Rapporto sul sapere. L’intellettuale nel tramonto della politica

«La fine della politica come grande narrazione ha condotto all’ineffettualità dell’intellettuale? In altre parole, c’è un legame tra la fine delle grandi ideologie novecentesche e la crisi in cui versa la figura dell’intellettuale?»

Lei pone questi quesiti al termine del suo lavoro ma può definire un “intellettuale”?

In verità, al di fuori delle utopie e delle ideologie che inevitabilmente sono connesse alla figura dell’intellettuale, è in una dimensione meno carica di attese messianiche che sarà possibile immaginare un modello di intellettuale dalle caratteristiche più interessanti. Ben lungi dall’identificarsi con una vaga propensione culturale, o con un’inclinazione per sterili speculazioni filosofiche, a distinguerlo dovrà essere la capacità di appropriarsi di quei margini di libertà che ogni società non offre sempre spontaneamente, ma consente. In un clima costellato da un relativismo valoriale, o con le parole Weber politeismo di valori, la libertà è il solo al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Al termine del mio lavoro, una raffigurazione – pur sommessa – ritengo doveroso tratteggiarla. L’esigenza avvertita come impellente è di nuove autorevolezze, forse più umili, meno presuntuose e meno palingenetiche. Se l’intellettuale occidentale è stato contraddistinto fondamentalmente dalla presenza più o meno equilibrata di un pensiero forte ed allo stesso tempo critico; allo stato attuale si può, in un certo qual modo, far a meno di chi ricerchi grandi progetti e alti obiettivi. Potremmo essere disposti a rinunciare a grandi obiettivi che abbiano come scopo la critica dell’esistente e che ne vogliano indicare un superamento. Non ci sono riferimenti, latu sensu, a operazioni politiche. Ne abbiamo avute fin troppe. Non sarebbe sbagliato scegliere un percorso più moderato. Non ci staremmo accontentando, se volessimo navigare a vista. Le questioni da affrontare sono tutte intricate e interconnesse, che richiedono uno stravolgimento talmente grande da sembrare irrealizzabile. Un percorso, quindi, per prove ed errori può risultare meno utopico, e più vicino allo stato esistente. Le riflessioni espresse nel volume vogliono comprendere i mutamenti cui è incorso l’intellettuale, cercando di rimanere a galla in un tempo in cui sembra esser stato surclassato da influencer, che già nel nome hanno in forma intrinseca il dato d’influire sui loro seguaci. Negare un cambiamento di rotta equivale a rimanere estranei alla propria epoca, e così essere esclusi dalla possibilità di leggerla criticamente. Non verrà meno la cultura, non verranno meno i maestri, gli studiosi; ma sembra ormai mutata l’esigenza di trovare in tali figure simboli e modelli cui far riferimento. Fuori da ogni prospettiva rivoluzionaria, l’intellettuale è pressoché inutile. Amara constatazione. Abdicare alla rivoluzione, però, significa esiliare coloro che alla stessa hanno sempre incitato le masse. Il punto, quindi, non è tanto che nella società odierna l’intellettuale non conti, o valga meno di un tempo; ma che a costui venga richiesto d’espletare mansioni specifiche che spaziano dalla progettazione al coordinamento alla comprensione delle condizioni di possibilità di un progetto. Emergono figure nuove, manager, responsabili, esperti in pubbliche relazioni, in questa condizione diventa pressoché impossibile parlare di lavoro intellettuale in maniera generalizzata ed univoca. Entro meglio nel dettaglio. Dopo aver osservato la crisi in cui versa la figura sociale dell’intellettuale; dopo essermi soffermata sul dilagante potere virtuale degli influencer – che ha abbattuto i limiti, sempre esistiti, tra massa ed élite – rendendo quasi attingibile la fama e la notorietà;il punto conclusivo diventa il rapporto tra intellettuali e mass media nel momento in cui questi mezzi offuscano, oltre alla figura del chierico anche la verità di cui, da sempre, costoro si sentivano portavoce. Esprimere la verità, quindi, va di pari passo con il suo perseguimento; mascherare quella verità conduce alla marginalità dell’intellettuale che si perde nel caos mediatico delle opinioni. Ecco, quindi, a dispetto delle opinioni, c’è qualcosa che appare insindacabile, quale caratterista degli intellettuali. La giustizia e la verità sono i due valori inderogabili. Essere uomini di giustizia e di verità è una peculiare forma di cittadinanza attiva, il cui esito può non essere immediatamente visibile nella sfera pubblica, ma il cui valore rimane a salvaguardia della democrazia. La figura da me tracciata, quindi, per certi versi ricorda Bobbio e Benda, modelli di uomini liberi che hanno tenuto alta ed accesa la fiaccola dei valori non pratici. Non si chiede più di cambiare il mondo, consapevoli che da soli sia impossibile. Ma di custodire, senza mezzi termini la fedeltà a valori intramontabili. I cambiamenti ed i progressi tecnici richiedono la weberiana etica delle intenzioni o dei principi. Sostenere e promuovere un tale modello etico fa dell’intellettuale il custode della tradizione cui apparteniamo. Un testamento, forse, dai toni tragici – come ci ricordano le recenti riflessioni promosse da Salvatore Natoli – perché invita ciascuno a reggere alle sconfitte e alle perdite che ci affliggono senza mai cedere e al contempo saper fruire al meglio di ciò che la vita offre: goderla. Dobbiamo fare del pensiero una zona di resistenza, fino a generare forme dal sapore anarchico, ma organizzate istituzionalmente. Chi sarà così l’intellettuale del Ventunesimo Secolo? Penso un individuo consapevole dell’infinità del desiderio umano e del suo essere continuamente esposto allo scacco ed alla delusione. Sarà in grado di fare grandi cose, senza però ridurre gli altri ai propri interessi e alle proprie voglie. Senza misconoscerli nella loro unicità e verità. Sarà in grado di cogliere come la felicità non stia nelle cose e nei beni, ma nel giusto rapporto con gli altri e con il mondo. Seguirà la legge convinto che sia in primo luogo un dispositivo di relazione. L’esistenza umana è, infatti, un tessuto di relazioni e per questo la legge prima ancora d’avere un valore deontologico ne ha uno ontologico. La figura, quindi, non è più di un solitario pensatore chino sui libri. Gobbo. Seduto. Comodo al suo scrittoio. Pensare, attività da sempre vissuta in solitaria, deve essere una facoltà condivisa, allo scopo di ritrovare – ovunque – quel comune sapere utile a trasformare in modo integrale le nostre vite.

Perdiamo tre quarti di noi stessi per diventare simili agli altri” scrive Schopenhauer. Stiamo perdendo la capacità di pensare in modo autonomo, originale e creativo? L’intellettuale può riuscire ad esprimersi attraverso i media non divenendo funzionale al recital virtuale che, oggi, pare essenziale a raggiungere i più?

