Rosso ulivo

Il percorso della protagonista, Tinuzza, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
La memoria è fondamentale. Non solo nell’economia del racconto ma anche nella nostra vita. La memoria è il fulcro attorno al quale ruota il presente, è essa stessa maestra del presente, ci insegna a dipanare le matasse odierne sia personali che sociali, ci permette di confrontare il passato con il presente. La memoria misura la distanza tra quello che è stato e quello che è, misura i passi in avanti nello sviluppo di una parità di genere (non ancora raggiunta) o nella sostenibilità ambientale, per esempio; i metri percorsi per evolverci come individui, come esseri umani; il cammino verso una coscienza più profonda di noi stessi. Con la memoria i ricordi vengono mantenuti presenti alla nostra coscienza e ci assicurano identità, e continuità. Se non avessimo memoria non sapremmo chi siamo.
Non credo si possano mai chiudere definitivamente i conti col passato, perché la memoria ci riporta a quanto accaduto. Ed è importante che sia così, poiché i segni e i ricordi lasciati nella nostra storia personale, se siamo attenti nell’ascolto del nostro io, spesso sono capaci di guidarci nelle scelte del presente.

Il suo racconto rievoca una drammatica vicenda avvenuta anni prima in uno sperduto paesino della Sicilia montana. Lei fa riferimento alle piccole increspature dell’anima.
Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Prima di tutto tengo a precisare che la drammatica vicenda raccontata nel mio romanzo è tratta da una storia realmente accaduta.
Io penso che i solchi di un’anima segnata rimangano cicatrici interiori che si intrecciano nel cammino della nostra vita, iniziano a far parte di noi sin da subito e si incollano al nostro destino. Sta a noi trovare in noi stessi la capacità di comprendere tali crepe e coltivarle con amore, per trarre le migliori lezioni da poter imparare. Perché le cicatrici vanno curate bene , altrimenti si rischia che un evento possa riaprire le ferite con maggiore dolore. L’ unica cura efficace è la consapevolezza di ciò che è accaduto senza più nasconderlo o negarlo perché significherebbe allontanarsi dall’obiettivo insito in ciascuno di noi di raggiungere e vivere una vita serena e felice.

L’ascolto interiore dalle sue righe pare configurarsi come elemento focale per la riscoperta dell’amore verso se stessi.
Come si coniuga con la fatica del quotidiano?

Lavorandoci. C’è bisogno di impegno e di costanza non solo di tempo. Bisogna anche sviluppare la capacità di ascoltarsi. Chiaramente nel racconto i personaggi sono impegnati nelle attività quotidiane primarie e non hanno né la cultura, né il tempo, né la consapevolezza di dover approfondire la conoscenza di sé per migliorare il proprio io e il proprio stato d’animo. Purtroppo, tale era la condizione del popolo contadino. Oggi esiste una netta e profonda differenza con il passato. Oggi siamo chiamati ad essere molto più attenti ai nostri bisogni, ai nostri desideri, ai nostri valori. Viviamo inoltre, circondati in un mondo che ci stimola costantemente e ci porta a interrogarci (a volte anche in maniera estenuante) su noi stessi. Siamo portati a metterci in discussione costantemente. Dobbiamo però imparare a placare questa velocità anche di pensiero per riuscire ad ascoltarci più serenamente. Insomma, tanti passi si sono fatti verso una maggiore consapevolezza del proprio io, ma tanta strada deve essere ancora percorsa per imparare ad ascoltarci e ad amarci veramente.
Tinuzza e Mimmo: legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente.
Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?

La mia idea principale è solo una: l’amore non ha tempo. Esso è un sentimento che esiste da sempre e quando è puro, come quello che racconto tra Tinuzza e Mimmo, si riconosce e fiorisce anche in una società primitiva e spietata come la società contadina del passato. La storia non è stata volutamente collocata in un preciso momento storico. Potrebbe essere ambientata nel primo dopoguerra come nel secondo o ancora dei primi anni del Novecento. È una storia senza tempo proprio perché l’amore vero, appunto come quello tra i protagonisti, non credo possa avere collocazione storica. Mimmo e Tinuzza sono figli di un mondo dove l’amore è privo di slanci vitali , non ha voce, si manifesta solo con passionalità o brutalità, e dove spesso sfiora la tragedia, la dolorosa rinuncia.
Le sue pagine conservano un’impostazione laica, tuttavia il focus attentivo è puntato sulla spiritualità, vettore di un’umanità positiva.
Cosa l’ha indotta a valicare i confini del pudore che protegge, solitamente, l’animo umano, nella fattispecie muliebre?

All’interno del mio romanzo è possibile individuare sia personaggi legati visceralmente alla fede e alla professione della religione cattolica come Palmina, sia figure che non ricercano nessun dialogo religioso, come rappresentazione del mondo che ci circonda tutt’oggi. Al contrario la natura e la sua potenza evocativa è fonte di ispirazione, meditazione e spiritualità. Un romanzo ambientato in un contesto rurale si ritrova immerso in un microcosmo intriso di piccoli miracoli, partendo dal fiore che sboccia sino all’ulivo secolare che vive, resiste e protegge. Quindi non potevo far altro che sottolineare questa connessione spirituale e l’osservanza che hanno i personaggi del tempio natura.
Per ciò che concerne le caratteristiche peculiari delle mie figure femminili, le ho volute connotare come donne reali, donne che quindi possano avere la capacità di fronteggiare le avversità, le circostanze sfavorevoli, gli atteggiamenti e i soprusi maschili. Grazie ad una spavalderia e una forza d’animo, a volte celate, a volte palesi ma che, quando gli avvenimenti e le situazioni lo richiedono, riescono sempre a fare emergere.

Lella Seminerio è nata e vive a Catania dove esercita la professione di docente a tempo indeterminato da oltre trent’anni. Si è sempre interessata di narrativa, teatro e poesia. Ha frequentato la scuola del Teatro Stabile di Catania e sin da piccola ha coltivato il sogno della scrittura. E’ iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2008 e collabora da oltre un decennio con diversi periodici a diffusione regionale, occupandosi di diverse rubriche. Con la sua penna arguta e vivace combatte con forza la violenza sulle donne. Appassionata da sempre di letteratura, svolge un lavoro diretto di ricerca delle tradizioni siciliane, orientando in particolare la sua attenzione sulla figura femminile. Il suo romanzo d’esordio, “La Casa del Mandorlo”, è stato candidato tra i dieci testi selezionati al prestigioso premio letterario “Brancati” di Zafferana Etnea 2014. Il libro è stato poi scelto tra i quattro finalisti, risultando anche il testo più votato dalla giuria popolare. Il 26 Marzo 2014 è stata invitata dall’Associazione Acmid – donna onlus, presso la sala Mercede della Camera dei Deputati di Roma, in qualità di scrittrice, per la consegna del premio al generale del SISMI Nicolò Pollari. Nel dicembre 2015 Lella Seminerio ha vinto la 2^ edizione del premio letterario “Tito Mascali” sezione “autori esordienti”, con la seguente motivazione: “Per aver dato una voce in più alle donne”. Il suo primo romanzo, giunto alla quarta ristampa, ha riscosso notevole successo di pubblico e di critica, collezionando parecchie recensioni molto favorevoli.
Tra queste:
“Una storia d’amore d’altri tempi, una vicenda tutta siciliana, un focus sulla condizione della donna. Una vicenda d’amore che è anche un inno alla libertà”. Omnibus – La Sicilia – Catania – 28 giugno 2013
“Leggendo La casa del mandorlo è soprattutto a Verga, a Capuana, a De Roberto che si pensa, alla loro Sicilia, ai loro quadri scenografici, descritti dalla nostra con tanta forza e tanta sostanza”. Antonio Iacona – Il Convivio – Catania – Luglio/Settembre 2014
“Un romanzo che profuma di Sicilia, di quella campagna in cui, negli anni trenta, più di mille leggi valeva quella non scritta. Quella per cui alle piccole donne non era consentito istruirsi”. Anna Claudia Dioguardi – Quotidiano di Sicilia – Catania – 28 agosto 2014
“Un racconto fedele della vita della Sicilia di un tempo ormai lontano, che non ci appartiene più, ma che mai come adesso possiamo sentire tanto attuale se ci rapportiamo alla condizione in cui vivono tantissime donne, che appartengono a culture diverse da quelle occidentali”. “Elisabetta Gallozzi – Almaghrebiya- Roma – 24 gennaio 2015

” Lella Seminerio ha ottenuto un grande successo di pubblico e di lettori, avendo raccontato una storia che descrive la forza delle donne, in particolare di quelle siciliane”. Omnibus – La Sicilia – Catania – 29 dicembre 2015.
Dal 2016 è Presidente di Giuria del premio letterario “Tito Mascali”.
Il 3 giugno 2018 le è stato consegnato il Premio “Donna Siciliana 2018” con la seguente motivazione: “Per la sua arguta arte nello scrivere”.
Il 1° febbraio 2019 vede la luce il suo nuovo romanzo dal titolo “Rosso Ulivo”, accolto con grande favore dal folto pubblico di lettori che seguono la scrittrice. Il romanzo, che è andato diverse volte in ristampa, ha suscitato notevole interesse nell’ambiente teatrale e cinematografico. Il book-trailer del libro è visibile sulla piattaforma Youtube.
Il 2 febbraio 2020 le è stato consegnato il premio “Agata come noi: il coraggio delle donne”.
Lella Seminerio ha partecipato in qualità di relatrice a diverse conferenze, seminari e salotti televisivi siciliani, per discutere del suo ultimo romanzo e della sua tematica portante: la ricerca delle radici dell’increscioso fenomeno della violenza sulle donne.

EDUCAZIONE COME LASCIAR ESSERE

Le idee di “normalità” ed “anormalità” intessono un legame con il binomio “salute-malattia”. Quanto i condizionamenti ambientali e sociali costituiscono variabili capaci di rendere disabile una persona?

