L’ultima nota. Musica e musicisti nei lager nazisti

Pare surreale che ad Auschwitz, Terezin, Buchenwald e Dachau risuonassero note; eppure, anche i campi di sterminio nazisti possedevano una loro colonna sonora.

Quali scopi ha potuto ravvedere nella produzione musicale all’interno dei lager?

Occorre distinguere tra produzione musicale volontaria dei prigionieri e “musica obbligata”. I brani eseguiti dalle bande davanti ai cancelli, quando i prigionieri uscivano la mattina per andare al lavoro e quando rientravano, erano una sofferenza psicologica sia per chi li eseguiva e, soprattutto, per chi era costretto ad ascoltarli. La musica scandiva la giornata, i tempi di lavoro e i momenti della vita nei lager: la musica era funzionale alla organizzazione dei lager, modellati in parte sul sistema militare e in parte su quello burocratico tedeschi.

In alcuni lager, come Terezin per esempio, vennero reclusi anche compositori importanti, che non smisero di comporre e di presentare la loro musica, come Victor Ullmann, Pavel Haas e Hans Krasa. Nei lager vennero composte canti di resistenza e canzoni che esprimevano dolore, angoscia, smarrimento.

Le SS imponevano ai prigionieri di accompagnare le torture, le marce verso il lavoro o le camere a gas con brani strumentali.

Per quale ragione?

Dal punto di vista pratico la musica copriva le urla dei torturati e il rumore delle pallottole con le quali le guardie mettevano fine alla vita di chi aveva tentato di fuggire o di chi si era ribellato. Allo stesso tempo, la musica aumentava la paura e il dolore di chi era imprigionato.

Lei scrive “Quello che veniva chiamato il modello Dachau comprendeva l’uso degli altoparlanti e della musica come strumenti di propaganda”

E’ verosimile ipotizzare che la musica avesse lo scopo di affermare, ulteriormente, la forza e la sicurezza del regime nazista?

Direi che è non solo verosimile ma anche certo. Dagli altoparlanti i nazisti diffondevano musiche militari, brani patriottici e i discorsi di Hitler, in particolare in occasione dei congressi del partito.

Undici trascinanti capitoli per non dimenticare. Da quali personalità erano costituite orchestre e complessi?

Nei lager nazisti vennero formate bande musicali, vere e proprie orchestre sinfoniche, jazz band, orchestrine per il cabaret, cori di ogni genere. Anche se, talvolta, quelle formazioni musicali si avvalevano di musicisti dilettanti, in molti casi ebbero l’opportunità di aggregare musicisti professionisti e di buon valore. Gli artisti del cabaret di Westerbork erano alcuni dei migliori professionisti tedeschi, i jazzisti di Terezin erano trombettisti o chitarristi di buon livello dell’Europa centrale, in particolare cechi. Ad Auschwitz o a Terezin vennero reclusi pianiste di notevole livello, l’orchestra femminile di Birkenau, unica nel suo genere, venne diretta da Alma Rosè, violinista viennese brillante e di notevole fama.

L’Arte come forma di resistenza?

Questa è la domanda alla quale è più difficile rispondere, forse impossibile. I canti composti dai prigionieri politici dal 1933 fino allo scoppio della guerra erano quasi sempre canti di resistenza: alla musica veniva affidato il compito di esprimere la volontà di ,lottare fino alla liberazione, al ritorno a casa, al recupero di una vita normale, per quanto possibile. Anche alcuni testi del cabaret di Westerbork e le composizioni più complesse di Terezin celavano critiche al nazismo e a Hitler ma anche squarci di speranza.

La musica era lo strumento che i musicisti utilizzavano per mantenere in vita la speranza, via necessaria per non morire psicologicamente prima della morte fisica. Anche se poi, al momento di tirare le somme, erano i comandanti nazisti che avevano nelle loro mani il potere di decidere chi spedire a morire nelle camere a gas di Auschwitz o di Treblinka.

Roberto Franchini è giornalista, scrittore e saggista, si occupa da anni di storia della musica. È stato direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione della Regione Emilia-Romagna, presidente della Fondazione Collegio San Carlo di Modena e del Festival filosofia.

Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile

Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile cita in esergo Amore e morte di Giacomo Leopardi. Ciclo di Aspasia e sguardi stranianti, allucinati e visionari.
Qual è il fil rouge che lega i due scritti in un’inusuale contaminatio fabulae?

È un filo che parte da molto lontano. Il titolo con cui Non tutto il male era nato, il suo working title per così dire, era proprio quella terra inabitabile che è confluita nel sottotitolo e che veniva da Amore e morte. E fa tutto parte di un percorso a più tappe, che comunicano fra loro. Mentre scrivevo il romanzo lavoravo anche a un saggio, insieme a Claudio Kulesko, che s’intitola Blackened – Frontiere del pessimismo nel XXI secolo e che è uscito anch’esso nel 2021, per Aguaplano. Per certi versi li vedo come testi gemelli, due lati di una stessa domanda. Il pessimismo è certamente il responsabile del linguaggio allucinato e visionario che lei nota, e che secondo me è proprio il linguaggio del dubbio, della sofferenza; ma del pessimismo non mi attrae l’aspetto alienante e caustico di un certo nichilismo, che in assenza di valori vorrebbe svuotare i significati, quanto appunto la visione dolente ma intensa di Leopardi, un’indagine piena e responsabile verso le ragioni del male. Amore e morte per me significa questo: sono i punti cardinali del nostro fato, le uniche due cose, in fondo, di cui vale la pena parlare – e di cui forse finiamo sempre per scrivere.

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder della fantascienza classica?

Sono certamente un amante della fantascienza classica, ma ho avuto la fortuna (o almeno, io la reputo tale) di crescere, come lettore, senza porre particolare attenzione ai canoni. Mi sono sempre trovato in maggiore sintonia con un’idea di fantastico ampia e inclusiva, aperta alle contaminazioni, a tutto ciò che è strano e bizzarro. Mi pare che dialoghi molto bene con il presente, e del resto ho sempre pensato agli autori “fantastici” come a “realisti di una realtà diversa”, come diceva Ursula LeGuin. Il sense of wonder che lei nota in Non tutto il male risulta probabilmente da una confluenza che, nelle mie abitudini di fruitore, è la più naturale possibile fra fonti apparentemente anche molto diverse fra loro, dai poemi medievali ai videogiochi, passando per romanzi fantasy e manga giapponesi.

“Chi è stato immaginato ha questo privilegio rispetto a chi è stato partorito, che può tornare a casa, nel territorio informe dell’increato, del mai esistito.” Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Credo che ogni nostro sguardo o gesto ne abbia. Questo non significa che un romanzo debba essere una professione di fede o un’affermazione univoca. Mi pare che i protagonisti della storia siano anzi estremamente dubbiosi, confusi, e che l’intera vicenda sia un annaspare intorno a questo dubbio. Ma la radice di tale dubbio, certo, è basilare, e la domanda, il viaggio che compiamo insieme a essa, mi pare spesso più importante della risposta – specialmente in casi dove la risposta è per sua natura inconoscibile, perché in effetti anch’io penso spesso, con Albert Camus, che il suicidio sia l’unico problema filosofico davvero degno di riflessione, e questo è incarnato dal Cartografo alla ricerca del suicidio perfetto.
Quello che mi preme sottolineare, però, e che risuona anche con le precedenti riflessioni sul fantastico, è che una buona storia (parlo in senso generale perché non sono io a dover giudicare se Non tutto il male lo sia, ovviamente) non deve esclusivamente reggersi su simboli o allegorie, su significati nascosti. Vera o immaginata che sia, la storia parla con la propria voce e dialoga con chi la legge – senza per questo essere meno “morale”. Mi piace pensare ai concetti di “credenza secondaria” e “applicabilità” di J. R. R. Tolkien, in questo senso.