Ecco la domanda imprescindibile. Questa è la questione che ha mosso tutta la mia ricerca. Per risponderle, ho dovuto cogliere quella differenza sostanziale non solo tra influencer ed intellettuali, ma tra l’uso che questi due diversi personaggi compiono dei social media. Da tempo ormai la cultura si è trasformata da oggetto d’uso a merce, modificando la funzione storica dell’intellettuale. Cronologicamente, questa trasformazione prende avvio già con la seconda rivoluzione industriale. La cultura ha cessato di essere prodotta per i suoi diretti destinatari, il suo valore d’uso si è presto tramutato in valore d’uso sociale, diventando un oggetto di scambio e acquisendone un valore economico. Gli studiosi delle scienze sociali, nel Novecento, si sono interessati a questo processo chiamato “industria culturale”, al punto in cui i suoi prodotti sono diventati oggetti di consumo. Per soddisfare un pubblico sempre più vasto i prodotti culturali devono presentarsi come perenne novità, come ha rilevato Baudrillard. L’intellettuale deve distinguersi, deve attrarre l’attenzione e mettere in mostra le sue creazioni. Quindi cosa ne è dell’intellettuale allorché la cultura abbia fatto il suo ingresso all’interno della spettacolarizzazione proposta dal mercato capitalistico? Anche l’intellettuale si trova dentro questo ingranaggio, dal quale fatica a uscire, pena la perdita di un posto nel mondo che dia risonanza alle sue parole. Già Benjamin negli anni Trenta ha tratteggiato il mutamento culturale generato dai processi produttivi. Nell’era del web, tutto ciò è ancora più plateale. Il passaggio tecnologico nel quale siamo immersi non è analogo a quelli precedenti, ma di una portata ancora più dirompente. Il cambiamento generato dai mezzi di comunicazione di massa, dal virtuale, dal web è di gran lunga maggiore rispetto a quello introdotto da Gutenberg. Eppure una tale rivoluzione ha come conseguenza la parabola discendente degli intellettuali. Scevri da ogni commento moraleggiante sulla decadenza dei costumi, seguendo le orme già tracciate da Eco, nel proverbiale saggio che ha segnato il nostro approccio alla cultura di massa, vogliamo stigmatizzare l’atteggiamento del critico apocalittico che coglie nella cultura di massa solo anticultura. Quindi non si vuol ritenere , a dispetto degli apocalittici, che gli intellettuali siano la prima e più illustre vittima del prodotto di massa. Qui si vuol cogliere come i mezzi di comunicazione di massa abbiano inciso sull’intellettuale tradizionale. Costui può contare sulla parola scritta. Nella grande comunicazione mediatica, il linguaggio scritto risulta essere sempre più marginale. Lo stile è volatile, svincolato da ogni rapporto con il patrimonio semantico della lingua. Ogni discorso è semplificato. I post su instagram sono l’emblema di come si possano adoperare foto e immagini accompagnate da parole addirittura sgrammaticate. Connettersi ed interagire sono diventati i sostituti dell’aver qualcosa da dire. Il linguaggio è semplice ai confini con la banalità, accessibile a tutti, scevro da colte argomentazioni, privo di un lessico ricercato. Questi elementi lo connotano, di certo, per democraticità. Dalla coesistenza di vecchi e nuovi media, dal continuo scambio tra giornali, cinema, televisione e social network, si è giunti al punto in cui questi ultimi consentono la visione dei primi. Già la televisione, pur avendo superato agevolmente tutte le barriere costituite dall’analfabetismo, dall’assenza di cultura e perfino dalle differenze politiche e ideologiche, non ha promosso nuove figure intellettuali che ereditassero lo spirito critico e l’autonomia di giudizio. Ecco spirito critico e autonomia nel giudicare sono i due elementi del pensare da sé che occorre salvaguardare. E per tutelarli serve esercizio, servono nuove “posture”, allenamenti mentali e fisici. Serve un lavoro. C’è ancora bisogno di pensatori. Al passo con i tempi, che spicchino in mezzo ad individui mediocri, indistinti ed in cerca di like. Costoro, non saranno saccenti o superbi, ma saranno consapevoli degli strumenti a loro disposizione, ma ancor più della loro natura e non avranno bisogno dei social per esistere, ma li adopereranno quali nuove possibilità. Ecco come stiamo facendo noi; come da tempo fanno gli autori di Tlon, come tentano di mettere in atto i nuovi pop filosofi. Le strade stanno mostrando un pensiero in comune, in un mondo in cammino.

Avvalersi dell’arma del dubbio, dell’arte di ascoltare e di porre domande, di interrogarsi e di scolpirsi come “una statua”, come direbbe Plotino, potremmo abituarci a pensare out of the box? E’ il “like” il responsabile del declino del pensiero critico?

I social e i software hanno amplificato la possibilità di comunicare universalmente, ma non hanno davvero incrementato la capacità del pensiero di elaborare. L’universalità della comunicazione necessita di un nuovo modello culturale. Le nuove tecnologie di informazione e di comunicazione non hanno ancora creato una nuova cultura. E così la crescente e smisurata diffusione degli strumenti di informazione dà vita anche a forme sempre più omogenee del vivere e del pensare. Questa forma di omologazione universale attraversa tutti i campi, dal cibo all’informazione, dalla politica alla cultura. Una civiltà unica mondiale rischia d’essere il nostro destino. Gli strumenti tecnologici contemporanei informano, offrono possibilità creative e riproduttive, ma non agevolano un processo critico. Quel che spaventa è la possibilità d’essere a conoscenza di molte cose, pur senza aver letto un saggio, un romanzo o aver visto un’opera d’arte. I nuovi mezzi di comunicazione non mostrano grandi personalità, spiccano individui mediocri, indistinti che cercano riconoscimenti, applausi e like. Individui banali hanno come solo desiderio quello di partecipare, allo scopo di sentirsi inclusi e considerati. Riconoscersi, sentire gli stessi gusti avvicina agli altri. Non è il gusto il riferimento con il quale digitiamo il nostro like anche sui social? Non è forse la ricerca di un comune sentire che ci spinge a cercare consenso? Il riferimento al gusto rimanda al kantiano giudizio estetico, vale a dire a una facoltà in grado di cogliere i fenomeni direttamente. Ed è questa capacità della ragione di cui si sente cogente la necessità, di un giudizio che nasca da un puro piacere contemplativo. Il piacere, quale sentimento peculiare che intensifica una sensazione legata a un oggetto, vuole essere condiviso e comunicato. Si aspira ad avere l’assenso degli altri. Il gusto, da argomento tipicamente settecentesco dell’incomunicabilità e della privatezza delle sensazioni, delle modalità attraverso cui trasmetterle e comunicarle, determina le nostre scelte, da quelle politiche a quelle commerciali. Pronunciarsi su ciò che piace o non piace è un modo per rivelare le proprie affinità, ricercando ciò che è comune. In questo modo ci si scopre legati agli altri nel momento in cui si ritrovano affinità su ciò che piace o dispiace. Il gusto non è più qualcosa di intimo e personale, ma rivelativo di se stessi aiutandoci a mostrare per quel che si è. L’esercizio del gusto ricrea le condizioni per un confronto e una condivisone con gli altri.

E’ palesemente in atto una deciso svilimento dell’idea di politica, concepita non più come interesse alla res pubblica bensì quale interesse individuale e privato. Come può l’intellettuale risanare questa ferita, divenendo soggetto “agente” ?

Lo scopo al quale sono chiamati – da fronti diversi – intellettuali, pensatori, politologi, filosofi, scienziati, tecnici è ricostruire l’identità della politica, riprendendo a familiarizzare con le “visioni del mondo”. Del resto, senza un pensiero critico del presente, e alternativo a questo nostro presente, la politica diventerà subalterna al corso destinale della storia, non riuscendo, in qualche modo – per quel che è possibile – a prevederlo allo scopo di contrastare le circostanze nefaste e di modificare i fatti. Se i pensatori dell’età moderna non hanno mai smesso di cercare i fondamenti della logica, della moralità, dell’estetica, dei precetti culturali, delle regole del vivere civile, e non hanno mai smesso di credere che la ricerca avrebbe avuto successo; l’epoca attuale si caratterizza per aver smarrito una verità universale. In questa civiltà massmediatica ogni singolo fenomeno assurge a verità assoluta. Le opinioni contano più dei fatti. Tutto è contemporaneamente vero e falso. Discutibile. Argomentabile. Eppure si è esaurita la critica, la cui funzione non è consistita nell’affermare verità assolute, ma nel gerarchizzare e nel pensare da sé. Il giudizio diviene imprescindibile per formulare una teoria etica che risponda alle problematiche della vita politica, e per ricucire il legame tra filosofia e azione, tra teoria e pratica. Siamo dinanzi a un nuovo sistema culturale, valoriale, scientifico in cui tutto diventa opinabile. In questo quadro, l’intellettuale non può più stabilire gerarchie e valori. Eppure il pensiero critico non può eclissarsi. Scompaiono le figure che presumevano d’aver diritto di far lezione alla storia, ma non può scomparire il pensiero radicato, com’è, nella storia dell’Occidente. Ecco perché appare sempre più diffusa la domanda di maestri, di esempi, proprio per il loro essere figure concrete con una valenza significativa in grado di trascendere un caso particolare, che diventa valido per ogni altro caso. I maestri, di cui non possiamo fare a meno hanno come compito quello di fornire indicazioni. Nella loro esemplarità orientano gesti, simboleggiano quel dovere morale di giudicare, di prendere posizione in modo autonomo di fronte agli eventi.