Partiamo dalle parole di Flavia Monceri per rispondere a questa domanda, l’autrice, introducendo il suo libro “Ribelli o condannati” si riferisce alla disabilità in questo modo:
Nella prospettiva che propongo in questo libro, l’unica strategia per evitare che ciò avvenga, consiste in un attacco frontale al concetto di disabilità, mostrandone il carattere artificiale e soltanto presuntivamente corrispondente a una qualche “realtà” o “natura” che ne costituirebbe il criterio discriminante. […]. Detto altrimenti, in questo libro parto dal presupposto che la ‘disabilità’ non esista nei fatti ma che sia piuttosto il risultato di un giudizio di valore emesso su alcuni corpi concreti cui viene imputata la ‘colpa’ di non corrispondere ai canoni usuali in base ai quali la comunità in cui sono inseriti definisce la loro ‘salute’, ‘armonia’, ‘funzionalità’: in una parola la loro ‘normalità’.
Nonostante mi rendo conto di quanto possa suonare estrema questa considerazione, poggia esattamente sulle basi teoriche e filosofiche del mio libro che, a grandi linee, la ingloba e giustifica. Accettato il fatto che la salute non è una condizione statica e immutabile, e che ognuno di noi esperisce la condizione di malattia in forme diverse e in momenti diversi della nostra vita, il passaggio da corpo anomalo (a livello fisiologico, inteso come menomazione o alterazione delle funzioni vitali) diventa corpo anormale con un intervento CULTURALE, e quindi non riscontrabile nella realtà come evento fenomenico naturale. Questo passaggio è estremamente importante per la comprensione di quanto e come il concetto di disabilità sia socialmente costruito. Se inseriamo infatti l’anomalia all’interno di una cultura che è stata costruita DA normodotati PER normodotati, quella norma sarà l’ago della bilancia per scindere due categorie nette di persone: quelle abili, appunto, e quelle disabili. Se ci spogliamo dalla norma abilista e riuscissimo a vedere come ogni persona su questo pianeta, per il solo fatto di essere, è una persona che ha lo stesso diritto di esprimersi di chiunque sia in “perfetta salute”, ci accorgiamo che l’habitus mentale della società in cui è inserita e le conseguenti scelte politiche e architettoniche risultano costruite su standard che non permettono la stessa espressione di ognuno. Altrimenti avremmo un mondo dove la LIS, Il braille, La CAA, le tecnologie, le strade, le scuole, i servizi funzionerebbero PER PERMETTERE A TUTTI l’accesso, e non solo ad alcuni. Invece siamo ingabbiati in una concezione dove la norma è rappresentata da un mondo che funziona solo per chi ha una spiccata intelligenza linguistica o matematica, determinate caratteristiche fisiche e comportamentali, e qualsiasi unicità che si discosta dal dogma diventa disabilità se inserita in un contesto sociale e culturale creato sui criteri che favoriscono solo alcuni tipi di funzionamento. Ricordiamo che la società è una conseguenza della comparsa dell’uomo sulla terra e rappresenta la declinazione e la manifestazione del modo di ragionare antropico, riflette dunque un pensiero costruito dall’uomo. Quando però una categoria di uomini non riconosce il potere che ha nella strutturazione del concetto di società (in questo momento storico l’uomo abile, normodotato, verbale, corrispondente ai canoni di bellezza greca e in grado di provvedere da solo al suo sostentamento) non si accorge che sta creando un mondo che funziona SOLO per alcuni uomini, e non per TUTTI. È la società che deve adattarsi alla vita, e non la vita ad una società discriminante.
In base a questa riconsiderazione andrebbe riformulato, a mio avviso, ogni aspetto sociale, civile ed educativo nella società.

La sua riflessione assume un’ottica chiaramente istituzionalista e libertaria. Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, incedere oltre l’idea di inclusione?

La norma è definita i base al tempo e allo spazio, e quindi in grado di essere cambiata, di mutare come qualsiasi fenomeno culturale. La finalità ultima è di creare una norma a livello sociale (che automaticamente si declina nel contesto scolastico, in quanto uno è il riflesso dell’altro) che abbia al centro non l’uomo abilista, adultocentrico, ma la vulnerabilità come concetto che davvero accomuna il genere umano in ogni sua sfaccettatura.
Charles Gardou parla a tal proposito di una rivoluzione culturale.
Per rispondere in modo meno astratto, posso affermare che al momento la scuola non sembra pronta a questo cambiamento. Ma il mio discorso è consapevolmente toccato da una grande delusione che suscita in me l’osservazione del corpo docenti, pigramente adagiato sull’ignoranza pedagogica e attivista.
Sono sicura che basta cercare bene, le menti illuminate e le loro visioni del mondo possono dare inizio a questa rivoluzione.

Il suo assunto è che ciascun bambino sia unico. Chi deve assumersi la responsabilità’ etica di condurre il bambino alla scoperta della propria unicità’?

Gli adulti. La società tutta. La scuola è solo uno dei luoghi deputati a questa responsabilità ma da sola, senza una vera sinergia con il mondo esterno, non può rappresentare l’unico appiglio. Per fare questo l’adulto deve a mio avviso aver compiuto un processo di analisi che lo renda libero da dinamiche manipolatorie di cui molto spesso nemmeno si è consapevoli. Parte tutto dalla propria persona, se io mi costruiscono come persona consapevole dei miei condizionamenti, evito di trasmetterli alla generazione futura.
Questo aspetto, soprattutto nella scuola è un purtroppo un grande tabù.

Lei fa riferimento alla “pedagogia nera” quale pedagogia correzionale volta al condizionamento dei bambini. Quale alternativo mediatore pedagogico propone, affinché ciascuno acceda ad una profonda comprensione di sé stessi e dell’Altro?

Senza volerlo ho risposto nella domanda precedente. Un percorso di analisi per accedere alla comprensione più profonda di sé stessi. Ma la soluzione non è solo personale, abbiamo bisogno di servizi, di gruppi sociali che siano orientati a creare un’educazione alla diversità non in modo arbitrario e trasversale ma in modo intenzionale e mirato. Anche questi aspetti, in una scuola che promuove soprattutto ancora conoscenze e contenuti, vengono considerati superflui o ingestibili.

Lei analizza la disabilità come un fenomeno sociale, politico, storico e culturale. Quanto lunga è la strada per giungere ad una pedagogia partigiana della vita?

Non voglio scoraggiare chi legge questa intervista, rispostando i fallimenti che sto incontrando nella mia carriera scolastica come insegnante.
Io credo che si possa fare la differenza, dipende dall’idea di mondo che abbiamo. Innamorarsi della vita, della libertà però non è un’azione spontanea per tutti, soprattutto per chi è cresciuto in un clima di manipolazione, di stereotipi e di dogmi. Fare breccia, fare comunità, creare reti di dialogo su quanto sia importante diventare consapevoli del valore di una vita di qualità è l’unico modo che immagino possa funzionare per condurre alla creazione di una pedagogia partigiana della vita.
La strada è lunga, tortuosa e impervia, ma da qualche parte bisogna pur cominciare: io sono una maestra.

Elisa Catapano, laureata in Scienze della Formazione Primaria ed appassionata di pedagogia, si interessa criticamente delle dinamiche educative e didattiche contemporanee. È coautrice di “Didattiche a confronto” in Marrone G. (a cura di), Maestri e Maestri d’Italia. In 150 anni di storia della scuola, Edizioni Conoscenza, II ed. 2018.

Roma nera. Viaggio nel cuore del movimento Neonoir romano

Da scrittori come Fabio Giovannini a registi e sceneggiatori come Antonio Tentori. Giganti del genere black. Storia personale e storia professionale serrate in intimo connubio.
Reputa che abbiano plasmato il Neonoir a propria immagine
e somiglianza?

Massimo OnzaOltre che ottimi narratori, Fabio Giovannini e Antonio Tentori sono gli ideologi principali del movimento Neonoir che hanno tracciato un perimetro all’interno del quale si potesse sviluppare un certo tipo di riflessione sul genere nero, lasciandone tuttavia l’interpretazione alla libera visione di ogni singolo membro o partecipante alle iniziative del cenacolo romano. Sarebbe sbagliato dire che hanno creato il Neonoir a loro immagine e somiglianza, ma hanno invece costruito un reale contesto operativo nel quale una molteplicità di voci potesse interpretarne i cardini concettuali a seconda delle proprie necessità espressive. E questo è stato uno dei tanti punti di forza del movimento che ne ha permesso una determinante e longeva efficacia.

Roma, luglio 1993. Al tavolino di un bar di Trastevere, all’aperto, siedono Dario Argento ed un gruppo di giovani scrittori, registi e sceneggiatori.
Da quell’incontro come si è evoluto un movimento letterario e culturale destinato evidentemente a durare oltre un decennio?

Massimo OnzaQuell’incontro è stato momento zero della nascita del movimento Neonoir, un composito gruppo di scrittori, registi e sceneggiatori uniti dalla comune volontà di riattualizzare il genere nero per farlo tornare a essere un reale momento di rottura, come fu il Noir storico degli anni ’30. Il nome deriva da una delle ispirazioni principali del gruppo, ovvero il maestro del cinema thriller e horror Dario Argento. Il termine neonoir fu infatti utilizzato nel 1991 da Maitland McDonagh per definire la poetica argentiana e fu adottato dal movimento, oltre che per l’affinità con il regista, anche per la sua efficacia nel marcare la distanza dal romanzo nero nella sua accezione tradizionale.
Sono quindi ante le prime antologie letterarie, lo spettacolo teatrale Il vampiro di Londra, andato in scena al Teatro Elettra di Roma nel 1993, due trasmissioni radiofoniche (Appuntamenti in nero su Radio Città Aperta e Nuovi Magazzini Criminali su Radio Città Futura), presentazioni e incontri con il pubblico come la serie Appuntamenti in Nero e persino alcuni film e corti cinematografici. A questo va aggiunto anche un sito web che, agli albori della diffusione di internet in Italia, diffondeva contenuti riguardanti il movimento, ma anche originali riflessioni su generi, cronaca nera e su tante altre questioni dell’immaginario. Il sito è anche servito a lanciare alcuni cantieri di scrittura per rintracciare nuove voci che sapessero interpretare la visione del cenacolo romano, iniziative poi concretizzatasi in antologie letterarie. Tutti elementi che hanno hanno sviluppato ulteriori iniziative e produzioni.

Il Neonoir si è espresso mediante numerose antologie, collane editoriali, trasmissioni radiofoniche, spettacoli ed eventi. Quali sono le peculiarità del metodo creativo del genere black, stante l’assenza di un manifesto programmatico?

