Pene d’amore. Manuale illustrato di sopravvivenza agli ex

Il suo è un formidabile campionario di esemplari di maschio. Da dove ha attinto notizie ed elementi per compilare tanto riccamente un bestiario straordinario altresì esilarante?

Pene d’amore è stato il mio lavoro di tesi all’Istituto Europeo di Design di Roma, dove mi sono diplomata nel 2007. In quel momento era molto difficile trovare un editore per un progetto di satira così forte e audace. Ma ho creduto sempre moltissimo in questo libro, e così diversi anni dopo, servendomi delle nuove competenze acquisite, ho fatto un intero restyling al progetto e mi sono messa in cerca di un editore. Con immensa soddisfazione la Baldini+Castoldi ha deciso di pubblicare il libro, con la prefazione di Selvaggia Lucarelli. Nel frattempo mi sono resa conto che un libro così, sarebbe stato utile a molte donne: la risata come strumento catartico per superare il dolore, la fine di una storia. Seppure si tratta di una risata amara, sono convita che l’ironia sia una grandissima risorsa e all’occorrenza possa essere un’ottima forma di autodifesa.
Sono partita dalle mie storie e da quelle delle mie amiche, ma in fondo sono le storie di tutte noi.
Sono le nostre interminabili telefonate con le amiche in cui cerchiamo disperatamente di capire perché sia finita quella relazione, perché il telefono non squilla mai, perché non richiama se gli ho lasciato il mio numero? Perché?! Siamo consapevoli che l’universo maschile e femminile siano agli antipodi, ma cerchiamo con tutte le nostre forze di fare incontrare questi due mondi. Ci tengo comunque a sottolineare che Pene d’amore non è un libro di genere, è un libro sull’amore e sulle sfighe amorose, un libro sui sentimenti. Io ho raccontato il mio universo e quello più vicino a me, ma i sentimenti sono sentimenti così come le persone sono persone. Oltretutto, le relazioni disfunzionali e certe dinamiche malate, si innescano in una coazione a ripetere che non tiene assolutamente conto del sesso.

Il vampiro energetico, il mammone, il vanesio, l’infante, il passivo, il seriale. Parecchi esemplari raccontati rispondono a dei cliché. È inevitabile l’incontro?

In effetti gli esemplari descritti rispondono a dei cliché. Questo è proprio il gioco della satira, che servendosi di oggetti di uso comune, di elementi noti e riconoscibili da tutti, dei cliché appunto, attraverso un’ironia feroce e irriverente, racconta la sua storia. Nel tempo, approfondendo l’argomento, mi sono resa conto dell’aspetto sociologico e generazionale della questione e dell’esistenza di un problema di fondo, legato alle relazioni e alla mia generazione: una generazione narcisista ed ego riferita, che trova sempre meno spazio per l’altro e ha sempre meno volontà di costruire una relazione.
Sicuramente i social hanno contribuito parecchio a questo fenomeno, considerando anche soltanto la facilità con cui entri nella vita di qualcuno e la stessa facilità con cui ne esci, magari con un sorrisino.

I racconti sono intervallati da Sante votate al supplizio dagli ex: Santa Pazienza, Santa Astinenza, Maria Addolorata. Ebbene, le donne come materiali indistruttibili, capaci di assorbire gli urti senza rompersi?

Le mie sante, rappresentano l’emotività femminile. Sappiamo essere fragili e remissive, e alle volte purtroppo, persino votate al martirio. Ma siamo anche combattive e indistruttibili. Ho voluto rappresentare attraverso le sante, la ricchezza e la complessità dell’essere femminile, un focus sulla nostra parte emotiva, anche quella più oscura e malsana. Ad esempio quando siamo consapevoli che sia il caso di mollare, di lasciare andare qualcuno e invece ci accaniamo perché “Un giorno cambierà”. Insomma, anche noi donne abbiamo le nostre responsabilità.

“Pene d’amore” si pone come un manifesto postfemminista?

Direi che Pene d’amore non si pone come un libro femminista, ma alla fine è un libro femminista. Intanto perché è scritto da una donna, e dà voce all’universo femminile. Inoltre affronta temi che ancora oggi purtroppo sono dei tabù, come per esempio l’autoerotismo femminile. Non si pone come un manifesto postfemminista perché vuole essere inclusivo con gli uomini, cosa che secondo me è alla base di qualunque sano femminismo. Voglio dire che bisogna parlare anche e soprattutto agli uomini. Con questo libro mi sono resa conto di quanto ci sia ancora molto da lavorare, e anche del fatto che ci dichiariamo emancipati, pensiamo di aver superato molti dei nostri limiti e invece siamo ancora incastrati e schiacciati da certe dinamiche patriarcali dalle quali non riusciamo a venire fuori.

Il suo memorandum di esperienze sentimentali è illustrato. Qual è il valore dell’immagine in un libro sulle difficoltà di amare ed il desidero di amare?

L’illustrazione ha un valore fondamentale. Intanto perché io sono prima di tutto un’illustratrice, è con questo libro che ho iniziato anche a scrivere, e mi diverto moltissimo! L’illustrazione ha il medesimo compito della scrittura, quello di comunicare. Nel caso di un libro illustrato, testo e illustrazioni coesistono in un equilibrio magico, e hanno entrambi la stessa importanza. Sia il disegno, che la scrittura, sono mezzi di espressione. A mio parere, un testo illustrato rafforza la capacità comunicativa, perché mette in campo due mezzi di comunicazione, invece che uno soltanto.

