Il Varcaporta

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder tipico della fantascienza classica?

Il senso della meraviglia è esattamente lo scopo di questo tipo di storia. Desidero portare chi legge altrove e immergerlo completamente in un contesto che chiede moltissimo alla sospensione di incredulità ma che dona altrettanto. Perché è proprio attraverso lo stupore per una narrazione in bilico tra fantascienza e fantasy, e che vuole omaggiare Jules Verne, che passano emozioni e un doloroso sospetto: si parla di un mondo alternativo, di un’epoca vittoriana mai veramente esistita o, piuttosto, si parla di noi e della nostra epoca?

La mattanza riguarda, ovviamente, i poveri, i diseredati che pullulano nelle grandi città inglesi e del cui destino nessuno si preoccupa. 
Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Oh sì. Non potrebbe essere altrimenti. Il percorso che ho iniziato con la serie “Diario vittoriano” (in quattro volumi, edita da goWare), prosegue senza soluzione di continuità con “Il Varcaporta” (Dark Abyss Edizioni). L’epoca vittoriana, nel senso storico e reale del termine, ha sdoganato il concetto di operaio = materia prima. Una società in cui bambini di otto anni venivano impiegati in fabbrica con turni di lavoro di dodici/quattordici ore è stata una realtà cui oggi ci permettiamo di guardare con raccapriccio. Ignorando che tali situazioni esistono e si perpetuano nelle zone più sfortunate del mondo. Non amo i libri che pretendono di catechizzare chi legge. Ma se la sorte dei bambini nelle vicende de “Il Varcaporta” causerà ripulsa e sofferenza, forse lo sguardo cambierà anche incrociando, nelle nostre strade, piccoli mendicanti e persone costrette a vivere in strada.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che lo “steampunk” possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Amo l’accostamento tra un’epoca storica ormai lontana e un progresso tecnologico immaginato in chiave vintage. Ho sempre pensato che cambiando la prospettiva e lo sfondo sul quale i personaggi sono chiamati a muoversi, certe dinamiche, certi riflessi condizionati, un modo di pensare cui ormai siamo assuefatti, acquistino maggior spessore mettendo in luce i difetti e le criticità proprio del modo in cui l’umanità si pone nei confronti del mondo, delle risorse energetiche, dell’esercizio del potere. Il bassorilievo cui ormai non facciamo più caso si eleva al livello di vera e propria scultura. E le deformità balzano in primo piano.

Astrea, Aster Paul, Zachary Tucker e Devereux Willoughby. Lei srotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legata?

Sono miei figli, tutti. Li ho voluti imperfetti, confusi, spesso deboli. Così come ho voluto infrangere lo stereotipo del “prescelto” rendendo tale un ragazzo non ancora ventenne, Devereux, il cui unico vero potere è l’empatia, il rendersi conto delle sofferenze degli altri, la capacità di sentirsele addosso e di volerle sanare, anche a costo del più grande dei sacrifici.

Ambiente, progresso tecnologico, il prezzo in vite umane dell’energia. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Il nesso è sostanziale, in questo caso, o non è. Se il prezzo per mantenere uno stile di vita cui siamo abituati è, alla fine dei conti, perdere ciò che la rende degna di essere vissuta, per cosa stiamo lottando? Per cosa stiamo assistendo, indifferenti, alla distruzione dell’ambiente? Il progresso per come lo abbiamo inseguito, a partire dalla rivoluzione industriale in poi, non ha nulla delle “magnifiche sorti e progressive” di cui ironizzava la lungimiranza di Giacomo Leopardi. Abbiamo ottenuto una tecnologia inimmaginabile fino a pochi decenni fa, interagiamo con i nostri device elettronici e lasciamo che ci informino su crisi umanitarie e climatiche, su disastri annunciati e cambiamenti climatici. Senza riuscire a trovare il bandolo della matassa. Il bello di un romanzo è che all’autore viene permesso di immaginare una soluzione. E di realizzarla. Non è un caso se la soluzione de “Il Varcaporta” non passa attraverso un macchinario o una scoperta scientifica. Il solo potere è, ancora una volta, ascoltare la sofferenza dei fiori che appassiscono in un inverno innaturale, degli uccelli che cadono dal cielo, stroncati dal gelo, degli animali che fuggono spaventati e degli esseri umani che non sanno più a chi rivolgere preghiere. Un ascolto che diventa azione. Azione che si rivela salvifica, sì, ma il prezzo è altissimo. E saranno i migliori a pagarlo.

Laura Costantini nasce a Roma ed è una “boomer” rea confessa. Amante della scrittura da sempre ha rincorso e raggiunto l’obiettivo di svolgere la professione giornalistica. E di pubblicare romanzi spaziando tra generi ed epoche. Ha pubblicato tredici romanzi a quattro mani con Loredana Falcone (amica e socia di scrittura) e nove titoli (tra cui un saggio) firmando da sola. Di questi fanno parte i quattro volumi della serie “Diario vittoriano” (goWare) cui si aggiungono tre contenuti speciali sempre legati alla serie.
Molto presente su Facebook e Instagram, ama scoprire libri e autori senza lasciarsi guidare dalle classifiche delle vendite.

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