Massimo OnzaBisogna fare un po’ d’ordine terminologico in questo senso. Per Neonoir si intende un movimento specifico che ha avuto una storia ben definita e certo metodo che, per quanto liquido e aperto, aveva una sua specifica volontà concettuale e comunicativa. Cosa da non confondere con un più largo genere black, con il quale invece di solito dovrebbe intendersi qualsiasi tendenza del nero in sé; e nemmeno con il neonoir scritto in minuscolo, che si riferisce più generalmente a un sottogenere contemporaneo. Le tre parole non sono interscambiabili e proprio una storica polemica del Neonoir è stata quella contro l’utilizzo della definizione noir a sproposito e nei contesti più disparati, e che nella stragrande maggioranza delle volte poco avevano a che fare con il noir vero e proprio.
Per quanto riguarda specificatamente il Neonoir, si tratta di un gruppo aperto, autodefinitosi appunto movimento-non movimento, che, anche senza aver mai redatto un manifesto programmatico, aveva pur alcuni cardini concettuali. Prima di tutto adotta il punto di vista di Caino, ovvero sceglie di raccontare attraverso la prospettiva del carnefice le storie di assassini seriali, alienati, psicopatici e personalità borderline. Una prerogativa mutuata in parte dalla classica soggettiva del cinema di Dario Argento, in cui l’atmosfera disturbante raggiunge l’apice proiettando lo spettatore nelle situazioni più cruente attraverso le mani e gli occhi dell’esecutore del delitto. Altro elemento fondamentale del cenacolo romano è la riscrittura e l’ibridazione dei generi al fine di trovare nuove prospettive di lettura della realtà ma anche ulteriori dimensioni del narrare. Il tutto attraverso un forte influsso multimediale capace di intrecciare letteratura, cinema, fumetto e ipertestualità nel senso più generale. Il terzo elemento fondamentale è il transrealismo, il Neonoir si installa per sua definizione nella zona transrealista, una sovrapposizione di realtà e immaginario che parte dalla prima ma per superarla con le armi della creatività. Infine, privilegia le situazioni estreme con la consapevolezza che queste possono verificarsi nella realtà delle relazioni quotidiane. Un elemento che ha permesso al gruppo romano sia di non essere mai rassicurante, a differenza del giallo classico, che di evitare falsi perbenismi.

Per quale ragione Roma è emblematica della rinascita stilistica e concettuale del genere nero?

Massimo OnzaRoma è una città bellissima, e tanto complessa e contraddittoria. La capitale dell’arte e della cultura mondiale, ma anche del potere politico e teatro di atroci storie criminali. Sicuramente può essere stata un’ispirazione per i membri del movimento, ma per il Neonoir credo sia stato decisivo il raccordo di alcune menti creative con la necessità di costruire una nuova critica del presente attraverso il genere nero. Questo ha permesso di far nascere un unicum che in parte prescinde dalla città in sé. Un incrocio di forze intellettuali il cui nucleo fondamentale si è ritrovato, appunto, a Roma.

Omologazione intellettuale e condizionamenti commerciali imperanti. Il Neonoir può costituire una strategia controculturale?

Massimo Onza Oltre alla mia passione per il genere e nello specifico per le produzioni Neonoir, la cosa che mi ha spinto ad analizzare attentamente il movimento romano è stata proprio la sua complessa ed efficace strategia comunicativa come anche la sua cruda critica del presente. Il Neonoir ha realmente costruito una strategia controculturale attraverso un metodo capace di far emergere le contraddizioni della realtà nel modo più spietato possibile e ben distante da ipotesi rassicuranti. Basti pensare in questo senso ad alcune antologia come Italian Tabloid, dedicata ai crimini dello stato, L’orrore della guerra o ancora Famiglie Assassine. Tutte pubblicazioni che attraverso al letteratura analizzavano dei problemi caldi dell’attualità in modo tanto spietato da metterne atrocemente in luce le più impensabili zone d’ombra: una sorprendente capacità critica che è la base per ragionare in modo serio e sensato sulle storture della contemporaneità. Per forza di cose, anche una circostanza indigesta all’omologazione culturale e ai condizionamenti del mercato, ma che si è espressa in modo altrettanto efficace, e sicuramente anche più libero, attraverso la consapevole scelta di indipendenza.

Massimo Onza, laureato in Comunicazione, è studioso di letteratura e immaginario di genere. Non-musicista, critico e produttore musicale, nei primi 2000 ha creato la fanzine punk sperimentale Mammamiaquantosangue, pubblicazione autoprodotta su musica, libri e fumetti indipendenti.

Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie. Intervista a Sara Sesti

Maria Gaetana Agnesi e Maryam Mirzakhan, Vera Rubin e Jocelyn Bell-Burnell, Joan Robinson e Elinor Ostrom, Marie Curie e You-you Tu, Margherita Hack e Rita Levi Montalcini: più di cento biografie di scienziate, un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Hai nominato scienziate vissute nell’antichità e altre ancora viventi: non esiste uno “stereotipo di scienziata”, tanto meno quello tramandato dalla letteratura romantica di “una donna poco femminile, troppo di testa e quindi poco di cuore, a volte stravagante e magari un po’ ridicola”. Le scienziate che hai citato hanno saputo trasformare i propri sogni in realtà e abbattere i luoghi comuni, di cui il percorso di crescita femminile è disseminato sia in famiglia, che a scuola e nella società. Il tratto che le accomuna è la fiducia in se stesse, caratterizzata dalle loro scelte contro tutto e tutti. Credo che l’autostima sia quel carburante che spesso manca oggi alle ragazze che non osano affrontare lo studio e la carriera nelle discipline STEM (Science, Technology, Engeenering and Mathematics) e che invece non è mancato alle grandi scienziate. E’ importante quindi fare in modo che le ragazze acquistino fiducia fin da piccole.

I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per navigare attraverso i secoli?

Ho adottato un criterio cronologico scegliendo scienziate vissute dall’antichità a oggi e privilegiando sia le studiose le cui opere e scelte di vita erano bene documentate, che le ricercatrici che hanno dato importanti contributi alla scienza, ma anche coloro che ci sono sembrate particolarmente significative per la storia delle donne, come Mileva Maric che ha sacrificato la sua autonomia scientifica all’amore per il marito Albert Einstein, tanto che il suo lavoro è stato totalmente assorbito da quello dello scienziato e non è più ricostruibile con certezza. C’è un prima e un dopo nella storia delle donne di scienza, costituito dall’apertura delle università alle studentesse, avvenuta nel 1876 al Politecnico di Zurigo, l’università dove Mileva e Albert studiarono insieme. Questa data rappresenta uno spartiacque perché, senza un’istruzione superiore, non è possibile dare un contributo alla ricerca. Prima di allora le scienziate che riuscivano ad affermarsi provenivano per lo più da famiglie facoltose e colte ed erano quasi sempre affiancate da una figura maschile molto importante, in grado di fornire loro l’istruzione che veniva negata dalle istituzioni. Ricordo le coppie formate da Ipazia e dal padre Teone, il grande matematico, da Caroline Herchel e dal fratello Wilhelm, pionieri dell’astronomia, dalla Marchesa du Châtelet e dall’amico Voltaire, o dai coniugi Lavoisier, fondatori della chimica moderna. Dopo l’apertura delle università, le donne si sono rese autonome negli studi e le ha accomunate solo la loro sincera passione per la ricerca.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?

Le donne sono state pioniere in molti settori della scienza e della tecnologia, ma sono state escluse dal loro campo di ricerca appena l’ambito si consolidava e otteneva riconoscimenti e investimenti. Uno sgambetto avvenuto anche nel settore dell’ informatica, nonostante, all’alba della rivoluzione del computer, le donne avessero dominato la programmazione: Ada Byron scrisse il primo algoritmo di programmazione nella metà dell’ Ottocento, un’epoca in cui la macchina era solo un progetto visionario e, quando, nel 1943, fu realizzato il primo calcolatore elettronico, la sua programmazione venne affidata a un gruppo di sei giovani matematiche, le “Eniac’s girls”. Fino alla metà degli anni Sessanta gli uomini realizzavano l’ hardware e le donne si occupavano del software. Gli stereotipi sessisti che oggi le escludono, allora le avvantaggiavano: chi dirigeva il personale delle aziende tecnologiche riteneva infatti che avessero più pazienza e attenzione ai dettagli, requisiti fondamentali per un programmatore di successo. Ma negli anni successivi avvenne una svolta: gli scienziati capirono che la programmazione era centrale e la trasformarono gradualmente in una disciplina scientifica maschile e dallo status alto, predisponendo autentiche barriere antifemminili, come i titoli di studio avanzati. Molte scienziate sono riuscite tuttavia a superare i vari ostacoli, apportando miglioramenti e innovazioni: per esempio la diva hollywoodiana Hedy Lamarr ha posto le basi per le telecomunicazioni senza fili, Wi-fi, Blutooth e GPS, e la tecnologia da lei inventata è stata scelta a metà degli anni Ottanta come base per l’odierna telefonia cellulare. L’ ho scelta per la copertina del libro “Scienziate nel tempo” perché la sua storia contraddice un altro stereotipo che ancora pesa sulle donne: il luogo comune secondo cui “se sei bella non puoi essere intelligente”. E sono frutto di ricerche e invenzioni femminili molte delle operazioni che compiamo quotidianamente, come collegarci a Internet, scegliere un carattere in un programma di scrittura, guardare un’immagine sullo smartphone, cliccare sulle icone.

Il suo libro narra di scienziate impavide, coraggiose, colme di talento. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

La cancellazione di tante studiose e del loro operato dalla memoria storica, è attribuibile principalmente alla responsabilità degli storici, ma è stata favorita anche dal fatto che, quasi sempre, per essere prese in considerazione, le donne dovevano pubblicare col nome dei mariti o con uno pseudonimo maschile e che perciò, spesso le loro opere venivano attribuite ai maestri. Nei paesi anglosassoni questa sparizione è stata studiata dalla storica Margareth Rossiter che l’ha chiamata “Effetto Matilda”, dal nome di Matilda Gage, la prima suffragetta che aveva denunciato il fenomeno. Sophie Germain, nell’Ottocento si firmava “Monsieur Le Blanc” per poter corrispondere col grande matematico Louis Lagrange docente al Politecnico di Parigi e sottoporgli i suoi lavori sul calcolo infinitesimale. Paradossale è la vicenda di Trotula de Ruggiero, medica medioevale della rinomata Scuola di Medicina di Salerno. Nonostante firmasse le sue opere col proprio nome, nelle trascrizioni successive questo fu cambiato nel maschile Trottus. Molto probabilmente perché, per chi trascriveva, era impensabile che una donna avesse delle competenze in campo medico.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?

