L’eco della Germania segreta. «Si fa di nuovo primavera», Oaks Editrice.

Stefan George, Ludwig Klages, Ernst Jünger, Walter Benjamin, Karl Löwith: per quale motivo ha scelto tali pensatori “antimoderni”?

L’attenzione che nel mio libro ho dedicato ad autori profondamente segnati dallo stigma dell’antimodernità è motivata da disparate ragioni. Innanzitutto, dal rifiuto, che in me si è sviluppato nel corso del tempo, dell’idea determinista, necessitarista, “chiusa” della storia, esemplarmente rappresentata dalle diverse famiglie storiciste, progressiste o reazionarie, responsabili dei drammi del secolo XX, ma anche di quelli del secolo XXI. La stessa idea di “fine della storia”, sostenuta, a partire dagli anni Novanta, da esegeti della società liberale e post-moderna, ha le proprie radici speculative ben piantate nell’immanentizzazione della escatologia soteriologica della teologia ebraico-cristiana, come ha ben mostrato, nelle sue opere, Karl Löwith. Chiunque miri, come nel mio caso, ad un superamento esistenziale, spirituale e politico dello stato presente delle cose, non può che rivolgersi agli antimoderni. Stante, infatti, la lezione di Antoine Compagnon (Gli Antimoderni. Da J. de Maistre a Roland Barthes, Neri Pozza,Vicenza 2017) essi si distinguono dai tradizionalisti, da coloro che rimpiangono un dato passato e pertanto guardano all’origine come a qualcosa di retroflesso, la mitica età dell’oro, il cui recupero avrebbe carattere risolutamente palingenetico. No, gli antimoderni sono coloro che dopo il 1789 hanno smarrito “l’innocenza” della modernità e, mentre attorno a loro la protervia costruttiva della ratio calcolante illuminista, produceva il Moloch della Forma Capitale (nella duplice versione liberal-marxista), che ha colonizzato pervasivamente l’immaginario dell’uomo europeo, ridotto da essa al ruolo di consumatore-consumato, hanno trovato rifugio nel pensiero e nella letteratura. La loro creatività non è, sic et simpliciter, forma di resistenza ideologica al canone progressista dominante, ma espressione di quella letteratura “assoluta” di cui, così bene, ha detto Roberto Calasso (La letteratura e gli dei, Adelphi, Milano 2001). Le loro opere sono custodi delle potestates della physis, degli “dei”, appunto, tacitati dapprima dalla riduzione del sacer al sanctus, messa in atto dall’irruzione del cristianesimo e portata ad estreme conseguenze dal logocentrismo soggettivista della modernità. Nelle loro pagine torna a dischiudersi l’idea del Nuovo Inizio della storia europea, alla luce del quale l’origine risulta “sempre possibile” (l’espressione è di Klossowski). Credo che la novità del mio libro possa essere individuata nell’aver inserito nella categoria dell’antimodernità, autori quali Walter Benjamin e Karl Löwith, letti in modalità diversa dalla vulgata esegetica dominante. Tale inclusione potrà risultare più comprensibile, qualora si ponga attenzione a quella che, a mio giudizio, è la “modernità” degli antimoderni, la “attuale inattualità”dell’antimodernità, rinvenibile nella loro audacia letteraria e teoretica. C’era una volta la Germania Segreta”: ovviamente, non è la Deutschland intesa dalla memoria collettiva. Ebbene, qual è l’identità che ha voluto svelare mediante la sua narrazione?

