I Greci presero Troia; Ramses II sconfisse gli Ittiti; Didone fondò Cartagine; Romolo fece rapire le Sabine; Temistocle vinse a Salamina; Annibale tenne in scacco l’esercito romano.
Qual è il filo rosso che cuce questi ed altri episodi della storia antica, greca, romana e non solo?
Il titolo spiega tutto: le storie che racconto nel libro ruotano intorno all’uso di stratagemmi. Quali? Quelli ideati da personaggi noti e meno noti del mondo greco, romano e orientale, o meglio del Medio Oriente. La parola “stratagemma” è di uso comune in italiano, identifica un’azione subdola o un sotterfugio che ha la funzione di depistare, confondere, ingannare. Dobbiamo, tuttavia, chiarire un concetto: la parola greca strategema, poi passata al latino e quindi alle lingue moderne, in origine aveva il valore di indicare l’espediente o la trovata di uno strategos, un generale. Era pertanto impiegata in ambito squisitamente, anche se non esclusivamente, militare. Ma gli stratagemmi presenti nel mio libro non si limitano a contesti militari, sono invece le modalità per superare difficoltà o sconfiggere avversari o tirarsi fuori da situazioni di impaccio o semplicemente sopravvivere. Per raggiungere questi scopi occorre un tipo particolare di intelligenza: non quella razionale o logica, bensì un’intelligenza di tipo pratico, proprio quella intorno a cui si sdipana il filo rosso del libro. I Greci la chiamavano metis, considerando Odisseo (l’Ulisse dei Romani) come il suo massimo rappresentante, e la trovata del cavallo di Troia come la sua applicazione più celebre e meglio riuscita. Quasi cinquant’anni fa, un libro illuminante di Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant (Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, tradotto in italiano da Andrea Giardina per l’Editore Laterza) ha aperto la strada per riconsiderare questo tipo di intelligenza, che il pensiero antico tendeva a considerare come una qualità poco rispettabile, se non addirittura negativa. I due studiosi, che comunque si erano limitati al mondo greco e alle sue prime fasi storiche, non sono stati seguiti dagli storici del mondo antico. La ragione sta nella difficoltà di mettere in evidenza la metis, una qualità che le fonti antiche tendono a trattare con reticenza, se non addirittura a oscurare o attribuire esclusivamente a personaggi negativi. Scegliendo una serie di stratagemmi vincenti, ideati da donne e uomini del mondo antico, ho cercato di evidenziare l’importanza di questa dote.
Dunque i popoli antichi non si fecero mai scrupoli ad utilizzare mezzi subdoli e ingannevoli. Quale ruolo gioca l’intelligenza nell’avere la meglio sul nemico?
Lascio ad altri il compito di soffermarsi sul valore dell’intelligenza e sulla storia dell’intelligenza in generale, magari tenendo anche conto degli ultimi sviluppi della IA. In modo più modesto, per parte mia ho voluto mettere in luce quei meccanismi di ragionamento, evidenti a tutti, che si innescano in tutte le situazioni di difficoltà o di inferiorità. Ebbene, e di certo non sono io a scoprirlo, se si guarda con questa lente la storia si può facilmente ammettere che l’intelligenza è l’arma più potente a disposizione dell’uomo, non solo in guerra, ma in tutte le situazioni potenzialmente competitive. L’intelligenza permette di elaborare piani, essere flessibili, trovare i punti deboli dell’eventuale avversario, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Direi che questo tipo di intelligenza è necessaria, addirittura indispensabile in ogni situazione, anche se spesso non ci accorgiamo di applicarla. Soprattutto l’intelligenza pratica, la metis, ha diverse forme e modalità di espressione, ed è in questa diversità e poliedricità che sta tutta la sua forza vincente. Prendiamo l’esempio di Temistocle: un personaggio ambiguo da molti punti di vista, che fu al tempo stesso traditore dei Greci e salvatore della Grecia. Come è possibile? Proprio grazie alla poliedricità della sua mente, che si traduceva in mille altre doti: l’abilità retorica, la lungimiranza, la doppiezza, la falsità. Ma non sveliamo troppo queste vicende, lasciamo ai lettori il gusto di scoprirle.
L’acume, scorrendo gli stratagemmi, possiede molteplici declinazioni.
