Spiragli

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che il verso possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Tra le insenature della sua domanda mi pare di veder riemergere già una risposta a questo interessante dilemma. Non sono io che applico tutto quello che descrive all’uomo, ma è la forza misteriosa, carnale e mistica allo stesso tempo, del verso che applica alle esperienze molteplici della vita dell’essere umano, alle sue fragilità o speranzose prospettive, non meno al suo tessuto relazionale che lo compone e discompone nel tempo, tutta quella innocente volontà di volontà, o potenza nel saperlo trasfigurare in altro. Il verso attrae la nostra vita e le sue sfumature a lasciarsi snaturare, risorgendo dalla sua complessità, sempre frammentata, in un tutto illuminante. La poesia credo abbia in generale questa possibilità di parlare a tutto e tutti, stagliandosi in un territorio di universalità, dove il passato, il presente e il futuro si fondono, l’umanità e la non umanità si ritrovano a partecipare della stessa essenza. Questo accade da quando c’è la poesia, ossia da quando la poesia ha creato l’umanità. Da quando il Logos poetico costruisce mondi, linguaggi, emozioni, pensieri con la naturalezza penetrante di un soffio senza nome.

Lei pare alternare una versificazione criptica ed ombrosa ad una diretta ed immediata. Intende offrirci suggerimenti rispetto alla lettura della realtà?

Semmai sono sempre alla ricerca di suggerimenti, che mi permettano di capire un pochino la realtà, questa cosa tanto enigmatica, miracolosa, paurosa e leggiadra come la verità. Quindi alla fine ogni realtà, dalla più completa alla più semplice, mi sfugge continuamente, diventa incandescente e senza forma, assume la consistenza dei miei sogni e la densità delle nubi dove poso la testa nel dormiveglia, come quando mi perdo nei pensieri del giorno. Chi sogna crede reale tutto quello che immagina. Non so niente con certezza alla fine, o magari ogni inizio sta nel ricercare il mio tutto. Comunque sia quello che scrivo è la trascrizione di quegli attimi di illuminazione o perdizione che la mia natura ingenua di sognatore mi tesse attorno come un abito. Quello che è criptico lo è per esprimere meglio ciò che si nasconde nell’enigma delle cose, approssimandosi alla profondità delle ombre e dei silenzi, quello che è diretto lo è perché non c’è che una via, se non quella di lasciare spazio senza riserve alla volontà del verso di comunicare se stesso. Non so se c’è una realtà o molte realtà, forse nello spazio senza spazio e nel tempo senza tempo del poetare entrambe le possibilità possono anche coesistere. Il principio di non contraddizione non vale per la bellezza intima e poetica dell’interiorità.

La letteratura può essere, come di fatto è, terapia dei mali dell’anima?

Per me lo è stato e lo è continuamente. Scrivere e leggere sono forme di terapia, dove c’è un impatto psicologico particolare secondo me. Il fine non è guarire dalla malattia interiore o mentale o morale, non c’è niente da guarire nella follia di voler trascrivere l’abisso in semplici segni di inchiostro. Il fine è far riemergere l’assurdo, il fastidio, la sofferenza della malattia e mostrarla nella sua intrinseca bellezza, alleggerirla di tutto l’inutile carico di senso di colpa o imperfezione, che dipende solo da una prospettiva culturale. Scrivere è la cura alla malattia dell’anima o della psiche, non per trovare una guarigione diversa dalla scrittura stessa, ma nel tramutare il concetto di guarigione in accoglienza e ascolto, toccare le piaghe del malato, e solo nel gesto che le tocca con stupore e scoperta, come fossero non piaghe ma gemme, c’è tutta la bellezza e l’incanto della trasfigurazione, della poesia insomma, che ti perdona di non essere che imperfetto, umano.

Uno degli aspetti che colpisce del suo poetare è l’essenzialità senza sconti. Da dove deriva il bisogno di dare alle cose il proprio nome, evitando i tortuosi labirinti delle perifrasi?

Credo perché sotto sotto sono ancora un fanciullo per molti aspetti, sia nella scrittura che nella vita. Questa mia ingenua e meravigliosa immaturità si traduce nella possibilità di creare una cosa semplicemente nominandola con le parole essenziali e labirintiche che chiamiamo poesia, come fosse il gioco di un apprendista stregone, o i primi suoni che vengono alla bocca di un bimbo, che non ha mai pronunciato altro.

Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

Tutto ciò che ho vissuto fuori e dentro la letteratura o le arti mi influenza inconsciamente, l’incontro con un libro o un dipinto o un film è come l’amore per una persona, il non confrontarsi con un autore è come l’odio o l’indifferenza per un tuo simile, ti attraversa e deforma e coltiva o fa sbocciare o appassire, una parte di te destinata a morire o trasformarsi. Però allo stesso tempo la cosa che sento è che quando mi metto di fronte al baratro del foglio bianco, ci sono solo io, come tiranno, o non ci sono più, schiavo di quella vertigine, dove posso tutto e tutto può su di me, dove in me c’è l’immagine di chiunque mi abbia preceduto o posso precedere perfino me stesso, abbandonandomi al fluire delle immagini, dei punti di riferimento verso il candore di un verso che deve ancora apparire.

Emanuele Martinuzzi, si laurea a Firenze in Filosofia. Alcune delle precedenti pubblicazioni poetiche: “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” (Carmignani editrice, 2015) “Di grazia cronica – elegie sul tempo (Carmignani editrice, 2016) “Spiragli” (Ensemble, 2018) “Storie incompiute” (Porto Seguro editore, 2019). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ha partecipato al progetto “Parole di pietra” che vede scolpita su pietra serena una sua poesia e affissa in mostra permanente nel territorio della Sambuca Pistoiese assieme a quelle di numerosi artisti.

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