L’intellettuale, alla luce delle sue riflessioni, può intendersi come paradigma dell’umanità?

Una bella speranza, oltre che un augurio importante in questi tempi difficili. Del resto, concludo proprio consapevole che siamo in un mare aperto. E non possiamo più credere di risolvere da soli i problemi Degli altri abbiamo un bisogno imprescindibile, ed innato. In antitesi a pensatori solitari, immagino un pensare insieme. Pensare, attività da sempre vissuta in solitaria, deve, invece, essere condiviso. Lo scopo è proprio rompere quell’intricato legame tra il singolo e i social, per ritornare alle relazioni tra gli individui. Senza demonizzare la tecnologia, bisogna riscoprire un pensare in-comune, allo scopo di mettere il sapere in circolo. Il nostro io non è altro che il nodo che potenzialmente lega tutte le persone e gli eventi che hanno contribuito a formarlo, un pensare insieme mette in contatto anche gli altri, in carne e ossa. A dispetto di tutti gli intellettuali disincarnati, parlare di vita concreta, sensibile, corporea mette “in comune” i problemi ed i bisogni, le possibilità e le novità.

Quindi non basta una filosofia ridotta a teoria, a dottrina e a discorso, ma bisogna proporre una filosofia nelle vesti di ethos per vedere trasformata la propria esistenza e quella altrui. Non ci si salva da soli. Le azioni da compiere vanno pensate, prima d’essere programmate, studiate e attuate. Non c’è scelta intrapresa, senza pensiero meditato.

Rosaria Catanoso, dottore di Ricerca in Metodologie della Filosofia, insegna filosofia nei licei. Collabora con la cattedra di Filosofia Politica del corso di laurea in Filosofia del Dipartimento degli Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Membro del Centro per la Filosofia Italiana, pubblica studi e contributi sulla rivista di cultura «Tempo Presente», sul mensile «Segno», sui siti www. dialettica&filosofia.it e sul sito http://www.filosofiainmovimento.it. Di recente è stata pubblicata la sua ampia monografia Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione lo stupore della storia, Giappichelli, Torino, 2019. È autrice di numerosi studi sulla Arendt, con particolare riferimento alla questione del giudizio e dell’azione politica.

Meridionale. Frammenti di un mondo alla rovescia

Con riguardo alle caratteristiche proprie degli abitanti dell’Italia meridionale, soventemente, si legge o si ascolta: “Possiede una pronuncia meridionale”; “Che vivacità meridionale!”; “Si esprime con un gesticolare tutto meridionale!”
Oltre il guazzabuglio dei luoghi comuni e l’intrico delle convenzioni sterilmente accettate, chi è il Meridionale?

«Non mi illudo di tracciare il perimetro di una definizione, provo a dire la mia. Ebbene: da un lato, i Meridionali sono certamente gli italiani del Sud. Che spesso, pur amando visceralmente la loro terra, se ne devono andare o sono costretti a combattere, anche a casa propria, per una vita dignitosa tra mille difficoltà. Poi ci sono i “nuovi” Meridionali: gli uomini dalla pelle nera, i migranti, perfino i precari. Insomma, chi sta dall’altra parte della barricata, quella meno privilegiata e, come suggerisce il titolo di questo libriccino, vive in un mondo alla rovescia, all’interno del quale tutto è più difficile, fragile, ostile. In altre parole, i Meridionali sono i figli di una sofferenza condivisa, che noi Meridionali “doc” conosciamo molto bene».
I suoi “Frammenti” collocano i Meridionali dall’altra parte della barricata: l’atlante è a pelle di leopardo ed il “Noi” dove si pone esattamente?
«Come spiega Alessandro Cannavale nella prefazione al mio libro, “il dualismo Nord-Sud assume inquietanti dimensioni sovranazionali, globali. Pertanto, è solo uno dei tanti Sud, quello di chi scopre, a un certo punto della propria vita, di abitare un’Italia marginale, oggetto di pregiudizi e stereotipi – propri e altrui – perniciosi al pari di tutte le goffe semplificazioni di ciò che è complesso, sfaccettato, stratificato”. Non avrei saputo spiegarlo meglio. Anche per questo, “La ‘maledizione’ di essere meridionali” puoi trovarla anche negli occhi tristi di un venditore africano che cerca di guadagnarsi il pane camminando sul bagnasciuga col fardello della sua mercanzia. Oppure nello sguardo di chi è costretto a partire. E, probabilmente, anche in quell’atavica rassegnazione di cui siamo ancora in parte imbevuti. Noi Meridionali “doc”, ma anche i “nuovi”. Per questo bisogna lottare. Nel mio piccolo, ho provato a farlo con le mani nude della poesia».
Gli uomini ondeggiano tra spinte alla tutela della concordia e dell’adattabilità ed inclinazioni all’intolleranza. Quali nuove decise dinamiche d’ordine squisitamente culturale servono per aggiudicarsi una socialità pacificata che non ponga la solidarietà in soffitta e non se ne infischi del merito?
«Difficile trovare una risposta esaustiva. Certo è che la pandemia è stata devastante. Non che abbia aggiunto qualcosa allo sfacelo sociale, e culturale, di questi tempi grami. Semplicemente: ci ha mostrato ciò che siamo. Altro che andrà tutto bene. Altro che i canti sui balconi, esibizione finta e melensa di una bontà che utilizziamo come bandiera solo quando ci fa comodo. E allora che fare? Dobbiamo rallentare e riflettere non tanto su ciò che siamo ma su ciò che vogliamo essere. Dobbiamo abituarci all’idea che non tutto si può comprare o scambiare attraverso dinamiche puramente economiche. L’altruismo e la solidarietà sono armi potentissime. E lo è anche la consapevolezza di appartenere a una società. Il che significa andare oltre certe dinamiche sociali ristrette, che spesso sono la mortificazione del merito e del talento. Per farlo occorre partire necessariamente dal basso. Dal quotidiano. Se cominciassimo davvero a riflettere su come ci comportiamo con il vicino, l’amico, il collega, il capo e così via, capiremmo molte cose».
Lei funge da megafono alla voce di coloro che cercano riscatto, a casa propria o lontano dalla loro terra. E lo fa da meridionale.
Ebbene, come si vive in un mondo alla rovescia?

«Forse megafono è un termine eccessivo. Diciamo che ho provato a raccontare a modo mio un gruppo sociale al quale sento di appartenere. Nel libro c’è ovviamente anche molto, moltissimo, della mia terra, la Puglia, e del rapporto con essa. Un rapporto che definirei amoroso e tormentato: una sorta di odi et amo di matrice catulliana che si riverbera costantemente in questi frammenti. Partire? Tornare? Restare? La vera sfida, e forse l’unico amore possibile e duraturo, è appartenere. Questa è una delle principali direttrici del libro. Un percorso che, a mio avviso, è lo stesso di tanti Meridionali come me, qualunque sia la loro provenienza. Se così non fosse, questo libro non avrebbe senso: un’autobiografia poetica di Giuseppe Di Matteo non interessa a nessuno. Nemmeno a chi l’ha eventualmente scritta. Postilla: dall’altra parte della barricata si vive peggio, ma si guardano le cose negli occhi. Ed è un privilegio, per quanto amaro».

