La palestra di Platone. Filosofia come allenamento

Quale scopo si prefigge, rievocando il gymnasion platonico, situato a nord ovest di Atene?

Da diversi anni ormai l’idea di filosofia come “cura di sé” è al centro del dibattito filosofico. Autori come Foucault, Hadot, Sloterdijk ne hanno parlato diffusamente e le pubblicazioni in merito si moltiplicano perché si percepisce chiarissima l’esigenza di una filosofia che sappia entrare in contatto con la vita. Ai miei occhi però questo approccio rimane ancora troppo accademico, distante dall’idea greca di filosofia come cura di sé. Tornare alla palestra di Platone per me significa due cose. Da un lato, riscoprire un Platone pressoché inedito: attento al corpo e alle sue dinamiche, che insegna non in una sorta di proto-biblioteca ma in una palestra per lottatori ed è lui stesso un lottatore. Dall’altro, recuperare l’idea di una filosofia come cura e allenamento del plesso mente-corpo, in cui non si fa l’elogio del corpo a parole ma lo si mette in gioco nella cura di sé e come vettore di conoscenza. E’ l’idea, che propongo nel mio libro, di “filosofia carnale”. Il fine di tutto questo? Rendere migliori gli uomini, il più possibile, attraverso una filosofia intesa come pratica integrale di cura e allenamento di sé.

Epitteto, Hegel,Thoreau, Nietzsche, Foucault, Shusterman ed il culturismo di Schwarzenegger; i pugni di Muhammad Ali, le Mixed Martial Arts, gli allenamenti di Bruce Lee e l’Arte marziale del Hwa Rang Do. Ebbene, quale relazione intercorre tra pensiero ed attività fisica?

Nell’antichità questo rapporto è strettissimo. La filosofia ci dice come prenderci cura del corpo anche attraverso una dietetica, è attenta a pratiche di meditazione e respirazione, al movimento, allo sport. Questo stupisce solo chi concepisce la filosofia come mera disciplina accademica che produce discorsi per una cerchia ristretta di persone che si occupano degli stessi temi. Questa idea di filosofia ha avuto una sua storia che oggi ha raggiunto il suo esaurimento. La filosofia è fuoriuscita dall’accademia e ha riscoperto una connessione con la vita e il corpo vivente. In tutto questo l’eredità di Nietzsche come filosofo che, in forma nuova e dirompente, riporta in scena l’idea greca di filosofia come forma di vita, arte di vivere, come pensiero che si fa attraverso il corpo è inaggirabile.

Perché, a suo avviso, l’approccio alla Filosofia continua ad essere meramente teorico?

In verità oggi questo approccio è sempre più problematico. Già nel corso del Novecento si era visto come una filosofia puramente teorico-accademia non avesse più nulla da dire. Oggi è chiaro, anche guardando a quanto accade in altri campi del sapere, dalla sociologia alle neuroscienze, dall’arte alla letteratura, che l’idea di un soggetto del sapere come soggetto universale disincarnato è una cattiva astrazione a partire da cui non si può pensare nulla. Al limite si può fare, in quest’ottica, un po’ di storia della filosofia, ma nemmeno troppo originale. Basterebbe vedere come ancora oggi si insegna Platone in tanti corsi di storia della filosofia antica in università… Porre la questione di un sapere filosofico che non sai puramente teorico significa sia ripensare la filosofia come arte della vita sia porre la questione del soggetto carnale del sapere nella sua identità ibrida, chimerica, decostruita in termini di genere e aperta alla contaminazione con i viventi non umani.

Qual è stato l’apporto delle neuroscienze ai suoi studi?

Per me è stata importante l’idea di mente incarnata, che assume diverse declinazioni nell’ambito delle neuroscienze. Il punto è, per dirla con Damasio, superare definitivamente l’errore di Cartesio che ancora grava su tanta parte del discorso filosofico e cominciare a “pensare” praticamente che il corpo ha un ruolo centrare nel pensiero, che il corpo pensa.

Professore, esiste un medium tra mente e corpo?

Cercare un medium significa rischiare di porsi ancora in un’ottica dualistica. E’questo dualismo che dobbiamo superare cominciando a dire chiaramente che pensiamo attraverso tutto il nostro corpo, che la nostra mente è incarnata e che dunque in quanto filosofi dobbiamo mettere in gioco il corpo in filosofia.

Simone Regazzoni ha insegnato presso l’Università Cattolica di Milano e l’Università di Pavia. Attualmente insegna presso l’IRPA (Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata) di Milano e Ancona e collabora con la Scuola Holden di Torino. Scrive regolarmente per “Tuttolibri” della Stampa. Tra i suoi ultimi volumi pubblicati ricordiamo: Derrida. Il desiderio della scrittura, Feltrinelli, 2018; La palestra di Platone, Ponte alle Grazie, 2020; I segni del male, Rizzoli, 2002.

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