Zero, il Cartografo, la “ragazza in bianco” che diventa la “ragazza in nero”. Lei strotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legato?

Non è facile rispondere in modo netto perché gli elementi di questa triade sono strettamente legati fra loro, si compenetrano, sotto molti aspetti. Alcuni lettori li hanno interpretati come tre facce della medesima persona, ed è una lettura che trovo affascinante e del tutto legittima. Mi sbilancerei forse sul Cartografo, perché come suggerisce il nome è il vero “architetto” di Tula, la città dov’è ambientato il libro, è il primo nucleo a cui ho pensato e da cui sono nati gli altri personaggi. In questo senso agisce quasi da ambasciatore dell’autore all’interno della storia, è quello che mi ha aperto una finestra per poter guardare da dentro questo mondo fumoso, e districare gli eventi.

La sua formazione è classica. Ebbene, è così arduo convivere con la Natura in assenza di un Mito che ci accompagni nelle scelte?

Temo di sì. Ho pensato più volte a quello che accade a Tula come a un gigantesco rito funebre collettivo, un funerale in assenza di cadaveri, persone che hanno visto crollare la metafisica e cercano di costruirsi un mito con le proprie mani, perché in assenza di miti non riescono a interpretare la realtà. Da qui le fratture, la depressione, i fantasmi. È un bisogno di spiritualità, ma anche semplicemente di immaginazione, che trovo molto attuale. Quello che mi preme sottolineare, e che spero emerga anche dal libro, è che la questione della convivenza con la natura è asimmetrica. Sembrerà tautologico, ma per la natura è tutto naturale, anche gli incendi, le devastazioni, tutto ciò che accade in risposta ai nostri artifici. Ho recentemente visto il film The Green Knight, che nel linguaggio profondamente immerso nel mito del poema originale riflette in modo secondo me brillante proprio su questo tema: il verde è il colore della terra, della morte che ci digerisce e ci restituisce in vita, dei rampicanti che prima o poi avvolgeranno persino il castello più alto, di un’ascia che prima o poi taglierà il collo di ogni re. E se la fine del mondo è inevitabile, citando il titolo di un bel libro, io penso che “un’altra fine del mondo è possibile”, così come esistono altri miti per raccontarla e per convivere con la natura.

Andrea Cassini di formazione filologo medievale, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FiBa, «L’ultimo uomo» e altre testate. Scrive articoli per «L’Indiscreto» e ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Prisma – Vol. 1 (Moscabianca, 2019) e Déjà vu – altre storie, altro presente (Alessandro Polidoro, 2020). Ha partecipato come autore a Tina. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020).

Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile

Mobbing, ricatti, manipolazioni, discriminazioni in base alla nazionalità, violazione del foro interno, problemi di salute sottovalutati o usati come pretesto per l’emarginazione. Ha incontrato resistenze, ostacoli, muri per squarciare il velo di silenzio in nome di quella trasparenza tante volte invocata da Papa Francesco per la Chiesa?
No, non ho incontrato particolari ostacoli nel mio lavoro di ricerca e indagine, anzi mi sono sentito supportato da chiunque ho incontrato lungo il cammino, a cominciare da padre Giovanni Cucci e dalla congregazione delle scalabriniane. Ho avuto la sensazione che in tanti si aspettassero che finalmente qualcuno si occupasse di questo tema rimasto sempre un po’ nei chiaroscuri della Chiesa. Anche da parte delle stesse ragazze e donne intervistate non c’è mai stata alcuna pressione da parte mia, anzi, loro hanno volontariamente aderito a questo progetto, dicendo di voler parlare e raccontare. Il ripercorrere la propria vicenda le ha aiutate – così molte mi hanno detto – anche a cristallizzare il dolore subito e fare un po’ di ordine a livello interiore.

Nove ex suore e due ancora professe: Anne-Marie, Marcela, Anna, Thérèse, Elizabeth, Aleksandra, A., Vera, Maria Elena, Lucy, Magdalene. 11 donne di tutto il mondo e di diverse età che, dopo anni di silenzio, per paura o perché sotto forte pressione psicologica, hanno deciso di far sentire la loro voce.
Qual è il tratto che le accomuna?

Le accomuna una grande sofferenza, dovuta anzitutto alla delusione di vedere interrotto il cammino religioso iniziato con grande entusiasmo e grandi premesse e promesse. Perché quasi tutte raccontano che all’inizio c’è stato un forte accompagnamento da parte delle suore più anziane e già interne all’istituto. Accompagnamento che è venuto totalmente a mancare nel momento dell’uscita, trasformandosi, in alcuni casi, in ricatto, vendetta, pressioni. Ad accomunare queste storie è anche il fatto che queste donne sono arrivate a un punto in cui si sono sentite perse: vessate dal passato, impaurite dal futuro, bloccate quindi nel presente. Ognuna poi ha intrapreso un diverso percorso, ma quel vuoto è rimasto dentro e, spesso, ancora dopo anni non è stato colmato.

Quali sono le iniziative all’interno della Chiesa che aiutano queste donne a riprendere la vita in mano e ad andare avanti o a ricominciare il cammino religioso?
Al momento sono veramente poche le iniziative in aiuto a questa specifica categoria delle ex suore. Ci sono bravi psichiatri e psicologi che portano avanti dei percorsi e delle terapie ad hoc, ma sono, appunto, realtà ‘esterne’ alla Chiesa. Ci sono le già citate scalabriniane con il progetto “Chaire Gynai” per l’accoglienza delle donne in difficoltà che fanno tantissimo. E so anche di alcuni progetti che stanno nascendo, come quello di una suora in Abruzzo, anche lei in passato vittima di abusi, che sta ristrutturando una chiesa sconsacrata per trasformarla in un punto di ritrovo e accoglienza per ex suore finite per strada, in particolare straniere. Sono però iniziative satellite che vanno a colmare in parte un grande vuoto istituzionale, nella Chiesa e all’interno delle stesse congregazioni che dovrebbero garantire una eventuale uscita di un loro membro in modo sereno e non traumatico.

Papa Francesco ha asserito: “L’attenzione agli abusi di autorità e di potere. Su questo ultimo tema ho avuto in mano un libro di recente pubblicazione di Salvatore Cernuzio sul problema degli abusi. Ma non degli abusi eclatanti: è sugli abusi di tutti i giorni, che fanno male alla forza della vocazione”
Professor Cernuzio, qual è la possibile radice degli “abusi di tutti i giorni”?
La radice è profonda e credo che vada cercata in una formazione sbagliata, deviante, che le stesse superiori, madri generali, provinciali ecc hanno a loro volta ricevuto. Il “soffrire per Gesù”, le privazioni, le umiliazioni sono sempre state considerate parte integrante della vita consacrata, nonostante questo non abbia alcun supporto dal punto di vista canonico. Molte delle superiori descritte come “abusatrici” nel libro è evidente che si sono incattivite nel corso della vita e che replicano atteggiamenti subiti, ereditati peraltro da quegli schemi patriarcali che tante volte loro stesse denunciano. Mi ha impressionato sentire da alcune di queste ragazze che spesso gli capitava di ripetere con le più giovani gli stessi comportamenti che vedevano lucidamente essere causa della loro sofferenza. Come se si fosse interiorizzato un modo di essere e di vivere che andasse anche oltre la propria personalità, un meccanismo inconscio. E una catena difficile da spezzare.