Amalia Caratozzolo (in arte AmaliaC) è illustratrice e scrittrice, vive a lavora a Roma. Si è diplomata nel 2004 in Fumetto alla Scuola Internazionale di Comics e nel 2007 in Illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design di Roma, dove ha insegnato Incisione su linoleum dal 2010 al 2017.
Dal 2013, è illustratrice per il «Corriere della Sera». Nel 2020 pubblica per Baldini+Castoldi un libro di satira illustrato dal titolo “Pene d’amore, manuale illustrato di sopravvivenza agli ex”, con la prefazione di Selvaggia Lucarelli. Nello stesso anno inizia la collaborazione con Il Fatto Quotidiano: autrice di una rubrica di satira amorosa, scrive e illustra per la newsletter A parole nostre. Nel 2021 illustra per Lunaria Edizioni un libro per bambini di Lorena Dolci, dal titolo “Mostro del Pisolino”.
Ha lavorato per Baldini+Castoldi, Castelvecchi Editore, Corriere della Sera, Edizioni Anicia, Elliot Edizioni, Guanda Editore, Istituto Europeo di Design, Il Fatto Quotidiano, La Stampa.

Io, combatto

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

La giovinezza è per ognuno di noi una sorta di terreno ignoto su cui seminare ma dove anche si nascondono trappole e buche. La mia giovinezza ha dei tratti molto simili a quelli che, ad un livello diverso, hanno caratterizzato quella di mio figlio: buttarsi nelle esperienze, uscire dai ranghi, mostrare una natura che non rientra nelle classificazioni. Tutto ciò spinti da un bisogno di capire, di sondare il fondo degli abissi alla ricerca della luce. Io credo che, sebbene in un modo estremo e drammatico, mio figlio stia cercando la sua strada, così come io da ragazza, dopo anni di ritiro quasi ascetico, mi buttai nelle esperienze della mondanità, a volte rischiando di sporcarmi. La differenza è che lui è incappato in un terreno dei più viscidi e pericolosi, quello della droga.

Al centro della narrazione non solo la storia di suo figlio Giacomo ma la necessità di potenziare le Rems e la vera attuazione della riforma che ha chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari. Qual è lo status dei diritti dei detenuti affetti da disturbi psichiatrici?

La riforma deve continuare il suo iter e trovare risposte al vulnus legislativo che le caratterizza e la recente sentenza della Corte Costituzionale, invita il governo a trovare soluzioni entro un anno. Intanto le Rems, che sono residenze dove davvero si lavora al recupero dei pazienti, sono ancora troppo poche per la richiesta attuale. I dati più recenti parlano di 98 pazienti psichiatrici destinati alla Rems, trattenuti in carcere per mancanza di posti. Sono oltre 700 quelli in lista d’attesa in tutta Italia. Una persona con problemi psichiatrici, sebbene abbia commesso un reato, non deve stare in carcere e il ricorso alla Cedu che abbiamo recentemente vinto, ne è una prova.

La cronaca segnala, soventemente, episodi di inaccettabile violenza compiuta da o tra giovanissimi. Possono la brutalità, la sopraffazione, l’abuso essere percepiti dagli giovani come curativi rispetto all’indicibile dolore provato?

Non sono in grado di dare una risposta netta. Devo però dire che nessuno mi toglie dalla testa, l’idea che nella maggior parte di questi episodi violenti, ancor più terribili e scioccanti vista la giovane età degli autori, siano scatenati dall’uso di sostanze la cui composizione chimica diventa sempre più letale, soprattutto per il delicato e non ancora formato, sistema nervoso degli adolescenti.

Il suo impegno sociale ha trovato alleati nelle Istituzioni o si è scontrata con l’inadeguatezza degli strumenti sanitari, legislativi ed istituzionali?
Inizialmente ho cozzato con numerose mancanze e situazioni paradossali. Non mi sono lasciata abbattere e ho deciso di denunciarle, anche sulla stampa. Questo ha generato un virtuoso fenomeno di supporto spontaneo da parte di diverse figure, anche istituzionali, che hanno abbracciato la mia causa: in primis la garante dei detenuti del Comune di Roma, Gabriella Stramaccioni. Chi ci legge e si trova a dover seguire un familiare a “doppia diagnosi” come mio figlio, e che quindi deve affrontare il doppio problema della tossicodipendenza e dei disturbi psichici, mi scriva a movimento.mdd@gmail.com.

Può offrirci un ritratto di Giacomo da un punto di vista squisitamente materno?

Un gigante buono, di una sensibilità ed intelligenza estrema, tanto forte fisicamente, quanto fragile interiormente. Lo vedo tutt’ora, alla soglia dei 30 anni, come il mio cucciolo da sbaciucchiare e proteggere ma… non è più il tempo, il mio amore per lui, che resta infinito, è dovuto maturare. Resto ad osservarlo nel suo gestire la sua vita e la sua ricerca di un equilibrio, con tanta fiducia ma anche con necessario distacco.

Loretta Rossi Stuart, è attrice e coreografa. Alla seconda prova come autrice.

Il Varcaporta

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder tipico della fantascienza classica?

Il senso della meraviglia è esattamente lo scopo di questo tipo di storia. Desidero portare chi legge altrove e immergerlo completamente in un contesto che chiede moltissimo alla sospensione di incredulità ma che dona altrettanto. Perché è proprio attraverso lo stupore per una narrazione in bilico tra fantascienza e fantasy, e che vuole omaggiare Jules Verne, che passano emozioni e un doloroso sospetto: si parla di un mondo alternativo, di un’epoca vittoriana mai veramente esistita o, piuttosto, si parla di noi e della nostra epoca?

