Il mondo antico in 20 stratagemmi

I Greci presero Troia; Ramses II sconfisse gli Ittiti; Didone fondò Cartagine; Romolo fece rapire le Sabine; Temistocle vinse a Salamina; Annibale tenne in scacco l’esercito romano.
Qual è il filo rosso che cuce questi ed altri episodi della storia antica, greca, romana e non solo?

Il titolo spiega tutto: le storie che racconto nel libro ruotano intorno all’uso di stratagemmi. Quali? Quelli ideati da personaggi noti e meno noti del mondo greco, romano e orientale, o meglio del Medio Oriente. La parola “stratagemma” è di uso comune in italiano, identifica un’azione subdola o un sotterfugio che ha la funzione di depistare, confondere, ingannare. Dobbiamo, tuttavia, chiarire un concetto: la parola greca strategema, poi passata al latino e quindi alle lingue moderne, in origine aveva il valore di indicare l’espediente o la trovata di uno strategos, un generale. Era pertanto impiegata in ambito squisitamente, anche se non esclusivamente, militare. Ma gli stratagemmi presenti nel mio libro non si limitano a contesti militari, sono invece le modalità per superare difficoltà o sconfiggere avversari o tirarsi fuori da situazioni di impaccio o semplicemente sopravvivere. Per raggiungere questi scopi occorre un tipo particolare di intelligenza: non quella razionale o logica, bensì un’intelligenza di tipo pratico, proprio quella intorno a cui si sdipana il filo rosso del libro. I Greci la chiamavano metis, considerando Odisseo (l’Ulisse dei Romani) come il suo massimo rappresentante, e la trovata del cavallo di Troia come la sua applicazione più celebre e meglio riuscita. Quasi cinquant’anni fa, un libro illuminante di Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant (Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, tradotto in italiano da Andrea Giardina per l’Editore Laterza) ha aperto la strada per riconsiderare questo tipo di intelligenza, che il pensiero antico tendeva a considerare come una qualità poco rispettabile, se non addirittura negativa. I due studiosi, che comunque si erano limitati al mondo greco e alle sue prime fasi storiche, non sono stati seguiti dagli storici del mondo antico. La ragione sta nella difficoltà di mettere in evidenza la metis, una qualità che le fonti antiche tendono a trattare con reticenza, se non addirittura a oscurare o attribuire esclusivamente a personaggi negativi. Scegliendo una serie di stratagemmi vincenti, ideati da donne e uomini del mondo antico, ho cercato di evidenziare l’importanza di questa dote.

Dunque i popoli antichi non si fecero mai scrupoli ad utilizzare mezzi subdoli e ingannevoli. Quale ruolo gioca l’intelligenza nell’avere la meglio sul nemico?

Lascio ad altri il compito di soffermarsi sul valore dell’intelligenza e sulla storia dell’intelligenza in generale, magari tenendo anche conto degli ultimi sviluppi della IA. In modo più modesto, per parte mia ho voluto mettere in luce quei meccanismi di ragionamento, evidenti a tutti, che si innescano in tutte le situazioni di difficoltà o di inferiorità. Ebbene, e di certo non sono io a scoprirlo, se si guarda con questa lente la storia si può facilmente ammettere che l’intelligenza è l’arma più potente a disposizione dell’uomo, non solo in guerra, ma in tutte le situazioni potenzialmente competitive. L’intelligenza permette di elaborare piani, essere flessibili, trovare i punti deboli dell’eventuale avversario, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Direi che questo tipo di intelligenza è necessaria, addirittura indispensabile in ogni situazione, anche se spesso non ci accorgiamo di applicarla. Soprattutto l’intelligenza pratica, la metis, ha diverse forme e modalità di espressione, ed è in questa diversità e poliedricità che sta tutta la sua forza vincente. Prendiamo l’esempio di Temistocle: un personaggio ambiguo da molti punti di vista, che fu al tempo stesso traditore dei Greci e salvatore della Grecia. Come è possibile? Proprio grazie alla poliedricità della sua mente, che si traduceva in mille altre doti: l’abilità retorica, la lungimiranza, la doppiezza, la falsità. Ma non sveliamo troppo queste vicende, lasciamo ai lettori il gusto di scoprirle.

L’acume, scorrendo gli stratagemmi, possiede molteplici declinazioni.
Quale la miglior flessione per imporsi o, almeno, restare a galla?

Più che acume (che ha un senso più specifico e individua un livello più raffinato di comprensione) parlerei di intelligenza tout court. Non esiste, purtroppo o per fortuna, una ricetta che sia utile per sempre e per tutti. Se fosse esistita l’avremmo già scoperta e diffusamente utilizzata; anzi, l’avrebbero già utilizzata i Greci e i Romani. Non esiste una intelligenza, ne esistono cento, mille, milioni, tante quante sono le menti pensanti e le occasioni in cui si trovano a pensare, che sappiamo essere potenzialmente infinite. La migliore intelligenza? Io credo sia proprio l’intelligenza del polpo, di cui parlo nell’introduzione al mio libro. Questa creatura straordinaria dei mari nel corso della sua evoluzione ha sviluppato un livello di sensibilità e una forma di intelligenza del tutto particolari. Il polpo si confonde con la roccia cui si aggrappa e assume il colore di ciò che lo circonda, si modella perfettamente al corpo che avvolge, è imprendibile, secerne inchiostro per confondere i suoi avversari e praticamente sopravvive grazie a un sistema naturale di astuzie, che gli permettono di nascondersi, camuffarsi, sfuggire ai predatori, ma anche muoversi e attaccare. L’intelligenza del polpo è multiforme, così come multiforme è l’intelligenza del personaggio mitico considerato la quintessenza dell’intelligenza, o meglio dell’astuzia, il polytropos (aggettivo denso di significato, sarebbe a dire «dai molti giri, dalle molte volute, dai molti meandri») Odisseo. L’intelligenza del polpo, e quella di Odisseo, è un’intelligenza sia innata sia affinata dalla pratica e dall’esperienza; soprattutto è un’intelligenza che ho voluto definire «democratica», perché tutti possono possederla, senza distinzione di età, condizione sociale, sesso, appartenenza. A me piace pensarla così, è un’idea a cui ero affezionata già prima di concepire il libro; la sua stesura me ne ha dato conferma.

Imbrogli, trucchi e raggiri . “20 stratagemmi”: qual è stato il criterio selettivo?

L’intelligenza, no? E invece no, perché nei duemila e più anni di storia che gli episodi presentati nel libro coprono, di stratagemmi ce ne sono stati tanti e per tante ragioni. Alcuni sono molto noti, altri meno. Se avessi voluto raccontarli tutti non sarebbe bastato un libro, soprattutto se avessi voluto menzionare tutti gli stratagemmi compiuti in guerra. Per la verità i criteri sono stati diversi e diversamente intervenuti nel corso della scrittura, fino a che si sono combinati e amalgamati quasi da soli. «20 stratagemmi» sono in realtà 20 episodi (in realtà sono 21, con un bonus che a mio avviso non poteva mancare) di storia greca, romana e del Vicino Oriente che hanno per protagonista l’astuzia, la furbizia, il colpo di genio, l’abilità di parola, virtù che trovano espressione in personaggi noti ma anche meno noti della storia antica, come dicevamo. Tutti noi conosciamo Ulisse, tutti siamo rimasti ammaliati almeno una volta dal fascino di Cleopatra, e tutti sappiamo che Atene diventò il faro della Grecia grazie all’abilità di un politico consumato come Pericle. Ebbene, accanto a loro ci sono lo spartano Demarato, i persiani Arpago e Kavad, il barbaro Odoacre, nomi conosciuti soltanto dagli specialisti, ma che hanno trovato il loro giusto spazio in questo racconto. Quale? Lo scopriranno i lettori. Da buon filologo classico, ho poi privilegiato le storie meglio documentate dalle fonti letterarie in nostro possesso, quelle su cui gli autori antichi avevano qualcosa di interessante da raccontare e svelare. E infine ho cercato di guidare il lettore in un percorso cronologico, che sistemasse tutti i singoli episodi in un contesto storico generale, e fornisse punti di orientamento intorno ai puntelli cardine delle nostre conoscenze o anche reminiscenze scolastiche: la guerra di Troia, le guerre dei Greci contro i Persiani, la guerra del Peloponneso, Alessandro Magno, le origini di Roma, l’età delle guerre civili, l’Impero, e così di seguito fino alla caduta dell’Impero romano.

Ulisse, Pericle, Alessandro Magno, Annibale, Cleopatra…qual è il loro lascito per superare difficoltà in qualsivoglia contingenza?


Personaggi storici e mitici del mondo antico non ci forniscono ricette di comportamento o esempi da seguire. Rassegniamoci e facciamocene una ragione: il mondo antico non ha valore esemplare per la realtà contemporanea, è straordinariamente lontano e differente; e non era affatto migliore. Se poi vogliamo ritenere queste e altre vicende della storia antica osservatori privilegiati per indagare l’umanità nei suoi comportamenti e nelle sue attitudini, attraverso il loro evolversi storico, facciamo altro, facciamo antropologia. Studiando le storie che ho raccontato, esaminando le fonti, mettendole a confronto, ho invece imparato che quei fatti hanno poco da insegnarci ma molto da farci riflettere. In sé non dicono nulla o quasi: vi fareste voi arrotolare in un tappeto per incontrare un uomo, fosse anche l’uomo politico più importante per la vita vostra e del vostro paese? E se foste un uomo politico, affrontereste da solo una folla vociante e visibilmente contrariata provocandola apertamente? Credo invece che gli episodi che racconto e i personaggi che ne sono stati protagonisti siano delle chiavi per entrare in punta di piedi e in modo leggero nell’universo della storia antica da una particolare angolatura.

Quindi non possiamo utilizzare Ulisse, Annibale, Cleopatra, Pericle come modelli ma possiamo utilizzarli per conoscere la storia antica?

Proprio così. Si tratta, in definitiva, di un esercizio di metodo che potrei definire ingenuamente induttivo. Faccio un esempio, che forse chiarisce meglio il mio pensiero. Prendiamo Cleopatra: perché ci teneva tanto a incontrare Cesare? E perché per farlo utilizzò lo stratagemma del tappeto? Non possiamo rispondere a questa domanda – che non è poi un dubbio epistemologico ma una semplice curiosità – se non sappiamo cosa rappresentasse Cesare per l’Egitto in quel preciso momento, e se non sappiamo cosa volesse effettivamente Cleopatra da lui. Davvero dobbiamo credere che Cleopatra ne fosse perdutamente innamorata? Di uno che non aveva mai visto in vita sua e che aveva trent’anni più di lei? Se invece sottoponiamo l’aneddoto del tappeto al vaglio critico della ragione e andiamo un po’ più a fondo, possiamo capire la posizione dell’Egitto nello scacchiere ‘internazionale’ del tempo, i disegni di Cesare, insomma alcuni aspetti di questo periodo della storia di Roma. Alla fine dei 20 stratagemmi – che sono in realtà 21, come ho già detto e come qualche lettore attento mi ha fatto notare chiedendomi conto – ci accorgeremo che la forma mentale è sempre la stessa, così come anche l’astuzia o la furbizia, ma che gli antichi erano tanto e profondamente diversi da noi. E forse anche per questo potremo osservarli di più, e studiarli meglio.

Immacolata Eramo, ricercatrice di Filologia classica, insegna presso l’Università di Bari. I suoi principali temi di ricerca sono la letteratura tecnica antica e bizantina, e la sua ricezione in età moderna, e la storiografia antica. In particolare, dopo aver curato le edizioni critiche della Rhetorica militaris di Siriano (Discorsi di guerra, Bari 2010) e dell’anonimo De militari scientia (Appunti di tattica, Besançon 2018), più di recente si è occupata di Frontino, con un saggio («Exempla per vincere e dove trovarli. Introduzione agli Strategemata di Frontino», Bari 2020) seguito dalla traduzione commentata degli Stratagemmi per la collana Rusconi Classici greci e latini (Sant’Arcangelo di Romagna 2022).
Oltre a far parte di comitati scientifici e di redazione di alcune riviste internazionali di antichistica, svolge attività di consulenza e divulgazione per i temi attinenti alle sue linee di ricerca. È tra i componenti del Comitato scientifico della collana diretta da Alberto Angela «Genio. La grande storia delle scoperte che hanno cambiato la nostra vita» (Gedi, Rai).