I suoi Frammenti pregni di sostanza poetica paiono indicare la comunicazione quale utile medium. La Poesia da intendersi come welfare per bloccare lo “sfarinamento sociale”?
«Scrive Ivano Fossati nell’”Infinito di stelle”: ‘c’è ancora speranza su questa terra /civilizzata soprattutto dai poeti’. Non credo ci sia altro da aggiungere».

Giuseppe Di Matteo, giornalista professionista, collabora con QN ed è addetto stampa della casa editrice Paginauno. Ha lavorato a Sky TG24, Il Giorno, Telenorba e La Gazzetta del Mezzogiorno. Nel 2019 ha pubblicato con Les Flâneurs Edizioni la silloge Frammenti di un precario, e nel 2020 Cronache quotidiane, sempre con Les Flâneurs.

Il rimbalzo incontrollato

Jean Paul Sartre scrive: «Il calcio è la metafora della vita».

Questo luogo comune può essere rovesciato in: «La vita è la metafora del calcio»?

Il calcio o nel mio caso il calcio a 5, è vita a tutti gli effetti. All’interno del gioco ci sono tantissime dinamiche che si ripropongono in altrettanti aspetti della vita di tutti i giorni. Socializzare è già di per sé la prima forzata causa che spinge molta gente a fare sport. E’ vero quel che dice José Mourinho: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”, perchè il gioco del pallone è filosofia, studio, competenza, vittoria o sconfitta, è vita, per l’appunto in tutta la sua totalità.

Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin.

Quale funzione politico-sociale-antropologica assume oggi il football rispetto alla sua esperienza?

Come descrivo nel mio libro lo sport, più che il calcio io direi, riveste una funzione estremamente importante. Dopo la famiglia e la scuola, è la terza agenzia educativa di accompagnamento nella crescita dell’uomo. I bambini che praticano regolarmente attività fisica o sport acquisiscono maggior fiducia e maggior autostima verso se stessi. Lo sport è fondamentale anche per l’eliminazione di ogni forma di stress o depressione, aiuta a svagarsi. Il calcio è lo sport più popolare anche perchè molto semplice da praticare: un pallone fatto in qualunque modo, anche arrotolando dei fogli di carta e due porte inventate (due aste, due zaini, due secchi…). Questa semplicità secondo me, permette di superare molte barriere. Di qui anche il calcio a 5, ha avuto una notevole importanza per lo sviluppo sociale di tanti ragazzi che hanno visto nelle palestre, un “rifugio” dal fuori che a volte, spaventa.

Il suo racconto lascia intendere che calcio sia il modello cognitivo del controllo e dell’abbandono, sostitutivo del “sistema di sicurezza” della storia del pensiero occidentale.

Il calcio come idea di libertà, appunto un rimbalzo incontrollato e pieno di gioia?
Nel mio volume racconto l’avventura di una banda di “folli”, come ci piaceva e piace tutt’ora chiamarci. Il calcio a 5, se va affrontato con i giusti valori, permette a mio avviso, di trovare una grande libertà che ogni persona dovrebbe prima o poi, raggiungere: consapevolezza dei propri mezzi. Questa è una libertà che inibisce, fa diventare grandi e può regalare assolutamente tanti attimi di felicità. D’altronde come cito nel mio libro: “Il libro è scritto pensando alla possibilità che sempre più bambini e ragazzi incontrino allenatori che li facciano innamorare dello sport. La teologa Dorothee Solle rispose a chi le chiedeva, alla luce dei suoi studi teologici e religiosi, come avrebbe spiegato a un bambino il concetto religioso di felicità: “Gli darei una palla e lo farei giocare”. E’ il compito di ogni allenatore: mostrare che anche una palla può regalare brevi ma intensissimi momenti di felicità.”

La Var possiede una pretesa: controllare il gioco ed eliminare l’errore.

Ciò non stride con il carattere “hayekiano” di siffatto sport, che si profila come l’esito delle azioni dei giocatori e non di una volontà pianificatrice calata dall’alto? L’errore non è una variabile da accettare?

L’errore è la variabile per eccellenza dello sport: senza di esso qualsiasi partita finirebbe 0-0. nessuna emozione, nessun sentimento, il nulla. La var che nel futsal non esiste, ha la funzione di regolarizzare non tante l’errore umano del giocatore, quando quello dell’arbitro. Un fallo non visto in area è punibile con un rigore, un fuorigioco che non c’è, può esssere rivisto al monitor. Certo il romanticismo dell’imprevedibilità sicuramente viene meno, ma ne guadagna la regolarità del gioco. Personalmente insisto molto sull’errore coi ragazzi giovani che alleno, perchè è da lì che si può migliorare, osservandosi. E in allenamento per fortuna, non c’è comunque la var.

Considerati i frequenti fatti di cronaca, anche bui, quale connubio ritiene possa essere stabilito tra sport e civiltà?

Purtroppo gli episodi di violenza o inciviltà, sono uno specchio della società confusa e menefreghista che in parte si è sviluppata. Il problema più grande però, secondo me, sta nell’esempio. La civiltà di una persona nello sport, si misura da come questa accetta ad esempio, la sconfitta. Da come questa non cerchi alibi, non punti il dito, non alzi la voce, ma faccia semmai, autocritica. E invece troppo spesso anche nelle palestre di calcio a 5, si vedono “pseudo allenatori”, essere maleducatori invece che educatori, che dovrebbe essere la primissima obiettivi che dovremmo porci di fronte ad un gruppo di adolescenti. Miglioriamo le conoscenze, miglioriamo il nostro background e comprendiamo il vero valore della sconfitta; solo così accetteremo noi stessi e di conseguenza anche gli altri. Con orgoglio ho inserito episodi simili in cui mi sono trovato in campo, e non solo, nei due anni alla Futsal Fermo. Non un elogio al sottoscritto, ma un racconto di come ho interpretato ciò che mi capitava.

Marco Squarcia nel 2014 pubblica L’Attimo in più. A questo si aggiunge nel dicembre 2018, Quasi Grandi altra raccolta di novelle dai Monti Sibillini fino al Mare Adriatico, pubblicato dalle Mezzelane Editore. L’ultimo lavoro è “Ti racconto una storia”, raccolta di storie ambientate nella provincia di Fermo, editato da Simple Edizioni nel Gennaio 2021. Nell’inverno 2021, pubblico il libro “Il rimbalzo incontrollato”.

Le deboli

Marietta, Vincenzina e Annuccia: un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età ed esperienza esistenziale. Qual tratto le accomuna?

Il tratto principale che le accomuna è di sicuro il loro essere donne oltre che quello di appartenere alla stessa famiglia. Essere donne con una forza che non sanno di avere ma che sapranno tirare fuori al momento giusto.

“I luoghi in cui si nasce, anche se li abbandoni presto, rimangono comunque dentro per tutta la vita”

Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nel suo romanzo?

La memoria è fondamentale, non sono nel mio romanzo ma in ogni aspetto della nostra vita. Dovremmo ricordare per capire e imparare. Dico in modo quasi qualunquista che senza lo sguardo al passato e alla memoria non potremmo vivere il presente.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni, le scelte, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza e la forza di volontà che le hanno connotate.

Quale messaggio ci offrono?

Ad essere sincera nessun messaggio specifico. Forse semplicemente l’idea che ogni persona ha il suo modo di essere, le sue sfaccettature. Ogni persona reagisce alle cose secondo la propria forza e le proprie possibilità.

“Le deboli ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

In realtà la parte storica è piuttosto una cornice, inevitabile, che mi ha permesso di inquadrare la storia in un contesto adeguato. Negli anni 40, il patriarcato e il fascismo hanno evidenziato degli aspetti già esistenti e nemmeno troppo latenti in relazione alla figura della donna. Non ho seguito metodi e, come sempre quando scrivo, sono andata molto a istinto elaborando informazioni che già avevo.

