Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche

Gli anni Ottanta sono stati, certamente, leggeri, gaudenti ed effimeri con gli yuppies, i paninari, le finte bionde, ancorché attraversati da trasporti politici profondi che condussero alla caduta del Muro di Berlino ed a Piazza Tien an Men.
Quali sono stati gli entusiasmi in grado di plasmare la scelta di ambientare Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche proprio in quegli anni?

Penso in tutta sincerità che questa scelta sia stata dettata più dalla mia storia personale che non dalla Storia del mondo. Ho iniziato a scrivere questo romanzo negli anni Novanta, quando la mia compagna ed io ci eravamo trasferiti da non molto tempo in Sardegna. Mi riuscì naturale ambientare la vicenda nel decennio precedente, quasi andando alla ricerca delle cause del nostro allontanamento da Milano. La mia città era cambiata profondamente, negli ultimi anni, e il desiderio di lasciarla era abbastanza diffuso (in seguito abbiamo deciso di ritornarci quasi tutti, noi esuli della campagna o del mare: vorrà dire che la città è poi cambiata di nuovo, in senso opposto? chissà). Il perché di quell’esodo stava forse proprio nella leggerezza gaudente cui la sua domanda allude. C’era negli anni Ottanta, a Milano, un benessere diffuso che si traduceva in un consumismo piuttosto sfrenato e poco riflessivo. Il protagonista e narratore di Fifty-fifty, Aram, mostra apertamente di esserne infastidito. Del resto dichiara anche, il narratore, di essere un uomo che ha sempre “aspirato all’assoluto”. Ecco, aspirare all’assoluto nella Milano degli anni Ottanta non era facile. Le cose cui si aspirava erano tutte acquistabili, consumabili, destinate alla polvere, e quella polvere finiva col soffocare. Caratteristica di Aram è di vivere in modo differente dagli altri. Ci sono vari indizi della sua diversità, e qua e là anche di quella del suo amato. Per esempio l’allusione, non frequentissima ma ripetuta, alle “carriere ironiche” di Warum e Fifì: carriere ironiche che, è da presumersi, devono esplicarsi nello scendere più che nel salire. Oppure il sarcasmo beffardo, quasi feroce, sulla smania delle destinazioni esotiche: i padroni di Whiggie, il cagnolino che sarà affidato ad Aram per tre lunghe settimane in agosto, “andavano lontano. Vacanze esotiche. Bali, forse, o Bahamas. Un’isola, comunque, con la B. Remota in modo assurdo”. In queste piccole frasi c’è molto della diversità di Aram, credo: un uomo che ama la vita, ma non la vita vissuta in modo stupido, seguendo le mode. Si potrebbe ipotizzare, credo, che si innamori di Fifì perché nel suo essere fifty-fifty vede una traccia o un’ombra dell’assoluto di cui è in cerca fin dall’infanzia (basti pensare all’esperienza precoce ed esaltante dell’insonnia). Ecco: mi sembrò che la Milano degli anni Ottanta fosse un teatro dove un uomo assetato di assoluto poteva muoversi, e parlare, e lottare, con effetti al tempo stesso un po’ comici e un po’ drammatici o strazianti. Un buon terreno di coltura per un romanzo, insomma.
Fifty-fifty, ossia Fifí, è un nomen loquens. Ebbene, per quale ragione ha fatto ricorso ad un espediente antico quanto la Fibula Prenestina?
Ho sempre trovato imbarazzante l’idea di appioppare ai miei personaggi nomi come Marco, Luca, Donatella o Valentina. Mi sembra un modo per convincere il lettore che la storia raccontata sia vicina alla realtà, che addirittura scaturisca dal Vero. A me del Vero non cale un bel nulla, e se c’è un movimento letterario dal quale mi sento mille miglia lontano quello è il naturalismo, che in Italia, anche a causa di un malinteso storiografico, assunse il nome pretenzioso, appunto, di verismo. Credevo che la letteratura se ne fosse allontanata per sempre: invece la malattia è ritornata con nomi nuovi (quello prevalente è non fiction). “Una storia vera!”, con il punto esclamativo, è lo strillo che dovrebbe invogliarci a comprare un libro che, il più delle volte, ha messo a segno un atto di sciacallaggio su qualche recente tragedia privata. Qui i protagonisti si chiamano allora Thomas o Amanda, cioè con i nomi che erano in voga una ventina d’anni fa, e che è quindi ragionevole siano portati da due ventenni. Perché tutto dev’essere di attualità, anche i nomi, pur di coincidere col Vero. A me non interessa il Vero, ma la Letteratura. Che i nomi abbiano un significato mi piace, stimola la mia creatività. Se Stern, il protagonista del mio romanzo d’esordio, Il pantarèi, non avesse ricevuto questo cognome astronomico, questo nomen omen, chissà che libro insignificante, terra terra ne sarebbe venuto fuori. Capace che Mondadori me lo pubblicava fin dal 1980. Sarebbe diventato un best-seller, un successo internazionale! E allora addio alla mia “carriera ironica”. Che l’espediente dei soprannomi sia antico perlomeno come le commedie di Plauto non può che farmi piacere. Se la parola “post-modernismo” ha ancora un senso (cosa di cui comunque dubito), se – soprattutto – ha uno scopo in letteratura, per me dovrebbe essere questo: non buttare via nulla, come si dice del maiale dopo averlo ammazzato, o come sanno fare i bravi cuochi con gli avanzi: anche la Fibula Prenestina può venir buona. In questo mio ultimo romanzo, per la verità, tutti i personaggi hanno un soprannome, un nomen loquens. Ma forse i significati più promettenti, perché nascosti, vanno cercati nei pochi nomi propri, assegnati dal destino, come il cognome del protagonista e narratore. Aram è l’anagramma di “amar”, e fin qui ci siamo, ma anche di “arma”, il che, per adesso, sembra del tutto incongruo. Chissà, vedremo nella seconda parte.