La peste (e altre cose che in un romanzo sarebbero tacciate d’inverisimili)

Le sue pagine, Professore, offrono considerevole spazio alla peste milanese del 1630. Perché sono pressoché assenti i riferimenti alla Storia della colonna infame?
Si tratta di un’assenza voluta: quel libro tratta soprattutto del processo, che non è il tema del mio. Però alla Colonna Infame ho dato spazio nel titolo, anzi nel sottotitolo…

La peste apre l’Iliade, la prima opera della letteratura occidentale, e da lì in avanti è un tema onnipresente.
Dove risiede il fascino letterario delle epidemie?

Credo che non ci sia una ragione sola. In primo luogo, le epidemie stravolgono sempre la realtà, il mondo al quale siamo abituati; spaventano, terrorizzano, suscitano fortissime emozioni. La ricetta, insomma, per la costruzione di una narrazione potente e suggestiva. Inoltre, c’è la faccenda della loro imprevedibilità e della mancanza di spiegazione per le cause (questo è più vero in passato che adesso). Ciò scatenava la fantasia, soprattutto in epoche nelle quali le divinità fungevano un po’ da spiegazioni passepartout per tutte le cose che non eravamo ancora in grado di capire. L’ira degli dèi era la spiegazione più immediata, e da questa si partiva alla ricerca delle ragioni che l’avevano suscitata, individuando eventi o persone che venivano indicati come responsabili. Altre narrazioni, insomma, narrazioni nella narrazione che nella pressoché completa mancanza di conoscenze certe si possono sviluppare in ogni direzione e senza i limiti che il principio di realtà impone alle storie. Reale e immaginifico si mescolano l’uno con l’altro e ciò è per forza di cose affascinante.

Isolazionismo forzato, blocco della mobilità, volti nascosti da mascherine, delazioni manzoniane.
Perché taluni hanno reputato d’essere catapultati in un mondo distopico a colpi di approssimativi, ansiogeni ed apocalittici DPCM?

Anche qui ci sono tante ragioni, ma vorrei prima di tutto precisare che non si tratta di un fenomeno nuovo. Quello che abbiamo visto con il Covid lo abbiamo visto in tutte le epidemie del passato. Da una parte, c’è la sfiducia nelle istituzioni, che viene generata dalla constatazione che non sembra che riescano a far nulla per metterci al sicuro e che dunque, si conclude, hanno sempre millantato di poter svolgere una funzione che non sono in realtà in grado di svolgere. D’altra parte, l’eccezionalità dell’evento fa sì che molti lo osservino con incredulità: non esiste nessuna epidemia (i negatori delle peste sono registrati già da Tucidide, e tutti ricordiamo il signor Lucio manzoniano), si tratta solo di una finzione messa in giro dai governi per poter imporre nuove e più severe regole per soggiogare i cittadini (l’isolamento e i divieti di svolgere moltissime attività sono le strade che i governi hanno sempre adottato, a partire dalla peste di Atene, perché erano le sole che avevano mostrato di poter dare qualche buon risultato nel contenimento del morbo). C’è poi il fascino che esercitano le teorie del complotto, le teorie della cospirazione, oltre alla soddisfazione che si prova a stare dalla parte degli scettici, quelli che non si fanno abbindolare dalle favole, che non credono nei medici “di regime”, quelli con la mente libera, “professori di ignoranza e dilettanti di enciclopedia” che, come il signor Lucio di Manzoni, svettano quali abeti di pensiero autonomo sulla foresta di supini cespugli che ricordano un gregge di obbedienti e imbecilli pecore (che poi saremmo noi).

Di fronte allo stato d’eccezione, sia le posizioni dirittumaniste astratte che il sovranismo particolarista e populista, che dell’odierna egemonia neoliberale costituisce non l’alternativa bensì una scissione conservatrice, condividono invero lo stesso atteggiamento suprematista.
Quali sono le ragioni sottese alla rinuncia a guardare l’alterità?

La società è una costruzione artificiale, così come lo è l’uguaglianza. Quest’ultima nasce con l’artificio di Rousseau dell’invenzione del cittadino, un artificio a partire dal quale è possibile costruire la moralità politica che è alla base delle nostre democrazie. Dal punto di vista fisico, biologico, è evidente: siamo tutti diversi. Ci sono persone più forti, più belle, più intelligenti, più coraggiose di altre. Tuttavia, e qui sta la svolta geniale, questo è vero in natura ma non è rilevante in politica. Se entriamo nel mondo con tutte le nostre differenze e con tutte le nostre particolarità, entriamo nella società politica come individui costruiti normativamente come uguali, come cittadini. Sono i cittadini, non gli uomini, ad avere diritti e doveri, diritti e doveri verso gli altri cittadini. La svolta è geniale ed è epocale: quell’uguaglianza che in natura non esiste, viene costruita in politica, e così nasce una base per la costruzione dei diritti, del diritto moderno, democratico, protettivo, accogliente. Norberto Bobbio è lapidario: i diritti sono una lotta contro la natura, e aggiungo che si tratta di una lotta che non dobbiamo mai abbandonare perché perderla significherebbe la caduta di tutto.
Tuttavia, siamo forse tutti quanti portatori, chi più e chi meno sano, di quella che chiamo la Sindrome del Marchese del Grillo, quella malattia congenita che ci porta a ritenere di poter legittimamente fare cose che invece agli altri devono essere proibite. I più vecchi, come me, ricorderanno di essersi indignati quando un famoso tenore (Luciano Pavarotti) e un campione sportivo (Valentino Rossi), condannati per evasioni fiscali milionarie, furono ricevuti dal Ministro delle finanze in persona e, in un tripudio di sorrisi, strette di mano, fotografi e telecamere, concordarono direttamente un “patteggiamento” per restituire parte di quanto da loro sottratto illecitamente all’erario. Eppure, con eccezioni che in quanto tali non fanno statistica, nell’indignarci non ci ricordavamo di quel conto dell’idraulico o di quella visita specialistica che abbiamo pagato in contanti perché “Se le serve la fattura, ovviamente la cifra è più alta”. Ogni automobile parcheggiata sulle strisce pedonali è una manifestazione dello stesso atteggiamento, della stessa Sindrome: io adesso non sono un pedone e di quei pedoni (che non sono io) me ne fotto. Casomai, mi preoccupo di guardare che in giro non ci sia un vigile urbano.
Sembra che con la peste o con il covid non c’entri niente, ma non è così. Quei pacchetti di sigarette che tanti, non fumatori, portavano con sé nei giorni del lockdown per poterli esibire a un eventuale controllo come lasciapassare (era permesso uscire per comprare le sigarette e le sigarette vengono vendute senza obbligo di rilasciare lo scontrino) e tutti gli atri escamotage per uscire di casa cercando un varco nelle pieghe delle norme. So di casi in cui cavalli – sì, avete letto bene: cavalli – ospitati a pagamento in costose e attrezzatissime strutture, venivano visitati quotidianamente da ricche e spensierate proprietarie che per farlo attraversavano in automobile tre o quattro comuni, per poi salirci in groppa e vagare bucolicamente. Era permesso accudire gli animali domestici, la norma non era precisissima e quindi oltre ai cani e ai gatti c’era spazio anche per i cavalli; dunque “si può fare”, cioè si può andare in giro in auto in strade nelle quali la circolazione era severamente regolamentata, incuranti del fatto che così si aggrava la condizione del personale che le pattuglia per far rispettare un divieto di spostamento che non serve ribadire quanto fosse fondato su solide evidenze sanitarie.

Il punto, secondo me, è che siamo cittadini formalmente ma lo diventiamo anche sostanzialmente solo quando ci serve. C’è un famoso e famigerato discorso della Thatcher: non esiste la società, esistono persone che hanno un portafoglio e non c’è nessuna ragione per la quale si debba chiedere a qualcuno di tirare fuori dei soldi dal proprio portafoglio per pagare tasse che servono a dare una casa ad altri con i quali non esiste nessun rapporto. Questo pensiero è aberrante, è la negazione delle basi per l’esistenza di ogni moderna società politica. Ed esprime la stessa logica di chi, per esempio, rifiutava di indossare la mascherina sulla base del fatto che “Sono io che mi ammalo, casomai”, incurante del fatto che così aumentava le probabilità che altri – con i quali non aveva nessun rapporto, nessun dovere – si ammalassero e magari morissero.

Dichiarazioni quotidiane ossessive, psicotiche, paranoiche, semplicistiche perché limitantisi a snocciolare dati statistici privi di spiegazioni logiche ma nessuna analisi. Qual è la ragione per la quale, a tutt’oggi, manca una disamina storica, sociale, critica e genealogica della cosiddetta “pandemia da coronavirus”?

In realtà una spiegazione c’è: si tratta di uno spillover, del passaggio di un virus da una specie a un’altra, e non si tratta di un evento eccezionale. Le tante “aviarie” o “suine” sono nate così, e lo stesso vale per tante altre epidemie che non abbiamo notato o perché sono state tempestivamente circoscritte o perché non sono così tanto pericolose da causare allarme. Esiste una letteratura sterminata su queste malattie che veterinari, medici, biologi studiano da decenni. La diffusione rapidissima dipende dalla rapidità e dalla mole degli spostamenti di persone e di merci che avvengono nel mondo; oltre al fatto che nel caso del Covid non si ha un’immediata manifestazione del contagio: soggetti contagiati e contagiosi rimangono spesso apparentemente sani per settimane e per settimane vanno in giro tranquilli, ignari di essere portatori del contagio. Direi che è la ricetta perfetta per una pandemia.
Quanto all’analisi, anche quella c’è stata. Dopo poche settimane dalla presa d’atto che stavamo entrando in una pandemia il virus era stato “mappato” e la lettura delle sue varianti aveva permesso di individuare il percorso del contagio, oltre che di chiarire ulteriormente le fasi del “salto di specie”. Senza questa fase, non avremmo certo avuto a disposizione i vaccini (ottimi vaccini, ci tengo a precisarlo, casomai ci fossero dei dubbi) in tempi così rapidi.
La comunicazione politica non è stata così attenta, questo va detto. E al di là dei difetti della comunicazione, politicamente sono stati commessi errori un po’ da tutti e quasi tutti hanno preso almeno qualche decisione scellerata. Senza arrivare ai livelli demenziali di chi, come il passato presidente del Brasile, dichiarava sostanzialmente che il Covid era una faccenda che riguardava i deboli e che quindi un popolo virile e orgoglioso non avesse nulla da temere, di stupidaggini ne abbiamo sentito tante. E di scelte politiche scellerate ne abbiamo visto tante, a cominciare da quella di far proseguire quasi come se niente fosse tante attività produttive che francamente non erano essenziali in un periodo di pressoché totale pausa forzata dell’economia.
Credo però che parlare della sola classe politica sia riduttivo e che sia più opportuno parlare di classe dirigente, cioè di politici, associazioni industriali e dirigenti amministrativi.
Penso alle tante fabbriche che di fatto non hanno chiuso per nemmeno un giorno, oppure alla corsa che certi rettori (tra i quali quello che purtroppo era il mio) hanno fatto per riaprire le attività “in presenza” quando tutto suggeriva di proseguire con la prudente attività online. Il primo di settembre del 2020, per dire, nonostante le mie proteste ho tenuto una sessione di esami in università, con un centinaio di studenti spaventati in un ateneo quasi completamente deserto e in un silenzio surreale. Due giorni dopo, veniva decretata per legge una nuova chiusura in tutta Italia. Sono soltanto alcuni esempi, credo che chiunque ne possa aggiungere altri.

Le società capitalistiche sono state rese sempre più deboli e disuguali da decenni di guerra ai salari ed ai diritti delle classi subalterne, dalla demolizione del welfare e dall’imporsi di forme di coscienza ultracompetitive.
Ebbene, in qual misura la pandemia di Covid-19 ne ha fatto emergere le intrinseche contraddizioni?