La mattanza riguarda, ovviamente, i poveri, i diseredati che pullulano nelle grandi città inglesi e del cui destino nessuno si preoccupa. 
Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Oh sì. Non potrebbe essere altrimenti. Il percorso che ho iniziato con la serie “Diario vittoriano” (in quattro volumi, edita da goWare), prosegue senza soluzione di continuità con “Il Varcaporta” (Dark Abyss Edizioni). L’epoca vittoriana, nel senso storico e reale del termine, ha sdoganato il concetto di operaio = materia prima. Una società in cui bambini di otto anni venivano impiegati in fabbrica con turni di lavoro di dodici/quattordici ore è stata una realtà cui oggi ci permettiamo di guardare con raccapriccio. Ignorando che tali situazioni esistono e si perpetuano nelle zone più sfortunate del mondo. Non amo i libri che pretendono di catechizzare chi legge. Ma se la sorte dei bambini nelle vicende de “Il Varcaporta” causerà ripulsa e sofferenza, forse lo sguardo cambierà anche incrociando, nelle nostre strade, piccoli mendicanti e persone costrette a vivere in strada.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che lo “steampunk” possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Amo l’accostamento tra un’epoca storica ormai lontana e un progresso tecnologico immaginato in chiave vintage. Ho sempre pensato che cambiando la prospettiva e lo sfondo sul quale i personaggi sono chiamati a muoversi, certe dinamiche, certi riflessi condizionati, un modo di pensare cui ormai siamo assuefatti, acquistino maggior spessore mettendo in luce i difetti e le criticità proprio del modo in cui l’umanità si pone nei confronti del mondo, delle risorse energetiche, dell’esercizio del potere. Il bassorilievo cui ormai non facciamo più caso si eleva al livello di vera e propria scultura. E le deformità balzano in primo piano.

Astrea, Aster Paul, Zachary Tucker e Devereux Willoughby. Lei srotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legata?

Sono miei figli, tutti. Li ho voluti imperfetti, confusi, spesso deboli. Così come ho voluto infrangere lo stereotipo del “prescelto” rendendo tale un ragazzo non ancora ventenne, Devereux, il cui unico vero potere è l’empatia, il rendersi conto delle sofferenze degli altri, la capacità di sentirsele addosso e di volerle sanare, anche a costo del più grande dei sacrifici.

Ambiente, progresso tecnologico, il prezzo in vite umane dell’energia. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Il nesso è sostanziale, in questo caso, o non è. Se il prezzo per mantenere uno stile di vita cui siamo abituati è, alla fine dei conti, perdere ciò che la rende degna di essere vissuta, per cosa stiamo lottando? Per cosa stiamo assistendo, indifferenti, alla distruzione dell’ambiente? Il progresso per come lo abbiamo inseguito, a partire dalla rivoluzione industriale in poi, non ha nulla delle “magnifiche sorti e progressive” di cui ironizzava la lungimiranza di Giacomo Leopardi. Abbiamo ottenuto una tecnologia inimmaginabile fino a pochi decenni fa, interagiamo con i nostri device elettronici e lasciamo che ci informino su crisi umanitarie e climatiche, su disastri annunciati e cambiamenti climatici. Senza riuscire a trovare il bandolo della matassa. Il bello di un romanzo è che all’autore viene permesso di immaginare una soluzione. E di realizzarla. Non è un caso se la soluzione de “Il Varcaporta” non passa attraverso un macchinario o una scoperta scientifica. Il solo potere è, ancora una volta, ascoltare la sofferenza dei fiori che appassiscono in un inverno innaturale, degli uccelli che cadono dal cielo, stroncati dal gelo, degli animali che fuggono spaventati e degli esseri umani che non sanno più a chi rivolgere preghiere. Un ascolto che diventa azione. Azione che si rivela salvifica, sì, ma il prezzo è altissimo. E saranno i migliori a pagarlo.

Laura Costantini nasce a Roma ed è una “boomer” rea confessa. Amante della scrittura da sempre ha rincorso e raggiunto l’obiettivo di svolgere la professione giornalistica. E di pubblicare romanzi spaziando tra generi ed epoche. Ha pubblicato tredici romanzi a quattro mani con Loredana Falcone (amica e socia di scrittura) e nove titoli (tra cui un saggio) firmando da sola. Di questi fanno parte i quattro volumi della serie “Diario vittoriano” (goWare) cui si aggiungono tre contenuti speciali sempre legati alla serie.
Molto presente su Facebook e Instagram, ama scoprire libri e autori senza lasciarsi guidare dalle classifiche delle vendite.

La distruzione dell’amore

Amore, abbandono, dolore, gelosia: una girandola di sentimenti; i temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

Io sono il risultato delle mie letture e di chi mi ha detto qualcosa, di idee collettive, di Neruda, Lorca, Prevèrt, Eluard, Dickinson, Masters, Carver, Candiani, Szymborska, Mari, Rodari, sono talmente piena di punti di riferimento che arrivo a perdermi.

L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento non possa assumere carattere salvifico?

Amore è un dio. E quando arriva, sai, senti che è un’eccezione, un lusso, un miracolo.
Tanto è potente nella salvezza, quanto è terribile nella dannazione, perché cadi da molto in alto e ti farai tanto male, perché parte da troppo dentro per non straziarti. Ma se ti è successo anche una sola volta, te ne ricordi, sai che accederai alla beatitudine e difficilmente abdicherai a questo in ragione di un’eventuale perdita.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

La poesia, quando è vera poesia, ti fa rallentare, ti prende alle spalle, non sai perché ti viene da piangere, non sai perché vedi quello che vedi, le parole non sono usate come tali, ma come suoni alchemici che creano cose, messe in quell’ordine ti soffiano addosso, senti gli odori. Non so se lenisca, ma sicuramente da voce, luce, aiuta l’integrazione tra raziocinio e emotività.

