Rebis

La Napoli del Settecento fu amica delle arti, dei commerci, delle scienze; fu straripante di turisti e viaggiatori. La Napoli del Settecento fu altresì misera, pullulante di indigenti, corrotta e meschina.
Queste due anime, probabilmente vivono tutt’oggi, fanno da potente scenografia al suo romanzo. Quali motivazioni l’hanno indotta a scegliere i palazzi, le vie, i cortili napoletani quali luoghi della sua narrazione?

Io sono un autore napoletano trapiantatosi lontano dalla propria città d’origine. Ho iniziato a scrivere di e su Napoli solo in una prospettiva di lontananza; prima non mi era mai stato possibile, per una sorta di oscuro blocco psichico. Da lontano mi sono riavvicinato al mio luogo d’origine. E’ paradossale, è così. L’ho fatto, il più delle volte, mantenendo una certa distanza temporale. Intendo dire: attraverso la forma e la visuale del romanzo storico, mettendo fra me e Napoli il Passato. In ultima analisi, articolare nel corso di questi vent’anni narrazioni su Napoli è stato funzionale ad un processo di riappropriazione: della città e di me stesso. Non per nulla, scrivere è anche un modo di fare i conti con quanto non torna. Provare a dare una forma, un senso, un ordine. L’ordine del racconto (la vita è il racconto che ne facciamo, in effetti non dovremmo dimenticarlo mai).

Corruzione e manipolazione, nobiltà e massoneria si intrecciano in un intrico di passioni, desideri, ambizioni inseguite a qualsiasi costo. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia, etnografia, alchimia?
L’antropologia culturale e la storiografia hanno sempre figurato fra i miei principali interessi culturali. Fatalmente lo sguardo del narratore si è incrociato con quello dell’antropologo e del cultore di storia; diciamo che, com’è inevitabile, la concreta attività narrativa si è nutrita con gli interessi del narratore. Impossibile che ciò non avvenga. Resta il fatto che le discipline a cui facevo cenno devono avere un ruolo ancillare, strumentale rispetto alla visione narrativa.
Don Raimondo di Sangro, principe, alchimista e massone. Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
La mia risposta è una naturale prosecuzione della precedente. La ricerca storica ha un ruolo servile rispetto al racconto, di mero supporto. Ancora di più: quando la veridicità storica entra in conflitto con la resa narrativa ed espressiva, la veridicità va sacrificata senza esitazioni. Non bisogna mai confondere ricerca storica e invenzione narrativa. Un romanzo storico è un romanzo, il sostantivo prevale largamente sull’aggettivo. Lo storico ricostruisce un mondo, il narratore costruisce mondi. Il fatto che il romanziere voglia conferire una patina di credibilità a quei mondi non altera la differenza radicale che esiste fra le due attività. Fra i due mestieri, vorrei dire. Il romanzo deve essere il regno della libertà espressiva e inventiva. Il romanzo storico può e deve prendersi delle libertà rispetto alla storia, se ciò è funzionale rispetto alle finalità estetiche ed espressive. Ne consegue che Raimondo di Sangro, in REBIS, è un personaggio romanzesco. In questo rivendico in pieno il primato dell’invenzione. Il romanzo storico non è un libro si storia più gradevole. E’ un’altra cosa.
Sfogliando Rebis, ci si imbatte in un romanzo storico ed, al contempo, in un thriller. E’ una contaminatio generis casuale?
No, assolutamente. Rebis nasce intorno ad un luogo ricco di doppi significati, di allusioni e illusioni quale, appunto, la Cappella Sansevero e i suoi sfuggenti capolavori. Era quindi nell’ordine delle cose, nella natura stessa dei materiali ispiratori che una verità nascosta fosse il filo conduttore della storia. In fondo thriller, gialli, noir sono sempre, appunto, la storia di una ricerca, la ricerca di una verità negata, travisata, occultata. E’ il lato affascinante di quei generi: raccontare come si arriva ad una verità. Rebis, da questo punto di vista, nasconde una sorpresa che vorrebbe minare alla base le convenzioni del genere letterario. Chi vorrà potrà scoprirlo da solo.
Il suo romanzo narra di spietati intrighi di Corte, donne di irraggiungibile bellezza, cattivi maestri, giudici corrotti e seducenti ermafroditi. E’ possibile ravvisare un momento catartico, purificatorio, volto a mondare il corpo e l’anima da ogni contaminazione?
Io ritengo che il romanzo sia sempre un procedimento per espellere da noi le ossessioni, dando loro un corpo, una forma, una storia, una catarsi finale. Romanzare credo che voglia dire proprio questo: liberarsi delle proprie ossessioni per trasmetterle al lettore, dopo averle plasmate in una forma estetica che le renda esteticamente utilizzabili. Lo scopo? Una doppia catarsi: dell’autore, del lettore.

Vladimiro Bottone
Ha pubblicato i romanzi L’ospite della vita (1999, selezionato al Premio Strega 2000), Rebis (2002), giunto alla seconda edizione, e Mozart in viaggio per Napoli (2003). L’ultimo suo libro è Vicaria (Rizzoli, 2015; BEAT, 2017). Collabora alle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno e de L’Indice dei libri del mese.

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