Credo che il libro contribuisca a smantellare una cultura costellata di pregiudizi contro le donne. Nel testo cerco di evidenziare quanto la loro assenza dai libri di testo e dalla documentazione in generale, sia grave e assurda. Leggendo le loro biografie si scopriranno le difficoltà che le donne hanno dovuto superare e i successi raggiunti. E si potrà riflettere su come sarebbe diversa oggi la società in cui viviamo se nei secoli passati le opportunità fossero state distribuite equamente. Credo che dar voce alle grandi donne del passato e del presente possa invitare bambine e ragazze a guardare sé stesse e la propria vita senza limitazioni di sogni e desideri, e bambini e ragazzi a considerarsi non i depositari di privilegi sociali e culturali ma una metà dell’umanità: con gli stessi diritti e gli stessi entusiasmi dell’altra.

Sara Sesti, docente di Matematica e ricercatrice in storia della scienza, fa parte dell’Associazione “Donne e Scienza”. Ha curato per il Centro di Ricerca PRISTEM dell’Università Bocconi, la mostra “Scienziate d’Occidente. Due secoli di storia”, il primo studio italiano sulle biografie di scienziate. Ha pubblicato con Liliana Moro il libro “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, Ledizioni, Milano, 2020. Collabora con diverse riviste di divulgazione scientifica e cura la pagina Facebook “Scienziate nel tempo” che ha ricevuto il premio “Immagini amiche” istituito dall’UDI con il patrocinio del Parlamento Europeo, per “premiare la comunicazione, che costruisce un’immagine positiva, senza stereotipi di genere e senza immagini sessiste”.

Donne tremende

Ogni libro della serie Donne Tremende presenta una protagonista: un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Molte donne, soprattutto dopo i trenta, sono molto frustrate riguardo ai rapporti con gli uomini perché li trovano indefiniti, irrisolti, inconsistenti.
Fra queste ce ne sono alcune che, dopo aver accumulato un certo numero di esperienze negative, perdono la pazienza e decidono di essere liberamente antipatiche e fregarsene di quello che pensano gli altri; in modo particolare gli uomini che potrebbero rivestire il ruolo del loro interesse amoroso.
Con questa scelta perdono tanto, come la possibilità di infatuarsi spesso, però guadagnano moltissimo in termini di coerenza con se stesse.
Lo hanno fatto anche le Donne Tremende dei miei libri. Hanno deciso di non compiacere più nessuno e di mostrarsi per quello che sono. Concedono al mondo che le circonda, quindi, una visione non edulcorata né filtrata dei propri difetti.
Questo le rende difficili da approcciare per qualsiasi uomo desideri conoscerle. E non è un problema, visto che le mie protagoniste vogliono tenere a distanza proprio gli uomini che molto spesso in passato sono stati all’origine delle loro sofferenze.
Ovviamente però uno solo fra questi – un uomo abbastanza speciale da capire cosa si trova dietro la cortina di vaffanculo che ogni Donna Tremenda oppone al primo tentativo di invasione – potrà, dopo lungo, penoso e persuasivo corteggiamento, avere l’onore di stabilire un contatto profondo e intimo con queste Donne.
Naturalmente, per la Donna Tremenda in questione, l’esibizione della propria verità senza sotterfugi è un miglioramento rispetto alla condizione precedente ma non è il punto di arrivo né la guarigione della sua visione del mondo e delle relazioni.
Anche lei dovrà superare i propri limiti e, solo dopo averlo fatto, potrà scoprire che esiste un modo per recuperare la fiducia nell’altro e il desiderio di esplorare la vita condivisa con qualcuno che a lei piace tanto.
Alla fine lei stessa riceverà un bellissimo premio: il risveglio dei sensi e il trasporto su un piano in cui la sessualità non ha niente a che vedere con quanto esperito in precedenza.
Il sesso diventa infatti un portale che permette a entrambi di accedere a un senso di compenetrazione e di completezza altrimenti inarrivabili.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate.
Quale messaggio ci offrono?

Il messaggio che io ho ricevuto dalle mie stesse Donne Tremende è questo: nel dubbio fra seguire il tuo istinto o compiacere qualcun altro scegli sempre di dare retta a te stessa.
Dobbiamo riprendere il contatto con la saggezza interiore di cui siamo dotate ma che, per molte di noi, è sconosciuta e distante.
Questo può accadere solo se liberiamo il campo dal superfluo (e, ahimé, l’uomo è davvero superfluo in alcune fasi della nostra vita. Be’, un certo tipo di uomo lo è sempre, diciamolo ) e se ci permettiamo di interpretare le nostre sensazioni mano a mano che accadono i fatti.
Sentiremo quanto fantastico sia stare in contatto con il nostro sé profondo solo facendo quelle azioni dettate da esso che vanno in contrasto totale con ciò che, a cose normali, avremmo fatto.
Solo se vediamo un risultato positivo in queste particolari condizioni prenderemo fiducia e ci abbandoneremo sempre di più a contattare la sorgente della saggezza.
Le Donne Tremende usano questo strumento, prima per scacciare gli uomini e ritrovare se stesse, e poi anche per navigare in modo costruttivo nel mare del rapporto di coppia: mare che può diventare turbolento ma che riserva anche sorprese magnifiche.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?

Domanda molto interessante. Devo fare una premessa: per me il femminismo non dovrebbe mai generare l’effetto di rendere ‘uomo’ la donna.
Mi spiego meglio: avere equivalenza di diritti non deve per forza significare che la donna debba comandare, ambire al potere o, addirittura, vivere il potere come farebbe un uomo.
Equivalenza di diritti per me significa che è giusto che la donna possa scegliere di perseguire qualsiasi strada, anche quella del potere se rientra nei suoi sogni autentici.
Però poi mi aspetto da una donna un adempimento del suo compito molto diverso da quello dell’uomo.
Purtroppo non sono sicura che siamo pronti per questo. Non lo è il mondo ma non lo sono nemmeno le donne che vibrano sul desiderio di governare, per esempio.
Fare esperienza e sbagliare sarà, comunque, l’unico modo per aggiustare il tiro e portare le donne a un successo vero i cui effetti siano molto diversi da quelli visti in passato e che siano soprattutto osservabili e riconoscibili da parte della collettività.
L’esempio si potrebbe traslare chiaramente su tutti gli aspetti della vita.
Però le mie Donne Tremende, arroccate come sono su una posizione inospitale nei confronti del maschile, spesso rischiano di risultare poco femminili.
Ma la femminilità è solo sopita, non è mai rinnegata. Quindi poi possono riscoprirla e scegliere di usarla.
E, quando lo faranno, saranno non solo donne ma femmine. E, come tali, meravigliose esponenti di un percorso femminista al quale vorrei tanto aderire.

A quale genere letterario si ascrivono i suoi romanzi e quanto ha attinto allo sterminato patrimonio della commedia cinematografica in una scoppiettante contaminatio fabulae?

Il mio genere è il rosa contemporaneo. In ogni forma di intrattenimento, anche quella cinematografica, se ne trova una produzione vasta e spesso molto ben fatta.
Io fruisco tantissimo di questi tipi di prodotti. Le mie letture, i film e le serie TV sono incentrate quasi sempre su una storia d’amore.
Sicuramente ci sono elementi che, a partire da quello che leggo, vedo e vivo planano nella mia realtà e influenzano il processo che poi mi porta a creare nuove storie.
Però, fra i tanti input, preferisco seguire quello che viene dalla sorgente inafferrabile e generosa di cui parlavo poco fa.
Quando scrivo perdo conoscenza (quasi) e mi riprendo solo alla fine di un percorso che dura, di solito, molte ore.
Questo è il modo in cui preferisco passare il mio tempo mentre faccio da tramite per le storie che vengono a trovarmi: in stato alterato di coscienza, vuota e pulita, priva di pregiudizi e pronta ad accogliere chiunque si presenti e a concedergli la libertà di vivere a modo proprio le sue tribolazioni e i suoi trionfi.

La serie “Donne tremende” gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Non so se alla fine vengono gettati sul fondo o se, piuttosto, sono dati per acquisiti.
Ogni relazione vissuta, ogni fallimento o successo in qualsiasi campo della vita, ci insegna molto di noi e del nostro rapporto con il mondo.
Nei miei libri, ai miei protagonisti, è richiesto di ‘allenare’ il muscolo della percezione di sé e dell’altro, di abbandonarsi alla passione, di recuperare il coraggio di desiderare, di avere tanto rispetto di se stessi da concedersi solo ciò che veramente rappresenta per loro un arricchimento. Alla fine di ogni storia immagino i miei personaggi continuare a vivere usando gli strumenti acquisiti senza più esitazioni né ripensamenti.
In effetti io credo che sia così anche nella vita reale: ogni tanto qualche vecchia paura può fare di nuovo capolino e la terra può tremare ma la conoscenza e la potenza acquisite ci salveranno, se ce n’è la volontà, dall’ennesimo patatrac e ci concederanno una bellissima forma di felicità.
Io trovo che ce lo meritiamo, fra l’altro.

Lisa Ghilarducci è un ex architetto. Oggi scrive romanzi e sceneggiature e, ogni volta che può, recita. Ama passeggiare con il suo bellissimo cane e coccolare la sua tremendissima gatta. Vive in Toscana in un luogo fatto di sole, di mare e dei tanti colori del Carnevale. La serie Donne Tremende è la prima a essere pubblicata con i titoli CON TE NO, DI QUA NO e COSI’ NO. Seguono, poi, due trilogie: quella della Notte e quella della Danza.

Pesto alla genovese. Tra lacrimogeni, molotov e sangue: la testimonianza diretta di un cronista a 20 anni dal G8

A Genova, nel luglio del 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.
Su quali temi politici, economici, sociali s’innesta la sua riflessione?

