Le Odi di John Keats

Keats chiese di incidere sulla sua lapide: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua.”. Può commentare siffatta volontà alla luce dell’immaginario poetico di Keats?

Keats era animato da un lucidissimo senso critico: in una lettera al suo editore James Hessey – riferendosi alle durissime stroncature di Endymion apparse su alcune riviste dell’epoca – riconosceva che “la mia critica domestica mi ha dato pene ben più grandi di quelle che la Blackwood o la Quarterly abbiano mai potuto infliggermi.” Il culto della bellezza e la venerazione che nutriva per i grandi poeti del passato rendevano Keats il giudice più severo delle sue opere, pur essendo egli perfettamente consapevole del suo valore. Oltre a ciò, vi è sicuramente un significato più profondo ed è quello che troviamo espresso in una delle sue poesie più celebri, ovvero Ode a un usignolo: qui la “sorte felice” dell’uccello – il cui canto melodioso simboleggia l’arte – è contrapposta al dolore della vita umana. Keats definisce l’usignolo “uccello immortale”, in quanto archetipo o simbolo della bellezza imperitura, contemplando la quale l’uomo avverte dolorosamente tutta la caducità della sua condizione mortale. Per farla breve, l’individuo è destinato a svanire (l’acqua è il simbolo del divenire), ma la bellezza è un principio immortale che trascende lo spazio e il tempo.

Perché ha reputato necessario dare voce a Keats, traducendone le Odi?

Perché devo a lui la mia iniziazione alla poesia, e prima o poi dovevo ripagare il mio debito. Lo scoprii a 20 anni, e da allora è sempre stato un punto fermo della mia costellazione poetica. Con il tempo si sono aggiunti altri maestri – Hölderlin, Rilke, Pound, Celan, solo per citarne alcuni – ma a Keats sono sempre stato legato da un rapporto speciale, quasi mesmerico direi. Un piccolo aneddoto: cominciai a tradurre le Odi circa 8 anni fa, e senza aver concluso il lavoro lo accantonai per dedicarmi ad altri progetti; nell’autunno del 2020 decisi di riprenderlo e portarlo a termine, senza minimamente immaginare che sarebbe stato pubblicato proprio nel febbraio del 2021, cioè esattamente a 200 anni (persino il mese è lo stesso!) dalla morte. Ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che il caso non esiste, e tutto accade quando deve accadere.

L’amore ed il suo ostinarsi malgrado le traversie, la distanza e perfino la dipartita della persona amata; il legame con l’arte incontaminata, svincolata dalla fama; il perenne defluire del tempo e l’angustia della dimenticanza sono alcuni tra i temi dei versi di Keats. Può porli in relazione con la biografia di un giovanissimo autore? Ha solo ventitré anni quando incomincia a scrivere le Odi, è la primavera del 1819 e nemmeno due anni separano il poeta dalla morte per tubercolosi.

La vita di Keats fu certamente tragica, oltre che brevissima. Da bambino perse il padre, pochi anni dopo la madre, e vide morire anche uno dei fratelli minori, l’amatissimo Tom, morto di tubercolosi a soli 20 anni. Precarie condizioni di salute e problemi economici angustiarono la sua esistenza, e anche l’amore per Fanny Brawne fu fonte di tormenti ed angosce, dato che si trattava di un amore “impossibile”, tormenti ed angosce che naturalmente si acuirono al manifestarsi del male che lo avrebbe condotto alla morte. A tutto ciò si aggiunga lo scarso successo di vendite dei suoi libri, e la totale incomprensione dei critici dell’epoca. Eppure sono convinto – e leggendo il suo splendido epistolario lo si evince con chiarezza – che Keats avrebbe sottoscritto in pieno queste parole di Hölderlin: “E così è mio fermo convincimento che alla fine tutto è bene, ed ogni lutto è soltanto la via che conduce a una vera e santa gioia”. Per Keats il dolore fu un fuoco capace di liberare l’anima dalle scorie, qualcosa di catartico e purificatorio; non a caso egli definì il mondo “la valle che forma l’anima”, e in una sua lettera leggiamo: “Non vedete com’è necessario un mondo di dolore e di affanno per educare l’intelligenza e farne un’Anima?”. Le sofferenze e le tragedie che funestarono la sua vita furono insomma il duro, quanto necessario inverno che il suo spirito dovette affrontare per temprarsi e raccogliersi in sé stesso, per giungere infine alla miracolosa fioritura delle Odi.

To Autumn: leggendo quest’Ode emerge la dissolvenza dell’io al cospetto della Natura. Qual è l’idea di Keats in merito alla Modernità?

L’ostilità nei confronti della modernità accomunò molti autori romantici, e in questo Keats non fa eccezione: secondo lui l’umanità moderna era incapace di raggiungere il sublime, e definì gli Stati Uniti “monstruous region”. Del resto chi confessava di venerare soltanto “L’Essere eterno, il principio della bellezza e la memoria dei grandi”, quale attrazione poteva provare verso la società industriale? La nostalgia verso un’origine irrimediabilmente perduta, e attingibile solo nella forma dell’evocazione funebre, è una delle note dominanti della poesia di Keats: poesia e catabasi in lui coincidono. Ma nonostante lo sguardo e l’immaginazione di Keats fossero costantemente rivolti verso quel “non più” che solo la poesia poteva far rivivere, egli intuì come pochi la profonda lacerazione che l’epoca moderna aveva provocato nell’anima dell’uomo.

La versificazione di Keats pensa per immagini, per intensi chiaroscuri, “traboccante e al contempo di assoluta misura”, come scrive nell’introduzione alle Odi. Ritiene che abbia contratto debiti con la classicità?

Senza dubbio: la mitologia greca era per Keats una fonte inesauribile di immagini, suggestioni e simboli, e ne attinse a piene mani. Ma se in molte poesie essa assolve una funzione meramente “decorativa”, in quello che può definirsi il suo testamento, ovvero All’autunno, lo sguardo del poeta è davvero olimpico: qui ogni contrasto, ogni dicotomia viene risolta in una sintesi superiore. L’io del poeta si fonde nell’universale, nel ventre archetipico di una natura raffigurata come una divinità pagana: come se nei colori, nei ritmi e nei frutti della stagione autunnale il poeta cogliesse quell’istante al di fuori del tempo, quell’istante che coincide con l’eternità. Nell’ultima delle Odi il cuore del poeta è finalmente placato, perché ormai capace di vedere nel divenire (e dunque nella morte) un’armonia superiore.

Flavio Ferraro è poeta, saggista e studioso di dottrine metafisiche, scrive articoli per diverse testate online, tra cui Il Pensiero Forte, Il Primato Nazionale e L’Intellettuale Dissidente, e tiene conferenze su molteplici tematiche (alcune di esse disponibili sul canale YouTube del settimanale web Il Pensiero Forte). Ha curato una rubrica di poesia per il programma televisivo “Il thè con te”, e ha partecipato come opinionista al programma “Restart”, entrambi in onda su Cusano Italia Tv. Tra le sue opere: Sulla soglia oscura, La Camera Verde, Roma 2010; Da un estremo margine, La Camera Verde, Roma 2012; La direzione del tramonto, Oèdipus, Salerno 2013; La luce immutabile, La Camera Verde, Roma 2019; La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione, Irfan edizioni, San Demetrio Corone 2019. Il libro delle Odi di Keats da lui curato è uscito per le edizioni Delta 3, Grottaminarda 2021. Il volume che raccoglie tutte le sue poesie è di prossima pubblicazione per le edizioni L’Arcolaio.

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