Le donne sono riuscite ad abbattere con fiera determinazione le gabbie concettuali in cui abbiamo abitato per lungo tempo.

Ebbene in cosa si diversifica il punto di vista muliebre?

Nel mio sguardo c’è una diversità di genere che è soltanto quella naturale esistente tra uomo e donna. È per questo che non amo molto parlare di femminismi. Il femminismo è uno soltanto che si può sicuramente scindere creando diverse visioni, ma resta uno e unico ed è soltanto quello che ci appartiene in quanto donne. Quello insito, atavico, ancestrale e profondo.

Flora Fusarelli è autrice di numerose recensioni di libri, ha curato una collana di classici e varie raccolte di racconti. Con Le deboli si cimenta nel suo primo romanzo.

A New York con Patti Smith. La sciamana del Chelsea Hotel

Patti Smith è globalmente nota per l’immenso carisma interpretativo e la suggestiva intensità delle parole delle sue canzoni. Ciò le ha fatto guadagnare l’epiteto di “sacerdotessa maudite del rock”.

Ebbene, perché “La sciamana del Chelsea Hotel”?

«Il termine “sciamana” indica colei che media tra due mondi, squello della cosiddetta “realtà” e quello “altro”, popolato dai morti, dagli spiriti, dalle anime. Ha una tradizione antichissima, e ha anche un suono bellissimo che richiama il vento, un vento che porta cambiamenti. Applicato a Patti Smith assume un significato laico e metaforico: i mondi altri con i quali è entrata in contatto sono quelli della poesia, della scrittura, della musica, luoghi in cui si è soggetti all’ispirazione e verso i quali si riceve una chiamata. E il Chelsea Hotel, che durante il secolo scorso ha ospitato almeno due generazione di personalità geniali, per lei ha funzionato come un vero e proprio stargate magico, attraversando il quale è potuta diventare ciò che sognava fin da bambina: un’artista che potesse esprimere se stessa».

La stazione di Port Authority, il Greenwich Village,Washington Square, Brooklyn, il cbgb e gli Electric Lady Studios, la St. Mark’s Church: lei ripercorre le tappe dell’iter newyorkese di Patti Smith.

In che modo ha operato una selezione; a quale istanza ha risposto? La sua è una “geobiografia”?

«È una geobiografia perché, fin da subito, mi è sembrato più “semplice” provare a ripercorrere la vita di un’altra persona, di per sé imperscrutabile, ripercorrendo i luoghi che aveva attraversato piuttosto che procedere senza dei veri e propri appigli. Dopo essermi a lungo documentata ho scelto i posti che, a mio parere, hanno lasciato un’impronta visibile ancora oggi sul suo percorso artistico. Ne avrei potuti scegliere molti altri, Patti non è certo una a cui piace restare ferma. Però alla fine, nell’economia di questo libro, mi è sembrato di avere operato delle scelte almeno secondo il mio giudizio coerenti».

La New York di Patti Smith è ancora pulsante o ne è la pallida ombra?

«Moltissimi dei luoghi che hanno segnato delle tappe fondamentali per la sua formazione non esistono più: il Chelsea Hotel, per esempio, e poi il CBGB, il Max’s, la libreria Scribner e la Brentano’s, l’ino Café. Neppure quel clima lì, il fermento degli anni Sessanta e Settanta, esiste più. Ma molto è rimasto, oppure si è trasformato. Non potrei mai definire pallida una città come New York: potrà essere brutta, sotto certi aspetti, crudele, respingente, oppure esaltante, scintillante, chiassosa, ma la tiepidezza non credo le si addica molto».

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi newyorchési.

In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

«Il mio viaggio nella New York di Patti Smith è un insieme di viaggi: la somma di quelli che, negli anni, ho fatto in quella città in momenti per me molto diversi, e quelli che ho intrapreso dentro la mia, di vita. Siamo tutti in viaggio, e con questo non dico nulla di nuovo. Anche scrivere un libro lo è, un viaggio faticosissimo ma che, come spesso accade, lascia anche molti spazi aperti alla gioia, alla scoperta. Fare di questo testo una recerche mi è sembrato il modo migliore per fissare una meta e, quindi, individuare le strade migliori per raggiungerla. Alcune si sono rivelate dei vicoli ciechi e sono state abbandonate. Altre mi si sono materializzate davanti ed erano giuste. E come in un vero viaggio la strada si è “fatta” durante il cammino».

Lei compie una ricerca in absentia. Oltre a Patti Smith, immensa protagonista del rock, del proto-punk e della New-wave, cosa la lega a New York?

«Un senso di libertà che non ha nulla di romantico o di ideale. In quella città mi sono sentita più libera – che per me significa “me stessa” – che in qualsiasi altro luogo. I motivi possono essere tantissimi, ma anche nessuno. I luoghi hanno un loro spirito e credo che ciascuno di noi assorba molto dei posti in cui si trova se riesce a porsi dentro di essi in maniera aperta».

Laura Pezzino è una giornalista. Appassionata di letteratura e poesia da sempre, è stata a lungo book editor del settimanale Vanity Fair. Oggi collabora con varie testate e case editrici.

Cosa accadde davvero a Evie Benson

Il percorso della protagonista, Evie, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale analisi adopera flashback che compongono un puzzle psicologico di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Amo raccontare la memoria. Siamo quello che siamo perché ricordiamo gli anni, i passi, le sensazioni. Ricordiamo le persone, e ciò che è stato tra noi e loro. E da questo flusso delle cose umane impariamo lezioni nella gioia e nella disperazione. La memoria è una maestra che non si può ignorare, e quanto più ci sforziamo di non darle retta, tanto più sta vincendo le correnti del tempo, in una battaglia che non finirà mai con una chiusura totale dei conti. Il passato trova sempre la strada per raggiungerci, in un modo o nell’altro.

Uno dei temi del romanzo è il dolore muliebre. Perché ha deciso d’illuminare un aspetto troppo spesso taciuto?
Veneravamo un Dio femmina qualcosa come 20 mila anni fa. Oggi, invece, la nostra società è fallocentrica. Al livello microsociologico resiste una misoginia che diventa ginecofobia al livello ‘macro’. Così, le donne portano sulle spalle il doppio del fardello: quello umano, e quello di una società per loro in salita. Questo mi fa orrore. La mia Evie – ma non solo lei – è stata un’occasione di confronto col mio lato femminile, con la mia empatia verso l’universo femmina. Un esercizio di ascolto, oltreché una denuncia. Se ci esercitassimo tutti all’ascolto, elimineremmo gli ostacoli, anziché fare mansplaining su come le donne dovrebbero schivarli.

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del thriller. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?
È proprio col mistero che ho provato a conferire originalità al romanzo. Col suo galoppo spesso estremo, il thriller è abbastanza esaltante da non aver bisogno di incognite e punti interrogativi per accattivare. Spesso, nel thriller si conosce ogni elemento, e a tenerci incollati è una sola domanda: riusciranno, i protagonisti, a cavarsela? Io ho preso un thriller e ho tentato di dargli un taglio da giallo, con misteri che ottengono risposte poco a poco. Chi è stato? Perché? Cosa accadde davvero a Evie Benson?

Le sue righe suggeriscono l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga: Elena e Paride infrangono ogni regola, ogni convenzione narra Omero. Ebbene, se non si sceglie d’amare né d’essere amati, in che misura si sceglie di scrivere?
L’amore costringe ad amare, per parafrasare e sintetizzare Dante. È un tiranno: non possiamo scegliere chi, né come. Per come la vedo, esiste una sola regola, che avvicina amore e scrittura a distanza minima, la distanza di una vocale: si ama quando si ha qualcosa da dare, e si scrive quando si ha qualcosa da dire. E sono due condizioni su cui non abbiamo alcun controllo.

