‘sentimento materno’, è una nostra invenzione culturale. La sua tenacia deriva in buona parte dal fatto che è un mito consolatorio, lo immaginiamo come una forza irresistibile che spinge una donna a essere madre anche nel caso che non le convenga– è il motore primo del sacrificio femminile. Se è una cieca obbedienza all’istinto, generare non è propriamente una scelta – e qui entriamo nel grande rimosso sociale che ci terrorizza: se le donne possono scegliere di non generare, vuol dire che detengono il potere più arcano di tutti, quello di far estinguere l’umanità.

Lei scrive: “Noi senza figli e voi che ne avete. Siamo cambiati insieme.” Cos’ha inteso affermare?

Che la grande enfasi sulla realizzazione personale, sulla ricerca della felicità non sono sempre esistite, o non come oggi le conosciamo (come è vero che oggi per definizione ogni fallimento è ‘personale’, e concepiamo l’infelicità come inadeguatezza del singolo, come insuccesso). Questo è vero per chi oggi vuole diventare genitore e, ugualmente, per chi no. La contraccezione e i tanti cambiamenti che hanno interessato il nostro stile di vita hanno ridefinito per la maggior parte di noi la procreazione in termini di ‘scelta’. Facciamo o non facciamo figli per essere felici, e in questa ricerca – che possiamo considerare in termini positivi o negativi, come frutto di un edonismo forsennato o, al contrario, come un movimento di liberazione, non importa – in questa ricerca siamo pari. Anzi, siamo uguali.

Il tema dell’orologio biologico è “uno dei tanti luoghi in cui scienza e sessismo si sono incontrati, si sono piaciuti”; dove sono gli uomini in tutto questo? Chi si sta occupando di contare i grani di sabbia della loro clessidra?

L’orologio biologico è una metafora, divenuta così familiare che ci siamo abituati a considerarla invece un fatto, un avvenimento fisico concreto come il ciclo mestruale o la menopausa. E tuttavia non è stata la scienza medica a dare al termine il significato che conosciamo, ma un giornalista statunitense in un articolo di costume del 1978 dedicato alle aspirazioni delle giovani donne in carriera. L’orologio biologico è, come il mito dell’istinto materno, l’ultima consolazione di un mondo che demanda per intero alle donne la responsabilità di perpetuare la specie, assicurarne il futuro, salvo poi inorridire quando si rende conto del potere immenso che ne deriva. Come metafora si presta pochissimo a dare conto del sistema complesso di varianti in gioco quando parliamo della fecondità di una donna, o di un uomo, o di una coppia. Ma si è rivelata una metafora irresistibile perché è lì a dirci che è naturale, e inevitabile, che il fardello della riproduzione umana ricada esclusivamente sulle donne. E se fai le scelte sbagliate, se perdi tempo prezioso, invecchierai sola, disperata e sarà tutta colpa tua.

Flavia Gasperetti è dottore di ricerca in Storia Contemporanea e lavora come traduttrice nei campi della comunicazione e dell’informazione. Ha collaborato con recensioni, articoli e racconti a Pagina 99, Rivista Studio, Il Manifesto, Minima&Moralia, Abbiamo le Prove.

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