A San Pietroburgo con Vladimir Nabokov. L’infanzia dorata

Vladimir Nabokov nacque a San Pietroburgo nel 1899.
Quali furono le ragioni per le quali dovette scappare dalla città per non farvi più ritorno?

Quando si pensa alla vita di Nabokov, la si trova divisa in tre fasi distinte, oltre a un’appendice. I primi diciotto anni sono tutti russi, vissuti nella parte più ricca di San Pietroburgo, allora capitale di un impero ancora in mano agli zar ma sul punto di esplodere, tra ingiustizie e soprusi di ogni tipo. Arriva poi l’esilio europeo, di una ventina d’anni, tra Cambridge, Berlino, Parigi, fino alla fuga verso gli Stati Uniti, causa la guerra, causa il pericolo nazista. Ed è quest’ultima la terza tappa, durante la quale avverrà la definitiva consacrazione dello scrittore, quando alcune delle sue pagine memorabili troveranno la forma perfetta, mentre il gioco della vita si comporrà, trovando il riscontro più fedele nell’arte. L’appendice riguarda il ritorno in Europa, le ulteriori peregrinazioni, gli ultimi anni in Svizzera, vissuti senza poter mai fare ritorno nei luoghi di origine, nella Russia tanto amata. L’aveva lasciata in seguito agli sviluppi della Rivoluzione d’Ottobre, nel 1917, tracciando nella propria esistenza un solco, un prima e un dopo, che corrisponde a uno dei momenti più importanti, dolorosi, cruenti, dell’intero Novecento.
Musica, poesia, arte, la scena locale di San Pietroburgo è un incessante fermentare di idee.
Quali furono le influenze subite da Vladimir Nabokov?

Gli anni della formazione di Nabokov corrispondono al periodo conosciuto come L’epoca d’argento della lettura e dell’arte russa. Solo per quanto riguarda la poesia, alla quale si rivolse per prima l’attenzione del ragazzo, furono diversi i movimenti che si confrontarono, o molto spesso affrontarono: simbolismo, acmeismo, futurismo. Le figure che salirono alla ribalta, da Mandel’štam a Blok e Esénin, da Majakóvskij ad Achmatova, da Pasternak a Cvetaeva, furono tra le maggiori, in assoluto, del Novecento. La scena si divise tra Mosca e San Pietroburgo, ma Nabokov, che non si staccò mai dalla città voluta da Pietro il Grande, subì comunque l’influsso di un clima culturale dirompente, ricco e vitale come poche volte nella storia dell’umanità. Un’influenza diretta, palpabile, basti pensare che egli frequentò la stessa scuola di Mandel’štam ed ebbe il suo stesso insegnante, Vladimir Gippius. E, non a caso, il primo libro pubblicato dal futuro autore di Lolita fu una raccolta di poesie: magari non erano un granché, piuttosto acerbe, e dovette comprenderlo egli stesso, ma fecero focalizzare l’attenzione di quel promettente giovanotto sulla parola singola, sul suono di una frase e sulla sua armonia. Cioè, su quelle che saranno la chiave della sua grandezza, della sua maniacale precisione.
Nabokov nei suoi scritti autobiografici definì quella trascorsa a San Pietroburgo “un’infanzia perfetta”.
Ebbene, può narrarci un aneddoto che trova particolarmente significativo?

