La chiave biblica, poco adoperata nella critica leopardiana, rappresenta una possibilità diversa di decifrare Leopardi.
Quali sono le motivazioni sottese alla difficoltà d’incrociare una simile interpretazione?
Partendo dall’idea della complessità del pensiero leopardiano, e dunque, non riducibile entro schemi ed etichette, credo si possa provare una strada differente da quella percorsa dalla critica leopardiana dal 1947 fino ad oggi. Quell’anno, infatti, viene tuttora considerato una data fondamentale per gli studi su Leopardi, spartiacque tra una critica che, salvo qualche eccezione (come fu il volume “La filosofia di Leopardi” di Adriano Tilgher, del 1940), considerava Leopardi più nella sua peculiarità di poeta che come filosofo e questa “nuova critica” che rivolse invece lo sguardo attento al pensiero e alla cultura del poeta-pensatore di Recanati. Quasi per la prima volta, dunque, l’attenzione e lo studio vennero allargati all’analisi del pensiero leopardiano, che si ritrova non solo nelle Operette Morali ma anche e forse soprattutto in quella “miniera” che è lo Zibaldone. Questo cambiamento di prospettiva se ebbe il grande merito di aver finalmente “scoperto” e fatto conoscere il Leopardi pensatore, ebbe però un risvolto negativo perché provocò una specie di “ingabbiamento” pregiudiziale che, rinchiudendo Leopardi in uno schema, portò ad una sottovalutazione di tutto ciò che fuoriusciva dalla linea dominante interpretativa, così che ogni altro tentativo ermeneutico non venne mai attentamente considerato. Questa diversa chiave di lettura, attraverso la mediazione di alcuni testi biblici, può aiutare invece ad illuminare particolari aspetti, finora forse poco considerati, nel tentativo di giungere, per quanto possibile, ad un ritratto a tutto tondo. Nello specifico usare questa chiave significa, innanzitutto, considerare Leopardi – autore forse più controverso e investito da pregiudizi – nella sua umanità, cercando di entrare nella sua anima (per quanto possibile), significa proiettarsi in un diverso periodo storico, all’interno di una famiglia che viveva in un certo modo. Significa, insomma, non trascurare nessun dettaglio. Un’ Opera non si scrive da sé, non è “disincarnata”, staccata dall’uomo che ha vissuto, dalla sua carne e dal suo sangue. L’uomo, la sua anima, la sua vita, i suoi patimenti sono aspetti che non possono essere sottovalutati quando si studia il poeta o il pensatore poiché essi sono un tutt’uno. Quale il metodo? Senz’altro il procedere, tenendo a mente ciò che Leopardi stesso raccomandava e cioè l’uso di quel «colpo d’occhio» che consente di penetrare in profondità al di là dei propri pregiudizi e delle proprie ideologie. È necessario, perciò, considerare tutta l’opera leopardiana e non solo quelle parti facilmente estrapolabili e che rientrano in una certa teoria interpretativa, così com’è indispensabile leggere, in parallelo, la sua vicenda esistenziale. Si scoprono, allora, tanti indizi, piccole tracce disseminate qua e là che possono aprire uno spiraglio illuminante sulla spiritualità di Leopardi e che vanno meditate e valutate adeguatamente.
Leopardi si dichiarava “difensore” di Giobbe e Salomone.
Ebbene, davvero negli scritti leopardiani possono essere ritrovate la fede interrogante di Giobbe e l’infinita vanità del vero di Qohélet?