A suo avviso, raccolte le testimonianze, quale significato va attribuito oggi al termine “obbedienza”?
Penso che se nel 2022 ancora oggi ci siano persone che raccontano ancora storie del genere vuol dire che siamo rimasti bloccati ad almeno 50 anni fa, quando l’obbedienza era concepita come un totale asservimento di un sottoposto a chiunque ricoprisse un ruolo. Un’obbedienza che non è frutto di discernimento e maturazione, per cui magari una persona si pone volontariamente in un atteggiamento di subordinazione perché riconoscere che quello può rappresentare un aiuto per la propria crescita, ma un’obbedienza determinata dalla paura, dal dire sempre e solo “sì” per evitare ritorsioni, rimproveri, emarginazione. Ancora oggi sembrano vigere queste logiche e meccanismi, ma al contempo, per fortuna, si registra anche una maggiore consapevolezza da parte delle stesse suore che chiedono di studiare, di intervenire, di crescere e contestano quello che risulta poco chiaro o sminuente della propria persona e del proprio talento.

Salvatore Cernuzio dal 2011 segue l’informazione religiosa e l’attività del Papa, avendo lavorato come vaticanista per l’agenzia cattolica Zenit e poi per il portale Vatican Insider del quotidiano La Stampa, per il quale si è occupato anche di tematiche sociali. Collabora con testate italiane e internazionali, ha viaggiato in Italia e in diverse parti del mondo per seguire le trasferte del Papa o realizzare reportage sulle diverse realtà locali della Chiesa. Ha curato il libro Don Pino, martire di mafia, del postulatore della Causa di canonizzazione, monsignor Vincenzo Bertolone. Dal 2021 fa parte della redazione di Vatican News – Radio Vaticana.

Dalla stessa parte. Uomini contro la violenza sulle donne

La questione di genere investe la sfera culturale italiana da tanto.
Qual è la specificità del suo intervento?

La questione di genere, è una delle problematiche sociali e culturali che mi stanno più a cuore.
La seguo, mi documento, mi confronto in ogni ambito; da quello lavorativo, a quello del territorio in cui vivo, a quello culturale.
Non è certo l’unica questione e nemmeno la prima. Sicuramente è tra le situazioni che definisco d’emergenza e per le quali ciascuno deve sapere trovare il proprio punto di caduta per sapersi confrontare, crescere e maturare.

L’argomento bruciante del sessismo e della discriminazione di genere è, soventemente, trattato da un punto di vista squisitamente muliebre.
Ebbene, qual è la visione complementare, ovvero maschile del vivere in una società patriarcale e sessista?

Credo fortemente nell’impegno maschile, culturale e sociale, verso questa tematica che riguarda sempre più direttamente l’uomo, in quanto la donna pur se vista ancora e soltanto come figura complementare e non come essere indipendente di una società comunque ancora sessista, sia stata in grado di sapersi emancipare attraverso decenni di battaglie, lotte e rivendicazioni,
Giunto è dunque il tempo per l’uomo di doversi impegnare in questo percorso di crescita umana che passa innegabilmente nel riconoscere la violenza sulle donne, una questione da sapere combattere e sconfiggere, attraverso azioni concrete di lotte e azioni, sociali e culturali.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Non sono di certo porte chiuse a queste situazioni; il nostro linguaggio, i modi di dire, le mai apparentemente innocue battute, i proverbi, sono anticipatori fino quasi ad autorizzare certi atteggiamenti, azioni e comportamenti nei confronti delle donne.
Suggerisco la lettura del libro “Razzisti a parole” dove l’autore Federico Faloppa ci racconta e dimostra come si possa essere intolleranti e razzisti verso il diverso, verso l’altro, anche con il linguaggio. Come ad esempio il dare del “tu” ad un immigrato anche se non lo si conosce. O come il classico “Non sono razzista ma…” che tanto ricorda il “Però anche lei vestita in quel modo, un po’ se l’è cercata…”.
Nel mio ruolo di operatore culturale e proprio per dare testimonianza attiva a quanto fin qui detto, ho recentemente curato insieme all’amico scrittore Salvatore Contessini, un’antologia poetica di soli uomini dal titolo “Dalla stessa parte – Uomini contro la violenza sulle donne”, edito dalla casa editrice La Vita Felice.
Un impegno culturale che se da un lato ha visto noi curatori crescere nel confronto e nella visione della questione, ha dovuto scontrarsi durante la fase di ricerca, con alcune dinamiche sociali riguardanti la situazione femminile, che si sono riflesse a modo loro anche in poesia.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi ed i ruoli stereotipati delle donne mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere.
Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Manca un soggetto forte in questa discussione. La politica è assente. E su questo sono molto crudo e tendente alla condanna di qualunque schieramento.
Se pensiamo infatti che fino al 1981 in Italia (e non dall’altro capo del mondo) era normato nel codice penale il delitto d’onore e che è solo del 2013 una legge contro la violenza sulle donne, allora facciamo presto a capire che molta strada è da fare ancora.
Nulla si è fatto in ambito culturale, nelle scuole, nelle famiglie. E nulla pare si voglia fare, al di là di meri impegni verbali.
La politica risponde con carcere (che arriva sempre dopo che la tragedia si è consumata) e costosi braccialetti elettronici anziché finanziare centri anti-violenza che sempre più si poggiano sull’esclusivo impegno volontario.

Salvatore, l’Antologia dedicata al tema della violenza sulle donne ha stentato a trovare poesie.

Siamo stati consapevoli fin da subito di aver chiesto un “impegno” poetico sui generis.
Avessimo proposto un’antologia poetica d’amore, ne siamo convinti, saremmo stati sommersi dai testi.
Nonostante ciò siamo riusciti a “costruire” un’antologia che rispecchia sia geograficamente che anagraficamente la popolazione maschile italiana.
Ma è stata nostra precisa convinzione, quella di voler chiedere un contributo volto alla costruzione di un cammino che possa andare oltre le celebrazioni di giornate internazionali. Vogliamo poterci confrontare, andare a dibattere a proporre tesi, a scontrarci con antitesi.
Concludo lasciando un ulteriore spunto di riflessione per il lettore; nell’antologia “Dalla stessa parte – Uomini contro la violenza sulle donne” edito da La Vita Felice, è minoritaria la partecipazione di giovani poeti. Ecco, questa scarsa presenza potrebbe essere un buon argomento di discussione.

Salvatore Sblando 
Sue liriche sono pubblicate in antologie e blog letterari. Le sue pubblicazioni sono state oggetto di segnalazioni in importanti Premi. Membro del Comitato di lettura della casa editrice La Vita Felice, partecipa attivamente a reading e manifestazioni poetiche. Attivo nel panorama letterario torinese, è fondatore dell’Associazione culturale Periferia Letteraria. Fra i curatori di diversi festival letterari, a gennaio 2015 inaugura “Aperipo-Etica”, rassegna di cultura, poesia e letteratura contemporanea. All’interno del proprio LIT(tle) Blog (www.larosainpiu.org) è solito ospitare le migliori voci del panorama poetico italiano.
Pubblicazioni:
Due granelli nella clessidra (LietoColle, 2009) giunta alla 2^edizione;
Ogni volta che pronuncio te (La Vita Felice, 2014);
Lo strano diario di un tramviere (La Vita Felice, 2020).