Quello della “Germania segreta” è un mitologema che circolò ampiamente negli ambienti del Kreis georgeano, subito dopo il drammatico esito del Primo conflitto mondiale. Per la prima volta, fece la sua apparizione in uno scritto di Karl Wolfskehl, sulla rivista del Meister. Fu lo stesso George, nel 1919, ad intitolare in tal modo un suo componimento e, infine, nel 1933 lo storico Ernst Kantorowicz, formatosi nel medesimo ambiente, tenne, sotto il segno della “Germania segreta”, una lezione inaugurale all’Università di Francoforte. Nel mio libro, gli elementi costitutivi del mitologema, sono esemplarmente sintetizzati nell’Introduzione dal germanista Marino Freschi. L’espressione “Germania segreta” si riferisce alla comunità ideale dei poeti, dei saggi, degli artisti e pensatori che ha creato la Germania e che ad essa si è offerta, data in sacrificio. Essa rappresenta una zona franca di opposizione e resistenza alla contemporaneità, che ha il tratto evocativo della “visione” e dell’ “immagine”. Il Regno segreto della Germania è coincidentia oppositorum, Regno aporetico in quanto, pur essendo di questo mondo, al medesimo tempo è celato, marginale rispetto alla realtà storica. E’ Regno dei vivi e dei passati, è la Tradizione, quale origine “sempre possibile”, “immagine” atta a suscitare, in sintonia con il precedente autorevole del mito, opposizione nei confronti del presente secolarizzato ed economicista. “Germania segreta” è pathos-formel warburghiana, icona della Tradizione. In quanto tale, come rileva, mi pare, con acutezza esegetica, il filosofo Romano Gasparotti nella Prefazione, essa non è solo visione teutonico centrica, ma rinvia ad un’Europa ancora “possibile”. Di tale mitologema, si impossessarono i nazisti che, al contrario, nella loro brutale e devastante prassi politica, furono interpreti paradigmatici, per usare un’espressione heideggeriana, del Gestell, dell’ impianto impositivo della tecno-scienza. I cinque autori di cui mi occupo, incontrarono, secondo diverse modalità, il mitologema in questione. Essi furono perseguitati dai nazisti o vissero ai margini della società tedesca del tempo. La “Germania segreta” ebbe, comunque, una sua prima evocazione nella musica di Wagner. Non è casuale, in questo senso, che le partiture del grande compositore siano state l’apice del ritorno della musica tonale. Una musica questa che, stando a Giorgio Locchi e al musicologo Paolo Isotta, ha rappresentato il recupero della concezione sferica o tridimensionale del tempo, propria del mondo pre-cristiano. In essa, infatti, ogni nota non è un punto isolato nello spazio sonoro, ma contiene le note (istanti) precedenti e successive. Nel presente vige, cioè, il passato “inespresso” di cui disse Benjamin: esso può venire attualizzato nel futuro. Per cui, nel mitologema della “Germania segreta”, è custodita l’idea della storia “aperta”. Essa può esser di giovamento al pensiero di Tradizione, al fine di liberarlo dalle letture scolastiche ed incapacitanti, legate alla “dottrina dei cicli”. Ciò spiega la Postfazione di Giovanni Damiano, che si intrattiene, delucidandoli, sui rapporti Klages-Evola.

Le biografie intellettuali dei pensatori poc’anzi citati – George ed il canto dell’amore nella sua forma omoerotica; Klages che scorge nella grafologia la “scienza-conoscenza”; Jünger e la sua impronta “ecologista”; Benjamin e la rottura dirompentemente rivoluzionaria con il suo presente; Löwith e la visione della finanza internazionale – perché decretano una rinnovata primavera?