Nevrotica, ossessiva, iper-reattiva, spelacchiata, rauca e bianca fosforescente, addirittura desiderabile mi vede. La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne. C’è un limite a ciò che si può narrare?

Si può narrare tutto. Ho scritto racconti sulla defecazione, sulla masturbazione, sulla malattia. Il come è il punto. Come tu dici le cose le fa diventare o increscioso voyerismo o poesia, ricerca, arte.

Le protagoniste della sua versificazione sono omosessuali. Ebbene, trova che in Parlamento, laddove astrattamente dovrebbe essere assisa l’élite culturale del nostro Paese, resista ancora una dura riottosità a sancire alle cosiddette “minoranze sessuali” la piena affermazione dei loro diritti?

Dare diritti significa rinunciare a qualche privilegio, a qualche risorsa, a millenarie aristocrazie apparentemente eterne. Bisogna lottare, per ottenere diritti, perché non esistono diritti senza sottrazione. Il governo è riottoso. Ma una volta gli ebrei erano nei ghetti per legge, i neri erano schiavi per legge, le donne non potevano né studiare né votare né girare liberamente, per legge. Facciamo passi così piccoli che sono gocce nel mare. Ma il mare è fatto di gocce.

Anna Segre è medico, psicoterapeuta, ebrea, lesbica, mancina.
Tra le sue opere ricordiamo Monologhi di poi (Manni) e Lezioni di sesso per donne sentimentali (Coniglio Editore), Il fumetto fa bene. Letture come terapia (Comicout). Con Elliot ha pubblicato: Judenrampe. Gli ultimi testimoni (curato con Gloria Pavoncello), Biografia di una vita in più di Fatina Sed (curato con Fabiana Di Segni), 100 punti di ebraicità (secondo me) e 100 punti di lesbicità (secondo me).

Il Pianeta delle Occasioni Perdute

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder tipico della fantascienza classica?

La mia raccolta di racconti è stata definita “romanzo diffuso”, credo lei alluda a questo concetto parlando di romanzo. Ogni racconto segue le vicende di uno o più personaggi, ma l’ambientazione generale delle storie è la stessa, con uno sfasamento temporale minimo. In effetti il mio testo potrebbe appartenere al new weird, per un disallineamento con molti dei cliché della fantascienza tradizionale, per i contenuti allegorici di tipo socio-politico e filosofico, ma soprattutto per la presenza di temi misticheggianti e magici. Si collega a un filone diventato, alla fine, ormai “classico” che avvicina il fantasy alla fantascienza. L’esperienza di Arami nell’assumere nella sua interiorità la conoscenza universale tramite un insight; l’esistenza di maghi che rendono invisibili le nastronavi, la saggezza esoterica di Narin e tanti altri elementi ne sono prova. Il sense of wonder è affidato alle trovate narrative. Spero che il lettore si stupisca di scoprire che il grande palazzo della biblioteca sia molto più grande all’interno che all’esterno (il tardis del Doctor Who docet). Pur amando follemente “La trilogia della Fondazione” di Asimov mi rifaccio piuttosto alla tradizione di Bradbury, che abitava i pianeti (come Marte) di terrestri e inventava piccole fiabe filosofiche. Leggo e rileggo Borges che ha saputo unire poesia, filosofia e letteratura in modo sublime. Mi piace pensare a Italo Calvino, più che allo scrittore de “Le cosmicomiche”, al narratore – poeta de “Le città invisibili”. Iris, la teratopoli, non potrebbe essere forse un’immensa “città invisibile”? Leggendo il mio libro si rimane spiazzati subito dai neologismi, molto frequenti nel testo. Si tratta di una lingua inventata “a posteriori”, che riguarda soprattutto il lessico. Non ho stravolto la sintassi e la morfologia dei passaggi, ma credo di aver creato un’atmosfera “nuova” e “fantastica” accostando parole – aggettivi, verbi – già esistenti nella lingua italiana, mutando radici o desinenze, risemantizzando parole conosciute. L’uso della parola inventata stimola l’immaginazione, alterando leggermente la percezione di chi legge, è poetico e trascinante. Il vocabolo “uovocasa”, che indica una delle abitazioni maggiormente utilizzate nel futuro aggiunge alla parola “casa” la parola “uovo”. Evoca semplicemente la sua forma? O richiama il concetto di uovo cosmico?

“Iris, la «teratopoli» del pianeta, attrae e affascina, i suoi abitanti sembrano essere gli ultimi rimasti con una predilezione naturale per il dialogo e la comprensione”.

Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Gli dei mi salvino dall’indebolire la mia scrittura con la trappola della morale. Dare indicazioni moralistiche e rigidamente prescrittive all’interno di un testo lo rende tedioso e demodé già dal momento in cui viene pubblicato. Certamente, come scrittrice trasferisco la mia visione del mondo in ciò che scrivo. La scrittura per me non sarà mai pura esercizio formale, è stata e sarà sempre collegata profondamente al il mio . Sono legata a una visione etica, non morale della vita; credo nel potere salvifico della scrittura, penso che possa incidere nella trasformazione spirituale di un lettore per me ideale. Attenzione: ho scritto “possa incidere”; non deve farlo necessariamente. Provo a lasciare per chi legge, sempre, ciò che la Karen Blixen chiamava “la pagina bianca”. I miei racconti di fantascienza sono comunque da includere nella categoria dei racconti “ottimisti”, non sono storie a soluzione negativa e catastrofica; aspirano sans doute a cercare, a trattenere un senso di umanità che oggi o fra tremila anni può essere messo a rischio dalla tecnologia avanzata o da un’insensata ricerca della perfezione.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che lo “steampunk” possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Nel primo racconto, mentre viaggia alla volta del Pianeta delle Occasioni Perdute, un terrestre desolato guarda una lettera di ferro arrugginito, un materiale non più utilizzato nella sua epoca. Nel futuro, probabilmente, non esisteranno libri nel modo in cui li conosciamo, ma non posso rinunciare a citarli continuamente accostando la semplice parola particella al lemma “libro”. In nessun punto del testo spiego esattamente di cosa siano composti i particellalibri e che forma abbiano fra migliaia di anni. Nelle mie storie il passato della terra riemerge tramite la rievocazione di oggetti e tecniche obsolete. In un mondo in cui la malattia è quasi scomparsa del tutto, Mirab usa per un vezzo antichissimi occhiali a lunetta. Proprio a causa di quegli occhiali incontrerà una terrestre e suo figlio, un evento fondamentale che darà una svolta decisiva alla sua esistenza. Perderà quegli occhiali nel momento della sua “metamorfosi” come persona. Alterno un senso di rimpianto per il passato (che nell’ultimo racconto, per Irazènis, diventa fatale) a un sentimento di distacco dagli oggetti e dalle tecniche scientifiche del passato della terra, da tutto ciò definisco” arcazoico”. Nella radice del termine arca – si annida anche, però, l’idea di qualcosa che deve essere salvato e protetto a tutti i costi. Omar Veris usa la rapsocarta, che da secoli non ha più una funzione sulla Terra, per ritrovare la sua ispirazione perduta.

Chef interstellari, predatori delle galassie, poeti, amanti, forme di vita extraterrestre, artigiani dello spazio. Lei srotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legato?

Ho scritto i racconti del libro “Il Pianeta delle Occasioni Perdute” fra il 2019 e il 2020. Uno dei personaggi che ritenevo minori, in quel periodo, “il figlio della serva”, Mirab – protagonista dell’ottavo racconto – acquista via via nel tempo, ai miei occhi, un significato profondo. Inizialmente affidavo tutta la mia simpatia a Omar Veris (che resta una star di questa narrazione, il suo cuore pulsante) e al Pirata Beruk, che ancora oggi credo sia il mio personaggio migliore, all’interno del racconto più riuscito della raccolta. Con il perfido Beruk ho potuto dar sfogo a una nota di crudeltà, è la voce e il riscontro di centinaia di letture e visioni del genere “avventura” di (fra tanti altri) Salgari in primis, Dumas, Conan Doyle, innumerevoli film e serie tv del genere. Ma il terrestre Mirab con la sua vocetta sottile e testarda mi persuade maggiormente, a lungo termine. Non a caso affido al racconto “Le catene di Mirab” le riflessioni più vicine a un’analisi antropologica di tutto il testo complessivo. Mirab non è un personaggio vincente. Invidioso dei suoi colleghi, ruvido e sfuggente, non ha mai agito completamente le sue emozioni. Dovrà atterrare su Iris per cominciare a cambiare. Non è un caso, alla fine, che solo sul Pianeta delle Occasioni Perdute gli umani possano ritrovare la propria integrità interiore. Sarà perché credo nella sconfitta dei tentativi di evolversi di chi resta legato e relegato alla pura dimensione bidimensionale. A questo punto non può non venirmi in mente un narratore in musica e parole come Franco Battiato. Non a caso questa raccolta ha preso il via dall’ascolto della canzone “La via Lattea”. Alla fine credo anch’io che il fantastico in letteratura sia stato e sarà una via iniziatica che si spinge a indagare le radici biologiche e spirituali della condizione umana. Non vuole evitare la riflessione della realtà, ma rappresenta tramite immagini metaforiche e poetiche la nostra esistenza nel mondo (o nei mondi). Penso anche a Paul Auster, soprattutto quando racconta il significato delle sincronicità e del destino. “Il Pianeta delle Occasioni Perdute” si situa in un possibile futuro della nostra civiltà incredibilmente avanzata in contatto con gli alieni, ma è una metafora della vita di oggi. Solo aprendo la percezione e mettendosi fortemente in discussione si può tentare di compiere “il salto quantico”, ascoltando gli insight, seguendo la strada tracciata da Jung, che è stato anche un grande mistico, e non solo dal suo maestro Freud. C’è tanto anche di loro nel sottotesto.

Ambiente, progresso tecnologico, il prezzo in vite umane dell’energia. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Recentemente ho letto l’opera di fantascienza di una grande scrittrice come Doris Lessing, ma questa volta è stata maestra in negativo. La sua elegante narrazione di alto livello nei romanzi di fantascienza della serie “Canopus in Argos” è intervallata spesso da analisi e chiose. Un testo narrativo però non è un trattato, e i famosi “spiegoni” che segnano e appesantiscano alcuni romanzi o racconti non giovano alla loro riuscita. Lo accennavo nella risposta precedente, il sottotesto dei racconti fa trapelare a tratti la mia formazione. Sono stati determinanti per me, soprattutto, gli esponenti della scuola di Francoforte, Foucault, lo psichiatra filosofo Wilhelm Reich, ma soprattutto Pier Paolo Pasolini. Per questo ho raccontato come un personaggio non possa fare a meno di intessere rapporti con le piccole comunità per recuperare un senso di appartenenza, e di conseguenza recuperare la totalità del suo essere. Per questo Omar Veris ritrova un grande senso di integrità corpo-mente nella piccola comunità di Ardesia, sul magico Pianeta. Stellar Maris compie un percorso di rinascita passando dalla chiusa desolazione della sua stanza alla messa in gioco di tutto sé stesso in rapporto con la scoperta di un Altro diverso da sé. Nel racconto “Le catene di Mirab”, che citavo in precedenza, in un passaggio esplicito il dettato dell’importanza degli incontri reali fra persone, del corpo a corpo fra “umani” e “alieni” che non possiamo eliminare dalle relazioni. Arami, dopo l’esperienza formativa sul Pianeta delle Occasioni Perdute con un bibliotecario non convenzionale, Swen, partirà per restituire agli abitanti delle galassie l’occasione di ritrovarsi e di scambiare conoscenza ed esperienza.