Oggi ti sono passato vicino

C’è solo l’andare senza fermarsi:/ se i piedi il sonno volesse mangiarseli/
è permesso cadere, non addormentarsi.
Lei scrive versi che narrano una quotidianità quasi atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.
La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

Non ne farei una questione di anonimato, se con questo si intende una condizione in cui sia dominante una passività di fondo o l’inutilità di ogni ricerca di senso.
L’assenza di coordinate storiche e una certa atemporalità possono suggerire a mio avviso un’altra possibilità: quella di rendersi conto che ogni essere vivente, non solo umano, indipendentemente dal contesto in cui vive e dalla sua specifica identità, è parte di un “tutto” di cui, questo sì, spesso ci sfugge l’enorme complessità. Ma non mi sembra un dato sminuente o avvilente, anzi… dovrebbe contribuire ad accendere curiosità, senso di reciprocità…
Per venire al nostro ambito, credo nella possibilità della poesia come fotografia di un processo in continuo divenire, più che come affermazione dell’io che la produce. Del resto, per dirla con Rimbaud, “Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua…”

Lei sta spendendo il suo tempo quale autore di teatro. In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

Qualche mese fa, lo scorso maggio, la compagnia teatrale “Teatro periferico” con cui avevo precedentemente collaborato come drammaturgo mi ha proposto di tenere una giornata di laboratorio di scrittura poetica rivolto agli allievi di un corso di formazione teatrale.
Si trattava per me della prima volta dopo tempo, di un incontro di lavoro in presenza, e non ho saputo fare di meglio che pensare di dare lo stesso titolo del libro che avevo composto durante il lockdown, “Oggi ti sono passato vicino”; non per mania di autoreferenzialità (durante il lavoro non sono stati utilizzati testi dal libro) ma perché nelle mie intenzioni esso contiene e racconta di un desiderio, una necessità che tutti abbiamo avvertito in questo periodo, sia pure in maniere e declinazioni differenti: quello di stringersi, di fare fronte comune dinanzi a qualcosa di sconosciuto, in una situazione in cui proprio la possibilità di essere uniti veniva per forza di cose a mancare. Come tradurre allora questa necessità in una pratica realizzabile?
Da circa venti anni mi occupo di drammaturgia. Scrivere per il teatro significa scrivere per degli attori che porteranno sulla scena il tuo lavoro… niente di più impensabile durante il lockdown, in cui come autore teatrale sono stato decisamente in lutto… mi era del tutto impossibile pensare di scrivere qualcosa che sarebbe andato in scena “dopo”, in un momento in cui i teatri erano chiusi, morti… il teatro non è fatto di “dopo”, è fatto di “adesso”, un adesso da condividere corpo a corpo: corpo del drammaturgo, corpo del regista, i corpi degli attori, i corpi degli spettatori… Così la mia scrittura ha cercato altre strade, già frequentate in passato anche se non in maniera sistematica: dalla rivisitazione di quegli sporadici tentativi in versi e dalla composizione di testi ex-novo, ha così pian piano preso forma questo libro, che porta in sé le tracce di una necessità evidente fin dal titolo (anche se quasi mai nei testi c’è esplicito riferimento al tema del virus e della pandemia, tranne che in una composizione).
Dunque, tornando al laboratorio, la cosa che ho sentito più sensata e organica, è stata quella di trasformare in oggetto di lavoro di gruppo la pratica di scrittura in versi che mi aveva accompagnato durante il lockdown – badando di non cedere alla tentazione di farne una ricetta o un manifesto, ma di restare sempre nell’ambito dell’interrogativo, a sé e al gruppo – da cui il sottotitolo:

“Nella distanza dei corpi, può la poesia avvicinare? Un laboratorio di incontro attraverso la scrittura.”

Quale “lenimento” migliore della condivisione?

Ti sento, è la tua voce, il tuo/ articolare lento e cadenzato. /Oggi ti sono passato vicino.
La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne. C’è un limite a ciò che si può narrare?

È una domanda a cui credo sia possibile dare risposte anche molto differenti, e tutte legittime. Quello che conta, a mio parere, è che questa risposta scaturisca da un percorso, una pratica di lavoro che l’autore avverte come necessaria. È questa necessità, forse, a disegnare il limite tra ciò cui è importante dare forma e ciò che può essere tenuto per sé.

I morti, onde del mare/bianca spuma che a lungo ha viaggiato/ e a casa ritorna,/alla madre infinita.
Le parole che inanella in versi appaiono sensibilmente refrattarie al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione.
Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Non credo che un autore debba fornire chiavi d’accesso… caso mai, forse, fabbricare porte… Sta poi al lettore la scelta di aprirle o meno, per visitare i luoghi su cui si affacciano; questo a prescindere dalla comprensibilità o meno dei suoi testi e da quelli che potrebbero essere i suoi intenti comunicativi. Ma a proposito di comunicazione, vorrei qui citare la poesia e le parole di Antonio Neiwiller, uomo di teatro che ci ha lasciato nel secolo scorso; in particolare queste righe da un frammento del 1993 (stesso anno della sua scomparsa) dedicato a un altro grande uomo di teatro, Tadeusz Kantor:

“…È tempo che l’arte
trovi altre forme
per comunicare in un universo
in cui tutto è comunicazione…”

(da “l’altro sguardo: per un teatro clandestino, dedicato a t. kantor”)

Ad ogni modo, tornando ai testi della raccolta e ad eventuali strumenti di comprensione, mi riconosco nello sguardo di Franca Alaimo, di cui riporto qui un estratto da una sua nota di lettura:

“… l’autore fa uso di altre esperienze artistiche a lungo praticate, essendosi cimentato con il teatro (si ritrovano, infatti, in molti testi l’estro drammatico, l’impianto dialogico, ma anche l’asciuttezza di un autore grandissimo quale Beckett), e con la musica, specialmente il jazz (da cui provengono il ritmo sincopato di certi testi) … Né escluderei la meditazione buddhista e per l’epigrammatica sapienza di certi versi e per la concezione dell’Uno come inizio e ritorno di ogni cosa in una perenne ciclicità…”

La sua silloge potrebbe scomporsi in quattro momenti: memoria, contemporaneità, teatro, dolore. C’è un filo rosso che le congiunge?

Giocando un po’ a parafrasare Artaud: la vita, e il suo doppio.

Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e positivamente recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. Oggi ti sono passato vicino, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019. Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: Un vecchio gioco (La Mongolfiera Editrice; premio Fersen, Piccolo Teatro di Milano); Boccaperta (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico; Ipazia. La nota più alta (pubblicato da Sedizioni, e in e-book da Ledizioni nella versione inglese) su commissione di PactaDeiTeatri; Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani (il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia – e premio Fersen alla regia – è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore); su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive In-equilibrio; viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo); Ma che ci faccio io qua (Edizioni Corsare); cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di A proposito di menzogne – testi per Città in condominio, L’Alfabeto urbano, Napoli; scrive inoltre Canto errante di un uomo flessibile, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo; vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo La città racconta (Edizioni Corsare); Piccole danze quotidiane (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis); La porta (Festival Tramedautore, Outis; pubblicato da La Mongolfiera Editrice). Blog: https://tommasourselli.wordpress.com/

Il conflitto costituente. Da Platone a Machiavelli

Lei asserisce che “convivono dunque tre prospettive che consentono, almeno è la credenza che regge questo saggio, di eleggere Machiavelli a figura del destino europeo e occidentale”.
Quali sono, pensando alle peculiarità della filosofia italiana?

Per la cosiddetta Italian Theory la peculiarità della filosofia italiana andrebbe rintracciata nel suo carattere di pensiero della prassi, dell’esperienza del rischio, del limite, dell’impotenza della ragione. E Machiavelli sarebbe il capostipite di questa linea interpretativa. Quello che però si prova a mostrare in questo saggio sono tre ulteriori prospettive: il rapporto del fiorentino con il pensiero latino, in particolar modo di Cicerone, per quel che riguarda la struttura della progettualità politica; l’immanentizzazione del reale, ovvero il distacco, lo scostamento del pensiero, specificamente politico, dall’ambito teologico e dalla relativa trascendenza di cui Agostino è uno dei principali interpreti; la possibilità astratta del nichilismo poiché, se il mondo è costituito dalla gigantomachia tra virtù e fortuna, la decisione umana sarà sempre sottoposta al rischio dell’imprevedibile e quindi potrà sempre essere impotente.

Nel primo capitolo del saggio lei riflette sul progetto di Platone, il quale identificava nella Repubblica ideale il fine per superare la guerra civile tra Sparta e Atene, per Machiavelli qual è l’elemento atto a contrastare la disunità della penisola italica e liberarla dal “barbaro dominio” straniero?

