QUESTO È IL CORPO. RITUALE DEI GIORNI NUOVI

Ovidio, Tiresia, Kafka, Ermafrodito, Ifi, Ceni narrano o sono essi stessi casi di “metamorfosi” che minano e demoliscono ciò che è la certezza, l’edificio stabile su cui si accomodano gli esseri umani.
Questo è il corpo. Rituale dei giorni nuovi è raccontato da una voce narrante di genere non binario.
Quali sono le ragioni sottese alla sua scelta narratologica?

Ogni voce narrante è un punto di vista, ogni punto di vista un mondo. La letteratura può e deve fingere, ma deve mantenersi autentica e onesta circa il punto del mondo da cui allunga il proprio sguardo, e dunque circa la direzione verso cui guarda. Io, da persona non binaria, dovevo tentare questa strada per non fare un’operazione disonesta. Perché mai avrei dovuto fare una scelta differente? E poi la letteratura rivitalizza linguaggi e immaginari: se c’è una possibilità di rompere il perimetro opprimente dell’italiano e renderlo uno strumento adatto a più ampi spazi, a più ampi futuri, questa possibilità è da esplorare attraverso la letteratura. Non avevo sentieri battuti da seguire, così ho dovuto tracciarli io scavando e rovesciando nella lingua.

Il corpo potrebbe, oggidì, essere reputato un «fatto sociale totale» atto a decodificare dinamiche culturali di carattere più generale?

Il corpo è oggi e sempre un campo di battaglia, ma anche di esplorazione e scoperta. È con il corpo che codifichiamo la nostra significazione sociale, e in questo flusso comunicativo ininterrotto che è la nostra esistenza politica ed ecosistemica i corpi sono al contempo significanti e significati: tutto ciò che facciamo con e del corpo per comunicare una verità nostra è sempre un atto che ha proprio il corpo come suo contenuto primo e più vero. Ogni corpo è un ecce homo: dov’è il mistero profondo di Cristo, se non nell’aver affermato il corpo per il corpo, senza alcuno scarto tra significato e significante? È ciò che resiste alla violenza e alla privazione, il corpo, al controllo e all’umiliazione, a tutte quelle pratiche di dominio che il potere mette in atto. Se ci levano tutto, il corpo resta. Per questo i corpi hanno il potere di liberare e risignificare gli spazi. Per questo è una violenza così profonda e pericolosa se i processi narrativi della cultura dominante impediscono la relazione stessa, intima e semiotica, della soggettività con il suo proprio corpo. È ciò che avviene alla voce narrante del romanzo, che privata di uno strumento linguistico per significare la relazione con il proprio corpo questa relazione la perde, e così ogni relazione di reciprocità con il mondo. La sua verbosità senza confini è il tentativo disperato di riagganciarsi alle cose, di non dissolversi nel puro suono della lingua.

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder tipico della fantascienza classica?

È proprio il processo di straniamento a produrre la meraviglia. Che è poi un senso del sacro. Il senso del sacro è la meraviglia ed è attraverso lo straniamento radicale che esperiamo il sacro. Non tocco questi concetti per sviare. In Questo è il corpo l’ecosistema paesano è attraversato da tensioni che decentrano la posizione dei paesani rispetto al loro micromondo: nuove specie animali, nuove specie vegetali, individui alloctoni – umani e non – che fanno venire meno il senso di centralità attraverso cui le comunità si raccontano. Questo è il senso di questa ambientazione tropicalizzata che porto in scena: il mondo sembra sempre in procinto di crollare, eppure il suo equilibrio si rinnova, e allora chi siamo noi, rispetto alle trasformazioni del mondo? Se ci apriamo ai mutamenti, se ci lasciamo creolizzare dal mondo che abitiamo, nasce in noi una meraviglia che è l’esperienza estetica del sacro. Un’esperienza che ci chiede chi siamo, e cosa ci rende umani. Sono le stesse domande che si pone la fantascienza. E come la fantascienza, anche la tensione del sacro in Questo è il corpo è una tensione verso il futuro, la possibilità di immaginarci nel futuro. Parrocchetti, Sante e Matrone sono lì a invitarci ad aprirci allo spazio vasto e ignoto in cui i futuri si contaminano. Ci offrono una possibilità di sopravvivenza, l’unica.

Un capannone occupato, ai margini di una città ormai del tutto votata al turismo e popolata da un’umanità meschina, che risponde con violenza e sdegno a ogni ombra di novità. Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Ogni sguardo ne ha, poiché ogni sguardo si muove fissando principi di bene e male per orientarsi. Ma questi principi sono mobili, è l’interesse personale a spostarli. Il mio interesse è nella liberazione. Personalmente, credo che il bene sia in quel processo di creolizzazione e decentramento di cui ho parlato nella precedente risposta. È il reale gesto rivoluzionario di compassione che ci permette di abbandonare il nostro arroccamento per incontrarci in spazi comuni con autenticità.

Ambiente, progresso tecnologico, il prezzo in vite umane dell’energia. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Chi siamo, cosa facciamo, perché e come lo facciamo, e dove andiamo. Queste domande sono tutte legate, e la risposta è una sola. Tutto è mosso da interessi materiali di sopravvivenza e prosperità. Tutto vuole prosperare. Un paesaggio porta nella sua manifestazione i segni di scelte e interventi dettati dagli interessi materiali delle comunità che lo hanno informato. La conformazione sociale e spaziale di una comunità è il risultato di interessi materiali, e questi a loro volta sono determinati da quella struttura. Chi legge potrebbe domandarsi: che c’entra questo con la storia di violenza ed emarginazione? C’entra tutto: poiché i criteri di integrazione delle soggettività nel consesso sociale sono anch’essi dettati da interessi materiali. Si marginalizza per sfruttare e depredare: così storicamente è avvenuto con tutti i gruppi sociali minorizzati. Dunque, è evidente che ragionare su queste tensioni è ragionare sulla nostra posizione nell’ecosistema sociale, economico, ambientale: e da questo ragionare nasce un pensiero ecologico che ci mette in relazione con ogni altra cosa ed è un ripensare l’umano, continuamente. E un pensare il Bene: uno spazio vasto e libero, in cui ogni esistente possa prosperare.

Simone Marcelli Pitzalis scrive e milita in versi e in prosa. Tra i suoi lavori poetici, Archivio privato (Zona, 2018), vincitore del Premio Nazionale Elio Pagliarani. Suoi racconti sono usciti in numerose testate e webzine, e pubblicati nell’Almanacco 2017 (Quodlibet) e nella raccolta La Grande Estinzione del collettivo TINA (Aguaplano 2021). È redattore della rivista «Menelique».

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