In tutta onestà non vedo contraddizioni, ma vedo piuttosto il risultato di un sistema capitalistico che è stato progressivamente liberato dai freni. Personalmente, non sono affatto “anti-capitalista”, ma nel senso che non sono contrario al sistema capitalistico con correttivi giuridici nel quale sono cresciuto, che è molto diverso dal sistema capitalistico che osserviamo adesso e che assomiglia sempre di più al modello del padrone della ferriera che lavoratori e sindacati hanno combattuto nel mondo dalla metà dell’Ottocento fino alla costruzione di forme di stato sociale.
Bene (anzi, male): quel modello nel quale la mia generazione è cresciuta adesso non c’è più. Il contratto collettivo di lavoro, la più importante conquista del sindacato, è stato svillaneggiato anni fa dal cosiddetto “referendum” che Marchionne ha imposto ai suoi dipendenti, con il quale sostanzialmente chiedeva loro di scegliere tra accettare di lavorare a condizioni peggiori di quelle fissate dal contratto collettivo o andarsene a casa. Non giriamoci intorno, perché era così. Il tutto con i giornali che andavano in brodo di giuggiole e con gli editorialisti che facevano a gara a chi fosse quello al quale il suono della parola “Marchionne” provocasse l’erezione più poderosa. Dopo la sua prematura morte, abbiamo avuto anche la santificazione. Bene, se questo è stato possibile è perché è dalla fine degli anni Novanta che il contratto collettivo è stato progressivamente demolito dall’emergere di forme di lavoro dipendente prima inedite e, mi permetta, anche impensabili. I lavoratori formalmente “affittati” alle aziende dalle agenzie di lavoro interinale, che si distinguono dai “caporali” solo per un escamotage giuridico ma che, di fatto, realizzano quell’intermediazione nel rapporto di lavoro che è proibita dalla nostra Costituzione. Il posto fisso che viene presentato come una chimera da misoneisti o da fannulloni; e non dalla Confindustria, ma dal segretario del Partito Democratico in camicia bianca accolto con una standing ovation. Il volere “dei mercati” – legittimo volere, sia chiaro – che viene presentato come se fosse non l’espressione di una delle tanti parti in causa nello scenario dell’economia ma come un dato di fatto del quale si può soltanto prendere atto. È né più né meno che “l’abuso apologetico” del quale parlava Popper: mascherare le decisioni politiche da constatazioni dell’inevitabile.
Lavoratori che non hanno la ragionevole certezza di essere ancora al lavoro domani non possono fare altro che accettare qualsiasi condizione venga loro imposta dai datori di lavoro. La serrata non esiste più, ma esiste la cosiddetta “delocalizzazione”, che in pratica è la serrata di una fabbrica in Italia e la sua “riapertura” in Polonia o in un altro Paese europeo con stipendi medi più bassi.
La pandemia, quindi, non ha mostrato nessuna contraddizione del sistema, ma casomai avrebbe potuto far vedere meglio quello che è diventato il sistema. E dico “avrebbe” e non “ha” solo perché non credo che davvero tutto ciò sia risultato così evidente, dato che la classe dirigente ha cercato di mettere tutto sotto il tappeto.
A un certo punto, per tornare al Covid, c’è stato un liberi-tutti. Le regole di contenimento sono state ritirate, con comprensibile sollievo generale, e di fatto la pandemia è stata dichiarata politicamente morta. Non avevamo più l’appuntamento serale con il Presidente del Consiglio che snocciolava i numeri dei decessi, ma se l’avessimo avuto lo avremmo sentito pronunciare cifre paragonabili a quelle delle prime settimane del lockdown. Quando va bene, siamo sui cento morti a settimana, e non è raro che si arrivi a cifre ben più alte. Questi sono dati di fatto, ma sono dati di fatto che non vogliamo sentirci ricordare oppure che è inutile che ci vengano ricordati, perché tanto non possiamo farci niente. Non possiamo rifiutarci di andare a lavorare se sappiamo che nel nostro luogo di lavoro c’è un focolaio, perché ciò significherebbe con tutta probabilità soltanto che il nostro contratto non verrà rinnovato. Nessuna contraddizione, quindi (ripeto), ma solo la realtà che irrompe a farsi beffe delle nostre confortevoli illusioni.

Persio Tincani (La Spezia, 1968) è professore associato e insegna Filosofia del diritto e Teoria dell’interpretazione. Si occupa di etica normativa e dei rapporti tra diritto e letteratura. È autore di Argomenti di giustizia distributiva (Torino, 2004), «Ovunque in catene». La costruzione della libertà (Milano, 2006), Le nozze di Sodoma. La morale e il diritto del matrimonio omosessuale (Milano, 2009), Perché l’antiproibizionismo è logico (e morale) (Milano, 2013), Filosofia del diritto (Milano-Firenze, 2017), Identità e meraviglia (Milano, 2020), Raccontare la società. Politica e diritto nella letteratura e nelle altre arti (Milano, 2022), La peste (e altre cose che in un romanzo sarebbero tacciate d’inverisimili) (Milano, 2023) e del romanzo Come un solco nel mare (Milano, 2021). Ha curato la pubblicazione di numerosi volumi e delle antologie Viva la Rivoluzione! (Milano, 2006) e Diritti e culture (Torino, 2014). Ha pubblicato un centinaio di saggi su volumi collettanei e sulle principali riviste scientifiche. È membro del comitato scientifico di «Ordines», di «Diacronìa», della collana «Filosofi e filosofie del diritto» e del comitato di direzione della collana «Ombre del diritto». Dirige la collana «Storia del pensiero».

Elogio della consunzione epica

“Elogio della consunzione epica” è un immaginario epistolario fra divinità e protagonisti del pantheon greco.
Quali sono gli obiettivi che si prefigge?

Il libro si propone di attualizzare il mito alla luce della storica vicenda moderna contingente. In questo contesto, attraverso le epistole, si realizza un’umanizzazione del processo di epicità semantica dei miti, dimostrando che il mito è eterno al di là del tempo. L’opera mira a riflettere in modo diacronico i fondamenti strutturali dell’animo umano, evidenziando la perpetua rilevanza e universalità delle tematiche mitologiche, di per sé connotate di una radice archetipica. In tal modo, si instaura una connessione profonda tra il mondo mitologico e la contemporaneità, sottolineando la continua risonanza delle vicende epiche nell’evoluzione diacronica dell’uomo.

Desideri, gelosie, vendette, amori, conflittualità, gioie, rivalità, egoismi: in qual misura l’Olimpo greco possiede la caducità tipicamente umana?

L’Olimpo greco emerge come un reame divino, ma sorprendentemente, la sua trama intricata di passioni rivela una caducità umanamente tangibile. In questa rappresentazione, si attinge in modo originale alla capacità del mito di colmare lacune cognitive, dando vita a una dimensione mitologica che si intreccia con fragilità e mutevolezza umane. Le epistole, veicolo privilegiato per questa rievocazione, antropomorfizzano i personaggi mitologici, consentendo una comprensione più intima delle loro peculiarità simboliche e rafforzando il legame tra la divinità e l’umano nella riscoperta di una connessione universale.

Dottoressa, il titolo del testo si configura come criptico: dal punto di vista della neuropsichiatria, per quali motivazioni la consunzione, quantunque epica, è meritevole di elogio?

Il titolo, originale nella sua apparente cripticità, riflette l’implicito apprezzamento per l’approccio profondo alla mitologia, interpretato alla luce della drammatizzazione della modernità contingente. Come neuropsichiatra rievoco vicende di ascendenza mitologica con l’obiettivo di esplorare la percezione comune dell’astrazione simbolica.
In maniera simmetricamente opposta il mito supplisce all’indigenza cognitiva di decodificare l’anarchico dispiegarsi della molteplicità dei fatti umani. Si inaugura così una riflessione sulla capacità intrinseca dei miti di offrire significato e comprensione in situazioni complesse, contribuendo in modo tangibile al benessere cognitivo ed emotivo. In sintesi, la consunzione umanizza l’epicità mitologica; attraverso la narrazione della poliedricità dei sentimenti di eroi e dei si colora la monocromia dell’assoluto.

Spiritualità irrisolta di forze ed entità soprannaturali: eppure, l’Olimpo è eterno.
Come si combina la transitorietà con l’eternità?

Nell’ampio scenario di miti che danzano sull’Olimpo, meditiamo sulla fugacità delle passioni umane, incarnate, ad esempio, nelle intricate relazioni di dèi quali ad esempio Zeus ed Era. Le loro discordie, vissute con la vivacità delle emozioni umane, si sublimano in narrazioni immortali, tessendo il filo dell’eternità transgenerazionale. Analogamente, l’amore ardente di Eros e Psiche, con le sue sfide e vittorie, diventa un raffinato specchio del costante gioco tra temporalità ed immortalità.
Nel cuore della spiritualità dell’Olimpo, i miti si configurano come lampi intermittenti nell’arazzo del tempo, catturando l’essenza effimera delle emozioni umane. L’Olimpo, quindi, si rivela non solo il palcoscenico di divinità maestose, bensì un teatro umano dove gioie e tribolazioni mortali sono raffigurate con pennellate divine. Questi miti, incarnazioni dell’effimero, persistono nel tempo, colmando l’abisso tra la transitorietà dell’esperienza umana e l’eternità archetipica, creando un legame culturale senza tempo. In questa intricata danza tra immanente e trascendente emerge un continuum che, con raffinata eleganza, connette passato, presente e futuro, tessendo la trama immortale della nostra esistenza.

La mitologia, da sempre, offre suggestive chiavi interpretative della condizione umana.
Ebbene, le neuroscienze trovano un archetipo nell’immaginazione e nella fantasia dell’elaborazione mitologica?

Certamente, le neuroscienze riconoscono un legame profondo tra l’immaginazione mitologica e complessi processi cognitivi. L’elaborazione mitologica si configura a tal proposito come un archetipo nelle neuroscienze, con risonanza nelle regioni cerebrali coinvolte nell’immaginazione, nella memoria emotiva e nella comprensione simbolica, come evidenziato da studi di neuroimaging, per la maggior parte fondati sulla risonanza magnetica funzionale (fMRI).
L’analisi delle attività cerebrali durante l’elaborazione mitologica rivela l’attivazione di una “rete della narrazione” del cervello, coinvolgente regioni chiave come l’ippocampo per la memoria, il precuneo per l’immaginazione e la corteccia prefrontale per il ragionamento narrativo. Questa rete supporta la costruzione e la comprensione di narrazioni complesse, sottolineando la capacità innata di concepire e apprezzare miti attraverso intricate funzioni cognitive.

Un aspetto significativo risulta in aggiunta il coinvolgimento del sistema dopaminergico, associato alle emozioni e alla ricompensa. Questo aspetto potrebbe spiegare l’irresistibile coinvolgimento ed eccitazione suscitati dalle narrazioni mitologiche, suggerendo una connessione diretta tra il piacere emotivo e la fruizione di queste storie.
In conclusione, l’indagine neuroscientifica nell’ambito della mitologia fornisce una prospettiva approfondita sulla connessione intricata tra la fantasia mitologica e i processi neurali, sottolineando il ruolo cruciale che il cervello gioca nella creazione, interpretazione e apprezzamento delle narrazioni mitologiche.

Valentina Rapaccini
Laureata con lode in Medicina e Chirurgia nel 2015 presso l’Università Campus Bio-medico di Roma, successivamente specializzata in Neuropsichiatra Infantile nel 2022 presso l’Università di Tor Vergata. Attualmente lavora presso il Servizio territoriale di Neuropsichiatria Infantile e dell’età evolutiva della UslUmbria2 nella sede di Terni. Ha un incarico di docenza universitaria presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.
Attualmente collabora con le autorità competenti e le forze dell’ordine per il monitoraggio e la gestione delle dipendenze giovanili, organizzando periodicamente corsi di formazione e aggiornamento per il personale specializzato. Tra le varie società scientifiche cui risulta attualmente iscritta, è in particolare membro della ISSED (International Society for Study of Emerging Drugs). Ha pubblicato in precedenza due libri sulla neuropsichiatria e le sue ricerche sono attualmente edite su riviste internazionali peer reviewed.
Elogio della consunzione epica, un immaginario epistolario fra divinità e celebrati protagonisti del pantheon greco, pubblicato a dicembre (2023) è il suo terzo libro.

Un anno di gioia

Ci avviciniamo al centenario della nascita di Goliarda Sapienza: quali sono le ragioni che rendono oggi interessante colei che definivano “Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza”?

Goliarda Sapienza è una figura imponente e complessa che, nonostante le alterne vicende editoriali ha lasciato la sua traccia indelebile nella Storia, nel cinema, nella letteratura e nel costume del Novecento. Attraverso il suo corpo, la sua voce e la sua penna Goliarda ci arriva aldilà delle facili e moraliste catalogazioni ed è superando ogni tentativo di cristallizzarne la figura che la donna e la scrittrice -l’intellettuale avremmo detto una volta– si rivela in tutta la sua verace realtà pur rimanendo sempre sfuggente.

“Goliarda è l’esistenza” è vero.

Ha vissuto mille vite in una sola. Tutte a modo suo, tutte pienamente nonostante le privazioni e le difficoltà. Ha saputo riemergere da sé stessa senza diventare “personaggia”. Lei vera e reale nella sua personalità multiforme che reclamava e reclama ancora dalle sue pagine di non essere definita in nessun modo.

Quindi perché è interessante parlare ancora oggi di lei e affrontare l’impervio viaggio della celebrazione del suo centenario? Perché in questi tempi cupi di forte polarizzazione un’autrice che rivendica per sé “la sua parte di gioia” e il diritto a non essere catalogata mi sembra ancora di forte ispirazione per noi donne adulte e per le giovani generazioni.