Il movimento delle “Tute Bianche” o “No Global” che ha sfidato e sfilato contro il sistema finanziario mondiale a Genova proponeva temi che purtroppo sono rimasti congelati nel freddo dell’inverno dopo le Torri Gemelle. Fino a quando nella storia recente sono state riproposte con foga da Greta, 20 anni dopo con una platea più sensibile ad ascoltare. Il movimento che insieme al forum di Porto Alegre si voleva fare carico di discutere (Un mondo diverso è possibile) di uno sfruttamento del pianeta meno invasivo, lo sviluppo con il rispetto dell’ambiente si è ritrovato a Genova per discutere parallelamente di questi argomenti mentre i grandi del pianeta parlavano di globalizzazione dell’economia, di manodopera a costi bassi e sfruttamento delle risorse. Dibattiti ed incontri ce ne sono stati diversi, interessanti e complessi come il periodo di cambiamento che si stava vivendo, ma si sono successivamente persi travolti dalla durezza dello scontro di piazza che portò alla morte di Carlo Giuliani ed a una reazione delle forze dell’ordine spropositata che costarono all’Italia una condanna da parte della UE (La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dei diritti umani). Dopo di che il diluvio: a settembre le Torri Gemelle ed il mondo cambio’ in peggio: si fabbricarono prove di armi chimiche (proprio come alla Diaz si fabbricarono prove contro i le persone ospitate all’interno) per attaccare i Paesi “canaglia” e chiudere contenziosi che duravano da diversi anni (come la pretesa di Saddam Hussein al risarcimento per avere bloccato l’Iran per conto degli USA) che ci sono costati 20 anni (da poco conclusasi con l’abbandono dell’Afghanistan nelle mani dei Talebani) di guerre nel pieno della rivoluzione digitale.

Il G8 di Genova è una parte di storia della Repubblica italiana. Un fatto nero che ha lasciato una traccia incancellabile. Due giorni di violenze. Una città messa a ferro e fuoco. Anni di processi, condanne, proscioglimenti, prescrizioni.
Quali strade ha percorso per acquisire informazioni utili al dipanarsi della sua narrazione?

Il mio è il racconto di un cronista che ha vissuto in diretta quei giorni ed a parte il mio vissuto personale ho attinto dalle cronache dei TG, dai giornali dagli atti depositati e pubblici e dalle ricostruzioni fatte successivamente dalla magistratura.

Piazza Alimonda, Carlo Giuliani, da una fotografia dell’agenzia Reuters, compare con il passamontagna ed un estintore sollevato sopra la testa. Intanto, una pistola spunta da una camionetta dei carabinieri. Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico, praticando un consenso ed un dissenso civile?

Intanto dovrebbero cercare di informarsi di più, che è faticoso, è un mestiere farlo bene, trovando nei media più appropriati, preparati e seri, i riferimenti sicuri per avere una informazione reale, non di parte, escludendo le notizie urlate ma senza basi di fonti sicure e quindi, come ho detto prima, istruirsi nel leggere le informazioni. Questo è faticoso ma si può ovviare trovando dei media e giornalisti di riferimento che siano indipendenti nello svolgere il proprio lavoro.

Carlo Giuliani fu definito dal subcomandante Marcos “Il ribelle di Genova” In qual misura Carlo è stato predittivo del disagio sociale, economico, culturale in cui ci barcameniamo?

Ogni periodo storico ha avuto le sue anticipazioni, i campanelli di allarme che suonano per farci capire che entriamo in una zona buia, pericolosa. Negli anni 70 e 80 altri ne hanno fatto le spese ma nonostante tutto nessuno ha poi mai cercato di trovare delle soluzioni all‘instabilità, al disagio sociale che passano soprattutto le nuove generazioni. I “ribelli” di Genova che io ho seguito anche in altri Paesi dicevano di frenare un poco per non ritrovarci a vivere senza più tempo. Adesso con la pandemia per esempio siamo sordi ad ascoltare le nuove generazioni su come questa assenza di tempo abbia penalizzato la loro vita e, quando scendono in piazza trovano ancora manganelli sulle loro teste.

Dalle tante testimonianze emergono complicità istituzionali. Una complicità trasversale che ha costruito le condizioni affinché a Genova saltasse tutto.
Dopo vent’anni reputate che vi siano ancora circostanze da chiarire in tal senso?

Dal mio punto di vista più che vedere complotti ho visto una macchina organizzativa inadeguata, farraginosa. Catene di comando inceppate tra le quali si sono inseriti magistralmente i black block, fino ad allora sconosciuti. Il livello di addestramento delle forze dell’ordine era tarato sui tafferugli da stadio, niente di più. Gli anni settanta con la durezza del confronto di piazza tra dimostranti e polizia era solo un ricordo. I processi, la costanza e l’onestà degli investigatori tutti hanno fatto si che le parti oscure di quei drammatici 3 giorni venissero tutte fuori. Con l’unica eccezione della uccisione di Carlo Giuliani per il quale non è mai stato istruito un processo e questo lascia l’amaro in bocca sia alle famiglie che alla pubblica opinione. Io credo che ha aiutato molto l’essere in Europa e quindi essere sotto osservazione di una federazione di democrazie che si fondono in un pensiero comune.

Luciano del Castillo, essere umano, inizia nel 1980 come giornalista ed in seguito fotoreporter a Palermo presso il quotidiano L’Ora. Nel 1987 si trasferisce nella Repubblica Federale Tedesca e lavora per l’agenzia giornalistica Action Press ad Amburgo da dove copre gli avvenimenti nell’Est Europa: Romania, Polonia, Ungheria, Jugoslavia. Nel 1986 e dal 1994 al 1996 cura dossier monografici d’attualità per la televisione catalana “Tv3”. A Roma dal 1994, lavora per il Corriere della Sera e realizza reportage per la Repubblica, Il Messaggero, La Stampa, L’Unità, Avvenire, Panorama, L’Espresso, Famiglia Cristiana, Diario, Avvenimenti; e per ANSA, The Associated Press, The Boston Globe, The Guardian, The Washington Post, International Herald Tribune, El País, La Vanguardia, El Tiempo, El Mundo, The Australian, Der Spiegel. Partecipa come relatore a convegni sul “Ruolo dell’informazione fotografica nelle zone di guerra”, organizzato a Torino dalla “Fondazione Italiana della Fotografia”. Dal 2000 alla fine del 2005 lavora principalmente all’estero, nelle zone di conflitto e di crisi, Paesi colpiti da disastri naturali, anche al seguito del Dipartimento della Protezione Civile italiana, del Ministero della Difesa ed Emergency di Gino Strada. Ha collaborato con l’Università degli Studi Roma Tre, e i corsi informativi del Ministero della Difesa in collaborazione con la Federazione Nazionale Stampa Italiana (Primo Corso per giornalisti inviati in zone di guerra). Nel 2008 ha contribuito alla realizzazione della prima rivista palestinese di fotografia “Wameed”. Per MAXXI A[R]T WORK collabora ad alcune edizioni del PCTO con una consulenza sul tema del giornalismo di immagine e la sua evoluzione (dal cartaceo al digitale, dalle piattaforme web ai blog, ai social network, dalle fotocamere allo smartphone). Trovare le fonti (come contributi audiovisuali) per le notizie ed accertarne la genuinità per la divulgazione. Dal 2006 è ritornato a lavorare al suo vecchio grande amore, l’America Latina, dove realizza reportage da Panama, Cuba, Mexico, Colombia, Venezuela, Perù, Uruguay. I suoi progetti sono diventati anche mostre itineranti ed ha esposto in Italia e all’estero e libri. Lavora come redattore per l’Agenzia Nazionale di Stampa Associata ANSA.

Antispecismo politico. Scritti sulla liberazione animale

Ryder sostenne l’esigenza di sbugiardare il più grave fallo morale che, a suo parere, caratterizzerebbe la società occidentale antropocentrica, ovverosia il rifiuto categorico di serbare un trattamento egualitario agli esseri viventi non umani per motivazioni attinenti l’assenza di un legame di specie.
Quali sono le implicazioni politiche di una visione “sociale” dell’antispecismo?

Significa anzitutto spostare il focus su ciò che è stato finora assolutamente negletto, salvo pochi casi: la comprensione della natura sociale dell’essere umano e, dunque, anche del suo rapporto al proprio altro. Il problema è che pensare in modo radicale l’essere-sociale significa anche scalzare il pensiero dal suo trono immaginario: noi siamo sempre anzitutto pensati, prima che pensanti, così come siamo parlati prima che parlanti. C’è troppo volontarismo nelle teorie antispeciste, troppo peso dato all’esperienza soggettivo-individuale. Tutta la questione animale viene quindi costantemente posta come conseguenza di un atteggiamento personale e quando si indicano le strutture sociali come causa reale dello sfruttamento e dell’oppressione umana (ad es. il profitto e il diritto) si continua a pensare questi fenomeni come il semplice “coagularsi” di volontà individuali. Ma le istituzioni non sono forme “congelate” di attività individuali: anche ammesso, e non concesso, che la loro genesi sia spiegabile in questi termini da ciò non deriverebbe che la loro essenza sia riconducibile alla loro origine. Anzi, le istituzioni, le strutture sociali, sono proprio un esempio classico della differenza filosofica inaggirabile tra origine ed essenza, genesi e struttura, nascita e funzione. Il contributo che penso di aver dato con i miei scritti è stato porre lo specismo come fenomeno sociale e storico, dunque averne definito l’ambito di funzionamento e la struttura: e non mi sembra poco, anzi mi sembra il presupposto fondamentale per ogni ipotesi di lotta. Contro cosa si lotta quando si lotta contro lo sfruttamento animale? Si lotta contro una struttura di questo tipo. E allora la lotta va anche posta ad un livello adeguato, cioè a livello di cambiamento delle strutture che determinano l’esistenza dei singoli, i loro comportamenti, i loro pensieri. Lamentarsi della “cattiveria” dei singoli e immaginare che lo sfruttamento animale derivi da qui significa consegnarsi ad una fantasia che non ha nessun aggancio con la realtà e quindi rinunciare in anticipo a ridurre o abolire quella schiavitù animale per i quali si dice di battersi. Singer, nella famosa introduzione a Animal Liberation, aveva perfettamente ragione a dire che la questione animale non implica “amare” gli animali ma rendere loro giustizia. Si tratta di capire che questa giustizia è anche e sempre giustizia sociale: nel duplice senso che la giustizia non è affare degli individui perché concerne un piano sovra-individuale, universale (un piano politico, più che etico), ma anche che la giustizia non è affare formale, procedurale (non va posta cioè su un piano filosofico-morale astratto). Non ci sarà giustizia per gli animali se la società umana non imparerà ad essere giusta in sé stessa: e questa giustizia implica un’uguaglianza non solo formale ma sostanziale. Solo se costruiremo una società fondata sulla giustizia potremmo parlare di una solidarietà oggettiva, non solo sentimentale. Anche nei confronti dei non-umani.

Posto che l’antispecismo sia, dunque, fondamentalmente, politico e non osservabile da una prospettiva astrattamente morale, la questione animale è l’aspetto indispensabile di ogni presupposto di trasformazione dell’esistente?