Il concetto di “nuova primavera”, da me tratto da un verso di George, è strettamente legato a questa idea aperta della storia che contraddice le teo-filosofie della storia prevalse in Occidente. Ma è anche legato a una modalità di sguardo nuovo-antico sul mondo, inaugurato da Ludwig Klages. Questi, teorico dell’Eros cosmogonico, si occupò nell’opera principale, L’anima e lo spirito, del nesso che lega vita, pensiero e immagine. Per Klages, la Natura si mostra fondamentalmente quale immagine indeterminatamente flessibile, elastica e porosa e cosmogonicamente erotica. Al contrario dell’approccio moderno, contrassegnato dal prevalere della superstizione dello Spirito-Concetto, che il filosofo presenta quale antagonista dell’Anima, naturalmente al di là di ogni dialettica oppositiva, nella pagine di Klages torna a mostrarsi la natura animata e “pelasgica”. Con tale termine egli indica lo stadio di sviluppo dell’umanità in cui vigeva la contemplazione del reale, non ancora contaminata dall’approccio distinguente e logocentrico. In tale età, l’arte svolgeva un ruolo magico-sacrale. I popoli “pelasgici” intrattenevano un rapporto simpatetico con le forze vitali, con gli enti di natura: ad esso può ricondurci la poesia, attraverso la riscoperta dei tre simboli di quel mondo, vale a dire Luna, Acqua e Albero. Essi rivelano l’idea materna di Natura, forma eternamente produttiva-distruttiva ma accogliente, dalla quale tutto si diparte e alla quale ogni cosa torna. La Madre cosmica è in perpetuo divenire e le sue metamorfosi sono rinascite nella differenza: si tratta dell’eterno ritorno del “simile”, non dell’ “identico”, esso custodisce il “canto delle terra”. Alle sue melodie dobbiamo concedere nuovamente ascolto, al fine di trovare nuova prossimità con gli elementi e le forze che agiscono nel cosmo e per costruire un’ecologia non utilitarista e culturalmente “esterna” allo stato presente delle cose. George, memore dell’insegnamento wagneriano, centrato sulla possibilità di risacralizzare il mondo e la vita attraverso l’arte, con sagace azione poietica, mirò a costruire una “Nuova Mitologia”, sintonica con l’antica ma, al medesimo tempo, altra da essa. Lo fece con la “divinizzazione” del giovinetto Maximin, dopo la prematura dipartita di quest’ultimo, che, novello Dioniso,  dio che muore e rinasce, dio sofferente, patiens e gioiosamente trionfante al medesimo tempo, sarebbe stato in grado di determinare una “nuova primavera”, avrebbe indotto il rifiorire di una “nuova modernità”, altra da quella illuministia. Ernst Jünger, invece, attraverso il recupero del “tempo astrologico”, ha tentato di ricollocare “anteicamente”, cosmicamente, l’uomo dei nostri giorni, al fine di farlo uscire dal dis-astro moderno, dalla dimenticanza degli astri ai quali, ontologicamente, attraverso il de-siderio, aneliamo. Per non dire del contributo fornito da Karl Löwith nella riscoperta del lógos physikós, vale a dire del pensiero aurorale, sapienziale secondo Colli, con il quale in Europa si inaugurò la filo-sofia. Löwith, non solo destrutturò le reti tessute dalle filosofie della storia, nelle quali rimase impigliato lo stesso suo maestro, Martin Heidegger, ma collocò nuovamente, in termini neostoici, l’uomo di fronte all’unica trascendenza alla quale di fatto può rapportarsi, in modalità di evidenza, la Natura. La filosofia “naturalista” di Löwith ha matrice spinoziana: in essa la physis è l’esser-così delle cose, irriducibile, pertanto, a qualsivoglia approccio staticizzante. Tale filosofia è, pertanto, esposta sulle eterne, imprevedibili “primavere” del mondo. Medesima situazione teorica è rilevabile nelle opere di Walter Benjamin. Questi ha insegnato, alla luce della categoria dell’ “immemorare”, che ogni passato custodisce un che di “inespresso”, riattualizzabile, secondo modalità inusitate, nel presente. In tale prospettiva, il messia della tradizione ebraica è esperito dal filosofo quale azione messa in atto dal Possibile, che sovrasta la vita umana. Il medesimo Possibile, si badi, che anima la physis. In quanto tale, l’origine può tornare a darsi in modalità sempre nuove o, al contrario, essere definitivamente tacitata. Pertanto, se il pensiero di Benjamin può essere definito materialista, esso non è affatto inquadrabile nel “materialismo storico”, semmai si tratta di “materialismo stoico”.

La “Germania segreta” ha momenti evocativi? Penso al piano artistico ed estetico.