E soprattutto perché nelle sue pagine possiamo trovare il senso dell’avventura, il desiderio di indipendenza e la rivendicazione del desiderio tutto espresso con una naturalezza disarmante e forse uno dei compiti della letteratura è quello di disarmarci rispetto ai nostri preconcetti. Ecco posso dire che Sapienza mi ha disarmata.

In un’intervista pochi anni prima di morire, Goliarda Sapienza disse: “Ho imparato tutto dal cinema, ho imparato a scrivere dalla macchina da presa”.
Quali tratti squisitamente cinematografici è possibile scorgere nella texture narrativa dei romanzi di Sapienza?

Beh, Goliarda dopo l’Accademia di Arte Drammatica che mai terminerà a causa della occupazione nazifascista del nostro paese – ha avuto un ruolo importante all’interno della Resistenza romana per cui fu costretta alla clandestinità e sebbene non abbia mai voluto dare troppo risalto a questo aspetto della sua vita sappiamo che l’esperienza la segnò profondamente- al finire della guerra recitò al teatro e al cinema lavorando con registi del calibro di Alessandro Blasetti, George Wihelm Pabst, Mario Camerini, Comencini, Visconti – è la ragazza che lancia i volantini in Senso- Marguerite Duras e Paolo Franchi. Ma è con Citto Maselli, regista vicino al PCI e con cui avrà una lunga storia di amore e di arte, che Goliarda inizierà anche a scrivere per il cinema perché di fatto, ancor prima della raccolta di poesie “Ancestrale”, lei inizia a scrivere per il cinema di Maselli.

Questo ha sicuramente lasciato una traccia nella sua scrittura, nella struttura dei dialoghi, nel potere icastico di certi passi in cui ti sembra di veder emergere dalle pagine le immagini evocate.

Per Goliarda Sapienza la realtà del paese si poteva conoscere andando in ospedale, in manicomio e in carcere. Così scrive ne l’Università di Rebibbia: “Vedi, qui la giornata è così piena di avvenimenti che alla fine diviene come una droga […]. Si torna a vivere in una piccola collettività dove le tue azioni sono seguite, approvate se sei nel giusto, insomma riconosciute […] non sei sola come fuori […]”
Quale posto occupano la collettività e lo specchio degli altri nella sua produzione letteraria?

Ho iniziato a leggere Sapienza da “Le certezze del dubbio” con un gruppo di lettura e in questo piccolo volume – che ho scoperto poi essere il seguito di L’università di Rebibbia- già si intuiva il bisogno della autrice di gettarsi nella realtà difficile e complessa del carcere che la società relega ai margini.

La collettività a cui fa riferimento Sapienza è quella di un gineceo liberato perché ormai già “passato in giudicato” dove ciascuna trova una sua collocazione nella piccola collettività.

La cella di Suzie Wong e il suo pranzo della domenica nell’ Università di Rebibbia sono la descrizione perfetta della sensazione di ritrovata appartenenza al genere umano dopo un periodo difficile passato “fuori” e la “malattia del carcere” spesso evocata ne “Le certezze del dubbio” è proprio la ricerca di tornare a quella routine ordinata che all’esterno deflagra in mille tentativi di conciliare la propria dimensione con quella della società.

In questi due volumi ci regala il racconto di una Roma all’alba degli anni ottanta dove tra lo sgombero delle case popolari del centro storico, le attività di supporto ai detenuti politici a cui fa chiaro riferimento e la diffusione dell’eroina già si vedono chiari i segni del progressivo sgretolarsi del tessuto cittadino.
Una fotografia lucida e spietata con cui dobbiamo fare i conti.

“Ecco la strada giusta: bisognava, così come si studia la grammatica, la musica, studiare le emozioni che gli altri suscitano in noi.”
Ciò da L’arte della gioia: qual è la via per l’autodeterminazione?

La via per l’autodeterminazione è sopravvivere alla memoria che o non c’è o tormenta, un quadernone con una penna biro, qualcuno con cui progettare libri e fughe, un pacchetto di sigarette, soldi a sufficienza e libri.
Rivendicare il proprio diritto all’esistenza e al desiderio solo perché si è vivi. Non lasciarsi incasellare dalle definizioni, non farsi abbattere o fermare dal vociare dei pettegoli. Procedere, amare, ridere di tutto anche in mezzo alla tragedia. Lasciare piccole tracce di sé negli amici.
Riconoscersi capaci di desiderio e non aver paura ad assumersene la responsabilità.
Riassumendo: indipendenza economica, libertà emotiva, una rete di solida per sostenersi, stimolarsi e non smettere mai di aggiornarsi sul mondo che ci circonda.

Lei ha ha ideato e fondato “Il Talento di Roma”.
Quali scopi si prefigge il Progetto che coordina?

Il Talento di Roma è un progetto online e offline che attraverso gli eventi legati ai libri, le esplorazioni urbane e la programmazione on line si prefigge l’arduo ma non impossibile compito di far riscoprire ai residenti la città eterna e le cose belle che ancora ci sono per creare una comunità capace di tornare a parlare e progettare insieme spazi di confronto libero e costruttivo i cui effetti positivi possano ripercuotersi su tutta la cittadinanza.

Attraverso i gruppi di lettura e itinerari non turistici della città cerchiamo di incentivare la conoscenza della città. Organizziamo eventi culturali, cerchiamo di creare una rete di collaborazioni che possano incidere positivamente nel panorama culturale e sociale cittadino.

Credo fortemente che Roma non sia solo il cono dicotomico tra Suburra e Caro Diario, che si meriti di più della speculazione mafiosa del tavolino selvaggio e del saluto romano delle arcinote liturgie fasciste che la funestano da tanti anni e che sia il momento di far conoscere quanto di vivo e vitale arde sotto la cenere che sembra volerci soffocare tutti, continuando anche a raccontare le energie resistenti che ancora animano questa meravigliosa città.

Penso sia compito di ciascuno di noi, secondo le rispettive riprendere in mano- tutti insieme- la narrazione di Roma che merita ancora tutta la nostra gioiosa e coraggiosa attenzione e partecipazione.

Io ci sto provando insieme ai miei collaboratori e nonostante a volte sia faticoso ci sta dando grandissime soddisfazioni. Se volete seguirci digitate il Talento di Roma sulla barra del vostro motore di ricerca e troverete il sito e gli account social.

Chiara Mazza
Nata a Roma il 17 aprile 1980, vive con un figlio quasi maggiorenne, un cane, un gatto e un pesce rosso immortale. Scrivere per altri è da sempre il suo lavoro. Crede nel potere delle parole e che Roma sia il suo posto nel mondo per questo ha fondato “Il Talento di Roma”. La sua cifra stilistica è la fattività che la porta a cercare di realizzare anche i progetti più ambiziosi. Per Tempesta Editore cura la collana “Daje”. Organizza eventi culturali e rassegne letterarie. Adepta alla fede della colazione al bar, ama guidare e non può stare troppo lontana dal mare.

Il femminicidio in Italia. Cinque anni all’inferno

Il femminicidio può essere attribuito al caso o è un fenomeno con radici culturali e sociali profonde, tenendo presente che, secondo un recente rapporto Eures, in Italia viene assassinata una donna ogni sessanta ore?

Dalle storie che io ho esaminato nella ricerca che ho condotto dal 2018 al 2022, il femminicidio non è un caso, né un atto di impulso imprevisto ed imprevedibile. Ogni femminicidio è premeditato, è covato nel tempo nella mente del femminicida. Non solo, il femminicidio trova legittimazione nella nostra millenaria cultura. Se pensiamo che il delitto d’onore in Italia è stato abolito solo nel 1981, ci rendiamo conto come sino a pochi anni fa uccidere la propria moglie o una donna della propria famiglia fosse considerato un atto socialmente accettato e legalmente giustificato. Adesso formalmente questi crimini sono puniti senza attenuanti formali, ma rimane un sottofondo culturale e una arretratezza del nostro codice penale che ancora oggi lasciano ampi margini di legittimazione a questi reati. Manca per esempio nel nostro ordinamento giuridico il reato di femminicidio, che potrebbe cambiare molto l’approccio a questi delitti.
Per quanto riguarda i dati numerici del fenomeno nella mia ricerca ho rilevato che attualmente non c’è un sistema di rilevazione dei femminicidi veramente attendibile. E’ assente un vero rilevamento basato sul movente di genere, come io ho cercato di fare nella ricerca che pubblico nel mio libro. E penso che purtroppo il fenomeno sia più esteso di quanto i numeri diffusi dicano.

Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Le convinzioni culturali si esprimono in tanti modi. Alcuni concettualmente più elaborati e sofisticati, altri più immediati e diretti. Ma la sostanza non cambia. Anzi, nelle battute più dirette si svela il pensiero delle persone. Il linguaggio, le parole che usiamo sono rivelatrici di ciò che pensiamo. In questo senso, soprattutto i proverbi, gli stereotipi, i cosiddetti luoghi comuni e “modi di dire” sono in realtà potenti veicoli di concezioni culturali. E relativamente al rapporto uomo-donna, nella nostra cultura esistono una infinità di espressioni che di fatto pongono il maschio in una posizione dominante rispetto alla donna e lo autorizzano a maltrattare e ad usare violenza sulle donne. Il passo da ciò che si pensa a ciò che si fa poi è brevissimo.

Chi paga le conseguenze del femminicidio ed in quali forme?

Le prime vittime naturalmente sono le donne. Tutte le donne, sia le vittime dirette, sia le donne della sua famiglia, sia le donne della sua comunità. E più estesamente tutte le donne. Perché questi eventi, nella loro tragicità e crudeltà diffondono un senso di insicurezza e paura. Avvertono che non si è sicure nemmeno nelle proprie case, nella propria famiglia, nella propria città, nella propria comunità. Indicano che rispetto al maschio la donna “deve” adottare un surplus di precauzioni ed accortezza per evitare di essere vittima di aggressioni, violenze, stupro. Che permane una cultura maschilista che ripropone un presunto primato maschile sulla donna.
Poi ci sono i bambini e le bambine. Nella mia ricerca, che copre il periodo 2018 – 2022, 26 sono stati uccisi dai loro papà. In alcuni casi uccisi assieme alla madre. In altri casi uccisi dai loro papà, in una sorta di ruolo di Medea maschile, che uccide i figli per “punire” la loro madre per averli lasciati. In più ci sono i minori orfani, nella mia ricerca 190. Per questi si fa ancora troppo poco sia in termini di sostegno finanziario sia in termini di sostegno sociale e psicologico.

I media, soprattutto le cronache televisive, offrono ampio spazio alle voci di famiglie che rifiutano di ripiegarsi nel silenzio e nella discrezione,
esponendosi giornalmente. Qual è il loro fine?

Dalla mia esperienza, i famigliari delle vittime di femminicidio tendono ad evitare di esporsi attraverso interviste e servizi giornalistici e televisivi. Raccontare tramite i media una perdita così dolorosa non è facile. Nello stesso tempo c’è il bisogno di fare conoscere il male che è stato fatto alla loro famigliare e a loro stessi. Alla ricerca, penso, di una solidarietà unanime senza se e senza ma, come è dovuta. Invece dei media mi auguro che abbiano sempre come fine quello di informare correttamente il pubblico e di aumentare la consapevolezza della gravità del fenomeno della violenza sulle donne. E per raggiungere questi obiettivi devono stare molto attenti ad evitare spettacolarizzazioni del dolore, vittimizzazioni secondarie e forme di giustificazionismo dei femminicida.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere, soventemente preludio a forme di violenza?

Le teologie e le religioni hanno accompagnato ed accompagnano la nostra cultura. Ed è indubbio che le religioni più diffuse propongano un “Dio” maschile da cui deriva una concezione che assegna un primato alla figura maschile nella vita sociale e nella stessa vita religiosa.
Le religioni, inoltre, unite alla nostra tradizione culturale greco-romana hanno prodotto un costrutto ideologico di inferiorità della donna da cui sono derivati pregiudizi e discriminazioni, che a mio avviso anche attualmente rimangono radicati culturalmente e che sono le fondamenta della violenza di genere. Il primo, secondo me, pregiudizio verso le donne che rimane vivo è la non libertà di decidere di sé e del proprio corpo. La convinzione che sul piano della libertà sociale, sentimentale e sessuale la donna non possa godere ed essere considerata uguale all’uomo penso sia la forma di discriminazione maggiormente radicata nella nostra cultura e che fornisce il terreno su cui si innescano le situazioni di violenza.