Direi che la trasformazione dell’esistente può avvenire secondo tante e contraddittorie direttrici, tra l’altro non ogni “trasformazione” è positiva. Ma se intendiamo la riduzione dello sfruttamento e dell’oppressione ci sono due motivi per cui la questione animale diventa centrale. Da un lato, perché i processi di oppressione passano anche attraverso l’animalizzazione delle vittime, quindi c’è un meccanismo simbolico di esclusione e squalificazione radicato nella struttura polare delle soggettività coinvolte in questo tipo di rapporti; ciò implica non solo l’identificazione della vittima di tale rapporto ma la stessa auto-identificazione dell’oppressore che necessariamente passa per la negazione della propria animalità. D’altro lato, l’animale è anche il crocevia materiale delle pratiche di appropriazione e distruzione della natura, nel duplice senso secondo cui la natura non-umana è lo sfondo su cui si erge il potere disponente delle economie di produzione e nel senso secondo cui l’animale rappresenta la soggettività senziente che fa le spese della prepotenza di questo tipo di società – cioè l’interesse alla vita e al benessere che va costantemente rimosso, negato, violentato affinché l’interesse all’appropriazione societaria possa affermarsi come l’unico legittimo.
In generale ciò che è auspicabile è che l’umanità si ripensi o inizi a pensare a sé stessa in modo diverso. Da questo punto di vista il rapporto con l’animale e l’animalità rimangono essenziali e vanno ripensati criticamente: ogni “morte dell’uomo” celebrata finora dalla filosofia postmoderna, dalla cattiva politica “rivoluzionaria”, ma anche dal positivismo e dal progressismo “borghese” ha sempre coinciso con una condanna a morte dell’animale. Perché se non si mette fine al progetto di dominio sulla natura come esercizio di un potere padronale e dispotico su un’alterità non-umana posta come manipolabile a piacimento, senza alcun limite, se non si smantellano le strutture sociali e storiche attraverso cui questa impotenza dell’altro viene prodotta e rinforza il delirio di onnipotenza della società umana, non c’è possibilità di cambiamento reale. L’oltreuomo è possibile solo come decostruzione attiva e conseguente di questo sistema di asservimento. Il rispetto per l’animale, così come il recupero critico e dialettico dell’animalità umana negata dalla storia dello spiritualismo e dell’antropocentrismo, sono due facce della stessa medaglia, due momenti del medesimo processo di superamento della nostra alienazione dalla natura.

L’antispecismo appare nelle sue pagine come un lineare disegno di liberazione che potrà riuscire nel suo obiettivo solamente se saprà adottare come proprio modello una società orizzontale, solidale e partecipata.
Quali ostacoli ravvede nel tempo coevo a quella che Steven Best chiamerebbe “liberazione totale” ?

Siamo sulla difensiva da decenni, in una forma di arretramento culturale e politico che ci impedisce di organizzare la vita in forma conflittuale. Cerchiamo di superare questa condizione in modo immaginario, inseguendo forme “alternative” di vita o metodi di lotta “nuovi”: tutto per non ammettere che le leve delle nostre vite sono ancora prigioniere di un meccanismo economico-sociale, il capitale, che continuiamo a lasciar agire indisturbato. Ci sono molti slogan sulla necessità di “mettere insieme” i pezzi di un mosaico di soggettività “ribelli” ma non si sa bene per fare cosa. E il problema non è solo pratico, è anzitutto teorico. Per quanto importante sia l’intersezionalismo – l’idea di “unire le lotte contro tutte le forme di oppressione” – è ancora purtroppo una forma di conflitto, più che altro un desiderio di conflitto, che si muove sul terreno del discorso, su un piano ancora simbolico, testimoniale. Non a caso ha molti più effetti sul discorso interno della sinistra che nella società reale – cosa che considero molto positiva, comunque, poiché l’intersezionalità è una condizione indispensabile, anche se da sola non sufficiente, per un’organizzazione autenticamente democratica di un soggetto politico alternativo. Le relazioni orizzontali vanno però anzitutto pensate e poi modificate a livello oggettivo, sociale, non soggettivo-personale: perché quest’ultimo tipo di cambiamento, che è senz’altro importante dal punto di vista della militanza (“il personale è politico” ecc.) non ha nessun effetto strutturale, sistemico. In secondo luogo, questo effetto sistemico va posto non solo a livello giuridico, come si tende a pensare e fare oggi, ma anche e soprattutto economico, perché l’orizzontalità deve essere realizzata nei rapporti e i rapporti sono ciò che accade tra gli individui e che sempre li eccede. La vita è anzitutto il modo in cui la vita si riproduce, ovvero il luogo delle interrelazioni extra-individuali ed extra-familiari, cioè il mondo alienato e capovolto di quell’economia che oggi gira a vuoto e desertifica l’esistente. Che proprio questo mondo delle relazioni produttive venga lasciato in mano alle classi dominanti, cioè che su questo ci sia una disorganizzazione totale e, quel che è peggio, un totale disinteresse alla cosa, la reputo il vero grande ostacolo ad iniziare un cambiamento che modifichi strutturalmente i rapporti di forza. Dobbiamo insomma ancora iniziare a porre le condizioni di possibilità del cambiamento.

Se l’antispecismo politico non considera il “meccanismo logico/storico” dello sfruttamento animale “identico” a quella dello sfruttamento umano, qual è il collegamento tra liberazione animale e liberazione umana?

Come ho appena detto la liberazione umana è la condizione di possibilità di ogni superamento dello sfruttamento e dell’oppressione: dunque anche di quella animale. Viceversa, un compiuto processo di liberazione umana non mi sembra possibile senza un fondamentale superamento dello spiritualismo e dell’antropocentrismo, con il loro portato di disprezzo dell’animalità e di rifiuto di entrare in una relazione paritaria e creativa con il resto della natura. Ciò significa due cose. Anzitutto che questi due processi di liberazioni sono intrecciati non perché ci sia un rapporto diretto tra di essi ma perché indirettamente si influenzano reciprocamente. Nessuno dei due può essere messo alla base dell’altro, perché non c’è nessuna linearità storica (la storia è anzi fatta di salti, di catastrofi e rivoluzioni) e, comunque, anche se questa linearità ci fosse, essa non sarebbe esplicativa perché, come abbiamo detto, origine ed essenza non sono la stessa cosa. Anzi, ciò che accade è proprio che gli effetti che si producono nella storia generano forme organizzative, sistemiche nuove, con una legalità propria. Che è anche il motivo per cui non si può “riavvolgere” il nastro della storia e “tornare” a vivere come prima, ammesso e non concesso che quello che c’era prima fosse meglio. Ogni primitivismo, ogni naturalismo va rifiutato come posizioni unilaterale, piatta e di maniera.
Ovviamente non penso affatto che una società umana ugualitaria e solidale sarebbe di per sé una garanzia per l’emancipazione dell’animale non-umano. Ci sarà molto da lavorare anche in una società socialista. Tuttavia considerare irrilevante l’orizzonte sociale in cui una certa lotta per il riconoscimento avviene è privo di senso. Se poniamo l’esigenza di emancipazione dell’animale umano come un elemento fondamentale della liberazione umana – come anche Marx e Engels scrivevano nei Manoscritti e nella Dialettica della natura quando parlano del superamento dell’opposizione tra naturalismo e umanismo, del superamento dell’antropocentrismo e della nozione dell’uomo come ente “estraneo” alla natura – appare chiaro che questo è uno dei fini impliciti della lotta contro l’oppressione di classe: e questa è una delle leve su cui occorre e occorrerà fare forza perché la liberazione animale possa essere possibile. Il punto è che nella loro forma attuale il socialismo e l’antispecismo sembrano perseguire fini differenti, attraverso modalità di lotta inconciliabili. Ma il fine dell’azione politica dovrebbe essere porre le condizioni per il superamento di questa estraneità. In altri termini, ciò che oggi appare essenziale in entrambi i movimenti (la lotta per lo spodestamento di un regime economico che espropria gli esseri umani della libertà e della possibilità di autodeterminazione, e la lotta contro i comportamenti che espropriano gli animali non-umani della libertà e della possibilità di autodeterminazione) non potrà che modificarsi nelle sue forme particolari mano a mano che la liberazione reale prenderà piede nella realtà. Immaginarsi che la liberazione animale implichi un socialismo in cui ognuno mangi il tofu è come immaginarsi un socialismo realizzato in cui ognuno abbia un pc con Windows. Tuttalpiù una forma molto rozza di immaginare un’uguaglianza realizzata.

La Monthly Review ha pubblicato contributi sulla “svolta animalista nel marxismo”. Lo straziante iter dell’animale riguarda altresì il sistema di produzione capitalistico?

Di volta in volta il dominio si configura come una specifica organizzazione della riproduzione sociale: non esiste e non è mai esistito un interesse dell’umanità allo sfruttamento della natura. Dunque la forma capitalistica dell’oppressione animale rappresenta oggi l’unica forma reale di oppressione e l’unica che abbia senza combattere. Ed è questa forma, che ha un chiaro interesse di classe, che dobbiamo imparare a teorizzare e combattere. Senza impedire al capitale di dominare la vita e asservirla al suo processo di autovalorizzazione non c’è speranza di porre questa vita su basi nuove. Al tempo stesso, e di converso, c’è un grande ritardo su queste questioni anche nella tradizione marxista, su questo non c’è dubbio, anche se non per i motivi che solitamente si dicono o che vengono lamentati dagli animalisti. Il punto non è individuare un qualche vulnus teorico o, peggio, emotivo in Marx ed Engels: quasi tutto quello che essi hanno scritto di animalisti, vegetariani, antivaccinisti ecc. è corretto e potrebbe essere ripetuto oggi alla lettera. Ci si lamenta del fatto che non avessero “a cuore gli animali” ma il contributo teorico di chi questo cuore lo ha o lo ha avuto è abbastanza scarso: in termini di comprensione delle dinamiche sociali e storiche è nullo. La teoria – e la teoria sociale non fa eccezione – è “fredda”, per definizione: non si fa teoria con l’amore o l’empatia, questi sono piuttosto modi per abdicare alla teoria. Altra questione è ovviamente teorizzare il problema sociale dell’empatia, cioè il modo in cui l’empatia viene prodotta e organizzata socialmente, questione che concerne non solo i rapporti extra-specifici ma anche quelli tra umani. E questo è un problema che sicuramente concerne una società liberata, liberata anche da quell’immagine di durezza che caratterizza l’umano nella tradizione patriarcale e spiritualista e che trova nel disprezzo per la natura non-umana (e per tutto ciò che è reso debole e inerme) la propria linfa vitale. Ciò che la sofferenza animale ci ha mostrato e ci sta costringendo a pensare è non quanta violenza la nostra società possa esercitare ma anche quanto sia disposta a tollerare. Ripensare e soprattutto riorganizzare la vita è qualcosa che si spinge molto oltre i limiti dell’immaginario che abbiamo ereditato da quella tradizione e di cui il movimento operaio è stato, suo malgrado, erede. Ma l’antidoto contro questi effetti distorsivi sull’immaginario si trovano già nella teoria marxiana ed engelsiana, riguarda tutto ciò che nel loro pensiero spinge verso la comprensione della potenza an-umana del capitale, di quelle dinamiche oggettive che “dissolvono” i vecchi legami, le vecchie relazioni sociali, l’eredità e la tradizione. È solo imparando a contemplare sé stesso nello specchio deformante di questa alterità che disfa il suo passato che l’essere umano può intuire e imparare a costruire un futuro in cui potrà vedere nello specchio l’animalità senza disprezzarla o fuggirne inorridita: poiché essa sarà finalmente la sua, senza che egli possa possederla. Per dirla con Derrida: saremo gli animali che dunque siamo.

