Metronomicon

Fabio Stassi nella Prefazione a Metronomicon asserisce: «Di tutti i musicanti, quelle dei batteristi sono le storie più belle. Somigliano a quelle dei portieri di calcio. Sono le più belle, perché sono le storie degli ultimi, di quelli che stanno dietro, ma che reggono il gioco, che legano tutto».
Può esemplificarci le ragioni sottese all’accostamento del portiere d’una squadra di calcio con quello del componente di una band musicale?

Mi fa molto piacere iniziare questa intervista parlando della prefazione di Fabio Stassi, che nella vita ha lo stile e l’eleganza dei suoi libri meravigliosi scritti con la cura di un orafo intarsiatore. L’accostamento tra il ruolo del portiere e quello del batterista è una sua felice intuizione, e non è un caso che sia venuta a uno scrittore dotato di un orecchio sensibile ed estremamente educato. “Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri terra, e quella dopo spaesamento”: Fabio suona e adora il fado, e si capisce leggendo questo estratto dal suo magnifico “Come un respiro interrotto”.
Dal momento dell’invenzione del pedale per cassa, che organologicamente ha dato vita alla batteria come aggregato nuovo di strumenti antichi, il batterista è diventato il nucleo, il centro di gravità, il propulsore attorno al quale si è evoluta la musica popolare così come la conosciamo. Spesso, per non dire quasi sempre, lo facciamo lontano dall’occhio di bue che preferisce illuminare le primedonne (così come il centravanti o il numero 10 in una squadra di calcio), eppure il nostro ruolo – dagli albori del blues al progressive metal più complesso e articolato – è fondamentale per dare stabilità alle cattedrali musicali che reggiamo sulle nostre spalle. Messi può far crollare lo stadio intero con una delle sue intuizioni da genio del calcio, ma è sempre meglio avere un portiere solido e affidabile che lavora in trincea per tenere al sicuro il risultato. Se poi quel portiere è a sua volta un fenomeno, allora si ottiene l’equilibrio aureo e il risultato è Arte con la maiuscola, immortale, quella destinata a far godere e a ispirare anche i posteri. Riuscite a immaginare i Police senza Stewart Copeland e il suo groove capace di smuovere anche i sassi? Probabilmente senza il loro incontro/scontro oggi Gordon Matthew Thomas Sumner sarebbe un insegnante in pensione.
John Bonham, Keith Moon, Ginger Baker, Jeff Porcaro, Neil Peart, Joey Kramer, Cozy Powell, Randy Castillo, Ray Luzier, Bobby Jarzombek, Daniel Adair, Deen Castronovo, Jonathan Mover, Rod Morgenstein, Eric Singer, Vinnie Paul: biografie di giganti della percussione. Storia personale e storia professionale serrate in intimo connubio. In questo senso reputa che abbiano plasmato il groove a propria immagine e somiglianza?
Ognuno degli artisti ritratti ha uno stile personale e riconoscibile, che spesso e volentieri è un’estensione del proprio modo di essere e di stare al mondo. Noi suoniamo in base a quello che conosciamo, e mi riferisco al bagaglio tecnico, ma anche in base a quello che siamo. Neil Peart era una persona metodica e colta, e il suo stile era cerebrale, elaborato e altamente organizzato, direi quasi da architetto; Keith Moon era anarchico, imprevedibile, vulcanico, e il suo modo di suonare rifletteva in pieno una personalità interessante da studiare per qualunque psichiatra. Nell’imperdibile documentario “Michel Petrucciani – Body & Soul”, dedicato un uomo capace di trascendere i limiti fisici impostigli dal proprio patrimonio genetico per diventare un gigante assoluto della musica contemporanea, l’amico sassofonista Joe Lovano dice una frase a mio parere illuminante: “Prendi questo pianoforte: se ci si siede Thelonious Monk sentirai Monk; se ci si siede Herbie Hancock sentirai Hancock; se ci si siede Chick Corea sentirai Corea, e se ci si siede Michel sentirai Michel. Chiunque altro ci si sieda, sentirai il pianoforte”. È una questione di tocco, di sensibilità, di dinamica, di energia e di personalità. Ecco cosa vuol dire scolpire la musica, e nel nostro caso il groove, a propria immagine e somiglianza. E Bonzo, Moon, Castronovo, Powell, Peart, Baker, Paul… l’hanno fatto, ognuno in modo unico e assolutamente personale.