L’infanzia dorata di Nabokov si svolse tra gli agi, poiché egli fu il primogenito di una delle famiglie più ricche della capitale. Poteva dedicarsi al tennis, del quale divenne un eccellente interprete, o catturare e collezionare insetti, diventando un entomologo specializzato in farfalle, mestiere che sovrappose a quello di scrittore. Mentre la capitale era piena di carrozze e, nella stagione peggiore, di slitte trainate da cavalli, la famiglia Nabokov disponeva già di tre automobili di gran lusso, con due autisti a condurle, con tanto di livrea. Per recarsi a scuola il giovane studente poteva disporre di uno dei quei mezzi, e il preside era molto infastidito nel vederlo arrivare mentre l’autista di turno gli spalancava davanti la porta. Ma non è soltanto la ricchezza ad avere avuto un peso sulla sua infanzia e adolescenza, fu l’ambiente che frequentò, i personaggi di spicco ospitati dai genitori, l’attenzione che suo padre e sua madre profusero perché egli aprisse al massimo la propria mente, imparasse, capisse, si confrontasse, sin da giovane, con ogni aspetto dell’esistenza, con un mondo che sarebbe stato pieno di offerte allettanti, e naturalmente di insidie. Inoltre, fu l’epoca dei primi amori, anzi del primo, vero amore, Lyussya, che trasformò pochi anni dopo in Maria, la protagonista del suo primo romanzo.
Quanto di San Pietroburgo, a suo parere, è riconoscibile nella produzione di Nabokov?
San Pietroburgo vive in diverse opere di Nabokov, a partire ovviamente da Parla, ricordo, il libro memorialistico dedicato alla prima parte della propria esistenza. Vive nei ricordi e nei vezzi di Pnin, il professore e protagonista dell’omonimo romanzo, vive tra le guglie dell’Ammiragliato in un famoso racconto, vive in tanti momenti nei quali la penna dello scrittore si lascia andare, magari tra le proprie fanciulle in fiore, e la descrizione di un ambiente o di un’atmosfera riconduce facilmente ai luoghi dell’infanzia, ai luoghi delle radici perdute. Da Il dono ad Ada, San Pietroburgo si coglie nei profumi che lo scrittore ci lascia sentire, e ritorna con forza in tante descrizioni che possiamo ritrovare ancora oggi, in quella splendida città. Lo testimonia il seguente passo, tratto da Guarda gli arlecchini!, che descrive il monumento dedicato al padre della letteratura russa:
“Le connotazioni meteorologiche del monumento prevalevano su quelle culturali. Puškin, in finanziera, la falda destra dell’indumento perpetuamente agitata dalla brezza che spira dalla Neva piuttosto che dalla violenza dell’afflato lirico, è rappresentato in piedi, lo sguardo rivolto verso l’alto e a sinistra, mentre la mano destra è protesa in fuori in direzione opposta, lateralmente, a saggiare la pioggia”.

Quale metodo ha adoperato per ricostruire i luoghi in cui visse Nabokov?
Le fonti sono quelle note, i libri di un autore che sa giocare con la parola, e con le proprie trame, come pochi altri. Le biografie ufficiali, le parole rubate da chi c’era, da altri scrittori. Poi c’è, naturalmente, la conoscenza del luogo, l’osservazione diretta di una città tutto sommato giovane, ma ricca di memoria. La casa in cui visse Nabokov è ancora lì, custodisce un piccolo museo, che ci si augura possa crescere nel corso del tempo. Sullo sfondo c’è lei, maestosa, San Pietroburgo, piena di segreti da svelare, piena di aneddoti da riscoprire, quelli che si possono cogliere ancora oggi nonostante la Storia, quella ufficiale e dai risvolti dirompenti, vi sia transitata diverse volte, provando a cancellare, a mascherare, a sovrapporre, ma lasciandoci sempre il modo per capire, per indagare, per stupirci. In fondo, è una città dove, ancora oggi, si può incontrare un naso che gironzola tra i suoi canali…

Fabrizio Pasanisi è giornalista, autore televisivo e studioso di letteratura. Ha tradotto Il riflusso della marea (Sellerio, 1994) e Gli allegri compari (Nutrimenti, 2016) di Robert Louis Stevenson, Il salvataggio di Joseph Conrad (Nutrimenti, 2014). Con il romanzo Bert e il Mago ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima 2013 e ha ricevuto la menzione speciale della giuria al Premio Calvino 2012. Nel 2014 esce sempre per Nutrimenti L’isola che scompare. Viaggio nell’Irlanda di Joyce e Yeats. Nel 2019 esce per Giulio Perrone Editore A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore.

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