Patrizia Caffiero dal 2006 ad Anzola dell’Emilia lavora al Servizio cultura del Comune. È laureata in Lettere e Filosofia (Università del Salento) con una laurea dal titolo “Pasolini e il Potere. Linee per un’interpretazione storico-politica.” S’interessa di cinema, teatro, letteratura; fra i suoi scrittori preferiti Maeve Brennan, Truman Capote, Henry James, Marguerite Yourcenar, Paul Auster, Ray Bradbury, Juan Rulfo, Stephen King. Il suo film preferito è “Prima della pioggia” di Milčo Mančevski. È telefilm addicted, in particolare delle serie tv “I Soprano” e “Dottor Who”. Ha pubblicato per Miraviglia editore, nel 2007, il romanzo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te”; per Fernandel, un racconto per l’antologia “Quote rosa” (2007) e un racconto per l’antologia “Fobieril – soluzione MANIAzina” (Jar Edizioni) nel 2009. Nel 2017 è uscita la raccolta di racconti “Incredibili vite nascoste nei libri” per Musicaos editore. Ha scritto il suo primo romanzo (una ghost story) in collaborazione con la Scuola di Scrittura Omero di Roma. Scrive poesie.

La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani

Professor Traina, nel suo libro La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani lei difende l’importanza della storia romana. Di recente, il ministro Cingolani ha dichiarato che sarebbe meglio studiare più scienza e meno guerre puniche. Lei che ne pensa?
In un recente intervento televisivo, il ministro Roberto Cingolani ha chiamato effettivamente in causa le guerre puniche. Per lamentare le scarse competenze scientifico-tecnologiche dei nostri scolari, il titolare del dicastero della Transizione Ecologica ha osservato che i tre conflitti tra Roma e Cartagine verrebbero riproposti ben quattro volte nel corso del curriculum scolastico, togliendo spazio alle materie scientifiche e tecniche. A prescindere dall’effettiva ricorrenza di Annibale e Scipione negli attuali programmi, continuo a chiedermi perché un ministro della Repubblica ritenga utile non dico ignorare, ma di certo trascurare proprio un momento così importante della storia del Mediterraneo antico, i cui complessi equilibri geopolitici ed economici permettono di comprendere meglio anche il presente. Voglio almeno sperare che la storia romana non sia il suo unico bersaglio, e che più probabilmente consideri le guerre puniche come un caso esemplare di zavorra umanistica di cui si può fare a meno per far posto alle competenze scientifiche: per dire, avrebbe potuto prendersela con i Sepolcri di Foscolo o con le dodici battaglie dell’Isonzo, lasciando a italianisti o contemporaneisti il compito di insorgere in difesa delle rispettive discipline.
A questo punto, il problema non è tanto spiegare perché, ma come dobbiamo studiare le guerre puniche. Per questo non posso condividere del tutto il documento emesso dalla CUSGR (la consulta dei docenti universitari italiani di storia greca e romana) in reazione alla suddetta alzata d’ingegno del ministro. I miei colleghi hanno affermato che “la conoscenza del passato non può essere merce di scambio, tanto più quando essa, come gli eventi della storia romana evocati dal ministro Cingolani, è così direttamente legata all’identità culturale di ogni cittadino italiano”. Comprendo le ragioni di questa vibrata dichiarazione, ma vorrei precisare che, nel caso particolare del lungo conflitto mediterraneo fra le potenze di Roma e Cartagine, le identità coinvolte sono molteplici: oltre alle potenze belligeranti, la lista è lunga e comprende iberici, berberi, celti, macedoni. Non si tratta infatti di spiegare ai nostri scolari di origine cinese o moldava (per non parlare dei discendenti tunisini di Amilcare e Annibale) l’importanza delle guerre puniche per l’identità culturale dei piccoli italiani.