Sfogliando le pagine di Metronomicon, si nota l’assenza di fotografie. Scelta davvero inusuale! Quale riflessione l’ha indotta ad affidarsi esclusivamente alla narrazione in parole?
Aggiungere anche solo una fotografia – di nostro gradimento – a ogni ritratto sarebbe stato un incubo per questioni di diritti. Me ne sono reso conto quando ho provato a pensare a un mosaico di foto per la copertina che, non a caso, presenta invece il disegno di un batterista stilizzato opera del mio amico Romeo Vernazza, che ringrazio e abbraccio con stima e affetto. Avendo la possibilità di lavorare a una riedizione del libro, dopo aver aggiornato i capitoli dedicati a Neil Peart, Ginger Baker e Vinnie Paul scomparsi qualche anno dopo la pubblicazione, più che delle fotografie mi piacerebbe includere le trascrizioni dei groove più celebri dei batteristi raccontati. Una sorta di impronta digitale ritmica posta alla fine di ogni capitolo. Lo trovo più stimolante e utile. Internet offre una sovrabbondanza di materiali audio e video che possono accompagnare e integrare la lettura. Se mi posso permettere un piccolo accostamento cinefilo, direi che il Metronomicon ha lo stessa filosofia del monologo recitato da Harvey Keitel, “Il racconto di Natale di Auggie Wren”, ossia la prima parte del doppio finale di “Smoke”, il film co diretto da Wayne Wang e Paul Auster: la narrazione si basa solo ed esclusivamente sulla forza della parola.
Da John Bonham a Vinnie Paul: l’indice di Metronomicon è sbalorditivo per ricchezza e completezza. Quali criteri di scelta e ricerca ha adottato per un testo dall’afflato saggistico?
Il mio metodo di lavoro è sempre stato quello di leggere, ascoltare e guardare quanto più materiale possibile tra saggi, biografie, interviste, documentari, dischi e live che riguardassero gli artisti ritratti, i loro gruppi o il contesto storico e colturale nel quale si sono trovati a operare. Io sono sempre stato un ascoltatore compulsivo, un collezionatore di musica e un lettore onnivoro, quindi moltissimo di quel materiale faceva già parte del mio DNA di musicofilo e musicista. Di tanti dei batteristi presenti nel libro ho suonato le canzoni, le ho trascritte e insegnate ai miei allievi. Ad alcuni ho rubato dei lick che ho aggiunto alla mia “cassetta degli attrezzi”, sperando di interpretarli con una sensibilità e una personalità che fosse solo mia. Inoltre raccontare un batterista o una band significa anche avere la possibilità di ricostruire un periodo storico e le sue peculiarità musicali, quindi le fondamenta dei miei articoli erano costituite non solo da un archivio sterminato di riviste specializzate, dischi e DVD, ma anche da tutta la saggistica studiata al Conservatorio di Cagliari e presso la Facoltà di Musicologia di Cremona. Tutto materiale che non doveva necessariamente confluire nei miei articoli, ma costituire una cornice anche solo mentale nella quale inserire i miei racconti. Alfredo Romeo, il mio direttore storico ai tempi della rivista specializzata Percussioni e delle sue varie incarnazioni editoriali, mi ha incoraggiato a misurarmi con l’articolo monografico alla fine del 2003. Le mie prime biografie sono apparse sulla rivista a partire dal 2004 in una rubrica intitolata Full Metal Drummers, e da quel momento ho avuto il privilegio (e la responsabilità) di raccontare la vita e l’arte di alcuni tra i massimi batteristi rock, hard rock ed heavy metal. Questo è uno dei motivi per i quali, fatta eccezione per i piccoli ritratti commemorativi di batteristi jazz posti alla fine del libro, non appaiono titani dello strumento come Rich, Krupa, Colaiuta, Gadd, Weckl, Tony Williams e così via: il mio settore di competenza è sempre stato quello della musica hard. Poi, un giorno del 2011, è apparsa Chiara Cazzato che mi ha proposto di raggruppare i miei articoli più importanti in un libro. Senza di lei e Riccardo Zanello, ossia senza la Tempesta Editore, il Metronomicon, che anche a livello professionale si è rivelata la cosa migliore che potessi fare, semplicemente non esisterebbe.
La nascita del rock costituisce il paradosso stesso del rock, considerando che i suoi albori e la sua vita sono iscritte nell’alveo della cultura di massa e dell’industria culturale. Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?
Domanda complessa che merita una risposta articolata e multidisciplinare. Stiamo vivendo un periodo di transizione, potremmo anche dire la fine di un’epoca gloriosa e lo tocchiamo con mano ogni volta che un gigante muore, cosa che ultimamente capita spessissimo data anche l’età anagrafica di chi ha scritto le pagine più belle della storia della musica recente (non parliamo poi dell’ingresso nell’era pandemica). L’ultimo in ordine di tempo è stato Charlie Watts, ma l’elenco è lungo.
