Plasticene

L’epoca che riscrive la nostra storia sulla Terra

“End plastic pollution: Towards an international legally binding instrument” Può commentare la risoluzione approvata dall’United Nations Environment Assembly?

È certamente una risoluzione storica, potremo dire di portata epocale, sebbene sia stata totalmente oscurata dalle cronache di un’assurda guerra. Quello raggiunto a Nairobi il primo marzo scorso è un accordo legalmente vincolante che potrebbe davvero rappresentare la svolta in merito all’uso delle plastiche. L’accordo, che comprende 175 paesi, include tutte le fasi del ciclo di vita della plastica, dalla sua produzione fino al riciclo e allo smaltimento. Ora si tratta di capire come verrà realizzato entro il 2024 e quale sarà il ruolo dei singoli paesi in questo processo che sancirebbe non tanto la fine del Plasticene, quanto l’adozione di una strategia comune per ridurre al minimo l’impatto delle plastiche sugli ecosistemi. Fondamentale sarà anche il ruolo che i paesi ricchi avranno in questo percorso. Si tratta cioè di distribuire equamente gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi comuni e naturalmente sostenerne i costi (burden sharing). Passaggio cruciale essenziale è il sostegno ai paesi più in difficoltà in quella che potrebbe essere davvero la prima transizione ecologica epocale del ventunesimo secolo. Una sfida aperta sancita da un accordo fondamentale.

Le sue sono sette storie di acqua e cambiamenti climatici. Il 2021, probabilmente, è stato il peggiore dal punto di vista dell’emergenza climatica. Quali sono state le occasioni sprecate e le promesse non mantenute dal G20 sulla sostenibilità fino alla COP26 di Glasgow?

L’anno appena trascorso, il 2021, ha confermato quanto già emerso negli ultimi venti anni. L’emergenza climatica ormai coinvolge la nostra quotidianità e gli eventi metereologici producono effetti sempre più devastanti a causa degli squilibri derivati dalle attività umane, l’alterazione dei gas serra in atmosfera in primis. Un americano su tre, per esempio, è stato direttamente danneggiato dalla crisi climatica e il nostro paese, l’Italia, alterna periodi di grave siccità che prosciuga i nostri principali bacini idrici, a fenomeni paragonabili agli uragani e ribattezzati Medicane, gli uragani che si sviluppano sull’area mediterranea. L’instabilità climatica è un fenomeno che con prepotenza è entrato a far parte delle nostre vite e con il quale dovremo sempre più frequentemente fare i conti. Ma il 2021 è stato anche l’anno che passerà alla storia come quello delle occasioni perdute. La politica in un certo senso ha mancato clamorosamente l’obiettivo di archiviare definitivamente l’era del carbone, si è scelto in sostanza di non decarbonizzare veramente le nostre economie e di investire seriamente sul rinnovabile, disattendendo gran parte degli impegni presi durante la COP21 di Parigi. Oggi pensare di riuscire a contenere la temperatura media 1,5°C maggiore rispetto all’epoca preindustriale appare sempre più un’impresa ragionevolmente irrealizzabile. Nessun nuovo accordo legalmente vincolante è stato stipulato né al G20 di Napoli sulla sostenibilità, né a Glasgow, durante la COP26 dove peraltro mancavano all’appello capi si stato importanti come quelli di Russia, Brasile e Cina. Anche quando le decisioni sono sembrate positive, come per esempio estendere la protezione dei territori coperti da foreste per arrestare la deforestazione selvaggia, i tempi per raggiungere concretamente gli obiettivi prefissati  il 2030  sono sembrati estremamente lunghi, al punto da chiedersi davvero se le ecoregioni forestali del Pianeta possano attendere ancora otto lunghi anni di deforestazione deregolamentata, soprattutto in certi paesi del mondo tra i quali il Brasile è tra i principali responsabili, ospitando un’area forestale tra le più vaste al mondo e una politica aggressiva nei confronti della regione Amazzonica.

Plasticene si conclude con un epilogo dal titolo significativo ed evocativo: “Countdown per la Terra”. E’ già troppo tardi per rimediare?