Per Machiavelli occorre decidersi per lo Stato per risolvere la crisi politica della penisola italica. È questa la componente ideale del suo pensiero, che non si appiattisce mai sulla mera amministrazione del potere fine a se stesso. La famosa “verità effettuale” tiene insieme queste due dimensioni, quella ideale e materiale: da un lato il progetto della prassi che può innovare il mondo, e dall’altro le condizioni ineludibili con cui l’azione politica deve fare i conti, ovvero le leggi del potere e la costituzione della natura umana, “varia”, inquieta, dagli appetiti insaziabili e dunque sempre affamata e mai pienamente soddisfatta e da soddisfare. A mio modo di vedere è inoltre molto importante, e occupa tutta la prima parte del saggio, il confronto di Machiavelli con Platone, dove si cerca di mostrare, in estrema sintesi, un Platone più realista e un Machiavelli più idealista di quello che tradizionalmente si è maggiormente indicato. Machiavelli parte dalle aporie platoniche per provare a risolverle, andando però incontro a ulteriori contraddizioni.

“La storia di Roma è archetipo simbolico proprio perché testimonia che il conflitto è costituente”.
La scissione, la contraddizione a cosa sono funzionali?

Per Machiavelli Roma è l’esempio storico concreto che testimonierebbe che il conflitto, che è l’essenza della pòlis, della città, dell’agone politico e ipso facto della storia, è costituente, cioè costituisce quelle condizioni da cui è fondamentale partire per generare l’ordine politico. Roma è attraversata dai “tumulti”, dal conflitto tra gli “umori” dei patrizi e dei plebei, dei grandi e del popolo, tra chi voleva comandare e chi non voleva essere oppresso. Questi umori confliggono attorno a una comune idea che è la grandezza dell’Urbs, della Roma mobilis che sempre cresce pensandosi come globale. Il nucleo per così dire teoretico del saggio ruota attorno proprio al rapporto tra ordine e conflitto, recuperando la domanda della filosofia politica e quindi della filosofia in quanto tale: come dalla molteplicità l’unità? Come dal pòlemos, dal conflitto, l’armonia, la pace? E quale pace? Terrena o celeste? Ed è davvero realizzabile questa pace? Forse solo pensabile? E che senso avrebbe porla unicamente come ipotesi se non fosse pienamente concretizzabile? Parafrasando Kant si potrebbe dire che l’ordine senza conflitto è vuoto e che il conflitto senza ordinamento è cieco. Ma una volta detto questo si è solo all’inizio del problema, non certo alla sua soluzione: come abitare la contraddizione che il mondo, e l’uomo, sono?

Numerosissime sono le citazioni, soventemente in greco antico. A chi sono destinate le sue pagine?

A tutti coloro che si interessano di filosofia, nella speranza che chi avrà la pazienza di scorrere queste pagine possa apprezzare qualche riflessione anche qualora non fosse pienamente dentro il linguaggio filosofico, che è per sua natura anche tecnico-specifico. Personalmente non amo incondizionatamente scrivere: preferisco la parola parlata, è meno definitiva. Quella scritta è scolpita per sempre, anche quando si dicono delle cazzate, cosa che capita a tutti.

Edoardo Dallari si è laureato presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed è allievo di Massimo Cacciari e Giuseppe Girgenti. Si occupa dei rapporti che intercorrono tra metafisica e politica, riferendosi ad autori quali Platone, Agostino, Hegel, Nietzsche e Schmitt.

Avenida Libertador

Avenida Libertador è il nome di una via di Buenos Aires.
Qual è la ragione per cui costituisce il titolo del suo romanzo?

Avenida del Libertador è una via di Buenos Aires, emblematica quando si parla di desaparecidos, perché proprio in questa via risiede la Escuela de Mecánica de la Armada (prima Escuela Superior de Mecánica de la Armada da cui ESMA) conosciuta internazionalmente come ESMA, era la scuola per la formazione degli ufficiali della marina argentina di Buenos Aires, soprattutto per quanto riguardava la preparazione tecnica in ingegneria e navigazione. La ESMA cominciò la sua attività di centro di detenzione e tortura il giorno stesso del colpo di Stato argentino, vale a dire 24 marzo 1976. Già in quell’occasione vennero imprigionate le prime persone scomode, sequestrate dalle forze armate. Il mio romanzo è ambientato proprio all’interno di questa struttura, ho pensato quindi che non potesse esserci nome più emblematico per titolare il mio romanzo.

“Pagarono, salutarono Esteban e si diressero verso il commissariato di Buenos Aires per cercare notizie di Lucas Tizak, un nome, un cognome e un volto che loro non volevano dimenticare”
Lei affronta il tema spinoso e drammatico dei desaparecidos. Avenida Libertador ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Materialmente ho iniziato il libro un’estate di qualche anno fa. Poi ho sentito l’esigenza di fermarmi. Ho pensato che pur essendo il romanzo un’opera di finzione volevo essere quanto più precisa e realistica nella narrazione di ciò che i protagonisti del libro avevano vissuto nel piano immaginario e in quello reale/storico riferendomi a persone esistite fuori dalla finzione. Allora ho posato il quaderno, ricordo di averlo poggiato nella parte bassa del comodino, sopra un libro di Roberto Arlt «El juguete rabioso»1 e ho ripreso in mano un libro pubblicato dalla Conadep (Informe de la comisión Nacional sobre la Desaparición de personas) «Nunca más» (Mai più).
Sera dopo sera, grazie a questo prezioso documento, con prefazione di Ernesto Sábato, mi sono documentata sui centri clandestini di detenzione, ho studiato le planimetrie degli edifici, mi sono a lungo soffermata sulle procedure di sequestro. Ho inoltre letto le testimonianze dei sopravvissuti, fascicolo per fascicolo, storie dell’orrore di chi era riuscito a uscire dall’inferno. Alla fine del libro ho deciso di fare delle ricerche mirate sul web e sono riuscita a visionare alcuni processi su YouTube. Ho ascoltato più di ottanta ore di testimonianze. Solo dopo aver approfondito tutte le questioni ho ripreso il mio taccuino e quindi la stesura del romanzo. Per descrivere gli ambienti, le case, le strade ho fatto riferimento alla mia esperienza personale. Ho vissuto a Buenos Aires nel quartiere Olivos per diversi anni e ho voluto citare le zone a me più care. In calle José Maria Paz abitavo con la mia famiglia.
La «trasformazione in narrativa» è avvenuta in maniera del tutto naturale, ho abbandonato i dati e mi sono concentrata sulle sensazioni, sulle relazioni tra i protagonisti, sulla loro caratterizzazione. Si è parlato di Avenida Libertador come testimonianza letteraria, in cui l’elemento fittivo ricrea un vissuto estraneo a molti ricorrendo all’immaginazione. Ed è proprio così, nel romanzo la realtà e la finzione si fondono continuamente . Così come succede all’inizio quando racconto dell’incontro di Eva (madre di Tamar) con Enrique. Eva è un personaggio inventato, Enrique esiste davvero è uno scrittore contemporaneo spagnolo Enrique Vila-Matas, maestro indiscusso dell’autofinzione iberica. Lo scrittore ha soggiornato davvero nella mansarda di Margherite Duras, così come è vero che in diverse interviste ha dichiarato di voler fare lo scrittore dopo aver visto Mastroianni che sposa Jean Moreau nel film «La notte» di Antonioni. Ho voluto rendere omaggio a Enrique Vila-Matas perché sono convinta che sia uno dei pochi maestri viventi di quella letteratura che Borges chiamava universale.
Ho voluto altresì omaggiare Aldo Moro, ed è per questo che lo cito in sovrapposizione con il protagonista del romanzo Lucas, credo che sia importante denunciare qualsiasi tipo di estremismo che esso sia di destra o di sinistra, ed è quello che ho voluto fare citando il famoso statista italiano.