Io non rimpiango il passato in quanto contesto della mia giovinezza, non ho nessun retropensiero nostalgico: lo rimpiango perché esistevano contemporaneamente una società e un’industria musicale capaci di creare (anche dallo scontro), incoraggiare e supportare (anche solo per interesse economico) un certo tipo di talento e originalità. Siamo davvero sicuri che questa società possa consentire una carriera ai prossimi Freddie Mercury, David Bowie e John Lennon? Io ho qualche dubbio.
Oggi i ragazzi, che sotto molti punti di vista sono migliori e più aperti della generazione culturalmente e moralmente zoppicante e insicura dei boomers che sta distruggendo il pianeta, hanno lo svantaggio di avere troppo.
Può sembrare un paradosso, ma avere tutto a disposizione senza il minimo sforzo spegne il desiderio, e il desiderio è rivoluzionario.
Non stravolgi le cose (che è quello che hanno fatto Beatles e Rolling Stones, solo per fare due nomi) se hai il pancino pieno e il culo al caldo e ogni singolo desiderio soddisfatto prima ancora di averlo espresso.
Intendiamoci, ci sono artisti bravissimi in giro – cito solo Steven Wilson che tra Porcupine Tree e carriera solista ha dimostrato di avere le stigmate del genio – ma quel tipo di industria che ha contribuito a produrre gente come Iron Maiden e Frank Zappa, Led Zeppelin e Diamanda Galas, Primus e Jeff Buckley non esiste quasi più.
Internet e il download selvaggio hanno contribuito ad assestare un colpo mortale a un’industria imperfetta, che meritava uno scossone, ma non tanto da arrivare sull’orlo dell’estinzione e su questo va dato atto a Lars Ulrich di averci visto lungo ai tempi della guerra contro Napster. Ma, come dicevo prima, è cambiata anche la società. Io suggerisco sempre di leggere le biografie dei grandi artisti, soprattutto per capire come e dove è nata la loro carriera. Innanzitutto tutti, nessuno escluso, ha DESIDERATO diventare musicista a costo di enormi sacrifici, fame compresa. E poi, la gavetta. Qualunque musicista aveva centinaia di ore di prove e concerti e chilometri macinati sulle spalle ben prima di firmare il primo contratto discografico.
È la gavetta che forma l’uomo e il musicista, oltre che fornirgli gli strumenti per sopravvivere in un mondo spietato e pieno di squali, come insegnano le storie di musicisti morti in povertà a causa di contratti capestro che hanno arricchito tutti meno che loro. Oggi inoltre viviamo nell’era nefasta dei talent show che, in un periodo in cui si vendono pochissimi dischi e l’industria è alla canna del gas, servono principalmente per indurre il pubblico ad affezionarsi a un prodotto che non è ancora stato prodotto.
A creare soprattutto personaggi, con un talento relativo, buoni per sfornare merce destinata, nel migliore dei casi, a durare solo qualche stagione per poi estinguersi senza lasciare tracce rilevanti e approdare in qualche altro show/cimitero degli elefanti.
Le campane suonano a morte per il rock praticamente dal giorno della sua nascita, spesso anche a causa di una critica pomposa e autoreferenziale che non aveva gli strumenti per andare oltre il proprio naso e capire cosa si trovava davanti, e invece siamo ancor qui ad ascoltarlo e a parlarne. Però, se vuole avere una possibilità di sopravvivere e produrre musica davvero rilevante, deve uscire fuori dagli studi televisivi e tornare in sala prove, battere ogni più piccolo locale disposto a investire sulla musica originale dal vivo. E deve produrre voci uniche e personali, perché i cloni non interessano a nessuno. Dopodiché vengono i contratti, possibilmente redatti “in modo corretto” come diceva Kubrick, che fiutava trucchi e scorrettezze degli studios da chilometri di distanza. Non esistono alternative al lavoro duro. Il rock deve abbracciare la marginalità, rifugiarcisi e aggrapparcisi come unica ancora di salvezza. L’alternativa è qualche stagione da nababbi e poi L’isola dei famosi, l’ultima spiaggia degli has been. E sarebbe una fine triste e ingloriosa.

Mauro Porcu è appassionato di musicologia, è batterista e giornalista pubblicista e ha collaborato con le riviste specializzate “Percussioni”, “Batteria”, “Ritmi”, “Drum club”, “Guitar club” e “Drumset mag”. Operatore culturale esperto di musica, cinema e libri, ha tenuto laboratori di strumento e seminari su John Bonham, Keith Moon, Jeff Porcaro, Neil Peart, sulla storia della musica per film e sul cinema dei fratelli Coen e di Billy Wilder. Dal 2016 dirige il Museo Casa Manno ad Alghero.

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