Quale la miglior flessione per imporsi o, almeno, restare a galla?
Più che acume (che ha un senso più specifico e individua un livello più raffinato di comprensione) parlerei di intelligenza tout court. Non esiste, purtroppo o per fortuna, una ricetta che sia utile per sempre e per tutti. Se fosse esistita l’avremmo già scoperta e diffusamente utilizzata; anzi, l’avrebbero già utilizzata i Greci e i Romani. Non esiste una intelligenza, ne esistono cento, mille, milioni, tante quante sono le menti pensanti e le occasioni in cui si trovano a pensare, che sappiamo essere potenzialmente infinite. La migliore intelligenza? Io credo sia proprio l’intelligenza del polpo, di cui parlo nell’introduzione al mio libro. Questa creatura straordinaria dei mari nel corso della sua evoluzione ha sviluppato un livello di sensibilità e una forma di intelligenza del tutto particolari. Il polpo si confonde con la roccia cui si aggrappa e assume il colore di ciò che lo circonda, si modella perfettamente al corpo che avvolge, è imprendibile, secerne inchiostro per confondere i suoi avversari e praticamente sopravvive grazie a un sistema naturale di astuzie, che gli permettono di nascondersi, camuffarsi, sfuggire ai predatori, ma anche muoversi e attaccare. L’intelligenza del polpo è multiforme, così come multiforme è l’intelligenza del personaggio mitico considerato la quintessenza dell’intelligenza, o meglio dell’astuzia, il polytropos (aggettivo denso di significato, sarebbe a dire «dai molti giri, dalle molte volute, dai molti meandri») Odisseo. L’intelligenza del polpo, e quella di Odisseo, è un’intelligenza sia innata sia affinata dalla pratica e dall’esperienza; soprattutto è un’intelligenza che ho voluto definire «democratica», perché tutti possono possederla, senza distinzione di età, condizione sociale, sesso, appartenenza. A me piace pensarla così, è un’idea a cui ero affezionata già prima di concepire il libro; la sua stesura me ne ha dato conferma.
Imbrogli, trucchi e raggiri . “20 stratagemmi”: qual è stato il criterio selettivo?
L’intelligenza, no? E invece no, perché nei duemila e più anni di storia che gli episodi presentati nel libro coprono, di stratagemmi ce ne sono stati tanti e per tante ragioni. Alcuni sono molto noti, altri meno. Se avessi voluto raccontarli tutti non sarebbe bastato un libro, soprattutto se avessi voluto menzionare tutti gli stratagemmi compiuti in guerra. Per la verità i criteri sono stati diversi e diversamente intervenuti nel corso della scrittura, fino a che si sono combinati e amalgamati quasi da soli. «20 stratagemmi» sono in realtà 20 episodi (in realtà sono 21, con un bonus che a mio avviso non poteva mancare) di storia greca, romana e del Vicino Oriente che hanno per protagonista l’astuzia, la furbizia, il colpo di genio, l’abilità di parola, virtù che trovano espressione in personaggi noti ma anche meno noti della storia antica, come dicevamo. Tutti noi conosciamo Ulisse, tutti siamo rimasti ammaliati almeno una volta dal fascino di Cleopatra, e tutti sappiamo che Atene diventò il faro della Grecia grazie all’abilità di un politico consumato come Pericle. Ebbene, accanto a loro ci sono lo spartano Demarato, i persiani Arpago e Kavad, il barbaro Odoacre, nomi conosciuti soltanto dagli specialisti, ma che hanno trovato il loro giusto spazio in questo racconto. Quale? Lo scopriranno i lettori. Da buon filologo classico, ho poi privilegiato le storie meglio documentate dalle fonti letterarie in nostro possesso, quelle su cui gli autori antichi avevano qualcosa di interessante da raccontare e svelare. E infine ho cercato di guidare il lettore in un percorso cronologico, che sistemasse tutti i singoli episodi in un contesto storico generale, e fornisse punti di orientamento intorno ai puntelli cardine delle nostre conoscenze o anche reminiscenze scolastiche: la guerra di Troia, le guerre dei Greci contro i Persiani, la guerra del Peloponneso, Alessandro Magno, le origini di Roma, l’età delle guerre civili, l’Impero, e così di seguito fino alla caduta dell’Impero romano.