A pensarci bene quando scrivo realtà e finzione si fondono a tal punto che spesso persone in carne e ossa diventano personaggi e i personaggi a loro volta sembrano essere miei amici fisici, veri.

La sparizione forzata è un fenomeno che si è verificato anche in numerosi paesi e in differenti momenti storici, situazioni per le quali il termine desaparecidos è divenuto una “parola mantello” d’uso comune.
Ebbene, la lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Questi tempi sono profondamente diversi da quelli in cui è ambientato il romanzo ovvero la dittatura argentina. È vero che il termine desaparecido è ormai parola mantello, ma nonostante abbia assunto un valore universale quando pronunciato ricorda subito il «processo di riorganizzazione nazionale» voluto da Videla. Un progetto che aveva come obiettivo quello di mettere a tacere con la sparizione forzata qualsiasi individuo si opponesse al regime. Un piano programmato per annientare il nemico con delle pratiche che ricordano molto quelle adottate dal regime nazista da cui i militari argentini presero ampi spunti. L’Argentina come il Cile all’epoca erano terre di accoglienza per gli ex nazisti fuggiti dalla Germania subito dopo la caduta di Hitler. Basti pensare che Eichmann è stato arrestato dalla polizia israeliana proprio a Buenos Aires nel ’60 e l’angelo della morte Josef Mengele ha vagato per tantissimi anni tra il Brasile e l’Argentina. Il processo di riorganizzazione nazionale seguiva la stessa logica hitleriana, l’annientamento dell’individuo che veniva da subito privato del nome e della propria identità e dignità, seguiva un periodo di prigionia che si concludeva o con la liberazione o con la sparizione.
I forni crematori vennero sostituiti dai voli della morte…
Ancora oggi sono 30 mila i desaparecidos e altrettante le famiglie in attesa di un impossibile ritorno. Diceva un testimone della dittatura che la cosa più difficile è questa: Non sei morto, non sei vivo: sei desaperecido. Per cui non puoi anelare alla pace dell’anima così come non possono farlo i tuoi cari.
Se vogliamo parlare dell’oggi e fare un esempio che possa toccarci da vicino, i genitori di Giulio Regeni per alcuni giorni hanno cercato il proprio figlio, desaparecido anch’esso e non in un Paese in dittatura, ma nel Paese in cui il giovane dottorando portava avanti i propri studi. Una sparizione forzata quella di Giulio per cui tanti si sono mobilitati, fino alla scoperta del suo corpo. La madre vide nel volto malconcio del figlio «tutto il male del mondo». Giulio cadavere è tornato a casa, i desaperecidos no, continuano a vagare senza la possibilità di un ritorno.
A tenere alta l’attenzione sul tema le tantissime associazioni capitanate dalla più antica Madri di Plaza de Mayo.
Il cambiamento risiede nella capacità dell’individuo di denunciare questi soprusi, nel fare in modo che sin nessuna parte del mondo si debba assistere ancora a questo tipo di fenomeni, isolati come nel caso di Giulio, collettivi come nel caso dei desaparecidos argentini.

“Le forze vennero meno e cadde. Calci e pugni lo raggiunsero da ogni parte. Uno dei due uomini lo prese per i capelli, costringendolo a mettersi in piedi e gli spense una sigaretta sulla palpebra destra.”
Com’è riuscita a descrivere l’inferno?

Devo essere sincera, non lo so ancora. Era forte in me la volontà di scrivere un libro che potesse dare voce ai 30 mila desaparecidos e volevo che il racconto fosse quanto più vicino alla realtà che hanno vissuto. Sono stata ore in silenzio immaginando le scene prima di trasporle su carta. Le faccio un esempio: per descrivere il parto di Luz mi sono sdraiata a terra facendo finta di avere mani e piedi legati, ho chiuso gli occhi e ho fatto un viaggio nelle sensazioni della protagonista.

Le pagine che ha scritto grattano il fondo del realismo senza alcuna edulcorazione.
Quale messaggio etico, morale, politico ha inteso veicolare?

Soltanto con durezza si può descrivere quel periodo storico.
Il romanzo non intende veicolare nessun messaggio politico. L’ho scritto per un dovere etico nei confronti di me stessa. L’ho scritto per non dimenticare, per dare voce ai 30 mila desaparecidos, perché fin quando ci sarà memoria si potrà chiedere verità, giustizia e si potrà gridare con forza «Mai più.»

Cristina Amato nasce a Catania il 21 Agosto del 1980.
Figlia di un funzionario dell’ambasciata italiana, dall’età di 4 anni è in viaggio con la famiglia soggiornando, anche diversi anni, nei luoghi dove il padre viene trasferito. Sarà così che Cristina vive l’intero arco della giovinezza toccando diverse culture, dall’Australia all’Argentina fino in Svizzera, sviluppando una personalità profonda ed eclettica che la porta ad appassionarsi in modo particolare alla lettura e alla scrittura.
Nel 1995 rientra in Sicilia dove frequenta il liceo linguistico Sant’Orsola, dopo il diploma si traferisce in Svizzera dove frequenta l’università di Neuchâtel nella quale, nel 2006, consegue la Laurea in Lettere e Scienze Umane con una tesi in lingua spagnola sullo scrittore Enrique Vila-Matas dal titolo «Patologías literarias en la biblioteca infinita de Enrique Vila-Matas».

Nel 2013, dopo essere rientrata a Catania, pubblica il suo primo romanzo «Ogni tanto mi tolgo gli occhiali» (Inkwell edizioni, 2013), romanzo molto fortunato che le permette di conquistare la vetta dei best-seller di Amazon per ben 26 ore.
Nel 2014 pubblica anche la raccolta «Fogli Sparsi» (Inkwell edizioni, 2014) dall’omonima pagina Facebook.
Nel 2016 la 13lab editore ripubblica nuovamente «Ogni tanto mi tolgo gli occhiali» presentato al Teatrino delle Beffe di Palermo a marzo dello stesso anno e a Ginevra in occasione del Festival International d’Italie di Carouge.

Avenida Libertador (Divergenze, 2020) è alla sua quarta ristampa.
Attualmente lavora come Direttore Creativo presso un’agenzia pubblicitaria di Catania. Cristina è appassionata di letteratura e di cinema. Affetta da patologie letterarie, sta ancora contando i propri sogni nel cassetto ed è attualmente al lavoro sul suo terzo romanzo.

Lingua madre

“Ci sono alcune persone che quando parlano mi sfamano. Non è una metafora, non è retorica: davvero a me passa la fame…”
La lingua possiede una sua dimensione affettiva? Può tangere il luogo più recondito della nostra anima e colloquiare con il nostro inconscio?

Nel caso di Paolo certamente la lingua ha una dimensione affettiva, il binomio sporco/pulito su cui si basa la sua ossessione linguistica è di fatto emotivo. Ciò che lo fa sentire accettato e che percepisce come onesto e sincero è pulito, ciò che invece è ipocrita e violento è sporco. Nell’ultima parte del romanzo Paolo perde il controllo sulla lingua – e sulle lingue – ed è così in stretto contatto con la sua parte inconscia.
Anche per me la lingua è legata all’affetto, l’italiano è la lingua in cui mi sento a casa, è quella radiofonica delle voci romane che mi ricordano quella di mia nonna, è quella filosofica di mia madre, quella letteraria con cui sono cresciuta. Il tedesco invece è la lingua dell’età adulta, e dell’amore. Ma non sono divise, per nulla, si mescolano. È quando mi cade qualcosa o in momenti particolarmente emotivi che la voce mi esce italiana e non tedesca e nelle prime stesure il colloquio con l’inconscio è qualcosa che sento molto vicino al sogno.