La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?
Sono un appassionato sostenitore del concetto di lingua come mezzo, mai come fine. Cosa accadde davvero a Evie Benson narra fatti di fantasia, ma dal potenziale di verosimiglianza elevato. Volevo che il romanzo potesse essere diretto, immediato come una serie TV, proprio perché là fuori le strade pullulano di Evie Benson. Volevo che il messaggio arrivasse. Finora, la scelta sembra darmi ragione.

Salvatore Conaci nasce a Catanzaro, nel ‘90. Tra il 2016 e il 2017, collabora con le riviste Luoghi Misteriosi e ‘900Letterario. Nel 2015, pubblica Perle nere (Montedit), raccolta di novelle dell’orrore. Il suo primo romanzo è Ordo Mortis (WritersEditor, 2018), che ottiene la menzione di merito al III Premio Internazionale Cumani Quasimodo. Col racconto Odio i treni, a ottobre 2020 è finalista del Premio Letterario Internazionale Nautilus, e vincitore del Premio Speciale Litweb. Di maggio 2021 è il suo thriller psicologico Cosa accadde davvero a Evie Benson (bookabook), per mesi nella Top 100 di Amazon. A ottobre 2021, è tra i vincitori del Concorso Letterario Halloween all’italiana, col racconto Grazie a Dio!

L’ultima nota. Musica e musicisti nei lager nazisti

Pare surreale che ad Auschwitz, Terezin, Buchenwald e Dachau risuonassero note; eppure, anche i campi di sterminio nazisti possedevano una loro colonna sonora.

Quali scopi ha potuto ravvedere nella produzione musicale all’interno dei lager?

Occorre distinguere tra produzione musicale volontaria dei prigionieri e “musica obbligata”. I brani eseguiti dalle bande davanti ai cancelli, quando i prigionieri uscivano la mattina per andare al lavoro e quando rientravano, erano una sofferenza psicologica sia per chi li eseguiva e, soprattutto, per chi era costretto ad ascoltarli. La musica scandiva la giornata, i tempi di lavoro e i momenti della vita nei lager: la musica era funzionale alla organizzazione dei lager, modellati in parte sul sistema militare e in parte su quello burocratico tedeschi.

In alcuni lager, come Terezin per esempio, vennero reclusi anche compositori importanti, che non smisero di comporre e di presentare la loro musica, come Victor Ullmann, Pavel Haas e Hans Krasa. Nei lager vennero composte canti di resistenza e canzoni che esprimevano dolore, angoscia, smarrimento.

Le SS imponevano ai prigionieri di accompagnare le torture, le marce verso il lavoro o le camere a gas con brani strumentali.

Per quale ragione?

Dal punto di vista pratico la musica copriva le urla dei torturati e il rumore delle pallottole con le quali le guardie mettevano fine alla vita di chi aveva tentato di fuggire o di chi si era ribellato. Allo stesso tempo, la musica aumentava la paura e il dolore di chi era imprigionato.

Lei scrive “Quello che veniva chiamato il modello Dachau comprendeva l’uso degli altoparlanti e della musica come strumenti di propaganda”

E’ verosimile ipotizzare che la musica avesse lo scopo di affermare, ulteriormente, la forza e la sicurezza del regime nazista?

Direi che è non solo verosimile ma anche certo. Dagli altoparlanti i nazisti diffondevano musiche militari, brani patriottici e i discorsi di Hitler, in particolare in occasione dei congressi del partito.

Undici trascinanti capitoli per non dimenticare. Da quali personalità erano costituite orchestre e complessi?

Nei lager nazisti vennero formate bande musicali, vere e proprie orchestre sinfoniche, jazz band, orchestrine per il cabaret, cori di ogni genere. Anche se, talvolta, quelle formazioni musicali si avvalevano di musicisti dilettanti, in molti casi ebbero l’opportunità di aggregare musicisti professionisti e di buon valore. Gli artisti del cabaret di Westerbork erano alcuni dei migliori professionisti tedeschi, i jazzisti di Terezin erano trombettisti o chitarristi di buon livello dell’Europa centrale, in particolare cechi. Ad Auschwitz o a Terezin vennero reclusi pianiste di notevole livello, l’orchestra femminile di Birkenau, unica nel suo genere, venne diretta da Alma Rosè, violinista viennese brillante e di notevole fama.

L’Arte come forma di resistenza?

Questa è la domanda alla quale è più difficile rispondere, forse impossibile. I canti composti dai prigionieri politici dal 1933 fino allo scoppio della guerra erano quasi sempre canti di resistenza: alla musica veniva affidato il compito di esprimere la volontà di ,lottare fino alla liberazione, al ritorno a casa, al recupero di una vita normale, per quanto possibile. Anche alcuni testi del cabaret di Westerbork e le composizioni più complesse di Terezin celavano critiche al nazismo e a Hitler ma anche squarci di speranza.

La musica era lo strumento che i musicisti utilizzavano per mantenere in vita la speranza, via necessaria per non morire psicologicamente prima della morte fisica. Anche se poi, al momento di tirare le somme, erano i comandanti nazisti che avevano nelle loro mani il potere di decidere chi spedire a morire nelle camere a gas di Auschwitz o di Treblinka.

Roberto Franchini è giornalista, scrittore e saggista, si occupa da anni di storia della musica. È stato direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione della Regione Emilia-Romagna, presidente della Fondazione Collegio San Carlo di Modena e del Festival filosofia.

Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile

Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile cita in esergo Amore e morte di Giacomo Leopardi. Ciclo di Aspasia e sguardi stranianti, allucinati e visionari.
Qual è il fil rouge che lega i due scritti in un’inusuale contaminatio fabulae?

È un filo che parte da molto lontano. Il titolo con cui Non tutto il male era nato, il suo working title per così dire, era proprio quella terra inabitabile che è confluita nel sottotitolo e che veniva da Amore e morte. E fa tutto parte di un percorso a più tappe, che comunicano fra loro. Mentre scrivevo il romanzo lavoravo anche a un saggio, insieme a Claudio Kulesko, che s’intitola Blackened – Frontiere del pessimismo nel XXI secolo e che è uscito anch’esso nel 2021, per Aguaplano. Per certi versi li vedo come testi gemelli, due lati di una stessa domanda. Il pessimismo è certamente il responsabile del linguaggio allucinato e visionario che lei nota, e che secondo me è proprio il linguaggio del dubbio, della sofferenza; ma del pessimismo non mi attrae l’aspetto alienante e caustico di un certo nichilismo, che in assenza di valori vorrebbe svuotare i significati, quanto appunto la visione dolente ma intensa di Leopardi, un’indagine piena e responsabile verso le ragioni del male. Amore e morte per me significa questo: sono i punti cardinali del nostro fato, le uniche due cose, in fondo, di cui vale la pena parlare – e di cui forse finiamo sempre per scrivere.

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder della fantascienza classica?

Sono certamente un amante della fantascienza classica, ma ho avuto la fortuna (o almeno, io la reputo tale) di crescere, come lettore, senza porre particolare attenzione ai canoni. Mi sono sempre trovato in maggiore sintonia con un’idea di fantastico ampia e inclusiva, aperta alle contaminazioni, a tutto ciò che è strano e bizzarro. Mi pare che dialoghi molto bene con il presente, e del resto ho sempre pensato agli autori “fantastici” come a “realisti di una realtà diversa”, come diceva Ursula LeGuin. Il sense of wonder che lei nota in Non tutto il male risulta probabilmente da una confluenza che, nelle mie abitudini di fruitore, è la più naturale possibile fra fonti apparentemente anche molto diverse fra loro, dai poemi medievali ai videogiochi, passando per romanzi fantasy e manga giapponesi.