Antonio Gioiello è psicologo-psicoterapeuta con esperienza nel settore delle dipendenze patologiche, della salute mentale e dei disturbi da abusi e maltrattamenti. Lavora all’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza presso il Centro di Salute Mentale di Corigliano Calabro. È presidente dell’associazione Mondiversi ets che gestisce il Centro Antiviolenza Fabiana e due Case Rifugio per donne vittime di violenza. È componente dell’Osservatorio regionale sulla violenza di genere della Calabria.

Gli affidabili: Cronache di provincia globale

Privilegi, concorsi truccati, reti clientelari, infiltrazioni mafiose, accordi prestabiliti a livello nazionale su chi deve comandare e dove, criteri gerontocratici di scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici.
Molte sono le inchieste sull’ “università dei baroni” e generale è l’indignazione. Perché, allora, l’importante è non fare nomi?

Perché l’indignazione dura poco e chi fa nomi, poi, resta solo ad affrontare la ritorsione.
Del resto a chi è fuori della torre l’accademia sembra lontana anni luce dalla vita vera, e all’accademia questo va benissimo perché così può continuare a fare ciò che vuole.
Il grande fraintendimento è che si guarda a questo mondo come a una specie di Chiesa o di setta esoterica coi suoi riti e linguaggi misteriosi; ma gli interessi dietro le azioni di molti baroni, gratta gratta, non sono più nobili di quelli di una qualsiasi lobby di tassisti o d’imboscati alle poste. Semmai ci sono più sussiego e più formalità, e in questo è vero che l’accademia ha preso molto di certi aspetti peggiori della Chiesa: dalla gerarchia feroce alla curialità, dal conformismo censorio all’utilizzo della riprovazione sociale e dell’isolamento come armi dissuasive.

A Messina, “le indagini hanno mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta” e “la cosca Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di Medicina e chirurgia”. Così scrive il pm Gratteri.
Quanto costa all’Italia questo “sistema” in termini economici?

Un’enormità. Eppure questo è un problema secondario per come la vedo io. Al netto degli immensi danni economici, l’impoverimento più grave per il paese è quello culturale e civile: lo spreco spaventoso di talento, di entusiasmo, di occasioni di crescita umana, di vite. Un’università dove vince chi non se lo merita, dove la moneta cattiva scaccia quella buona, non sarà mai in grado d’incidere significativamente sulla società. E infatti adesso succede l’esatto contrario: è l’università che insegue e blandisce la società, magari con la scusa della divulgazione (spesso fatta male, tra l’altro). Che rincorre goffamente parole e temi di moda per raggranellare l’elemosina di qualche like sui social, di qualche ospitata, di qualche rimasuglio di finanziamento. A patto, s’intende, che non la si disturbi sui concorsi e sulle altre beghe interne.

“Insaporire quel pezzo di pane con le spezie dell’illusione”: è alimentando false speranze “a furia di lusinghe” e contratti da fame che si compra il silenzio di chi non ha santi in paradiso?

Sì, perché il precario è il primo a illudersi. Ha investito troppo lavoro, troppo tempo, troppe energie per ammettere che potrebbe non farcela. E così il rapporto tra barone e precario diventa un rapporto abusivo a tutti gli effetti: l’abusato ha il terrore di restare fuori, ignora i molti segnali d’allarme e vede solo le poche briciole che gli arrivano poco prima che la corda si spezzi. E quelle briciole gli bastano per convincersi che lui “non finirà come gli altri”. In ogni caso, nel dubbio è sempre meglio non protestare.

“La persona al centro”, sì, ma in cambio di ampie deroghe ai valori cristiani: dall’Infanzia all’Università il nostro sistema di istruzione è totalmente fallimentare? O c’è anche un’amarezza frutto di un’esperienza deludente?

C’è una parte d’amarezza autobiografica. Ma non penso affatto che sia tutto da buttare nel sistema scolastico italiano, università inclusa. C’è del buono e quel buono va salvato. Il problema è quando si sacrificano i singoli e le loro potenzialità in nome del sistema. Dietro queste azioni non c’è quasi mai il desiderio del bene comune, ma solo dell’adeguamento a un qualche conformismo vecchio o nuovo. Che poi i “valori” invocati per giustificare certe azioni siano quelli più o meno annacquatamente sessuofobici di tante scuole cattoliche, o i dogmi pedagogico-aziendalistici che stanno distruggendo la scuola pubblica attuale, o l’accettazione acritica del malaffare accademico, cambia poco.

Il tuo romanzo presenta pagine oltremodo realistiche e, probabilmente, i protagonisti non stenterebbero a riconoscersi.
Hai mai desiderato compiere anche un atto di denuncia sociale?

Più che di “denuncia”, parlerei di “riflessione” sociale. Ed è per questo motivo che i personaggi sono e devono restare letterari: così li si rende universali e il lettore può estenderli al suo vissuto.
Del resto il tema del libro non è “l’università” o “la scuola” o qualche altro contesto particolare. È il disagio nei confronti di una società dove vieni educato al rispetto di certi ideali di libertà, di stato di diritto, di bene comune, di spirito critico, ma poi vieni escluso se quegli ideali cerchi di rispettarli. Una società (nella scuola come nell’accademia, nelle parrocchie, nelle aziende, nei partiti, nelle polisportive) dove la riprovazione collettiva non colpisce chi fa qualcosa di disonesto, ma chi fa qualcosa di sconveniente o di anomalo. C’è un che di tribale in questa violenza omologante, qualcosa che infiamma la tensione che è in tutti noi tra desiderio di far parte del gruppo e il desiderio di sentirsi liberi (o, messa in negativo: tra la paura della solitudine e la paura delle catene).
Sarebbe bello se il racconto tornasse utile ad altre persone che hanno vissuto situazioni analoghe. Sono convinto che ci farebbe un gran bene discuterne.

Francesco Luzzini (1977) è naturalista e storico della scienza. I suoi studi riguardano le scienze medico-naturalistiche e la storia ambientale nell’Europa d’età moderna, con frequenti incursioni nell’età contemporanea. Attualmente affiliato all’Università Ca’ Foscari Venezia come Marie Skłodowska-Curie Fellow (2021-2024), ha insegnato e svolto ricerca per numerose istituzioni italiane ed internazionali: fra queste il Max-Planck-Institut di Berlino per la storia della scienza, la Johns Hopkins University, la University of Oklahoma, la Radboud Universiteit di Nijmegen, la Linda Hall Library di Kansas City. È Contributing Editor per la bibliografia della rivista «Isis» e membro di redazione de «Il Protagora».

Elsa de’ Giorgi

Storia di una donna bella

Elsa de’ Giorgi, attrice cinematografica e teatrale, scrittrice, scultrice, animatrice di salotti culturali, regista: qual è la sua voce originale ed autentica?
Nel panorama letterario italiano la sua è davvero una voce originale. Non assomiglia a nessuna delle scrittrici sue contemporanee. Intanto per i temi trattati, derivati del resto dalla sua particolare vicenda biografica. Storia di una donna bella, insieme a I coetanei, racconta uno spaccato di storia italiana da un punto di vista talmente specifico, quello di attrice, che non può trovare corrispettivi. E nello stesso tempo dà voce a tutta una generazione di artisti e di intellettuali riuscendo a creare una vera e propria “autobiografia collettiva”, miscelando alla perfezione Storia e fiction.
Poi per lo stile, in un certo senso performativo. È come se l’autrice/attrice si mettesse in scena anche nella scrittura. Salvo qualche termine che è segno dei tempi, il linguaggio è moderno, la sintassi è scorrevole eppure sempre ben studiata. Anche la punteggiatura, che a volte sembrerebbe non rispettare le regole, è a suo modo un tratto distintivo che caratterizza una prosa accattivante.
E ancora è unica nella lucidità di analisi della società e del tempo in cui si è trovata a vivere. Non ha paura di raccontare tutte le sfaccettature dell’epoca fascista e post-fascista, restituendo in maniera autentica l’Italia di allora, con tutte le ambiguità e gli errori che la contraddistinguono.
“Artista” è il termine in cui più si riconosceva, dichiarava in un’intervista confessione a Sottovoce: essere artista – spiegava – è dare “più attenzione alle cose e avere una particolare attitudine a sentire e a vedere le cose”, è dunque “un’intelligenza delle cose”. Questa intelligenza delle cose è perfettamente visibile in Storia di una donna bella. L’alter ego romanzesco, Elena, è sempre presente a sé stessa, nella continua ricerca di trasformare in azione un pensiero volto a realizzare un mondo ben diverso da quello in cui si trova a vivere.

“Mai, prima d’ora avevo sentito formicolarmi nel sangue un personaggio, mai avevo sentito, come ora in me la sua presenza costante, la necessità di dargli vita.”
Così a proposito della sua interpretazione di Desdemona nell’Otello.
In qual misura la guerra può essere reputata il turning point verso il Teatro?

La rappresentazione di Desdemona è centrale nel romanzo, perché lo è stato nella stessa vita di Elsa de’ Giorgi. È stato davvero un momento di rivelazione, di coscienza dell’arte della recitazione, ma anche proprio di vivere. In Storia di una donna bella attraverso il personaggio del Maestro, Elsa de’ Giorgi ci dice delle cose fondamentali di quel particolare momento storico. Come per molti intellettuali dell’epoca – e questo era già successo durante la Prima guerra mondiale – la guerra rappresentò un punto di svolta nella vita, nella coscienza, che si concretizzarono in un cambio di passo nello stile o proprio nelle strutture della narrazione. Elena (leggi Elsa) decide di dedicarsi al teatro, perché è «una cosa vera, difficile, che fa paura come la guerra». A teatro scoprirà, molto più che al cinema, da cui era stata profondamente delusa, che sul palcoscenico piò inventare una Verità più vera della vita e che finanche la Morte può essere rappresentata e resa credibile.
Come ha scritto Elio Pecora in anni recenti, la de’ Giorgi “racconta degli altri con le qualità e le acutezze dello storiografo”.
Crede che sia questo l’intento de “Ho visto partire il tuo treno”?

Elio Pecora non poteva trovare parole migliori per definire lo stile di Elsa. Nel Libro degli amici ne traccia un bellissimo ritratto. Del resto è stato una delle persone a lei più vicine e non a caso ha firmato la nota finale della riedizione di Storia di una donna bella, tracciando in pochi tratti le peculiarità della scrittrice: «Quel che nell’opera di Elsa de’ Giorgi parrebbe il portato di un protratto narcisismo è invece ricerca accanita di sé e consegna e restituzione di un tempo e di una società». Ho visto partire il tuo treno nasceva con l’intento di restituire dignità alla relazione con Italo Calvino, finita nel tritacarne mediatico, ma è un libro che racconta di molte altre personalità del tempo, restituendoci dei ritratti incredibili. Penso su tutti a Pasolini e Magnani. Credo che pochi altri abbiano avuto la capacità di raccontarceli così bene come Elsa de’ Giorgi.
“Sono bionda, occhi azzurri rimarchevoli, avvezza a sentirmi guardata” con una “espressione da attrice ingenua che interpreta una regina” confida al lettore de “Un coraggio splendente”. Difficile non pensare a un suo riflesso, tanto più che poco prima il suo personaggio ha risposto ad “un telefono bianco, come quello dei film fascisti”.
Ebbene, quale ruolo giocò Elsa nell’antifascismo?

Attrice famosissima negli anni Trenta, aveva esordito giovanissima come giornalista e partecipato a un concorso di fotogenia. Nel descriverla gli articolisti la definivano spesso bellissima, biondissima, italianissima. Già in questi superlativi c’è tanto della politica del tempo! E in un primo tempo sembra stare al gioco, appare su tutte le riviste dell’epoca, in film di disimpegno che mostrano l’efficienza della cinematografia di Regime. C’è però un episodio molto significativo che vede Elsa ribellarsi a un costume del tempo, ovvero quello di utilizzare le dive a scopi propagandistici, fotografandole negli ospedali militari, edulcorando tutto il dolore che quei soldati nel frattempo provavano, molti vicini ormai alla morte. La giovane attrice chiese udienza al Minculpop, a Pavolini in persona, per dirgli che non avrebbe mai più prestato la sua persona a simili messe in scena. Dopo l’Armistizio nascose ribelli e partigiani nella sua casa e nei Coetanei racconta del suo ruolo nella scoperta dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine. E i valori della Resistenza li ha testimoniati ben oltre gli anni della guerra.
Italo Calvino, quando l’aveva amata, ne fu “uno spettatore teatrale attratto da un personaggio dal quale si aspettava continua meraviglia”.
Qual è il lascito di Elsa de’ Giorgi?

