Canti e disincantiForme fluide della letteratura del Novecento

Dai caruggi malfamati genovesi alle asperità montane della Sardegna; da un palazzo dell’attuale corso Dogali di Genova a Firenze e Milano: è la Liguria il punto d’intersezione tra la versificazione di Montale e la musica di De Andrè?

La natia costa ligure è certamente stata sfondo di comuni suggestioni, il paesaggio marino e arido nasce da lì. Ma credo che il punto reale di intersezione sia la crisi dell’uomo e della poesia che ha investito il secolo scorso, De Andrè si discosta dalla canzonetta d’amore sanremese portando in musica i più svariati temi e, negli stessi anni, Montale porta in poesia temi non poetici, scrivendo ”sul rovescio della poesia”. Questo ricercare una fuga dalla tradizione ha portato entrambi ad indugiare su quel ponte che divide (e unisce!) le due sponde della poesia e della musica.
Le canzoni di de Andrè raccontano gli “emarginati” ed aprono paesaggi di libertà, slegati da qualsivoglia ordinamento. Montale prende subito le distanze dal fascismo, sottoscrivendo nel 1925 Manifesto degli intellettuali antifascisti.
La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Abbiamo avuto grandi maestri, certo sarebbe utile seguire i loro insegnamenti, la libertà non è mai anacronistica.
Non chiederci la parola e Coda di lupo: l’età felice è la fanciullezza, epoca d’incanti?
La fanciullezza si lega all’incanto, per questo diventa felice. È dominata dalle illusioni e dalle spinte ideali che non trovano riscontro nella realtà, quando si è piccoli e inconsapevoli è anche più semplice essere felici, lo dice lo stesso De Andrè “quando ero piccolo mi innamoravo di tutto”, il voltarsi e scoprire il nulla è la chiave: non smette di dirlo Montale, dagli ossi fino a satura. Entrambi, però, conservano la speranza di una maglia rotta nella rete: è come se l’illusione di un oltre si legasse alla consapevolezza della sua stessa inesistenza, accompagnandoli per la vita.
Montale e De Andrè applicano differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la Parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?
La parola è forse l’unico mezzo che ha una tale potenza, non a caso, è quella che per Dante ci distingue dagli animali e dalle intelligenze angeliche. L’uomo usa la parola per raccontare e per raccontarsi ma soprattutto per rendersi eterno in quel racconto, possiamo dunque dire che sia la nostra eternità in terra.
L’acqua quale elemento allusivo nei testi di Montale e De Andrè. Ci offre un suo personale ricordo legato a tale fuggevole elemento?
Questa domanda mi piace molto, sono nata e cresciuta in una zona marittima, se guardo fuori dalla finestra di casa mia vedo il mare, e potrei raccontarti di moltissimi ricordi d’infanzia che per sfondo hanno quell’acqua, dalle giornate al mare di quando ero bambina fino ai ricordi dell’adolescenza. C’è un posto, qui nel mio paese, che col tempo è diventato il mio posto del cuore, mi separa dal caos della realtà, non l’ho scoperto durante l’infanzia ma negli anni del liceo, ha un sentiero scalcinato che porta al mare. Quel mare è custode dei miei ricordi, quell’acqua si fa per me memoria.

Carmen Lega
Laureata in lettere moderne con una tesi in Letteratura Italiana Contemporanea presso l’università degli studi Federico II, e attualmente iscritta alla magistrale di Filologia Moderna, collabora alla cattedra di letteratura italiana contemporanea guidando un laboratorio di poesia e musica, all’interno del Seminario “Scritture in al transito” guidato dalla prof.ssa Silvia Acocella

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