“Chi è stato immaginato ha questo privilegio rispetto a chi è stato partorito, che può tornare a casa, nel territorio informe dell’increato, del mai esistito.” Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Credo che ogni nostro sguardo o gesto ne abbia. Questo non significa che un romanzo debba essere una professione di fede o un’affermazione univoca. Mi pare che i protagonisti della storia siano anzi estremamente dubbiosi, confusi, e che l’intera vicenda sia un annaspare intorno a questo dubbio. Ma la radice di tale dubbio, certo, è basilare, e la domanda, il viaggio che compiamo insieme a essa, mi pare spesso più importante della risposta – specialmente in casi dove la risposta è per sua natura inconoscibile, perché in effetti anch’io penso spesso, con Albert Camus, che il suicidio sia l’unico problema filosofico davvero degno di riflessione, e questo è incarnato dal Cartografo alla ricerca del suicidio perfetto.
Quello che mi preme sottolineare, però, e che risuona anche con le precedenti riflessioni sul fantastico, è che una buona storia (parlo in senso generale perché non sono io a dover giudicare se Non tutto il male lo sia, ovviamente) non deve esclusivamente reggersi su simboli o allegorie, su significati nascosti. Vera o immaginata che sia, la storia parla con la propria voce e dialoga con chi la legge – senza per questo essere meno “morale”. Mi piace pensare ai concetti di “credenza secondaria” e “applicabilità” di J. R. R. Tolkien, in questo senso.

Zero, il Cartografo, la “ragazza in bianco” che diventa la “ragazza in nero”. Lei strotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legato?

Non è facile rispondere in modo netto perché gli elementi di questa triade sono strettamente legati fra loro, si compenetrano, sotto molti aspetti. Alcuni lettori li hanno interpretati come tre facce della medesima persona, ed è una lettura che trovo affascinante e del tutto legittima. Mi sbilancerei forse sul Cartografo, perché come suggerisce il nome è il vero “architetto” di Tula, la città dov’è ambientato il libro, è il primo nucleo a cui ho pensato e da cui sono nati gli altri personaggi. In questo senso agisce quasi da ambasciatore dell’autore all’interno della storia, è quello che mi ha aperto una finestra per poter guardare da dentro questo mondo fumoso, e districare gli eventi.

La sua formazione è classica. Ebbene, è così arduo convivere con la Natura in assenza di un Mito che ci accompagni nelle scelte?

Temo di sì. Ho pensato più volte a quello che accade a Tula come a un gigantesco rito funebre collettivo, un funerale in assenza di cadaveri, persone che hanno visto crollare la metafisica e cercano di costruirsi un mito con le proprie mani, perché in assenza di miti non riescono a interpretare la realtà. Da qui le fratture, la depressione, i fantasmi. È un bisogno di spiritualità, ma anche semplicemente di immaginazione, che trovo molto attuale. Quello che mi preme sottolineare, e che spero emerga anche dal libro, è che la questione della convivenza con la natura è asimmetrica. Sembrerà tautologico, ma per la natura è tutto naturale, anche gli incendi, le devastazioni, tutto ciò che accade in risposta ai nostri artifici. Ho recentemente visto il film The Green Knight, che nel linguaggio profondamente immerso nel mito del poema originale riflette in modo secondo me brillante proprio su questo tema: il verde è il colore della terra, della morte che ci digerisce e ci restituisce in vita, dei rampicanti che prima o poi avvolgeranno persino il castello più alto, di un’ascia che prima o poi taglierà il collo di ogni re. E se la fine del mondo è inevitabile, citando il titolo di un bel libro, io penso che “un’altra fine del mondo è possibile”, così come esistono altri miti per raccontarla e per convivere con la natura.

Andrea Cassini di formazione filologo medievale, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FiBa, «L’ultimo uomo» e altre testate. Scrive articoli per «L’Indiscreto» e ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Prisma – Vol. 1 (Moscabianca, 2019) e Déjà vu – altre storie, altro presente (Alessandro Polidoro, 2020). Ha partecipato come autore a Tina. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020).

Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile

Mobbing, ricatti, manipolazioni, discriminazioni in base alla nazionalità, violazione del foro interno, problemi di salute sottovalutati o usati come pretesto per l’emarginazione. Ha incontrato resistenze, ostacoli, muri per squarciare il velo di silenzio in nome di quella trasparenza tante volte invocata da Papa Francesco per la Chiesa?
No, non ho incontrato particolari ostacoli nel mio lavoro di ricerca e indagine, anzi mi sono sentito supportato da chiunque ho incontrato lungo il cammino, a cominciare da padre Giovanni Cucci e dalla congregazione delle scalabriniane. Ho avuto la sensazione che in tanti si aspettassero che finalmente qualcuno si occupasse di questo tema rimasto sempre un po’ nei chiaroscuri della Chiesa. Anche da parte delle stesse ragazze e donne intervistate non c’è mai stata alcuna pressione da parte mia, anzi, loro hanno volontariamente aderito a questo progetto, dicendo di voler parlare e raccontare. Il ripercorrere la propria vicenda le ha aiutate – così molte mi hanno detto – anche a cristallizzare il dolore subito e fare un po’ di ordine a livello interiore.

Nove ex suore e due ancora professe: Anne-Marie, Marcela, Anna, Thérèse, Elizabeth, Aleksandra, A., Vera, Maria Elena, Lucy, Magdalene. 11 donne di tutto il mondo e di diverse età che, dopo anni di silenzio, per paura o perché sotto forte pressione psicologica, hanno deciso di far sentire la loro voce.
Qual è il tratto che le accomuna?

Le accomuna una grande sofferenza, dovuta anzitutto alla delusione di vedere interrotto il cammino religioso iniziato con grande entusiasmo e grandi premesse e promesse. Perché quasi tutte raccontano che all’inizio c’è stato un forte accompagnamento da parte delle suore più anziane e già interne all’istituto. Accompagnamento che è venuto totalmente a mancare nel momento dell’uscita, trasformandosi, in alcuni casi, in ricatto, vendetta, pressioni. Ad accomunare queste storie è anche il fatto che queste donne sono arrivate a un punto in cui si sono sentite perse: vessate dal passato, impaurite dal futuro, bloccate quindi nel presente. Ognuna poi ha intrapreso un diverso percorso, ma quel vuoto è rimasto dentro e, spesso, ancora dopo anni non è stato colmato.

Quali sono le iniziative all’interno della Chiesa che aiutano queste donne a riprendere la vita in mano e ad andare avanti o a ricominciare il cammino religioso?
Al momento sono veramente poche le iniziative in aiuto a questa specifica categoria delle ex suore. Ci sono bravi psichiatri e psicologi che portano avanti dei percorsi e delle terapie ad hoc, ma sono, appunto, realtà ‘esterne’ alla Chiesa. Ci sono le già citate scalabriniane con il progetto “Chaire Gynai” per l’accoglienza delle donne in difficoltà che fanno tantissimo. E so anche di alcuni progetti che stanno nascendo, come quello di una suora in Abruzzo, anche lei in passato vittima di abusi, che sta ristrutturando una chiesa sconsacrata per trasformarla in un punto di ritrovo e accoglienza per ex suore finite per strada, in particolare straniere. Sono però iniziative satellite che vanno a colmare in parte un grande vuoto istituzionale, nella Chiesa e all’interno delle stesse congregazioni che dovrebbero garantire una eventuale uscita di un loro membro in modo sereno e non traumatico.

Papa Francesco ha asserito: “L’attenzione agli abusi di autorità e di potere. Su questo ultimo tema ho avuto in mano un libro di recente pubblicazione di Salvatore Cernuzio sul problema degli abusi. Ma non degli abusi eclatanti: è sugli abusi di tutti i giorni, che fanno male alla forza della vocazione”
Professor Cernuzio, qual è la possibile radice degli “abusi di tutti i giorni”?
La radice è profonda e credo che vada cercata in una formazione sbagliata, deviante, che le stesse superiori, madri generali, provinciali ecc hanno a loro volta ricevuto. Il “soffrire per Gesù”, le privazioni, le umiliazioni sono sempre state considerate parte integrante della vita consacrata, nonostante questo non abbia alcun supporto dal punto di vista canonico. Molte delle superiori descritte come “abusatrici” nel libro è evidente che si sono incattivite nel corso della vita e che replicano atteggiamenti subiti, ereditati peraltro da quegli schemi patriarcali che tante volte loro stesse denunciano. Mi ha impressionato sentire da alcune di queste ragazze che spesso gli capitava di ripetere con le più giovani gli stessi comportamenti che vedevano lucidamente essere causa della loro sofferenza. Come se si fosse interiorizzato un modo di essere e di vivere che andasse anche oltre la propria personalità, un meccanismo inconscio. E una catena difficile da spezzare.