Allora è proprio vero che l’antica Roma sta diventando una disciplina di nicchia anche in Italia?
I nemici della mia disciplina non sono solo i tecnocrati: c’è anche il fuoco amico, che identifico negli umanisti semicolti, un ossimoro (occhio all’accento, cade sulla seconda “o”) solo in apparenza. L’espressione non ha pretese sociologiche o sociolinguistiche: non mi riferisco infatti ai soggetti semianalfabeti, o tantomeno a quelli “semieducati” privi di spirito critico (halbgebildete), analizzati dal filosofo Theodor Adorno. Nella mia definizione personale, del tutto empirica, gli umanisti semicolti sono dei soggetti che hanno frequentato il liceo, leggono e scrivono correttamente (qualcuno è diventato anche professore universitario), e a differenza degli halbgebildete sarebbero in grado di elaborare un pensiero critico.
Fin qui tutto a posto, ma il problema sorge quando gli umanisti semicolti presumono di stabilire una gerarchia delle discipline umanistiche. Complici alcuni insegnanti che non hanno saputo o voluto appassionarli ai tempi della scuola, e di qualche autore di libri di storia “in una situazione complicata” con la propria lingua, i nostri eroi si dilettano di arte, filosofia o letteratura, dando però poco peso alle discipline storiche, e a maggior ragione alla storia antica, ridotta a un pacchetto di date, personaggi, e naturalmente battaglie: tutto poco interessante rispetto all’Arte povera, i cronopios di Cortázar, la biopolitica di Foucault (e mettiamoci pure quella di Agamben), o altri rimedi infallibili per brillare in società, o meglio sui social. Insomma, festeggiare il Bloomsday il 16 giugno è in, mentre deporre dei fiori il 15 marzo in memoria di Cesare è inequivocabilmente out. Un atteggiamento già ricorrente ai tempi di Flaubert, che tra le voci del suo Dizionario dei luoghi comuni aveva incluso anche “Antichità e tutto quel che la riguarda. Banale, seccante”. 
E c’è di peggio: al fuoco amico contribuiscono gli stessi cultori e appassionati del mondo antico. Per quanto possa sembrare strano, anche loro possono fare a meno della storia romana. Magari perché si concentrano sul mondo greco (dopo Alessandro Magno il diluvio), o addirittura perché ritengono più utile studiare i romani dal solo punto di vista antropologico, qualsiasi cosa significhi. Salvo poi offendersi quando li chiami umanisti semicolti. Chiedo scusa per i toni sopra le righe, ma quando ci vuole ci vuole.

Come è noto, la sigla SPQR sta per senatus populusque Romanus, “il senato e il popolo di Roma”, e designa lo Stato romano. Lei ha scritto “Quando calpestate i tombini di ghisa della Capitale con questa sigla, sappiate che state commettendo un crimen maiestatis, un oltraggio alla ‘maestà’, che il diritto romano puniva con la pena capitale ovvero, in alcuni casi, con la perdita della cittadinanza”. Può spiegarci perché?
Era solo un paradosso. Del resto, l’uso della sigla SPQR si deve ad Augusto, che se ne servì per rivendicare il potere imperiale, evidenziandone la presunta continuità con le istituzioni repubblicane; all’epoca era più rischioso prendersela con l’immagine del princeps, e quindi con le statue, i ritratti e le monete. Nel Libro dei sogni, Artemidoro di Daldi narra che un certo Stratonìco aveva sognato di dare un calcio all’imperatore. Uscito poi di casa, ebbe la fortuna di ritrovarsi sotto i piedi una moneta d’oro: “infatti non c’era nessuna differenza tra l’imperatore e la sua immagine, e tra dare una pedata e calpestare”. Non mi risulta che nessuno sia stato messo a morte per aver calpestato una moneta, ma durante la tarda Antichità l’argomento ricordato da Artemidoro fu utilizzato per punire con la pena capitale i falsari o chi limava le monete per recuperare del metallo pregiato: la violazione della moneta era infatti equiparata come un oltraggio all’imperatore. In ogni caso, non preoccupatevi: oggi, la sigla SPQR che orna i tombini capitolini indica semplicemente l’amministrazione municipale di Roma Capitale. Niente più pena capitale.

È vero che i romani, conquistando la Grecia, hanno inferto un duro colpo al sapere scientifico e filosofico?
È duro a morire il cliché che vede i romani come un popolo pratico ma, a differenza dei greci, poco creativo e incapace di elaborare un pensiero autonomo. Non solo, ma c’è chi si spinge oltre: nel suo nuovo libro, dal titolo significativo Il tracollo culturale, Lucio Russo si è cimentato con il particolare momento storico del biennio 146-145 a.C., che vide la distruzione di Cartagine e Corinto e l’inizio di una più forte ingerenza romana della politica dei regni ellenistici. Sostiene Russo che l’imperialismo romano avrebbe determinato la perdita della produzione filosofica ellenistica, e in gran parte di quella scientifica: di conseguenza, la cultura dell’Europa moderna esaltò il pensiero greco dell’età classica, trascurando invece le innovazioni “rivoluzionarie” della scienza ellenistica. Il ragionamento è suggestivo e ben strutturato, come è giusto che sia per un matematico come Russo. Ma è davvero utile ridurre l’affermazione di Roma nel Mediterraneo a una storia di distruzioni e imposizioni? Oltretutto, questa affermazione non aveva modalità troppo differenti da quelle su cui si fondavano i regni ellenistici. In ogni caso, giudicare una civiltà antica con le lenti dello scienziato di oggi comporta il rischio di cadere in alcuni anacronismi. Certo, anche lo storico cerca nel passato soluzioni utili alla lettura del presente. Ma limitarsi a vedere i romani come i “cattivi” del passato, trascurando gli aspetti più complessi della loro storia, mi sembra poco utile.