La “Germania segreta” come si è detto è stata evocata dalla musica di Wagner, dalla poesia di Geroge, dalla storiografia di Kantorowicz. La sua dimensione è, pertanto, eminentemente poietica. Aderire alla prospettiva del Possibile, sulla quale è centrato il mitologema, determina l’inveramento del logocentrismo, risultato del primato del concetto. La “concettualizzazione” del mondo è data dal dominio, nell’ambito logico-gnoseologico, dei principi d’identità e di non contraddizione, istituitosi nel lungo iter speculativo che da Parmenide ha condotto a Carnap. L’intera storia della metafisica occidentale è logocentrica: per questo in essa si è avuta la staticizzazione del principio e della natura. L’opposizione nella quale attualmente si muove il dibattito teoretico, che vede contrapposti “analitici” a “continentali”, è sostanzialmente falsa. Il principio, infatti, come nelle corde di Andrea Emo, rimasto finora, purtroppo, pensatore dei pochi, si dà solo nei molti (ci permettiamo di rinviare, al fine di comprendere questo passaggio al nostro, G, Sessa, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di A. Emo, Bietti, Milano 2014). Il theorein non è, si badi, la sola modalità di comprensione del reale istituita dal pensiero europeo. Esiste un sapere carsico, ma teoreticamente vigoroso, rinviante ad una prassi conseguente, testimoniato dagli aforismi dello stesso Emo, dall’idealismo magico di Evola, dalle filosofie contemporanee di Massimo Donà e Romano Gasparatti, di cui dice lo stesso mito di Orfeo, mito fondativo della civiltà d’Europa. Un sapere rianimante, che legge la natura e i suoi enti in termini dinamici, enti sempre nuovi, in ogni attimo esposti sulla dimensione del sempre-da-essere-e-farsi, mai limitabili nella categoria del mero oggetto o del mero soggetto. Ebbene, tale sapere, si realizza nel fare dell’arte che, magicamente, trascrive la dimensione dell’eterno novum del mondo, della perenne primavera della vita. E’, se si vuole, l’altro volto di Giano, il volto meno noto, proprio della gnosi, della conoscenza. Ad esso, con interesse, guardarono i nostri cinque autori, in particolare Klages e George. Un sapere che, costitutivamente, anche oggi, richiede attualizzazione e che non si accontenta mai degli excrementa, delle oggettualità e dei concetti, propri del sapere impositivo della modernità. Avvertiamo urgente bisogno di un’arte sempre all’opera, mai identificabile con il proprio prodotto: questa l’evocatività inesausta della “Germania segreta”, della Tradizione.

Il suo testo è pregno di molteplici richiami e plurime annotazioni. Quale metodologia ha adottato per “comporre” un’opera qualitativamente tanto ricca?

Ho cercato, innanzitutto, di fornire al lettore una ricostruzione storico-filosofica attendibile delle procedure di pensiero degli autori analizzati. Spero, comunque, che il mio lavoro non si sia limitato alla semplice fedele trascrizione del pensiero altrui, ma che abbia colto e trasmesso al lettore, sotto il profilo teoretico, la vitale crucialità che, le tematiche del lógos physikós, rivestono per la contemporaneità, per l’uomo immerso nella società liquida. La strumentazione storico-filosofica risulta, a nostro giudizio, vivificata esclusivamente dalla dimensione speculativa. L’obiettivo che mi sono proposto, ne ho contezza, non è certo modesto. Ho cercato di corrispondervi, facendo mio l’insegnamento dei seguenti versi di George, testimoniato in modalità altre, anche da autori centrali per la mia formazione, quali Evola e Colli. I versi del poeta di Bingen invitano, infatti, a seguire la via dei pochi e del divino: «Un piccolo gruppo percorre taciti sentieri/Fieramente discosto dal fermento operoso/E come motto porta sulle sue bandiere:/Alla Grecia in eterno il nostro amore». L’augurio è che le pagine del libro siano occasione di “risveglio” per qualcuno…Devo dire che l’ottimismo della “passione”, in questo caso, si scontra con le evidenze della ragione. Löwith mi ha, comunque, insegnato che non bisogna, stoicamente: «né sperare, né disperare», qualunque sia la condizione esistenziale o storica in cui si è costretti a muoversi. Non si tratta, così, di affermazione pessimistica, ma di professione di sano scetticismo.

Giovanni Sessa, docente ordinario di filosofia e storia nei Licei, già docente a contratto di “Storia delle idee” presso l’Università di Cassino. Per i tipi di OAKS ha già pubblicato Julius Evola e l’utopia della tradizione.

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