“A Bolzano tutto ha due nomi, a volte anche tre: uno in tedesco, uno in italiano e a volte, quando si deve, se proprio si deve, anche in ladino. Questo è un problema perché le parole hanno un potere metamorfico sulle cose”
Cosa non basta alla lingua per esprimere se stessi ed il proprio immaginario, anche facendo riferimento al suo luogo natio?

Per il protagonista ciò che manca è una sicurezza linguistica e identitaria, ma anche affettiva. Non sentendosi a casa, in un luogo che percepisce come nemico e giudicante, storicamente complesso e violento, linguisticamente e culturalmente diviso, non riesce a essere sé stesso. È solo la distanza dalla città natale e la leggerezza berlinese che gli permettono di esprimersi così com’è.

Paolo e Mira di Pienaglossa con la sua lingua monda ed immacolata.
Quanto la parola ha un potere balsamico e curativo?

La parola di Mira, nella prospettiva di Paolo, riesce a curare perché è sincera e pulita. In realtà, cambiando prospettiva, si tratta di un’ossessione capovolta, dal negativo al positivo, in cui la ragazza di cui è innamorato viene idealizzata a tal punto da affidarle un lavoro che solo e unicamente Paolo può essere in grado di svolgere. La parola – e tutto ciò che sta dietro alla parola – è in grado di ammalare e curare perché il protagonista le conferisce il potere di farlo.

“Lingua madre”: ci spiega il titolo del libro, che chiaramente richiama il termine “madrelingua”?

Per me era importante che ci fossero sia la lingua che la madre, perché sono i due nodi centrali della narrazione. Con la madre si apre e si chiude il romanzo, mentre la lingua è la grande ossessione del protagonista. Volevo che la lingua fosse anche madre, per Paolo, che nella madre vera ci vede solo l’anagramma merda.

Maddalena Fingerle è nata a Bolzano, di cognome tedesco ma di lingua madre italiana, ha compiuto gli studi universitari (dapprima di Germanistica per poi specializzarsi e addottorarsi in Italianistica) a Monaco di Baviera. Suoi racconti sono apparsi su «Nazione Indiana», «Neutopia», «CrapulaClub». Con Lingua madre ha vinto la XXXIII edizione del Premio Calvino, il Premio Fondazione Megamark, il Premio Città di Girifalco, il Premio Comisso under 35 e il Premio Flaiano under 35.

Tracimazioni. Poemetti eretici e sociali 2000-2020(Quaderni di poesia)

Tracimerei visioni d’altri mondi
Accumulerei silenzi mai scritti
Se solo avessi una lacrima in cui specchiarmi
Un rigo di bellezza da salvare.

Donato Di Poce

“Tracimazioni” è una scelta Antologica di alcuni suoi Poemetti, lei che pur ha sperimentato nei decenni la canzone libera Leopardiana, il verso libero, l’elegia, la poesia d’arte e negli ultimi anni, i “poesismi”. Da chi è stato influenzato? Si possono scorgere mentori?
Sicuramente dal mio “Maestro” Roberto Roversi e dal Pasolini di “Le ceneri di Gramsci”, perché il poemetto permette di affrontare tematiche civili e storie brevi in versi, donando musicalità e tono elegiaco a tematiche etiche e civili. Poi non bisogna dimenticare la lezione dei poeti maledetti (Rimbaud, Una stagione all’inferno poema in prosa; Verlaine con i Poemi Saturnini; Mallarmé con Il pomeriggio di un fauno. Nell’era moderna assistiamo al diffondersi di altre 5 caratteristiche principali del poemetto:
• Il poema diventa sempre più breve
• I temi si allargano a destinatari universali
• Si affrontano temi come il lavoro, l’emigrazione, la sessualità, l’infanzia, la natura, amore, morte, insomma tematiche sempre più conviviali, esistenziali, filosofiche, civili e persino onirico-surreali.
• L’oralità cede sempre più il passo alla contaminazione di testualità, recitazione, immagini verbovisuali(Le Corbusier) ed ai cultori della Poesia Totale e performativa(Totino, Pignotti, Fontana, Frangione, Carlacchiani etc…)
• Frammentazione testuale in canti, stanze, prose, quartine storico/orfico/esistenziali (Cvetaeva, Campana, Pessoa, Breton, Bertolucci, Pasolini, Roversi )
Tra i libri i libri, poeti e movimenti dell’era moderna che più mi hanno lasciato grandi emozioni, insegnamenti e suggestioni devo ricordare Baudelaire con I poemetti in prosa, Valery con Il cimitero marino) Artaud (Van Gogh Il suicidato della società); Breton (I vasi comunicanti); Pessoa(I Poemi di Alberto Caeiro); Rilke(Il libro d’ore), i poeti Italiani di Officina ( Pasolini, Roversi, Leonetti, Fortini, Majorino), Volponi (I Poemetti). Una segnalazione a parte meritano Le Corbusier (Le poème de l’angle droit, è un poema in formato extralarge, 32 per 42 centimetri, in cui versi (scritti a mano in corsivo) e immagini (disegni inseriti tra le righe del testo e 19 litografie a colori) si mescolano in una sintesi di forme e di parole che è ricapitolazione del suo pensiero intorno alla creazione artistica e architettonica ma non solo. L’angolo retto è anche definizione di senso dell’umano, linea verticale sull’orizzontalità della terra.); ma soprattutto da L’Urlo di Allen Ginsberg, il libro ciclostilato e rilegato a mano, donatomi da Roberto Roversi “Descrizioni in atto 1963-1970, e il poema epiconirico del mio amico e maestro Tomaso Kemeny (La Transilvania liberata).

Poemetti eretici e sociali 2000-2020, eppure la sequenza dei poemetti del suo libro non è in ordine cronologico. Per quale ragione?
Semplicemente mi sono abbandonato alla danza interiore del ritrovamento e della memoria e poi perché hanno tutti il filo conduttore dello stile e delle tematiche eretiche e sociali. Volevo vedere la forza straripante e tracimante di vederli raccolti insieme (oltre l’occasionalità) in una sorta di preghiera laica che pianta croci di senso sul tempo che passa inesorabile.
Clandestini e Le lavagne di Santiago, Ipazia e Giordano Bruno, Le grate del cielo e Vita, Antonin Artaud e Carmelo Bene. Qual è il filo rosso che lega le tematiche sociali e civili di cui scrive?
Sicuramente la necessità di dare voce agli ultimi (clandestini o desaparecidos) e valore linguistico e poetico ai grandi autori eretici, come Bruno, Artaud , Bene e Pasolini, ma anche il desiderio a volte riuscito spero, di aver dato voce alle mie istanze esistenziali, estetiche e filosofiche.

Il poemetto è una derivazione moderna del Poema di origine greca. Ebbene, valicando i secoli, qual è la sua personale interpretazione di questa forma stilistica?
Credo una volontà di dare un corpo a una frammentazione linguistica ed esistenziale in atto, analizzando nel dettaglio alcune tematiche sociali e civile di particolare significato, solitamente banalizzati dai media e da molti autori contemporanei che seguono troppo le mode sia tematiche che stilistiche. Nel tempo ho imparato a gestire in parallelo e contemporaneamente varie forme espressive e stili diversi, alternando saggi critici, verso libero, canzoni etc…approdando negli ultimi anni ad un genere che è sto definito dalla critica ”poesismi”, avendo messo insieme l’ironia tipica dell’aforisma e la riflessione etica e metapoetica della poesia, in una forma breve, una sorta di flash poetico che fa da contraltare significante e stilistico al dilagare schizofrenico dei tweet e dei linguaggi asemici, criptici e farciti di acronimi dei giovani d’oggi.
“Tracimazioni”: può spiegare il titolo che ha adottato?
Tracimazioni allude alla parola come acqua sorgiva che tracima dagli argini del silenzio. Alcuni di questi poemetti sono stati scritti dieci o vent’anni fa, ma è straripante la loro forza evocativa e la loro drammatica attualità. Inoltre la parola rivela la volontà di azione insita nell’atto linguistico e poetico. Ci ricorda che la poesia oltre ad essere testimonianza, visione, e incanto è sempre e soprattutto l’unione di ESSERE, PENSIERO e AZIONE. A titolo esemplificativo voglio riportare questo passaggio:

