Cospirazione animale. Tra azione diretta e intersezionalità

L’attivismo nel movimento di liberazione animale quanto ha influito nella redazione di un’opera che coniuga testi letterari, studi decoloniali, teorie queer e critical animal studies?
Direi decisamente molto. La maggioranza dei problemi affrontati nel libro derivano o prendono spunto da episodi, momenti critici, discussioni maturate durante le lotte antispeciste. È vero che nel libro utilizzo a più riprese gli strumenti che ha citato, tutti ascrivibili all’ambito della teoria “alta”, che in alcuni casi – penso soprattutto agli studi postcoloniali – è caratterizzata da un gergo accademico ed escludente nei confronti dei “non addetti ai lavori”; tuttavia, credo sia importante riportare sempre questo tipo di speculazione al ruolo che può rivestire nella costruzione di movimenti effettivamente radicali, che sappiano “dire la verità al potere” ma al tempo stesso rifuggire dal riduzionismo, dalle facili soluzioni che banalizzano la complessità dei rapporti di potere. L’intersezionalità, in questo senso, è uno strumento fondamentale perché – lungi dal costituire semplicemente l’idea di una generica (e pur lodevole) convergenza delle lotte – è uno strumento di analisi che travalica il piano discorsivo. In effetti, io ho provato a parlare di “intersezionalità in azione” proprio a partire da esperienze di lotta vissute in un periodo in cui di questo metodo (che ora è quasi una “moda”) in Italia ancora non si parlava, perché mi è parso che la consapevolezza dell’intreccio fra le varie forme di oppressione fosse persino più forte di oggi, magari non a livello esplicito, di analisi, ma come atteggiamento, come tensione. Il tentativo di produrre un andirivieni fra la narrazione di esperienze vissute in prima persona e l’elaborazione teorica, risponde anche all’esigenza di decostruire la rigida divisione fra sapere accademico e lotte di liberazione, fra teoria e prassi, fra fonti “che contano” e che non contano. Questa esigenza non la sento certo io per primo: posso parlarne anche perché essa ha in qualche modo trovato dignità presso testi diffusi e importanti, come L’arte queer del fallimento di Jack Halberstam o Decolonialità e privilegio di Rachele Borghi. Anche l’idea che le emozioni debbano avere piena cittadinanza nella speculazione e nella teoria politica è stata centrale, perché ha permesso di far emergere la mia emotività in quanto attivista non tanto come un elemento introspettivo quanto come possibile snodo di un posizionamento che accomuna chi sta dalla parte dei non umani (“il personale è politico”!): la rabbia, la meraviglia, l’imbarazzo, il disagio, la sensazione di afasia, di essere fuori luogo, di essere delle guastafeste, e così via. Con le emozioni si fanno le lotte, ma si fa anche teoria, insomma.

Binarismo di genere ed animalità: quali sono i nessi formali e sostanziali?
I nessi sono diversi, anche perché lo stesso binarismo di genere può essere inteso e spiegato in modi differenti. In generale, l’idea che esistano due generi ben distinti, in qualche modo “naturali”, collegati in modo deterministico ai due sessi (intesi a loro volta come un dato biologico) è stata efficacemente criticata dalle teorie queer, che hanno mostrato che ciò che appare come “naturale” è semmai naturalizzato. Prima ancora che filosofe come Judith Butler articolassero l’idea della costruzione sociale del genere e del suo legame con la norma eterosessuale, Monique Wittig aveva mostrato, in un senso decisamente materialista, come funziona la creazione dei sessi: “Non esiste alcun sesso. Esistono solo un sesso oppresso e un sesso oppressore. Ed è l’oppressione a creare il sesso, non il contrario”. I sessi, insomma, appaiono come categorie della differenza, ma in realtà sono vere e proprie classi, “classi di sesso”, espressioni di relazioni di sfruttamento. Analogamente, secondo quanto proposto da Carmen Dell’Aversano in un articolo pionieristico intitolato “The Love Whose Name Cannot Be Spoken: Queering the Human-Animal Bond”, l’identità di specie viene percepita come un fatto naturale e strettamente legato alla specie biologica: se sei un homo sapiens, ti comporti da umano, e non come una bestia. Ma, in realtà, i due poli del binarismo – umanità e animalità – sono costruzioni sociali e culturali, derivano da una continua riaffermazione di norme linguistiche e materiali. Gli animali non umani sono continuamente costruiti in quanto tali proprio per giustificarne l’oppressione, dunque la specie è la cristallizzazione ideologica di un rapporto di schiavitù. Nel libro, ho cercato di mostrare che questa costruzione dell’animalità avviene in modo molto più concreto di quanto possa far intendere la percezione della teoria queer accademica presso un pubblico allargato (cioè come una teoria delle produzioni discorsive, della performatività linguistica, magari di matrice psicoanalitica, ecc.): basti pensare alle pratiche zootecniche, dalla selezione genetica alla somministrazione di ormoni, passando per le forme di contenimento/repressione della resistenza degli animali sfruttati.