La cultura italiana l’ha sempre bistrattata. Anzi l’ha volutamente ostracizzata. Eppure sono incredibili i rapporti che nel corso di tutta la sua vita è stata in grado di intrattenere con i maggiori politici e intellettuali del tempo. Lo scandalo della sparizione del marito, la relazione con Calvino e ancor di più la sua fine hanno continuamente ostacolato l’affermarsi di una personalità libera. Una donna fuori dal comune non solo per la sua bellezza, ma proprio perché questa si coniugava a doti intellettive e relazionali altrettanto eccezionali. Il Calvino degli anni Cinquanta deve molte delle sue ispirazioni (di contenuto e di stile) alla loro relazione, ma questo è ancora in gran parte un tabù, a cominciare dalle lettere che sono state messe sottochiave. Ma è soprattutto il pettegolezzo che ne è seguito ad aver reso la scrittrice invisa a certa critica che ha preferito ignorarla. Bisogna oggi riscoprirla – e finalmente un po’ la ricerca accademica se ne sta accorgendo (vedi gli studi di Pontillo, Rizzarelli, Simeone, Todesco, Tovaglieri…), insieme alla ripubblicazione delle sue opere (Feltrinelli a cura di Deidier e ora 13Lab). Recentemente è stato pubblicato un volume a cura di Vittoria Zileri dal Verme, che raccoglie saggi e testimonianze importanti: da Elio Pecora a Maria Teresa Benedetti, da Ludovico Pratesi a Giusi Radicchio da Tullio Kezich a Valentina Di Prospero. E recentissimo è uno spettacolo di Rosa Maria Manenti, La versione di Elsa, con Arianna Ninchi e Filippo Trentalance.
Insomma qualcosa si muove ed è un gran bene perché la lucidità di sguardo di Elsa de’ Giorgi potrebbe ancora orientare il nostro presente.

Marialaura Simeone è guest researcher presso la Leiden Universiteit, docente di italiano e storia e dottoressa di ricerca in “Comparatistica: letteratura, teatro, cinema” (Università di Siena). Ha al suo attivo numerose pubblicazioni tra cui si ricordano Amori letterari. Quando gli scrittori fanno coppia (2017) e Viaggio in Italia. Itinerari letterari da Nord a Sud (2018). Si occupa da anni della riscoperta e valorizzazione di scrittrici dimenticate o non adeguatamente canonizzate.

Breve storia della ricchezza e della povertà. Perché non siamo condannati all’iniquità universale

La storia dell’economia e del mondo è riletta con gli occhi puntati sulla ricchezza e sulla povertà.
Il debito e la povertà sono al centro di tutte le paure dell’Occidente: perché si ha la percezione che i governi restino immobili ed indifferenti?

Non si tratta di una percezione ma della realtà che è sotto i nostri occhi: la povertà è in continuo aumento in tutto il mondo, anche nei paesi come l’Italia dove fino a qualche decennio fa era un fenomeno marginale. Purtroppo l’economia oggi è nelle mani della finanza speculativa che ha la capacità di impoverire la classe media in un attimo, senza che i governi facciano nulla per impedirlo.
L’esempio più facile da capire è quello dei mutui subprime negli Stati Uniti: una bolla speculativa che ha portato prima a sopravvalutare il prezzo delle abitazioni, per l’acquisto delle quali la gente ha chiesto un mutuo. Poi, di colpo, il prezzo di quelle stesse abitazioni è crollato, lasciando migliaia di persone indebitate per una somma superiore a quella del valore della casa (oltre ad aver perso tutti i suoi risparmi).
Ora assistiamo al ripetersi dello stesso copione in Europa con la cosiddetta casa green: se non hai i soldi per le esose richieste della UE, la tua abitazione viene pesantemente svalutata, per di più non puoi venderla né affittarla. Anche questa è una forma di impoverimento, unita a tutte le altre vessazioni in atto in questo momento a carico dei cittadini: aumento del gas, dell’elettricità, della benzina, ecc.
L’attuale governo ha tagliato ancora la spesa pubblica per la sanità mentre ha aumentato i fondi per le armi, contro la volontà della maggior parte delle persone.
Ecco perché in realtà i governi non sono immobili ma agiscono concretamente nella direzione di aumentare la povertà, fenomeno attualmente molto visibile.

La diseguaglianza appartiene da sempre al nostro discorso pubblico.
La domanda di benessere alimenta quella rivoluzionaria?

No, è vero esattamente il contrario, come dimostra la storia del Novecento: i governi che hanno innalzato, anche di poco, il benessere delle masse hanno impedito l’insorgere di rivoluzioni. Ciò non è avvenuto in Russia, dove la cecità dei governanti ha mantenuto un sistema feudale che non forniva nemmeno il minimo necessario per la sopravvivenza.

La nostra società opulenta convive malissimo con la povertà.
Coltivare questo disagio non può costituire un ottimo viatico per elaborare soluzioni capaci di alleviarla?

Soluzioni, in passato, sono state trovare proprio dalla classe politica, quando gli stati erano proprietari della loro moneta. Oggi non possediamo più nulla: non solo la moneta ma nemmeno tutta quella fiorente industria pubblica riunita sotto il nome dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, fondato nel 1933 da Mussolini), che comprendeva oltre 1000 società e banche pubbliche. Nel 1993, prima del suo smantellamento e svendita, era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni con un fatturato: un vero gioiello ammirato in tutto il mondo per la sua capacità di conciliare gli interessi del capitale con quelli del sociale.
Oggi, una nazione come l’Italia non possiede nemmeno una società di telecomunicazioni pubblica, o una fonte di energia pubblica: l’ENI è pubblico per solo il 32% e l’ENEL per meno del 24%. Tutto è stato svenduto in nome della privatizzazione che avrebbe dovuto ridurre il debito pubblico (artatamente alimentato privando gli stati della sovranità monetaria), e creare più benessere mentre ha lasciato il vuoto. In futuro i giovani potranno fare solo i camerieri, come già succede in Grecia.
Senza parlare delle enormi quantità di denaro che passiamo agli Stati Uniti. Pensiamo solo ai miliardi spesi recentemente per i vaccini e le armi, tutti made in USA, oltre per il gas liquefatto proveniente dagli Stati Uniti e prodotto con la tecnica inquinante del fracking, con costo 10 volte superiore al gas naturale russo.

Molti pensano che basti impoverire i ricchi per arricchire i poveri. Che sia insomma tutta una questione di redistribuzione. Impoverire i ricchi non rischia di distruggere la ricchezza?
Un mondo di benessere per tutti è possibile, ma il mondo non può supportare e sopportare il concentrato di avidità raggiunto: 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Parliamo di 4 miliardi di persone, e l’1% (o, meglio, il primo decimo dell’1 per cento) della popolazione ha superato da un po’ la ricchezza del restante 99%. Inoltre l’economia oggi si regge sul debito e sulla speculazione finanziaria e non sulla produzione di beni e servizi reali, perché quest’ultima non consente margini di profitto così elevati.
L’economia si regge sul debito che ha raggiunto la cifra di 300 mila miliardi di dollari. Tre volte il Pil del pianeta Terra. Quindi impagabile! Ma a chi li dobbiamo questi soldi? Se tutto il mondo ha questo debito, verso chi ce lo abbiamo? In realtà il debito lo dobbiamo ai mercati finanziari e al sistema bancario che ha raggiunto in termini di Titoli speculativi e Derivati, la cifra mostruosa di 3 milioni di miliardi di dollari! Montagna di denaro carta, fittizio, che deve inverarsi, concretizzarsi diciamo, ricavandone beni e servizi dall’economia reale, fatta di lavoro.

Recentemente Papa Francesco ha asserito che la povertà è “disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita” e che occorre “portare i pesi gli uni degli altri, così che nessuno sia abbandonato o escluso”
Come si esce dalla povertà?

La povertà priva le persone dei diritti naturali, fondamento dei valori etico- sociali e della dignità dell’essere umano. Il suo aspetto più grave è il suo trasferimento tra le generazioni: le persone provenienti da famiglie povere hanno molte più probabilità di rimanere in quella condizione rispetto a coloro che provengono da situazioni più favorevoli.
Papa Francesco ha detto anche che questa realtà di miseria e di avidità ci deve spingere ad agire perché si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse, e perché non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale.
Un nuovo modo creativo e semplice per uscire dalla povertà viene dalla Scuola Economica di Chicago con il suo Chicago Plan Revisited, pubblicato nel 2012 dal Fondo Monetario Internazionale, e si rifà al Chicago Plan varato negli anni Trenta per contrastare la Grande Depressione a seguito della crisi speculativa del 1929.
Il Nuovo Piano prevede:
• Una transizione da un sistema bancario privato che emette denaro basato sul debito (oggi le banche emettono il 93% del denaro circolante), a un sistema di emissione di moneta senza debito emessa dal governo;
• La separazione delle banche d’investimento/speculative dalle banche commerciali;
• Richiede alle banche una riserva del 100%, in depositi, per concedere prestiti;
Con questa semplice legge si eliminerebbe il debito pubblico degli USA, della Gran Bretagna, Italia, Germania, Francia, Gracia, Giappone, ecc.
In caso di crack bancario di banche speculative, il governo non deve più intervenire con soldi pubblici. Le banche commerciali non potrebbero fallire e si eliminerebbe la corsa agli sportelli.
L’unico ostacolo di questo Piano, che oggettivamente è l’uovo di Colombo, è l’opposizione del mondo finanziario che controlla la politica.

Claudio Dainese
Fin da giovane ha coltivato la sua passione per le materie economiche frequentando negli anni Settanta la Facoltà di Scienze Politiche di Padova, dove insegnavano prestigiosi docenti. Si è poi messo alla prova in campo pratico lavorando come esperto di logistica e IT (Information Technology) in diversi contesti aziendali, comprensivi di multinazionali di ampie dimensioni.
Da molti anni segue, come molti altri, il preoccupante evolversi dell’aumento della povertà in tutto in mondo, di cui riassume le cause in questo saggio ed espone le soluzioni individuate da famosi economisti. Su questo argomento ha già pubblicato Le attitudini che creano ricchezza e povertà, EMP 2022, insieme a Lidia Fogarolo.

Segnalato dalla Giuria del Premio Divoc 2023 con questa motivazione
Un testo dettagliato ed allo stesso tempo scorrevole che mette in chiaro i punti chiave della storia contemporanea: vi è tutto quello che serve, tutti i tasselli da conoscere per una lettura consapevole del mondo contemporaneo, senza pregiudizi e soprattutto liberi da manipolazioni.
Per chiunque sia curioso, nel miglior senso del termine, ed abbia voglia di capire realmente quali sono state le tappe storico-economico-finanziarie che ci hanno portati alla situazione attuale. Conoscere è capire, e capire è il primo passo per poter agire nella direzione della difesa dei diritti Umani, quelli veri, quelli che realmente contano per la costruzione di una società armonica, come Dio comanda.

IV^ di Copertina
Nel rapporto sulla ricchezza e la povertà nel mondo, pubblicato da Oxfam27 in occasione del World Economic Forum di Davos 2020, le cifre parlano chiaro: la ricchezza globale si accumula costantemente verso la cima della piramide distributiva composta dall’1% della popolazione. Il risultato di questo accentramento è il continuo aumento della povertà, non solo all’interno dei paesi del terzo mondo, ma anche nei paesi ricchi, o meno ricchi come l’Italia.
Eppure la soluzione c’è, è a portata di mano ed è spiegata in termini semplici in questo breve saggio: come uscire da questo tunnel che ci sta portando sempre più in basso, rendendoci sempre più poveri. Perché, come ha ricordato papa Francesco in un suo discorso del 2020, «si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale».
La povertà nel XXI secolo è una scelta voluta e non sostenuta da teorie economiche o dal fatalismo legato all’idea che “siamo in troppi”, come vorrebbero farci credere coloro che sono dediti a proteggere unicamente gli interessi di un’esigua minoranza della popolazione mondiale.

MDF. La storia del Mostro di Firenze. Voll. 1, 2, 3

Lo storico Francesco Maria Petrini ha coniato l’appellativo “Legionari di merende” per i
responsabili della lunga serie di omicidi che hanno insanguinato le campagne toscane
tra il 1968 ed i1 985.
Per quale ragione lei procede dalla cosiddetta “pista nera”?