Marco Maurizi è filosofo e musicista. Studioso del pensiero dialettico (Cusano, Hegel, Marx, Adorno) divide i suoi interessi tra la teoria critica della società, con particolare attenzione al rapporto umano/non-umano, e la filosofia della musica. Si è laureato presso l’Università di Roma “Tor Vergata” sotto la supervisione del Prof. Gianfranco Dalmasso con una tesi sul pensiero di Theodor W. Adorno e, dopo aver vinto una borsa di studio all’Università della Calabria e svolto un anno di perfezionamento presso l’Università e la Hochschule für Graphik und Buchkunst di Lipsia sotto la guida del Prof. Christoph Türcke, ha conseguito il dottorato in filosofia a Roma e svolto attività di ricerca come assegnista presso l’Università degli Studi di Bergamo. È cofondatore delle riviste Liberazioni e Animal Studies dedicate ai temi dell’antispecismo e della liberazione animale.

IL DIGIUNATORE

A Cesenatico si trova una stradina nei paraggi del porto canale il cui nome è “Via Succi”. Chi è il Giovanni Succi annotato nei registri dell’Ufficio anagrafe come “benefattore e famoso digiunatore”?

Un uomo che diventava più forte e attento durante i periodi di digiuno. Ma chi faccia qualche ricerca su di lui si imbatterà anche in altre definizioni. Una è quella di “esploratore”. In effetti esploratore lo fu davvero, in senso geografico ma anche in un altro senso: si è avventurato nella giungla delle possibilità umane. Infine, sì, ogni tanto compare la definizione “benefattore”. Alcuni pensavano che fosse un dono per l’umanità. Che con il suo esempio indicasse la strada per non divorare noi stessi.

Cullato da sensazioni di potenza e dolcezza, decise di prolungare il digiuno a tempo indeterminato. Non si limitava a digiunare nella realtà. Voleva essere padrone di sé stesso nelle altre dimensioni.

Una storia vera trasfigurarata in un romanzo. Come si reperisce la propria felicità nella rinuncia?

Giovanni Succi riusciva a fare a meno di molte cose. Durante i digiuni viveva in ambienti ridotti all’essenziale come un recinto, o una casetta minuscola, con pochissimi oggetti. Non parlerei di rinuncia, che mi trasmette un’idea di tristezza. Diciamo appunto che, periodicamente, “faceva a meno” di ciò che lo intossicava, per esempio evitava di giudicare, e questo lo faceva sentire più leggero. C’è chi sostiene che a quel punto riuscisse a sollevarsi dal suolo con la forza del pensiero. Non credo che sia vero, ma mi piace pensarlo.

Succi propone il “digiuno socialista”. La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

I cambiamenti arrivano sempre. Ma non avvengono mai come li abbiamo immaginati. Per quanto riguarda Giovanni Succi, più che aderire a una causa, furono le cause ad aderire a lui. Individuo dotato di caratteristiche eccezionali, risvegliava grandi speranze. Il socialismo vide in lui una possibilità: magari tutti potevano fare quello che faceva Giovanni Succi e diventare migliori. Tanto per cominciare non abbuffarsi di cibo o idee prese a caso. Era un’epoca che credeva nel futuro. Cito il titolo di un libro del tempo, in cui Succi ha un ruolo importante. Trilogia ipno spiritica socialista, di Giovanni Mirzan. Ipnotismo, spiritismo e socialismo (un terzetto per noi sbalorditivo) tutti insieme per assaporare un futuro più buono.

Ora che devo fare?» chiese Giovanni a fine giornata, pervaso da un sentimento di onnipotenza. Avvertiva dento di sé lo spirito del leone. Era pronto a un esercizio difficile.”

Quanto il Giovanni Succi da lei narrato somiglia al Dioniso euripideo nelle intenzioni, nel vigore ctonio ed insondabile?

Per quanto uno possa studiare i documenti, Giovanni Succi rimane un mistero. I fatti della sua vita non lo esauriscono. Di sicuro in lui operavano forze profonde e indomabili. Se psichiche o divine, se interne o esterne, ognuno può deciderlo da solo in base ai propri gusti. Tanto nessuno potrà mai smentirlo o dargli ragione. Certo Succi aveva momenti di follia, o perlomeno la pensavano così quelli che, periodicamente, lo rinchiudevano in manicomio. Aveva slanci da baccante. Personalmente penso che sì, abbandonandosi, sospendendo il pensiero, riuscisse a entrare in contatto con qualcosa di molto potente.

Il digiuno lo sottraeva al fallimento, perché non era un’attività, ma una dimensione.” Oggi tanti sono i digiunatori. Quale differenza ravvede tra Succi e coloro che praticano il digiuno nelle sue varie forme?

Il mondo del digiuno è millennario. Il digiuno di oggi sarà sempre, un po’, anche quello di ieri. (Parliamo qui del digiuno volontario). Ci sono i digiunatori religiosi e i digiunatori politici, per dire due categorie importanti che, naturalmente, possono sovrapporsi. È impossibile confinare tutti i digiunatori dentro un’unica motivazione. C’è poi l’aspetto patologico, ma non apriamo questa porta. Oggi molti digiunano che so, un giorno a settimana, per depurarsi, per sentirsi meglio. Aspirazione che mi sembra legittima e che ha delle risonanze, in piccolo, con quello che faceva Succi. Le differenze saltano all’occhio. I digiuni di Succi erano monumentali e riccamente pagati, una forma di spettacolo. Inoltre credo che fossero legati alle sue caratteristiche fisiche e mentali irripetibili, nonostante i socialisti ipno spiritisti sperassero il contrario. Intendo dire che non suggerisco di seguire le sue orme: perché camminava nell’aria. Del resto sia Cristo che Buddha, dopo aver fatto il loro digiuno, ci pensarono su e giunsero alla stessa conclusione: “Ragazzi, è meglio se mangiate”.

Enzo Fileno Carabba è nato a Firenze nel 1966. È autore di romanzi pubblicati in Italia e all’estero, di racconti, sceneggiature radiofoniche, libri per bambini, libretti d’opera e poesie. Nel 1990 ha vinto il Premio Calvino con il romanzo Jakob Pesciolinie il suo ultimo libro è Vite sognate del Vasari(Bompiani, 2021). Vive a Impruneta.

Alright, compa’

Laureati ultra trentenni alla ricerca di un lavoro adeguato e di un’identità sociale. La precarietà economica, l’incertezza, quantunque ammortizzata da lavoretti estemporanei e provvisori, può essere foriera di libertà?

La precarietà del lavoro, se successiva per un tempo breve al conseguimento del titolo di studio e di relativi master, credo possa anche contribuire a completare la formazione dell’individuo. Personalmente ho trovato divertenti e significativi tutti i lavoretti che mi è capitato di svolgere durante il periodo pre e post universitario. L’esperienza è utile se vi si contrappone la prospettiva di una crescita sociale e lavorativa, se i lavoretti non procedono senza soluzione di continuità fino all’età della pensione sociale. È questa la differenza fondamentale. A questo proposito consiglio la lettura del bel romanzo di Giorgio Falco Ipotesi di una sconfitta: divertente e amara indagine sulla trasformazione negli ultimi anni di certa tipologia di lavoro.

Il suo romanzo presenta pagine oltremodo realistiche relative ai lavoretti svolti dal protagonista della narrazione e sensazioni di vuoto, di smarrimento e di malinconia. Ha desiderato compiere anche un atto di denuncia sociale?

Credo che uno scrittore, o almeno nel mio caso, non si ponga il problema della denuncia sociale, non abbia in mente – aprioristicamente – il tema che possa scuotere le coscienze della comunità. Semplicemente lo scrittore racconta una storia, edificante o non edificante che sia; racconta dei personaggi buoni, di quelli cattivi; restuisce al lettore emozioni e suggestioni, e una vicenda che possa appassionarlo, senza porsi il problema del giudizio morale. Ciò che gli serve è la forza del racconto e la qualità attraverso la quale viene riferito. Se poi il tutto coinciderà con un atto di denuncia sociale, ne sarà felice.

I rapporti umani che il protagonista tesse sono impastati di chiacchiere durante le serate afterhours al ristorante, allegre di musica, di sensualità, di fraterna amicizia.

Si tratta di divertissements alla solitudine, confidenza improvvisata o sostanza della storia?

Non so come saranno percepite, queste chiacchiere, ma nelle mie intenzioni sono sostanza pura, necessarie, nei modi e nei tempi, a quella vicenda. Non c’è l’idea di voler attirare il lettore attraverso momenti più divertenti o spensierati. Le parti dialogiche sono state pensate con cura e inserite con parsimonia nella struttura del testo. Ho cercato per quanto possibile di restituirne l’assoluta verosimiglianza. Ma, ripeto, non so se sono riuscito nell’intento.

Da Firenze a Manchester. Lei compie una rilettura del cliché dell’italiano emigrato. Quali ammuffiti stereotipi e pregiudizi infondati ha inteso scardinare o rafforzare?