Ulisse, Pericle, Alessandro Magno, Annibale, Cleopatra…qual è il loro lascito per superare difficoltà in qualsivoglia contingenza?
Personaggi storici e mitici del mondo antico non ci forniscono ricette di comportamento o esempi da seguire. Rassegniamoci e facciamocene una ragione: il mondo antico non ha valore esemplare per la realtà contemporanea, è straordinariamente lontano e differente; e non era affatto migliore. Se poi vogliamo ritenere queste e altre vicende della storia antica osservatori privilegiati per indagare l’umanità nei suoi comportamenti e nelle sue attitudini, attraverso il loro evolversi storico, facciamo altro, facciamo antropologia. Studiando le storie che ho raccontato, esaminando le fonti, mettendole a confronto, ho invece imparato che quei fatti hanno poco da insegnarci ma molto da farci riflettere. In sé non dicono nulla o quasi: vi fareste voi arrotolare in un tappeto per incontrare un uomo, fosse anche l’uomo politico più importante per la vita vostra e del vostro paese? E se foste un uomo politico, affrontereste da solo una folla vociante e visibilmente contrariata provocandola apertamente? Credo invece che gli episodi che racconto e i personaggi che ne sono stati protagonisti siano delle chiavi per entrare in punta di piedi e in modo leggero nell’universo della storia antica da una particolare angolatura.
Quindi non possiamo utilizzare Ulisse, Annibale, Cleopatra, Pericle come modelli ma possiamo utilizzarli per conoscere la storia antica?
Proprio così. Si tratta, in definitiva, di un esercizio di metodo che potrei definire ingenuamente induttivo. Faccio un esempio, che forse chiarisce meglio il mio pensiero. Prendiamo Cleopatra: perché ci teneva tanto a incontrare Cesare? E perché per farlo utilizzò lo stratagemma del tappeto? Non possiamo rispondere a questa domanda – che non è poi un dubbio epistemologico ma una semplice curiosità – se non sappiamo cosa rappresentasse Cesare per l’Egitto in quel preciso momento, e se non sappiamo cosa volesse effettivamente Cleopatra da lui. Davvero dobbiamo credere che Cleopatra ne fosse perdutamente innamorata? Di uno che non aveva mai visto in vita sua e che aveva trent’anni più di lei? Se invece sottoponiamo l’aneddoto del tappeto al vaglio critico della ragione e andiamo un po’ più a fondo, possiamo capire la posizione dell’Egitto nello scacchiere ‘internazionale’ del tempo, i disegni di Cesare, insomma alcuni aspetti di questo periodo della storia di Roma. Alla fine dei 20 stratagemmi – che sono in realtà 21, come ho già detto e come qualche lettore attento mi ha fatto notare chiedendomi conto – ci accorgeremo che la forma mentale è sempre la stessa, così come anche l’astuzia o la furbizia, ma che gli antichi erano tanto e profondamente diversi da noi. E forse anche per questo potremo osservarli di più, e studiarli meglio.
Immacolata Eramo, ricercatrice di Filologia classica, insegna presso l’Università di Bari. I suoi principali temi di ricerca sono la letteratura tecnica antica e bizantina, e la sua ricezione in età moderna, e la storiografia antica. In particolare, dopo aver curato le edizioni critiche della Rhetorica militaris di Siriano (Discorsi di guerra, Bari 2010) e dell’anonimo De militari scientia (Appunti di tattica, Besançon 2018), più di recente si è occupata di Frontino, con un saggio («Exempla per vincere e dove trovarli. Introduzione agli Strategemata di Frontino», Bari 2020) seguito dalla traduzione commentata degli Stratagemmi per la collana Rusconi Classici greci e latini (Sant’Arcangelo di Romagna 2022).
Oltre a far parte di comitati scientifici e di redazione di alcune riviste internazionali di antichistica, svolge attività di consulenza e divulgazione per i temi attinenti alle sue linee di ricerca. È tra i componenti del Comitato scientifico della collana diretta da Alberto Angela «Genio. La grande storia delle scoperte che hanno cambiato la nostra vita» (Gedi, Rai).