Posto che l’antispecismo sia politico e non osservabile da una prospettiva astrattamente morale, la questione animale è l’aspetto indispensabile di ogni presupposto di trasformazione dell’esistente?
Non penso che sia l’unico aspetto indispensabile, ma certamente è indispensabile. Se si ritiene che le attuali condizioni di vita, organizzate intorno al modo di produzione capitalista, patriarcale e colonialista, necessitino di essere sovvertite e non semplicemente emendate, bisogna considerare che l’esistente si fonda (anche) sull’appropriazione dei non umani: dei loro corpi, delle loro funzioni riproduttive, della loro forza-lavoro, persino del loro valore simbolico. A livello materiale, così come la vita degli uomini prospera grazie al lavoro domestico femminile, il benessere dell’occidente in generale è costruito sui popoli colonizzati e sulle vite non umane. A livello simbolico, il dispositivo di svalutazione dell’alterità tramite l’animalizzazione è un tassello fondamentale per rendere appropriabili i soggetti umani non paradigmatici, il che conferma che, come dicevamo sopra, il concetto di “animale”, prima che un concetto biologico, è un concetto politico. Questo non impedisce, però, che dispositivi analoghi ma differenti come la razzializzazione, la (iper)sessualizzazione, l’infantilizzazione, la disabilizzazione, non colpiscano a loro volta gli animali non umani, favorendone lo sfruttamento. Gli antispecismi politici sono dunque quegli antispecismi che, a differenza dell’animalismo qualunquista, politicamente trasversale, colgono questi nessi, seppur fornendone letture differenti.

Per quale ragione ha formulato l’asserzione che la costruzione del corpo disabile si intrecci all’”animalizzazione” dei derelitti dell’ecumene?
In generale, il legame fra abilismo e specismo è stato sottolineato e indagato da un’autrice vegana e disabile, Sunaura Taylor, il cui lavoro è da poco disponibile in traduzione italiana (Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale, trad. di feminoska, Edizioni degli Animali 2021). Io ho preso le mosse proprio da tale testo, partendo dal presupposto che caratterizza parte dei Disability Studies secondo cui la disabilità non è un dato naturale ma è frutto di una costruzione sociale. Il diverso valore che la nostra società attribuisce ai diversi corpi – in particolare tramite le istituzioni, l’architettura, le rappresentazioni mediatiche – decreta quali corpi siano abili e quali no. Taylor fa l’esempio delle scale, considerate una tecnologia più “normale” rispetto alle rampe, e che in realtà costituiscono semplicemente l’esito di una scelta architettonica a favore di una soluzione tecnica rispetto a un’altra; scelta non neutra, però, perché crea e rinforza l’idea che superare un dislivello salendo dei gradini sia la norma, mentre farlo su delle ruote che scorrono su una superficie inclinata sia l’eccezione. Il corpo che si sposta nello spazio urbano su una carrozzella, dunque, viene costruito come disabile nel momento stesso in cui viene materialmente escluso dall’accesso a determinati luoghi pubblici. Ho provato allora a ragionare su alcuni elementi di questa costruzione che si intrecciano con la costruzione del corpo umano paradigmatico, cioè il corpo di homo sapiens in quanto corpo non-animale, in particolare in riferimento alla postura eretta. La postura eretta è considerata infatti un marchio distintivo della nostra specie, ciò che materialmente e simbolicamente ci ha innalzato “al di sopra” delle altre scimmie, liberando le mani, allontanando gli organi olfattivi dagli organi sessuali altrui, e così via. Al tempo stesso, l’insistenza sulla postura eretta ha per lunghi periodi storici avuto connotazioni colonialiste, razziste, e, naturalmente, abiliste, per cui le persone con disabilità motorie sono spesso considerate come “non pienamente umane”.