Verrebbe spontaneo rispondere che sia già tardi per agire, ma forse commetteremmo un errore di valutazione. Non si tratta di capire se sia tardi o meno, si tratta di rispondere con fermezza e agire di conseguenza. Gli strumenti previsionali ci disegnano senza dubbio un futuro incerto e si basano su simulazioni che gestiscono un’importante mole di informazioni e dati. Le simulazioni ci restituiscono scenari differenti in funzione dello sforzo che siamo disposti ad affrontare per spostare l’equilibrio verso una comfort zone che garantisca per la specie Homo sapiens sapiens una duratura presenza su un Pianeta ancora abitabile. Come dire, la Scienza indica una strada che lascia ai decisori politici la scelta di affrontare la sfida più complessa alla quale l’umanità sia stata sottoposta e nella quale la posta in gioco è la più alta possibile: la nostra stessa sopravvivenza. I margini ci sono, le simulazioni ce lo suggeriscono, sono le risposte politiche che non soddisfano la richiesta della comunità scientifica e di molta parte ormai dell’opinione pubblica. Il rischio è quello di conoscere esattamente la natura del problema ma non fare abbastanza per tentare di risolverlo, pur conoscendo perfettamente quali sarebbero gli strumenti corretti per poterlo affrontare.

 Lei ci conduce nel Plasticene: quali sono le ragioni per cui “un prodotto inesistente fino alla sua introduzione da parte dell’uomo – la plastica –, si è imposto in pochissimo tempo come una tra le più pericolose minacce per la sopravvivenza di specie animali, piante ed ecosistemi”?

La scienza e la ricerca hanno o, potremo dire, avrebbero il compito di intercettare e individuare le criticità prima che esse si manifestino in tutta la loro complessità. Questo è avvenuto anche in merito alla problematica dei polimeri plastici negli ambienti naturali. La pericolosità di un bene che in maniera indiscutibile ha migliorato la qualità della nostra vita, consentendoci di realizzare un balzo tecnologico impensabile prima della sua sintesi era stata sollevata già a partire dai primi anni Settanta. Studi pubblicati su riviste prestigiose avevano già sottolineato che l’uso smodato di prodotti plastici monouso una delle possibili cause di impatti gravi sugli ecosistemi marini e non solo. Ma come spesso accade, questa sorta di grido di allarme, è rimasto del tutto inascoltato, fino a quando le proporzioni del problema non sono parse davvero drammatiche. La scienza è costellata di episodi analoghi. Oggi l’impatto dei polimeri plastici, in particolare in ambiente marino ha raggiunto livelli di criticità seriamente preoccupanti. Le micro e le nanoplastiche entrano nelle reti trofiche marine, veicolando inquinanti organici e inorganici il cui accumulo negli organismi può avere conseguenze gravi sul metabolismo di molti animali e sulle loro capacità riproduttive per esempio. Non si può escludere che il consumo di organismi contaminati da micro e nanoplastiche non possa avere effetti sulla salute umana, anche se le conoscenze in merito a tale criticità è stata appena socchiusa e non siamo in grado ancora di valutare con certezza gli effetti a medio e lungo termine.

Lei è ricercatore dell’università di Torino e del CNR. Ebbene, ci offre un momento della sua attività di ricerca che l’ha scosso particolarmente? 

Facile rispondere a questa domanda. Da subacqueo scientifico non avrei mai immaginato di dover assistere personalmente al declino e in pratica all’estinzione di un vero e proprio simbolo mediterraneo: Pinna nobilis, il mollusco bivalve più grande del Mar Mediterraneo e specie endemica dei nostri mari. Ne parlo nel primo dei capitoli di Plasticene proprio perché rappresenta per il sottoscritto l’esempio eclatante di come anche l’arco di una sola esistenza sia sufficiente per rendersi spettatori di estinzioni di massa ed eventi drammatici che nel passato potevano realizzarsi in centinaia, se non in migliaia di anni, talvolta milioni. Oggi invece la pressione crescente impone agli ecosistemi stress ambientali che talvolta non sono in grado di sostenere a lungo, pensiao per esempio alle sempre più frequenti heat waves, le ondate di calore, e sono gli organismi più specializzati a subire spesso le conseguenze più gravi di questi squilibri. Pinna nobilis della quale più volte mi sono occupato nel corso della mia vita professionale è l’evento più doloroso al quale ho assistito. È davvero la perdita di un simbolo, un invertebrato che in un certo senso racchiude in sé l’unicità e la bellezza del nostro mare, un mare che oggi è davvero assediato.

Nicola Nurra è un naturalista, biologo marino e operatore scientifico subacqueo. Insegna Biologia marina presso l’Università di Torino e ha pubblicato su diverse riviste scientifiche del settore. Collabora con il CNR – Istituto delle Scienze Marine di Venezia ed è presidente e fondatore di Pelagosphera, una cooperativa di monitoraggio ambientale marino.

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