“…
Ci sono coloro che scrivono
Senza avere nemmeno iniziato a pensare
Senza aver vissute tre vite
E senza essere morti dentro.
Scrivere è essere sopravvissuti a sé stessi
Scrivere è restare vivi e rinascere
Ma prima bisogna aver vissuto
La mattanza di un amore
La mattanza della vita e della morte.
Alla fine l’ultima cosa che desideri
È scrivere, dipingere ed essere amato
E goderti gli ultimi spasmi
Del corpo che reclama la vita
…”

Questo libro, “Tracimazioni”, oltre ad essere un esempio di poesia civile, è una scelta Antologica (2000-2020) di alcuni Poemetti dell’autore, che ha visto in maestri come Giordano Bruno, Dino Campana, Pasolini, Artaud, Roversi e Tomaso Kemeny, autori e padri dichiarati di riferimento, studiati e indagati anche in recenti pubblicazioni di critica letteraria (P.P.Pasolini: L’ossimoro vivente, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2021; Un Poeta al rogo: Giordano Bruno, il poeta-philosophus dei poetici furori, Eretica Edizioni, Buccino (SA), 2021.

Donato Di Poce, (Sora,1958) vive a Milano dal 1982. Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo, Studioso del Rinascimento Italiano, Critico Letterario, Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività. Ha pubblicato 33 libri (tradotti anche in inglese, arabo, rumeno e spagnolo), 20 ebook e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di ©Archivio Internazionale Taccuini d’Artista e Poetry Box.

https://www.lafeltrinelli.it/tracimazioni-poemetti-eretici-sociali-2000-libro-donato-di-poce/e/9788833442884

Il consolo

Un figlio mai nato lei scrive “non è come se non fosse mai esistito”
Cos’è il “consólo” e quali sono le ragioni insite nel porlo come titolo del libro?

Il consolo è una pratica funebre che esiste tuttora nel Sud e in Sardegna: quando c’è un lutto i familiari del defunto si chiudono in casa per tre giorni senza poter cucinare, sono gli amici del paese a consolarli tramite l’offerta di cibo. Ho vissuto quest’esperienza, che ignoravo, quando è morto mio padre e ne parlo nel libro, anche in modo (spero) divertente alleggerendo un po’ il racconto. Ma per me il consolo, nel senso più etimologico, è soprattutto la consolazione che ho provato tramite la scrittura e che spero possa arrivare a chi mi leggerà.

L’aborto terapeutico è il tema centrale de “Il consolo”.
“Se devi partorire un figlio sano puoi andare al primo piano, se devi abortire ti nascondono in cantina”
Obiettori di coscienza, strutture inadatte, mancanza totale di supporto e informazioni. Quali sono le vie per valicare la responsabile inidoneità della sanità?

Credo che l’unico modo sia testimoniare la propria esperienza e fare rete “dal basso”. Nel nostro paese circa l’80% dei sanitari (ginecologi, anestesisti, infermieri) è obiettore di coscienza. Al di là delle statistiche, io stessa non capivo cosa significassero questi numeri sul piano concreto. È proprio dal mio sgomento, dalla mia rabbia, che parte l’idea di raccontare la mia storia
Nel 2016, con mio marito, decidiamo di avere un terzo figlio, ma l’ecografia della dodicesima settimana rivela una patologia del feto incompatibile con la vita. seppure con immenso dolore, abbiamo deciso di avvalerci della legge 194 e di interrompere la gravidanza il prima possibile per risparmiare sofferenze inutili al bambino ed evitare complicanze alla mia salute. Ma presto mi sono scontrata contro l’obiezione di coscienza, che è qualcosa di molto subdolo: quando ho detto al medico che mi aveva seguita nelle gravidanze andate bene che volevo interrompere, non mi ha detto “guarda io sono eticamente contraria ma puoi rivolgerti a qualcun altro”. Mi ha consigliato di aspettare almeno un mese prima di decidere, poi quando ha capito che ero decisa ad andare avanti è completamente sparita. Come lei, altri sanitari di un importante ospedale romano, mi hanno mandata
via in malo modo senza darmi nessun tipo di indicazione.

L’aborto indotto è fonte di cospicui discussioni, polemiche ed attivismo. Gruppi pro-life e gruppi pro-choice si concentrano sulla legalità dell’aborto e sulle eventuali leggi che lo possano limitare, nonché sulla liceità morale.
Quali riverberi ha ottenuto la sua riflessione, tra l’altro scaturita da un’esperienza personale, rispetto al dito spesso censorio della società?

Esiste un vero e proprio tabù sull’aborto terapeutico, accade a migliaia di donne ogni anno ma nessuno ne parla. Io stessa sto facendo molta fatica a promuovere il mio libro perché molti giornalisti si rifiutano di affrontare il tema. Personalmente non mi aspetto che tutti condividano la mia scelta, come io stessa rispetto chi ha agito diversamente. Per me l’aborto terapeutico è stato un vero atto d’amore nei confronti di tutti i miei bambini, a cominciare da quello che non è mai nato. Vorrei che la mia scelta, se non condivisa, venga al meno rispettata, invece non è affatto così. Ho deciso di raccontare la mia storia per questo motivo, quando nel giugno del 2018 ho letto un’intervista al Papa in cui paragonava le donne che hanno ricorso all’aborto terapeutico ai criminali nazisti. Mi sono detta che se sapesse cosa significa veramente compiere quella scelta mi avrebbe chiesto scusa.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi ed i ruoli stereotipati delle donne mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere.
Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Quando il corpo femminile non è presentato come un oggetto sessuale fa paura, se non addirittura ribrezzo. Per questo è stato importante per me raccontare da un punto di vista “carnale” cosa succede a questo corpo, non solo per quanto riguarda l’aborto. Penso che parlare di cosa succede alle donne anche dal punto di vista fisico sia molto importante perché spesso gli uomini non sanno niente a riguardo. Quando parliamo di aborto ci concentriamo soprattutto sugli aspetti morali ma l’aborto è qualcosa di molto concreto. È cio che ho cercato di fare io nel mio racconto ma che ritroviamo anche nel romanzo l’Evento di Annie Ernaux e nel suo adattamento cinematografico. La scelta di Anne che ha vinto il Leone d’oro quest’anno.

L’aborto è una scelta, comunque, irreversibile. Come si affronta il lutto?

È irreversibile ma, per quanto dolorosa e devastante, io non mi sono mai pentita della mia scelta. Quando si decide di avere un figlio non si è solo responsabili della sua vita ma anche della qualità della sua vita. E il mio bambino non sarebbe mai stato felice. La cosa più dolorosa è stata non averne potuto parlare ed essere stata trattata in malo modo dai sanitari che mi avrebbero dovuta aiutare. Ho superato il lutto raccontando la mia storia, scrivendo questo libro, e ora attraverso i numerosi messaggi di solidarietà che mi arrivano da donne che hanno vissuto esperienze simili e che si sono ritrovate nelle mie parole.

Orsola Severini (Roma, 1981). Figlia di madre francese e padre italiano, si è laureata in Storia all’Università Sorbona di Parigi. Ha vissuto anche in Argentina e in Perù dove è stata volontaria in un orfanotrofio femminile. Di ritorno a Roma nel 2006, ha lavorato per oltre dieci anni nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi. Attualmente scrive di storia e cultura per il quotidiano online Globalist e lavora come insegnante di francese per stranieri. È madre di tre figli. Il consolo è il suo primo romanzo.