In un’ottica investigativa non può parlarsi, in realtà, di una vera e propria pista. Ma
l’approfondimento dell’eversione nera toscana è una proiezione storiografica che va
necessariamente acquisita e trasmessa. In altre parole, se, come nel mio caso, si fa semplice
divulgazione, o come nel caso di Petrini, vera e propria storiografia (le inchieste le lasciamo fare
alla polizia giudiziaria e ai giornalisti professionisti) non si può scrivere e parlare di Mostro di
Firenze senza allegare determinati fatti storici, politici e sociali che fanno da sfondo ai delitti,
poiché molti dei personaggi finiti a vario titolo dentro questa lunga vicenda, e che questi fatti li
hanno per l’appunto determinati, sono stati e sono fascisti. Ma questa è una mia sintesi
estrema, che non può essere esaustiva. Per mettere a fuoco la questione, oltre alla mia trilogia
“MDF La storia del Mostro di Firenze”, edita quest’anno (2023) da Mimesis, consiglio quindi la
monografia di Petrini, intitolata proprio “Legionari di merende” (all’interno dell’antologia Atti del
convegno nazionale sul caso del Mostro di Firenze, AAVV, LA Case Book, 2022). Francesco è
stato uno dei primi studiosi a dare una proiezione e una dignità storiografica a quelle zone di
permeabilità tra i fatti del Mostro di Firenze e alcune dinamiche sociali e politiche proprie della
Toscana di quegli anni. E insieme a lui, ovviamente, anche il cronista Stefano Brogioni della
“Nazione” e l’avvocato Vieri Adriani, legale dei famigliari dei francesi uccisi a Scopeti nel 1985,
che si è occupato (o meglio, si sta ancora occupando) della figura di Vigilanti.
In questa sede, entrando solo per un attimo nel cuore del problema, basterà operare alcuni
rilievi sul delitto di Rabatta del 1974, per mille motivi, a mio parere, il più nebuloso ed enigmatico dell’intera sequenza omicidiaria: il babbo di Stefania Pettini, la prima vittima del Mostro, era un partigiano, e la stessa ragazza era una giovane comunista; la settimana prima del delitto, ricorreva l’anniversario della Liberazione del Mugello; durante la guerra, a Vinca, un paesino toscano, i nazifascisti avevano trucidato le donne del posto, umiliandole poi con dei legni infilati nei genitali; come è noto, il corpo di Stefania verrà vilipesa dal Mostro con modalità piuttosto simili, che non stiamo qui a descrivere. É possibile che questo delitto sia l’espressione di un revanscismo tutto personale ma allo stesso tempo anche politico? É possibile che qualcuno, a margine di quella importante ricorrenza, abbia voluto vendicarsi e punire il partigiano Andrea Pettini, trucidando sua figlia e umiliandone il corpo con modalità simili a quelle poste in essere dai nazifascisti anni prima, poco distante dal Mugello?
Sono domande che noi studiosi e autori abbiamo il dovere di porci. E se le risposte, oggi,
appaiono ancora criptiche, e per tale ragione nessuno è autorizzato a parlare di una vera e
propria pista nera dietro ai delitti del Mostro, è doveroso condividere col lettore ogni aspetto,
circostanza, coincidenza e dubbio. É questo ciò che ho cercato di fare nel primo volume di
MDEF La storia del Mostro di Firenze, sia in relazione alla questione dell’eversione di destra,
che degli altri aspetti che compongono questa incredibile e unica saga.

L’1 settembre del 1974, tre giorni prima del delitto, ricorreva il trentennale della
liberazione di Barberino di Mugello e dei comuni limitrofi, tra cui Borgo San Lorenzo.
Chi è Giampiero Vigilanti?

Sebbene fosse stato attenzionato già a seguito del delitto di Scopeti, Giampiero Vigilanti è
l’ultimo individuo che, da un punto di vista cronologico, è stato risucchiato nel vortice delle
indagini; ed è l’unico, a oggi, settembre 2023, ancora in vita. É un ex legionario, un neofascista,
uno che sa uccidere, ma soprattutto una persona che ha passato mezza vita accanto a molti dei
fatti e a molte delle persone finite a vario titolo nella vicenda del Mostro. O almeno è quello che
lui stesso ha raccontato. Da un punto di vista procedurale, la sua posizione è stata archiviata,
ma l’avvocato Vieri Adriani, in diverse occasioni, si è opposto e ha chiesto venissero svolte
indagini più approfondite. Indagini che egli stesso, da anni, porta avanti su mandato dei
famigliari delle vittime di Scopeti, tra l’altro.
Infine, è piuttosto probabile che sia suo il volto dell’identikit di Calenzano disegnato
nell’ottobre del 1981 e diffuso nell’estate dell’anno successivo.

La verità giudiziaria parla di due condannati in via definitiva come esecutori materiali
(Mario Vanni e il reo confesso Giancarlo Lotti) e Pietro Pacciani, condannato in primo
grado, assolto in Appello e morto prima della sentenza di Cassazione.
Chi potrebbero essere i mandanti?

É giusto fare una premessa. Anche Pietro Pacciani è individuato pacificamente da una
sentenza passata in giudicato come esecutore di alcuni dei delitti del Mostro di Firenze: ed è la
medesima pronuncia che sancisce la colpevolezza dei “suoi” Compagni di merende. Tuttavia, in
quel processo, Pacciani non figura come imputato (sì, questa cosa può apparire, e forse lo è,
come un cortocircuito giudiziario) ma nelle motivazioni della sentenza è individuato come
correo, complice, e anzi capetto della banda di assassini, cioè degli imputati e condannati Lotti e
Vanni. Pacciani morirà prima che verrà celebrata la ripetizione del processo di appello a suo
carico. Sul punto, è bene ricordare che la Corte di cassazione aveva annullato la sentenza che
aveva assolto il contadino di Vicchio. Dunque, Pacciani non muore da innocente, ma da
imputato in attesa di giudizio (e con una condanna in primo grado alle spalle, per dirla tutta).
Posto che nell’ordinamento non esiste alcun principio di presunzione di innocenza in capo
all’imputato – la Costituzione sancisce il ben diverso principio di presunzione di non
colpevolezza – non è corretto esercitarsi a dire in coro, come purtroppo accade nella letteratura
mostrologica, che Pacciani è morto da innocente per il semplice fatto che non si è formato un
giudicato di merito sulla sua vicenda processuale. É più corretto dire che Pacciani, in relazione
al “suo” procedimento è morto da non colpevole – o da imputato in attesa di giudizio, posto che,
come è noto, la sua morte aveva cagionato l’estinzione del processo a suo carico attraverso una
sentenza di mero rito -, ma anche e soprattutto che è morto da colpevole a seguito della
sentenza di merito passata in giudicato, dopo tre gradi di giudizio, sui Compagni di merende.
Sono questioni giuridiche fondamentali, che provo ad affrontare nel secondo volume della
trilogia, quella dedicata alla storia di Pacciani e dei Compagni di merende.
Venendo ai mandanti, v’è da dire che questi certamente sono esistiti, hanno manovrato dietro
ai delitti, sono stati sfiorati dalle indagini, ma non sono stati individuati come tali dalla Giustizia.
Ripeto: dalla Giustizia. E probabilmente mai lo saranno. É vero però che negli anni Zero la
procura di Perugia e quella di Firenze hanno scavato a fondo in una direzione ben precisa, non
trovando un riscontro pieno a livello processuale. Ne scrivo in maniera dettagliata nel terzo e
ultimo volume della trilogia MDF, intitolata Il medico, il farmacista e il legionario. Ma è vero
anche che alcune circostanze e alcune tremende coincidenze esistono, e insistono tutte verso
una sola direzione, verso un gruppo di individui, verso una collocazione geografica ben
individuata (a dire il vero, due collocazioni geografiche ben precise) e verso un’unità di tempo
che corrisponde a quella in cui agiva il Mostro. É bene prendere atto che, in taluni casi, può
esistere una decisiva differenza tra la verità processuale e la verità storico-naturalistica.

Gli omicidi non si fermano: le vittime saranno sedici.
Perché i delitti cessarono dopo l’eccidio della coppia francese, nel settembre del 1985?

Probabilmente uno dei responsabili era impossibilitato a commettere altri delitti poiché gli
inquirenti si erano avvicinati molto a lui, qualcun altro aveva fatto una strana e brutta fine, e altri
ancora erano morti per cause naturali. Quelli rimasti non avevano più le capacità organizzative
per proseguire con la scia di sangue, e avevano intuito che a breve gli inquirenti avrebbero
abbandonato le vecchie piste senza sbocchi. E infatti sarà così. Dunque si sono fermati.
Parlando in maniera meno criptica, a partire dal settembre del 1985, ultimo delitto del Mostro,
si verificano queste circostanze:

  1. Pietro Pacciani il 19 settembre del 1985, cioè undici giorni dopo il delitto di Scopeti,
    subisce una prima blanda perquisizione a seguito di una lettera anonima;
  2. Sempre Pacciani, nel 1987 verrà incarcerato e trascorrerà diversi anni in carcere per
    aver stuprato le figlie;
  3. Francesco Maria Narducci, la cui vicenda è oggi uno dei misteri più profondi della storia
    recente del Paese e che presenta alcune zone d’ombra che si mischiano a quelle del
    Mostro di Firenze, scompare l’8 ottobre del 1985, cioè esattamente un mese dopo il
    delitto di Scopeti, e viene trovato morto (o meglio: viene ripescato un cadavere attribuito
    a Narducci) nel lago Trasimeno alcuni giorni dopo;
  4. Salvatore Indovino, figura sullo sfondo ma che può avere svolto il ruolo importante
    nell’equilibrio della storia, muore di tumore nel 1986, l’anno successivo al delitto in
    questione;
  5. Infine, in concomitanza col delitto di Scopeti, il paracadute della pista sarda, che
    garantiva ampi spazi di manovra alla banda di assassini (chiunque essa fosse), iniziava a
    dare segni di cedimento a livello “istituzionale”, insomma rischiava di non essere più
    un’assicurazione per l’impunità per i veri responsabili dei delitti. Una parte dei nuovi
    inquirenti aveva preso la decisione di seguire nuove traiettorie investigative, sganciarsi
    da quel “buco nero” logico che girava a vuoto intorno a quel gruppo di sardi, e indagare a
    trecentosessanta gradi.
    Tutti questi fatti possono aver determinato nella banda del Mostro la necessità di non
    compiere più alcun delitto.

La “pista sarda” si è avvicinata alla verità o si è di fronte ad un depistaggio?
La pista sarda ha gravemente ritardato l’avvicinarsi alla verità. Detto ciò, non è giusto, anzi è
profondamente scorretto, sostenere che il giudice istruttore Rotella e i carabinieri del colonnello
Torrisi non abbiano agito nella maniera corretta. A ben vedere, a quell’altezza di tempo, era
doveroso, necessario e naturale seguire la pista sarda. Sia perché era l’unica pista promettente,
sia perché in effetti, all’epoca dei fatti (facile, oggi, dire il contrario), gli elementi che suggerivano
una responsabilità penale in capo ai fratelli Francesco e Salvatore Vinci (e in maniera
infinitamente minore in capo a Giovanni Mele e Piero Mucciarini) esistevano, erano solidi,
convergenti e andavano approfonditi. La pista sarda, poi, “muore” con la storica, profonda e
illuminante sentenza firmata dallo stesso Rotella, e rappresenta oggi un pezzo importante di
letteratura giudiziaria del nostro Paese. Le complicate dinamiche famigliari intorno al delitto del
1968, la vita dei fratelli Vinci, in particolare quella di Francesco, che può essere l’elemento che
lega i sardi ai sancascianesi, e tutte le trame sottese a quei fatti che si dipanano in maniera
confusa dal 1968 all’estate del 1982, vanno analizzate in maniera approfondita per cogliere il
senso profondo della storia del Mostro di Firenze (più che l’agire del Mostro di Firenze in sé).
Può dirsi, infatti, che la pista sarda è come il latino, una lingua morta che però va studiata, e
anche molto bene.
Sul depistaggio: molto pavidamente posso solo dire che gli elementi che lo lasciano
ipotizzare esistono, e in certi casi sono davvero evidenti, tuttavia non mi sento di accogliere
questa ipotesi come certa e riscontrata. Lo scambio di documentazione tra i magistrati Della
Monica e Tricomi e i carabinieri, il fascicolo Parretti, l’annuncio al Cittadino amico e l’esistenza
stessa di questo misterioso informatore anonimo, la questione dei bossoli del delitto di Signa
conservati a Perugia, la macchina di Francesco Vinci occultata nel grossetano, il maresciallo
Fiori e altre vicende sono questioni profondissime che non possono essere riportate in modo
esaustivo in questa sede, ma vengono spiegate nel dettaglio nel volume 1 di MDF.
Di sicuro, può dirsi che nell’estate del 1982, a seguito del delitto di Baccaiano, accade
qualcosa negli ambienti criminali e investigativi di Prato, che viene “raccolto” dai carabinieri del
Comando di Ognissanti di Firenze, e trasmesso poi alla magistratura. É da qui che parte, quasi
a tavolino, la pista sarda, che garantirà l’impunità ai veri colpevoli per diversi anni, collegando al
resto della serie un delitto che – oggi lo possiamo dire – non è stato compiuto dal Mostro; ma
che è una condanna a morte, un’esecuzione capitale, un femminicidio, dove Antonio Lo Bianco,
l’amante in auto con Barbara Locci, altro non è che una vittima collaterale.
Il collegamento tra questo vecchio duplice omicidio del 1968 e il resto della serie del 1974 e
degli anni Ottanta, per lunghi anni farà convergere tutte le traiettorie investigative solo sui sardi,
allontanando gli inquirenti dalla verità e dai veri responsabili dei delitti del Mostro. Almeno fino a
quando, come accennato prima, la divergenza di opinioni tra l’ufficio istruzione del giudice
Rotella e i carabinieri del colonnello Torrisi – che volevano continuare a correre sulla pista sarda
-, e la Procura e la Polizia – ormai decisi a seguire nuove traiettorie investigative – non sarà
talmente evidente da diventare una vera e propria spaccatura.