Se l’antispecismo politico non considera il “meccanismo logico/storico” dello sfruttamento animale “identico” a quella dello sfruttamento umano, qual è il collegamento tra liberazione animale e liberazione umana?
Non solo queste due forme di sfruttamento non obbediscono a meccanismi sovrapponibili, ma non sono riducibili l’una all’altra. Al tempo stesso, la linea di demarcazione fra i due ambiti non è sempre facile da tracciare. Ad ogni modo, liberazione umana e animale sono collegate nella misura in cui lo sono le rispettive forme di oppressione. Il modo di produzione attualmente trionfante nasce, come è noto, con un processo di accumulazione reso possibile da un’opera di soggiogamento delle donne e dei popoli extraeuropei, e, aggiungiamo, degli animali non umani. Un “progetto” che ha trovato non poche resistenze da parte di tutti questi soggetti, e che si è riconfigurato per affrontarle, aggirarle, vincerle. Tuttavia, è opinione abbastanza comune che alcune forme di violenza strutturale siano in via di sparizione, a partire dall’eteropatriarcato fino alla crudeltà verso gli animali, come se si trattasse di forme di dominio superate, non più necessarie al capitalismo avanzato. Benché sia vero che tali pratiche si siano rimodellate rispetto al passato, credo che questa opinione sia fallace. La femminista materialista francese Christine Delphy ha mostrato molto bene, per esempio, come le modalità di sfruttamento antecedenti al lavoro salariato non siano affatto sparite, e come al contrario costituiscano l’ossatura del moderno sistema di (ri)produzione, in particolare per quanto riguarda il lavoro domestico e i rapporti fra i sessi. Per questo Wittig poteva parlare di “classi di sesso”, come dicevo sopra. In effetti, il capitale è pronto a utilizzare le forme più “arcaiche” di violenza a proprio vantaggio. Lo sfruttamento degli animali gli preesiste, ma al tempo stesso diventa incommensurabilmente più organizzato, strutturato e tristemente efficace mano a mano che il capitalismo coloniale si espande. Dunque oggi attaccare il capitale non può che significare attaccare, fra gli altri, quel fondamento che è l’industria dello sfruttamento animale. Al tempo stesso, però, dobbiamo sapere che smantellare il capitalismo non è garanzia di liberazione per i non umani se il progetto insurrezionale è antropocentrico. Un collettivo anarchico, il Symbiosis Research Collective, nel 2018, aveva riassunto questo rischio nello slogan “Liberazione per gli umani, fascismo per gli altri”. Questo significa opporsi a una postura analoga a quella denunciata dai movimenti femministi cui veniva costantemente detto di attendere pazientemente la vittoria del proletariato per poi, solo allora, occuparsi dei rapporti di dominio fra i sessi. Per quanto riguarda la liberazione animale, insomma, io credo che non dovremmo attendere il momento (messianico?) della Rivoluzione per porre la questione della violenza nelle relazioni interspecie.

Marco Reggio, attivista per la liberazione animale, si occupa di intersezioni fra teoria queer e antispecismo e di resistenza animale. Ha curato l’edizione italiana del Manifesto queer vegan di Rasmus Rahbek Simonsen (con M. Filippi, 2014), il volume Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali (con M. Filippi, 2015), Animali in Rivolta. Confini, resistenza e solidarietà umana di Sarat Colling (con feminoska, 2017); Smontare la gabbia. Anticapitalismo e movimento di liberazione animale (con N. Bertuzzi, 2019); Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale di Sunaura Taylor (con feminoska, 2021).

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