Già il fatto che egli si dichiarasse “difensore” nei Nuovi Credenti, dunque verso la fine della sua esistenza, dimostra che la presenza dei due libri biblici si è mantenuta costante nel tempo. Si è parlato molto della Bibbia in Leopardi, per rilevare come essa sia presente in modo massiccio nella sua produzione giovanile, quando il contino attingeva a piene mani alla biblioteca paterna, formatasi, com’è noto, secondo un criterio quantitativo, e ricchissima soprattutto di testi teologici ed ecclesiastici, ma, soprattutto, di numerose edizioni della Bibbia. Nel periodo maturo (quello che oltrepassa, per intenderci, il 1816, ad eccezione dell’Inno ai Patriarchi del 1819) questa presenza sembra scomparire. È corretto dire “sembra” perché, in realtà, se ci si sposta al livello appena al di sotto delle citazioni dirette, si possono ritrovare molti rimandi . La “fede interrogante” di Giobbe è la stessa di Leopardi: ambedue si chiedono il perché della sofferenza. Al centro di questo tema vi è la biblica “teoria della retribuzione” (argomento dell’ultimo contributo pubblicato nel libro ) ovvero quell’idea secondo la quale ogni malattia veniva vista come punizione divina per i peccati commessi. Da ricordare che la teologia dell’epoca si basava sull’Antico Testamento e questa dottrina era ben presente insieme alla figura di un Dio vendicatore. Come si concilia allora la disgrazia con il comportamento del “giusto”? Come Giobbe, uomo giusto, anche Leopardi leva la sua protesta verso il cielo. Per quanto riguarda Qohélet questo libro appare essere ancora più evidente ed esplicito in Leopardi, una somiglianza riconosciuta non solo dagli studiosi leopardisti ma altresì dagli esegeti biblici (card. Ravasi). Moltissime sono le analogie e le riflessioni espresse talvolta con le stesse parole bibliche, al punto che possono essere raccolte in una tavola sinottica. Basti ricordare le due liriche nelle quali appare chiaramente la figura dell’Ecclesiaste: la parte finale del Sabato del Villaggio e di A se stesso.
Il volume raccoglie gli studi biblico-leopardiani.
Quali difficoltà ha incontrato nel discernere ed interpretare le fonti?
E’ ovvio che per affrontare un lavoro come questo è necessario possedere alcuni “strumenti”, quindi non solo la conoscenza di Leopardi e della sua opera (tutta, compresa la biografia!) ma anche di alcune nozioni bibliche fondamentali, soprattutto quelle relative all’esegesi che, sole, consentono di affrontare libri difficili come sono, appunto, Giobbe e Qohélet. Sono sempre grata ai miei maestri dell’Istituto teologico padovano perché solo grazie a questi studi ho potuto affrontare queste analisi complesse e dettagliate.
In Appendice, e accompagnata da poche note introduttive, viene proposta una lettera inedita di Monaldo Leopardi da cui emerge l’importanza che la religione rivestiva per la famiglia Leopardi.
Quali le pratiche devote e la gestione “materiale” delle stesse?
Ho ritenuto interessante proporre questo documento perché dimostra l’importanza che in quel tempo veniva assegnata alle pratiche devote e come tutto fosse dettagliatamente elencato (fino al numero di candele da accendere durante una cerimonia). Avevo già avuto un approccio con questi temi, studiando il testamento integrale di Monaldo Leopardi, il padre del Poeta; anche qui la presenza di minuziosi dettagli “religiosi” (candele, Messe ecc…) per ottemperare alle disposizioni testamentarie colpiscono non poco. Proprio come impressionano i libri di devozione che venivano usati all’epoca: segno, anche questo, che non si può non tenere conto dell’ambiente e della formazione di Giacomo Leopardi.
“Oh, infinita vanità del vero!” si legge nello Zibaldone.
Può commentare quest’esclamazione?
L’ “infinita vanità del vero” anticipa la chiusa del canto “A se stesso”: “l’infinita vanità del tutto”. La vanità è un leitmotiv presente ovunque nell’opera leopardiana: nelle Operette Morali, Nei Canti, nell’Epistolario ecc… . La vanità percorre tutta l’opera leopardiana. All’analisi del tema della vanità ho dedicato un paragrafo del saggio dedicato al parallelo Qohélet-Leopardi, ricercando ogni occorrenza presente nell’opera leopardiana.
Loretta Marcon è laureata in Pedagogia, Filosofia e Filologia moderna. Ha conseguito il Magistero in Scienze Religiose e collabora con il Dipartimento FiSPPA dell’Università di Padova. Tra le numerose pubblicazioni, tutte dedicate a Leopardi e alla sua famiglia, si ricordano: Leopardi, Giobbe, Qohélet. La Ricerca (2014); Kant e Leopardi. Saggi (2011); Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi (2012, 20173); Paolina Leopardi e le cose di casa. La Causa civile, lettere e documenti inediti (2019); Nel tempo… L’Infinito. Piccola antologia antica e non solo… (2020). Con le sue opere ha vinto i premi “La Ginestra” (2007) e “Il Convivio” (2020).