Roberto Taddeo, nato a San Benedetto del Tronto, il 28 gennaio del 1982.
Cresciuto a Perugia. Maturità classica e laurea magistrale in giurisprudenza. Abilitato alla
professione di avvocato presso la Corte d’appello di Bologna. Ha lavorato per anni nel settore
del diritto del lavoro, a Bologna. Contemporaneamente all’attività legale, dal 2015, ha svolto
quella di fotografo professionista ed è autore di diversi reportage.
In ambito editoriale è l’autore di:

  • MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 1. La sequenza dei delitti e la pista sarda
    (luglio 2023, Mimesis edizioni);
  • MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 2. Pietro Pacciani e i Compagni di merende
    (ottobre 2023, Mimesis edizioni);
  • MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 3. Il medico, il farmacista e il legionario
    (dicembre 2023, Mimesis edizioni).

Sillabario all’incontrario

Autobiografia, diario, saggio, romanzo: in qual misura “Sillabario all’incontrario” si propone di valicare i confini in cui, solitamente, la scrittura narrativa s’incasella e si etichetta?

Scrivere libri che non si sa bene come incasellare ed etichettare è sempre stato uno dei miei difetti. Il mio romanzo d’esordio, Il pantarèi, riuscì indigesto agli editori anche – credo – per questa sua inclassificabilità. Gli editori, specie quelli che ritengono di essere grandi, detestano i libri di incerta classificazione, che sembrano voler sfidare la loro organizzazione della cultura in collane. Basti pensare al destino tragicomico di uno dei rari capolavori della narrativa italiana del Novecento, Se questo è un uomo: rifiutato più volte da Einaudi (la prima edizione, del 1947, è dovuta alla Francesco Da Silva di Franco Antonicelli), fu infine pubblicato, con oltre dieci anni di ritardo (1958), nella collana “Saggi”! Segno evidente che il libro era considerato una semplice testimonianza sui lager nazisti: il fatto che testimoniasse anche del talento di un grande scrittore era un difetto cui, dopo una dozzina d’anni, ci si rassegnò a passar sopra. A me piacciono i romanzi che attraversano i confini prestabiliti, che si tratti di confini merceologici, letterari, morali o addirittura politici. Se si volesse a tutti i costi appiccicare un’etichetta ai miei romanzi, consiglierei di scriverci sopra: “Anguille”. Sillabario all’incontrario non è che l’ultimo nato, in ordine di pubblicazione, di questa progenie anguilliforme. Con l’aggravante che, non essendo stato progettato come un romanzo ma come una medicina (l’ho scritto io stesso nella “Prefazione”), la sua morfologia anguillesca non va attribuita, almeno in questo caso, al partito preso dello scrittore, bensì alla natura dell’uomo, o del pesce. L’unico rischio che corre il mio Sillabario è che, trattandosi di un’opera dichiaratamente autobiografica, qualcuno voglia appiccicargli sopra l’incongrua etichetta “autofiction”.

Dalla Z di Zoo alla A di Aldilà: un alfabeto capovolto alla scoperta di ricordi, libri ed animali.

L’esperienza personale ed intima come può assumere i caratteri dell’universalità lirica?

L’alfabeto, nel mio Sillabario, va a ritroso come va a ritroso ogni indagine e come, supremamente, va a ritroso la memoria che in questo caso costituisce lo strumento di lavoro privilegiato. Ora, la memoria (lo sappiamo tutti) ha il potere di trasformare e mitizzare il passato, rendendo poetiche anche le vite più aride. La mia non è stata arida per niente: difficile, forse, un po’ più della media (la media di questa parte fortunata del mondo, s’intende), ma sempre ricca di forti emozioni. Non c’è quindi di che sorprendersi se tutto il narrato, dai gatti all’oltretomba passando per amori e dolori, padri e figli, compagne e compagni, Sardegna e Liguria, Milano e Parigi, si tinge sulla pagina di quella patina lirica che può sedurre il lettore, convincendolo di essere entrato in un mondo che, pur non appartenendogli, lo riguarda. Questo, del resto, è il bello della letteratura, quando il gioco riesce: mutare, come alchimisti, il piccolo in grande e il particolare in universale. Siamo abituati a pensare che questo compito sia svolto meglio, in generale, dalla poesia che dalla narrativa. Ma non è affatto necessario che sia così. Io ho incominciato a scrivere versi molto tardi, dopo i quarantacinque anni, e ne ho prodotti comunque pochi (non sono neanche sicuro di aver raggiunto il migliaio): perciò la maggior parte della poesia che avevo dentro di me l’ho riversata nei romanzi. Alla poesia ho affidato il compito di risparmiare parole e spazio ben più che quello di ampliare il mio orizzonte o il numero dei miei lettori postumi.

Dal mondo esterno verso quello interiore: la passione per la scrittura ed il complesso rapporto con la propria memoria, pulsante di piaceri impareggiabili, sofferenze mai addormentate e colpe incessantemente imperdonabili.

Dove finisce il pudore, allorché si è scrittore?

Di certo, scrivendo il Sillabario, il problema del pudore non me lo sono posto affatto: trattandosi di un’indagine su me stesso, ogni reticenza si sarebbe configurata come un vero e proprio atto di autosabotaggio. Questo non significa che sia stato facile stanare tutti i ricordi più delicati dai loro nascondigli, che in psicologia si chiamano rimozioni. Ciò che posso dire di interessante in proposito è quanto segue: la maggiore resistenza di me a me stesso non l’ho incontrata affrontando il tema del mio destino di scrittore inedito, né riportando alla luce le mie spericolate avventure erotiche, con tutta la loro coorte di problemi etici, bensì affondando il bisturi nel groviglio ancora sanguinante della mia, sia pure occasionale, cattiveria di adolescente. Non è certo un caso che, nello sviluppo caotico, libero e spontaneo della ricerca, questo ricordo sia arrivato per ultimo.

Legami di sangue e la paternità non biologica, devastazione dell’ambiente ed invadenza del denaro, bisessualità e rifiuto dei ruoli convenzionali. È un passato recentissimo, eppure davvero distante, considerate le evoluzioni, i mutamenti, i cambiamenti dell’ultimo ventennio.

Quali sono le ragioni sottese a tale scelta del «tempo del racconto»?

Sono da sempre profondamente convinto che il nemico più insidioso della buona letteratura sia quell’animale assillante e rumoroso, ma dalla vita effimera, che chiamiamo “attualità”. Direi, con una semplice immagine, che il materiale capace di mettere le ali e far volare alto alto il bravo giornalista è lo stesso materiale che schiaccia al suolo e fa strisciare terra terra anche il migliore scrittore. E il fatto che queste due arti, oggi, tendano a confondersi non è un bene per nessuna delle due. Cosa ben diversa è constatare come i buoni romanzi, nel parlare con intensità e sapienza del proprio tempo, siano capaci di anticipare i tempi a venire e di essere percepiti come “attuali” quando i loro autori sono magari sepolti da alcuni secoli. Se il mio Sillabario, che ho scritto oltre venticinque anni fa, è capace di far questo, ne sono soddisfatto e orgoglioso più di quanto sarei stato di ogni pubblico riconoscimento: vorrebbe dire che questo libro, progettato come una medicina, si è trasformato strada facendo in un romanzo davvero buono. Certo il mio rifiuto dei ruoli convenzionali deriva in gran parte dalla mia natura, la natura – se così la posso definire – di un ribelle timido e appartato, mai appariscente nei suoi gesti di rottura, e quindi ancor più destinato all’emarginazione, o piuttosto, direi, all’autoesclusione. Ma devo onestamente ammettere che una delle esperienze che ho vissuto e che fanno del Sillabario, in qualche modo, un libro in anticipo sui tempi, cioè l’esperienza della paternità non biologica, la devo alla fortuna e non al mio spirito ribelle: fu un caso, capitato alla mia compagna e a me quando eravamo fra i trentacinque e i quarant’anni, un caso che cambiò la nostra vita (e la nostra percezione della vita) in modo irreversibile. Quanto al tema della bisessualità, legato invece in modo evidente alla mia natura di ribelle sui generis, credo che mi caratterizzi fortemente sul piano letterario: mentre l’omosessualità, pressoché assente dal romanzo moderno fino a pochi decenni or sono, si è assicurata negli ultimi anni una presenza cospicua e crescente, la bisessualità continua ad essere in letteratura un animale raro, come fosse – a somiglianza appunto dell’omosessualità nell’Ottocento – una strana malattia da considerare con sospetto. La bisessualità è invece, a mio giudizio, il simbolo più semplice e parlante della libertà sessuale. E, se esiste un tema unificante nei miei romanzi, tanto diversi l’uno dall’altro per struttura, genere, linguaggio, ambientazione, questo è proprio il tema della libertà sessuale: una conquista da realizzare dentro sé stessi e, quindi, meno chimerica di quanto si creda.

Oggi, si notano forme narrative «ibride».

Ad oltre trent’anni dal suo esordio letterario, quali tendenze di sviluppo ravvede rispetto al “romanzo”, un genere che continua a sfuggire ad ogni codice?

Ciò che fa del romanzo un genere letterario così longevo da sfiorare la perennità è proprio la sua capacità di fare propria ogni cosa. Non tanto di cambiare e di evolvere, quanto piuttosto di divorare ogni nutrimento assimilandolo al proprio organismo e facendolo vivere come una nuova cellula o un nuovo tessuto. Insomma, la sua forza discende dal fatto che il romanzo, fin dalle sue origini, si è collocato nello strato più basso della scala dei registri e degli stili, e quindi, grazie alla legge di gravità che fa cadere sempre tutto verso il basso, e mai verso l’alto,

è capace di accogliere, assorbire, trasformare anche ciò che sta sopra, in una commistione incessante di tragedia e commedia, di poesia e turpiloquio, di nobiltà e ignobiltà, di presente, passato e futuro. Da parte mia, essendo un autore che rifugge dalle classificazioni di genere, non posso che accogliere con favore l’introduzione nel romanzo di oggetti che prima, per forza di cose, ne erano assenti, come la prevalenza, nel nostro vissuto, della realtà virtuale su quella corporea o certi temi antichissimi ma oggi profondamente mutati nella loro natura come le migrazioni dei popoli. A me le ibridazioni piacciono, le apprezzo come lettore, le coltivo io stesso. Purché “ibrido” non diventi a sua volta una paradossale definizione di genere letterario. “Che tipo di romanzo è? Un noir? Un distopico? Una autofiction?” “No, no! è un ibrido: proprio un ibrido puro!”

Ezio Sinigaglia (Milano 1948) ha alle spalle una lunga esperienza di collaboratore editoriale e copywriter. La sua opera prima, Il pantarèi, uscì nel 1985 per un piccolo editore milanese (SPS, poi Sapiens). Dopo oltre trent’anni di silenzio, nel 2016 è tornato in libreria con un romanzo breve, Eclissi (Roma, Nutrimenti), sorprendente vincitore, a quattro anni dalla sua pubblicazione, del contest Modus Legendi 2020. Nel 2019 ha riproposto Il pantarèi nella collana “Fondanti” dell’editore TerraRossa di Alberobello, che ha poi pubblicato e sta tuttora pubblicando via via i suoi inediti: sono usciti L’imitazion del vero (2020), Fifty-fifty (in due volumi: 2021 e 2022), e Sillabario all’incontrario (2023). Recentemente (luglio 2023) l’editore Wojtek ha proposto una sua raccolta di racconti, dal titolo L’amore al fiume (e altri amori corti). Ha tradotto e curato edizioni di classici francesi (Perrault, Marcel Proust, Julien Green, Boileau-Narcejac) e pubblicato contributi su prestigiose riviste a stampa e online.