Non intendevo scardinare o rafforzare né stereotipi né pregiudizi. Mi è piaciuto narrare le vicende dei singoli, non quelle di un popolo o di una comunità. Nel romanzo non ci sono gli inglesi, gli italiani, i calabresi, i fiorentini, i laureati, l’emigrato moderno (quello degli anni 70/80 senza magari titolo di studio) e l’emigrato contemporaneo (quello laureato e/o il cervello in fuga) e così via. Ho raccontato di Mario, di Julie, di Pasquale, dell’io narrante (il Compa’). Ripeto: storie di singoli individui. Se poi nella narrazione questi singoli esprimono idee e culture differenti, come è giusto che accada, ciò non va visto come mia volontà di definire stereotipi e pregiudizi specifici di una comunità. È possibile che il lettore semplifichi, così come può accadere che associ l’io narrante all’autore. Non mi meraviglia, ma non credo sia corretto.

Il suo romanzo è redatto in un misto di italiano e sfumatura vernacolare della lingua. Per quale ragione ha adottato siffatta soluzione stilistica?

La scelta del linguaggio non è mai slegata dal tenore della vicenda che si racconta. Il linguaggio deve essere necessario, connaturato completamente alla struttura del testo, allo sguardo che il narratore getta sulle cose intorno a lui. Fare soltanto un esercizio di bella scrittura, senza che questa sia suggerita da ciò che accade, da ciò che è agito, comporta il rischio di inciampi enfatici o addirittura retorici. I dialoghi dei personaggi devono parlare con il lessico e i registri che gli sono consoni, altrimenti sarebbero innaturali o perfino ridicoli. In Alright, compa’, vi sono poi alcune parti in cui l’io narrante vive momenti di ansia o di eccitazione alcolica; e proprio in quanto io narrante che si esprime in prima persona, ho lasciato che pensieri e parole, mimeticamente, fossero liberati: un flusso di coscienza che non può tener conto di punteggiatura precisa e equilibrio sintattico. Bisognava restituire il caos che il Compa’ stava vivendo.

Rino Garro vive a Firenze, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi in Repubblica.it, Nazione Indiana, Flanerì, L’immaginazione; e in antologie come Dei Mali (Avagliano, a cura di Idolina Landolfi), Sotto La Lente (Perrone Lab, a cura di Gabriele Ametrano), Libera Tutti (Zona, a cura di Federico Batini), La fortuna del racconto in Europa (Carocci, a cura di Milly Curcio).

RESISTENZA DEL MONDO. CONNESSIONI (IN)ATTESE FRA SCIENZA ED ARTE

Rievocando la provocazione di Charles Percy Snow, il quale denunciò l’avvenuto divorzio tra cultura scientifica e cultura umanistica, reputa che davvero esista una schisi tra scienza ed arte?

In realtà il libretto di Snow mirava ad un obiettivo più specifico. La scienza delle università- pensatoio, com’erano state Gottinga o la Cambridge della sua gioventù, avevano lasciato da un pezzo il posto ad una scienza come motore industriale e militare. Poiché tradizionalmente la classe politica di un paese si forma su studi umanistici, Snow poneva una questione molto precisa: in un mondo in cui problemi e soluzioni richiedono una grande quantità di conoscenza scientifica, come si possono prendere decisioni efficaci senza formazione scientifica e privi di una politica della scienza? Ricordiamoci che Snow fu assistente del ministro per la tecnologia del lavoro nel governo di Harold Wilson. Nella sua bellissima prefazione per “Apologia di un Matematico” del suo amico G. H. Hardy, rievoca i circoli memorabili dell’età edoardiana in cui filosofi come G. E. Moore, economisti come J. M. Keynes, pittori come Vanessa Bell (sorella di V. Woolf) e critici come R. Fry si incontravano regolarmente realizzando di fatto un’unità culturale oggi impensabile. L’interpretazione del pamphlet di Snow come schisi, che è un difetto morfogenetico di saldatura nella colonna vertebrale, è più adatto ai nostri giorni. Infatti la tecnoburocrazia e l’entrata della scienza come protagonista nella società dello spettacolo assieme all’arte ed alla letteratura, producono un impoverimento su entrambi i fronti con la conseguenza di un dialogo stilizzato e infecondo e pongono il falso problema del dialogo scienza- arte-letteratura, come se la questione riguardasse la ricerca di una chiave magica per far riprendere i contatti interrotti. Questo è uno dei temi sottotraccia nell’ultimo Houllebecq, “Annientare”: l’uomo colto manca sistemicamente di esattezza, gli specialisti di visione. Il flusso della cultura è uno, ogni cosa si alimenta delle altre, sono i limiti mentali che ci siamo imposti ad aver ridotto questo nutrimento in piccoli rivoli per irrigare giardini di plastica.

L’arte e la scienza pare che siano espressione dell’Homo sapiens di formulare un pensiero astratto e di utilizzare queste capacità per elaborare una rappresentazione complessa del mondo.

Stante la sua ricerca, ravvede un’origine evolutiva del senso estetico?

C’è una frase molto bella di G. Edelman nel suo libro con G. Tononi sull’evoluzione della coscienza, che recita pressappoco: “Dove prima c’era la capacità di distinguere l’acqua dal vino, si è sviluppata quella di riconoscere un Cabernet o un Sauvignon”. Rende bene l’idea che ampliare lo spettro delle nostre distinzioni è un elemento chiave delle capacità cognitive. All’interno di questo spettro sempre più complesso si trova l’attitudine a rivelare bellezza sotto forma di configurazioni regolari, coerenti. Questo è il bello che potremmo dire gestaltiano. C è un’altra accezione, a cui ho dedicato parte del mio libro, che ha a che fare con la cultura. Ogni artista o scienziato sa scegliere, all’interno di un insieme di possibilità, la soluzione più efficace, più elegante, più semplice ed allo stesso tempo più profonda. Che è anche bella. Dunque la bellezza è anche la “mossa efficace”, quella che dà forma ad un paesaggio prima confuso e incerto.

Gli scienziati esercitano la creatività mediante un modello di carattere intuitivo ed un modello di carattere analitico. Quello intuitivo è essenzialmente affine al modello creativo degli artisti.

E’ l’intuizione la molla scatenante la creatività sia in ambito artistico che scientifico?

Risponderei senza dubbio si, ma va specificato che l’intuizione creativa non è un elemento astratto ed universale, si inserisce piuttosto in uno scenario di conoscenze e problemi, all’interno di uno stato dell’arte e di una cassetta degli attrezzi. Manipolando formule, figure, scritture e cercando di aggiungere qualcosa ad un paradigma dominante, o scardinarlo del tutto sulla spinta specifica di un’esigenza, si iniziano a vedere vagamente nuove connessioni e possibilità, si abbattono vincoli e se ne producono altri, fino a produrre qualcosa di stilisticamente definito.

I concetti scientifici e la visione scientifica del mondo hanno influenzato l’arte in modo rilevante.

La scienza influenza l’arte?

Dipende da cosa intendiamo con il termine “influenza”. Se ci riferiamo alle tecniche c’è una storia lunghissima di esempi che va dalla prospettiva di Piero della Francesca alla Light Art all’arte transgenica del coniglio fluorescente di Edoardo Kac. E’ quello che nel libro chiamo l’incontro “a valle”, dove vengono mutuate delle tecniche. Ritengo più importante l’incontro “a monte”, quello degli intenti cognitivi che giustifica l’uso di queste tecniche in vista di un obiettivo culturale ed estetico e che va oltre lo spettacolo degli effetti ed è parte delle ragioni dell’opera. Ad esempio in Piero della Francesca l’uso della prospectiva pingendi è volto ad esaltare l’aspetto iconico e sacrale delle rappresentazioni, è una sorta di inno religioso di un matematico platonico. Anche la protoprospettiva di Giotto ha un fine religioso, perché è l’adozione dell’occhio di Dio che vede alcune cose più grandi ed altre più piccole. Restando a monte possiamo dire che la conoscenza scientifica ha sempre influenzato l’arte e la letteratura perché le vicende umane sono sempre inscritte in una visione del mondo.Pensiamo alla fenomenologia di Proust, alla scienza della navigazione in Melville o all’intelligenza artificiale in “Macchine come me” di Ian McEwan, autore da sempre interessato alla scienza che conobbi al Birbeck College nel circolo di David Bohm.

Soventemente, arte e scienza colgono all’unisono lo “spirito dei tempi”.

Qual è oggidì lo status di questo inatteso connubio?

Belle e difficile domanda. Per tentare una risposta bisogna porsi fuori da quella che si chiama storia interna delle pratiche, ossia l’insieme dei problemi e delle tecniche che ne vincolano l’andamento, e cercare di guardare tutto dal di fuori. Mi vengono in mente la proliferazione di tante forme di cosmologia quantistica, racconti sull’origine e la storia della materia, l’aumento di interesse per la complessità, l’esigenza di rincorrere i processi del mondo, la bellezza enigmatica ed affilata di molta arte contemporanea,il ritorno di interesse per il jazz, una musica decretata morta ad ogni generazione che indica il bisogno di con-fonderci con il mondo molto più di quanto non faccia il vecchio sciamanesimo del rock; penso ad Houllebecq e Cartarescu , ai temi che attraversano molti film e soprattutto serie televisive, e l’impressione è quella dell’attesa di un nuovo confine e dell’insicurezza di poterlo superare. Forse è stato sempre così ma il senso d’urgenza è assolutamente nuovo e attraverso le due “eresie del fare”, scienza ed arte, ci chiede di metterci in gioco in modo radicale.

Ignazio Licata, fisico teorico, direttore dell’ISEM (Institute for Scientific Methodology) di Palermo.

Ignazio Licata è fisico teorico presso l’Institute for Scientific Methodology (ISEM), di Palermo, la School of Advanced International Studies on Theoretical and Nonlinear Methodologies of Physics, Bari, e l’ International Institute for Applicable Mathematics and Information Sciences (IIAMIS), B.M. Birla Science Centre, Hyderabad, India.Le sue ricerche riguardano i fondamenti delle teorie fisiche, le origini quantistiche dell’universo e la fisica dell’emergenza. Ha oltre 200 lavori tra articoli di ricerca e curatele. Nel 2008 riceve il Premio “Le Veneri” a Parabita ( Lecce) per l ‘attività di seeding culturale sui temi dell’interdisciplinarietà, e nel 2012 il premio per la Best Lecture “Quantum origin of time” alla International Conference on the Concept of Time, Al Ain (UAE). È stato ospite al Festival di Filosofia (2004 e 2011), e si occupa attivamente dei rapporti tra arte, scienza e letteratura.