A suo avviso, raccolte le testimonianze, quale significato va attribuito oggi al termine “obbedienza”?
Penso che se nel 2022 ancora oggi ci siano persone che raccontano ancora storie del genere vuol dire che siamo rimasti bloccati ad almeno 50 anni fa, quando l’obbedienza era concepita come un totale asservimento di un sottoposto a chiunque ricoprisse un ruolo. Un’obbedienza che non è frutto di discernimento e maturazione, per cui magari una persona si pone volontariamente in un atteggiamento di subordinazione perché riconoscere che quello può rappresentare un aiuto per la propria crescita, ma un’obbedienza determinata dalla paura, dal dire sempre e solo “sì” per evitare ritorsioni, rimproveri, emarginazione. Ancora oggi sembrano vigere queste logiche e meccanismi, ma al contempo, per fortuna, si registra anche una maggiore consapevolezza da parte delle stesse suore che chiedono di studiare, di intervenire, di crescere e contestano quello che risulta poco chiaro o sminuente della propria persona e del proprio talento.

Salvatore Cernuzio dal 2011 segue l’informazione religiosa e l’attività del Papa, avendo lavorato come vaticanista per l’agenzia cattolica Zenit e poi per il portale Vatican Insider del quotidiano La Stampa, per il quale si è occupato anche di tematiche sociali. Collabora con testate italiane e internazionali, ha viaggiato in Italia e in diverse parti del mondo per seguire le trasferte del Papa o realizzare reportage sulle diverse realtà locali della Chiesa. Ha curato il libro Don Pino, martire di mafia, del postulatore della Causa di canonizzazione, monsignor Vincenzo Bertolone. Dal 2021 fa parte della redazione di Vatican News – Radio Vaticana.

Dalla stessa parte. Uomini contro la violenza sulle donne

La questione di genere investe la sfera culturale italiana da tanto.
Qual è la specificità del suo intervento?

La questione di genere, è una delle problematiche sociali e culturali che mi stanno più a cuore.
La seguo, mi documento, mi confronto in ogni ambito; da quello lavorativo, a quello del territorio in cui vivo, a quello culturale.
Non è certo l’unica questione e nemmeno la prima. Sicuramente è tra le situazioni che definisco d’emergenza e per le quali ciascuno deve sapere trovare il proprio punto di caduta per sapersi confrontare, crescere e maturare.

L’argomento bruciante del sessismo e della discriminazione di genere è, soventemente, trattato da un punto di vista squisitamente muliebre.
Ebbene, qual è la visione complementare, ovvero maschile del vivere in una società patriarcale e sessista?

Credo fortemente nell’impegno maschile, culturale e sociale, verso questa tematica che riguarda sempre più direttamente l’uomo, in quanto la donna pur se vista ancora e soltanto come figura complementare e non come essere indipendente di una società comunque ancora sessista, sia stata in grado di sapersi emancipare attraverso decenni di battaglie, lotte e rivendicazioni,
Giunto è dunque il tempo per l’uomo di doversi impegnare in questo percorso di crescita umana che passa innegabilmente nel riconoscere la violenza sulle donne, una questione da sapere combattere e sconfiggere, attraverso azioni concrete di lotte e azioni, sociali e culturali.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Non sono di certo porte chiuse a queste situazioni; il nostro linguaggio, i modi di dire, le mai apparentemente innocue battute, i proverbi, sono anticipatori fino quasi ad autorizzare certi atteggiamenti, azioni e comportamenti nei confronti delle donne.
Suggerisco la lettura del libro “Razzisti a parole” dove l’autore Federico Faloppa ci racconta e dimostra come si possa essere intolleranti e razzisti verso il diverso, verso l’altro, anche con il linguaggio. Come ad esempio il dare del “tu” ad un immigrato anche se non lo si conosce. O come il classico “Non sono razzista ma…” che tanto ricorda il “Però anche lei vestita in quel modo, un po’ se l’è cercata…”.
Nel mio ruolo di operatore culturale e proprio per dare testimonianza attiva a quanto fin qui detto, ho recentemente curato insieme all’amico scrittore Salvatore Contessini, un’antologia poetica di soli uomini dal titolo “Dalla stessa parte – Uomini contro la violenza sulle donne”, edito dalla casa editrice La Vita Felice.
Un impegno culturale che se da un lato ha visto noi curatori crescere nel confronto e nella visione della questione, ha dovuto scontrarsi durante la fase di ricerca, con alcune dinamiche sociali riguardanti la situazione femminile, che si sono riflesse a modo loro anche in poesia.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi ed i ruoli stereotipati delle donne mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere.
Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Manca un soggetto forte in questa discussione. La politica è assente. E su questo sono molto crudo e tendente alla condanna di qualunque schieramento.
Se pensiamo infatti che fino al 1981 in Italia (e non dall’altro capo del mondo) era normato nel codice penale il delitto d’onore e che è solo del 2013 una legge contro la violenza sulle donne, allora facciamo presto a capire che molta strada è da fare ancora.
Nulla si è fatto in ambito culturale, nelle scuole, nelle famiglie. E nulla pare si voglia fare, al di là di meri impegni verbali.
La politica risponde con carcere (che arriva sempre dopo che la tragedia si è consumata) e costosi braccialetti elettronici anziché finanziare centri anti-violenza che sempre più si poggiano sull’esclusivo impegno volontario.

Salvatore, l’Antologia dedicata al tema della violenza sulle donne ha stentato a trovare poesie.

Siamo stati consapevoli fin da subito di aver chiesto un “impegno” poetico sui generis.
Avessimo proposto un’antologia poetica d’amore, ne siamo convinti, saremmo stati sommersi dai testi.
Nonostante ciò siamo riusciti a “costruire” un’antologia che rispecchia sia geograficamente che anagraficamente la popolazione maschile italiana.
Ma è stata nostra precisa convinzione, quella di voler chiedere un contributo volto alla costruzione di un cammino che possa andare oltre le celebrazioni di giornate internazionali. Vogliamo poterci confrontare, andare a dibattere a proporre tesi, a scontrarci con antitesi.
Concludo lasciando un ulteriore spunto di riflessione per il lettore; nell’antologia “Dalla stessa parte – Uomini contro la violenza sulle donne” edito da La Vita Felice, è minoritaria la partecipazione di giovani poeti. Ecco, questa scarsa presenza potrebbe essere un buon argomento di discussione.

Salvatore Sblando 
Sue liriche sono pubblicate in antologie e blog letterari. Le sue pubblicazioni sono state oggetto di segnalazioni in importanti Premi. Membro del Comitato di lettura della casa editrice La Vita Felice, partecipa attivamente a reading e manifestazioni poetiche. Attivo nel panorama letterario torinese, è fondatore dell’Associazione culturale Periferia Letteraria. Fra i curatori di diversi festival letterari, a gennaio 2015 inaugura “Aperipo-Etica”, rassegna di cultura, poesia e letteratura contemporanea. All’interno del proprio LIT(tle) Blog (www.larosainpiu.org) è solito ospitare le migliori voci del panorama poetico italiano.
Pubblicazioni:
Due granelli nella clessidra (LietoColle, 2009) giunta alla 2^edizione;
Ogni volta che pronuncio te (La Vita Felice, 2014);
Lo strano diario di un tramviere (La Vita Felice, 2020).