Terramarina

Cosa intende per “amurusanza”, parola chiave, probabilmente di Terramarina?

Amurusanza è un piccolo atto d’amore capace di dimostrare il bene. Dalla somma di molte amurusanze si può giungere a un cambiamento di animi, di cultura, persino di politica.

Nei miei romanzi l’amurusanza diventa uno stile di vita: è attraverso la condivisione, la compartecipazione, il farsi carico dei dolori altrui, dell’altrui lotta contro soverchierie e malaffari, ma anche delle altrui gioie, che si può cambiare il mondo. Insomma, una rivoluzione a colpi di gentilezza, di poesia, di cibo buono per il corpo ma pure per l’anima, di porte che si schiudono, di cuori che accolgono, di madri a petto asciutto che sanno farsi madri per chi di madre ha bisogno.

I versi posti in epigrafe sono: “A Terramarina vado abitando / quando non sono sveglia / e neppure dormo” Qual è il luogo che delineano?

È un “non luogo”, il confine labilissimo tra sonno e veglia, quello stato onirico in cui tutto può accadere. Corrisponde, per certi versi, alla scrittura: luogo in cui si armonizzano visioni creative e regole compositive, generando quel misto di sogno e realtà che è un romanzo. Ma è anche una meta di speranza, un buttare il cuore in avanti per cercare poi di raggiungerlo.

Ognuno di noi ha la sua Terramarina, il suo bisogno di sogno che si realizzi, la sua speranza di un domani più corrispondente a un desiderio di felicità che si fa benzina emotiva per andare avanti anche quando tutto sembra perdersi, distruggersi, asfissiare in una gabbia di virulenza che impedisce la vita per come l’abbiamo vissuta, quando eravamo felici e non lo sapevamo.

La Tabbacchera ed il maresciallo Andrea Locatelli alimentano la loro passione con la poesia e l’attenzione alla legalità. Cultura e giustizia: quanto riescono ad innescare circoli virtuosi all’interno d’una comunità?

Spero molto. Io, attraverso i miei romanzi, le mie favole per bambini ci provo: versi, filastrocche, sogni vissuti ma anche raccontati, canzoni, girotondi, cori greci e vecchi ciechi che riparano i ricordi, il mare che cunta e incanta, le fisarmoniche al cui suono persino le sedie si mettono a ballare, i fuochi d’artificio, le pirotecnie verbali per cui un personaggio diventa giocoliere di parole stramme, scògnite, che danno il senso del gioco e della moltiplicazione infinità di possibilità che stanno dentro le parole. Se così non fosse, se non si potesse cambiare il mondo a colpi di poesia e di bellezza, non avrebbe senso il narrare.

In quanto alla legalità e al perseguimento della giustizia, pure questi appartengono alla mia etica del romanzo: nel creare empatia coi personaggi, nel mostrare le dissonanze e le mostruosità di un agire contrario al bene, all’amurusanza, all’umanità che bisogna salvaguardare, non faccio altro che offrire a chi legge la possibilità di immedesimarsi in situazioni che, altrimenti, scivolerebbero via, impedendo la percezione di quel bene o di quel male su vorrei si indugiasse per – emotivamente – comparteciparne.

Ed è questa compartecipazione che crea comunità di anime in sintonia, luogo -non solo virtuale – in cui si può praticare la bellezza, la cultura, la giustizia.

Luce, neonata abbandonata, è accolta amorevolmente e solidalmente. Lei scrive: “Porto che si fa madre… a dispetto dei canazzi che ringhiano di chiusure, intanto che la vita se la gioca con la morte – e perde – in mezzo a un mare assassino” Quanto ha guardato alla contemporaneità?

Moltissimo. Intanto che scrivevo Terramarina, si chiudevano porti, si sequestravano navi colme di uomini e donne in cerca d’approdo, si scappava dal fuoco di paesi in guerra, si moriva – troppo si moriva, così come troppo si continua a morire – in mare.

Se ci scordiamo l’umanità, se ci scordiamo di farci riparo, pane che sfama, casa che accoglie, seno che nutre figli non solamente nostri, cosa siamo? Cosa diventiamo?

Mondo dei vivi e mondo dei morti: i confini sono davvero labili. Essi interferiscono. Quali sono le ragioni sottese a tale contiguità?

Perlopiù ragioni emotive. Mi piace credere che chi mi ha amato continui a vivere accanto a me, intorno a me, che si faccia abbraccio d’aria, suggerimento di azzardo, memoria e tempo in cui posso continuare a vivere, facendo mio ciò che quei “diversamente vivi” continuano a darmi.

Tea Ranno è una scrittrice. Ha pubblicato: Cenere, Roma, Edizioni e/o, 2006; In una lingua che non so più dire, Roma, Edizioni e/o, 2007; La sposa vermiglia, Milano, Mondadori, 2012; Viola Fòscari, Milano, Mondadori, 2014; Sentimi, Milano, Frassinelli, 2018; L’amurusanza, Milano, Mondadori, 2019; Terramarina, Milano, Mondadori, 2020; Le ore della contentezza con Lorenzo Santinelli, Roma, Armando Curcio Editore, 2018; Saura: le stanze del cuore, Roma, Risfoglia, 2019. Laureata in giurisprudenza, è arrivata finalista al Premio Calvino nel 2005 con il romanzo Cenere, pubblicato dalle edizioni e/o nel 2006. Sempre con Cenere, è arrivata finalista al Premio Berto, aggiudicandosi il Premio Chianti nel 2008. Nel 2012 ha pubblicato il romanzo La sposa Vermiglia, vincitore del premio Domenico Rea.

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