Quanto deve l’erotismo al senso di curiosità, ossia al fascino sperimentato nei confronti di un corpo che non è il proprio, alla promessa di una coincidenza, interiore ed esteriore, con l’altro?
Tutto, risponderei di primo acchito. Del resto senza la curiosità non esisterebbe nulla, nemmeno le dita dei piedi: a che cosa servirebbero se non ci fosse la curiosità di andare altrove? basterebbe un piedistallo, come per le statue. Ecco, l’erotismo è prima di tutto un desiderio di moto, uno spostamento della curiosità dal proprio corpo a quello di un altro, a quelli degli altri. Poi può diventare molte cose diverse, a seconda dei cervelli e dei temperamenti. Può avvicinare al divino o al diabolico. Può tradursi in piacere o in sofferenza. Forse potrebbe aver ragione Fifì, e l’erotismo più sublime potrebbe davvero consistere nell’attesa infinita. Una specie di moto perpetuo alimentato dall’energia del desiderio. Ecco una fonte di energia rinnovabile e pulita, se vogliamo attingere al sarcasmo più crudele.
Sei personaggi indimenticabili: quanto ha attinto allo sterminato patrimonio della commedia cinematografica in una scoppiettante contaminatio fabulae?
Le confesso che sulle prime, letta la sua domanda, mi sono messo a contarli, i miei personaggi: Aram, Fifì, Stocky, la Dalloway, la Ramsay, la Verboten. Ma mi restavano fuori la Beauharnais e Aladino, come minimo. E maman dove la mettiamo? Sono forse, questi tre, meno indimenticabili degli altri? E Bobi-Manon, la McMoney, gli Smokecoks? E Calimero, povero pulcino? Alla fine sono arrivato alla conclusione che lei voglia alludere ai Sei personaggi pirandelliani, che avrebbero trovato in me l’Autore che li ha resi indimenticabili. Se è così, la ringrazio per il complimento implicito, e non so quanto meritato, vista la mia insofferenza – acquisita a poco a poco, nei lunghi anni di frequentazione dei teatri – verso Pirandello. Mi trovo comunque un po’ in imbarazzo nel risponderle. Conosco bene tutte le difficoltà del mestiere ma, se devo esser franco, i personaggi mi sono sempre riusciti al primo colpo. Fosse tutta lì, la difficoltà, avrei scritto quanto Balzac e Simenon messi insieme. Perfino in una scheda di lettura del Pantarèi, risalente al 1980 (una scheda che, come decine di altre, sconsigliava la pubblicazione a meno di una generosa potatura), c’è scritto che i personaggi del romanzo “si scolpiscono nella memoria del lettore”, il che corrisponde in modo pressoché perfetto al suo “personaggi indimenticabili”. Penso che, se uno scrittore ha avuto in dono un piccolo talento, debba coltivarlo instancabilmente per tutta la vita, giocherellarci, polirlo, farlo luccicare. Ma ogni tanto, mentre scrive, bisogna che vi si abbandoni. Credo che i personaggi di questo mio romanzo vengano da ogni possibile serbatoio della memoria, dalla letteratura come dal cinema, dal teatro come, soprattutto, dalla vita, e siano impastati e modellati dal mio istinto. Forse dalla commedia cinematografica, quella hollywoodiana come quella nostrana, ho tratto, più che i personaggi, l’insegnamento su come costruire gli schemi della comicità, e misurarne i tempi. Questo sì è un lavoro davvero difficile, anche per me. Ma i personaggi! Via, diciamo la verità: fino a una cinquantina d’anni fa non esisteva sulla Terra un romanziere che non fosse capace di creare dei personaggi, tanti quanti ne bastavano. Altrimenti non avrebbe fatto il romanziere. Se molti, adesso, si meravigliano che i miei personaggi tengano bene la scena, è solo perché da vari decenni le scuole di scrittura insegnano a – se mi consente questo neologismo – “discrearli”, i personaggi, a renderli inorganici come automi. Ma io sono nato nella prima metà del secolo scorso, e le scuole di scrittura discreativa non sono mai riuscite a offuscare quella piccola monetina che avevo strofinato e strofinato per anni, fin dall’adolescenza, per farla luccicare.
Qual è il lettore ideale del suo romanzo?
Il più curioso, il più disposto a fare un po’ di fatica per provare piacere, il meno condizionato da pregiudizi etici e letterari. Forse, in una parola sola, il più coraggioso.

Ezio Sinigaglia ha svolto diversi lavori in ambito sia editoriale sia pubblicitario e nel 2016 ha dato alle stampe per Nutrimenti il romanzo breve Eclissi. Con TerraRossa Edizioni ha pubblicato nel 2019 Il pantarèi (con cui nel 1985 aveva esordito), nel 2020 L’imitazion del vero, segnalato da Lorenza Foschini al Premio Strega, nel 2021 Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche. Tra gli autori che ha tradotto e curato figurano Charles Perrault, Marcel Proust e Julien Green. Suoi contributi narrativi e saggistici sono apparsi su riviste a stampa e sul web.

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