In definitiva, perché la storia romana è speciale?
La risposta dovrebbe essere evidente, ma a quanto pare non lo è. Quello che rende la storia romana così “speciale” è la coabitazione più o meno pacifica dei romani, con la loro ben definita identità culturale e giuridica, con le altre identità che vivono nel loro mondo. Gli antropologi del mondo antico ci invitano giustamente a guardare i romani “con i loro occhi”, ma è ugualmente importante definire come i romani a loro volta interagissero con un caleidoscopio di identità straniere: greci, berberi, celti, germani, egizi, aramei. Nei manuali tradizionali, ci si occupa degli stranieri quando si tratta di nemici esterni o di popolazioni sottomesse. In questo XXI secolo, dove è sempre più difficile distinguere i centri dalle periferie, sarebbe forse utile un approccio storico più “inclusivo”. Con buona pace dei nostalgici della passata grandezza di Roma (sui social non mancano vari esempi degni di nota), e soprattutto di quegli antichisti che guardano con sospetto a queste nuove tendenze della storia antica, temendo che contribuiscano a svilire ulteriormente gli studi classici, già minacciati da tecnocrati e umanisti semicolti.
Osserviamo semmai gli aspetti più interessanti, a cominciare da quel graduale processo di interazione (e anche di integrazione) che caratterizza il processo di “romanizzazione” che segue le conquiste durature. Sul piano giuridico-istituzionale, possiamo dire che il sistema della cittadinanza romana è davvero “speciale” rispetto al suo corrispettivo greco. E spezzerei una lancia in favore del povero Caracalla, che per il suo editto di estensione della cittadinanza (la cosiddetta constitutio Antoniniana, 212 d.C.) fu criticato già dai contemporanei: così, per lo storico Cassio Dione, l’editto sarebbe stato un espediente per tassare meglio i sudditi dell’impero.
In realtà, quello di Caracalla è invece un provvedimento per molti versi rivoluzionario, che trasformò radicalmente il sistema sociale e politico imperiale, promosso da un imperatore visionario e ben più colto di quanto non riportino le principali fonti del suo regno. Infatti, a dispetto dell’immagine di brutale guerriero che egli stesso volle diffondere, Caracalla aveva ricevuto un’ottima educazione. Il padre, Settimio Severo, discendeva da una famiglia di notabili nordafricani; la madre, Giulia Domna, era una nobile siriana che frequentava raffinati intellettuali greci e orientali. Non a caso, gli intellettuali nazisti stigmatizzarono queste origini, individuando nella constitutio Antoniniana una delle cause del “caos razziale” che avrebbe affrettato la decadenza dell’impero. O forse dobbiamo parlare di eterno ritorno del “tracollo culturale”? Scherzi a parte, quello che rende così speciale la storia romana è proprio la sua dimensione transculturale. Non è un caso se il papiro egiziano che riporta una versione greca dell’editto di Caracalla, conservato nell’università tedesca di Giessen, sia diventato patrimonio UNESCO per iniziativa del rettore Joybrato Mukhrejee, giovane ordinario di anglistica e figlio di immigrati indiani.

Giusto Traina (Palermo 1959) è ordinario di Storia romana a Sorbonne Université. Ha pubblicato di recente la nuova edizione francese (Fayard, Paris 2020) del suo libro più noto, 428 dopo Cristo. Storia di un anno (Laterza, Roma-Bari 2007, tradotto anche in inglese, spagnolo e greco); insieme ad Aldo Ferrari ha scritto Storia degli armeni (Il Mulino, Bologna 2020); infine ha pubblicato il libro qui discusso La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani (Laterza, Bari-Roma 2020; ed. francese Histoire incorrecte de Rome, Les Belles Lettres, Paris 2021). Ha curato inoltre il primo volume della serie Mondes en guerre (De la préhistoire au Moyen Age, Passés composés, Paris 2019) e, con Ricardo González Villaescusa et Jean-Pierre Vallat, il manuale Les mondes romains. Questions d’archéologie et d’histoire (Ellipses, Paris 2020).

L’ isola degli dei. Procida capitale della Diacultura

Nel 2022 Procida diventa Capitale italiana della Cultura. Il titolo del suo delizioso divertissement reca Δία, accusativo di Ζεύς.
Ci spiega cosa s’intende per Diacultura?

Parto da lontano; ho scelto da un po’ di anni un modo di lavorare sui testi antichi anche sul versante della invenzione letteraria (teatro, monologhi, racconti ecc.), per puro divertimento, ma con l’intento di far riflettere comunque sul pensiero, anzi sui pensieri antichi, in comparazione con le nostre esperienze di uomini e donne (di qualsiasi età) degli anni duemila. Non mi sono accontentato della ‘riscrittura’, almeno di quella tradizionale, in cui si prende un mito e lo si trasferisce in un altro contesto, manipolandolo in vari modi; ho tentato di far vivere nello stesso contesto temporale passato e presente, con tutti i loro linguaggi; dando quindi anche ai personaggi antichi o mitici la possibilità di vivere nel nostro presente e di usare le nostre categorie e le nostre conoscenze (cinema, letteratura ecc.). Nel mio precedente volumetto (sempre per Liguori editore e per la cara amica Maria Liguori), dal titolo Il segreto del Tuffatore. Vita e morte nell’antica Paestum (2020), ho fatto sì, per esempio, che il narratore, uno degli amici del tuffatore effigiato sulla famosa tomba scoperta nel 1968, conoscesse i romanzi di Murakami o un film di Paolo Sorrentino. Avevo, quindi necessità di un nome che indicasse questo metodo di scrittura e ho pensato a un sapere che percorre, che attraversa i secoli, accumulando conoscenze e usandole in sincronia: la preposizione greca διά (che indica anche la percorrenza, l’attraversamento, e non solo) si prestava bene al compito, quindi diacultura. Poi, nel volume di cui parliamo, ho giocato su Δία, con cambio di accento, accusativo di Ζεύς, per quello che mi serviva nel racconto. Preciso solo che nel riscrivere, manipolare, intrecciare passato e presente, cerco di salvaguardare una conoscenza professionale del mondo antico mai banalizzata.

Lei, Professore, pone personaggi del mito e della storia letteraria sull’isola di Procida, tessendo incroci davvero originali.
Su quali rapporti cronologici ha fondato il suo sguardo dialogico?

Non rispetto le compatibilità cronologiche, proprio per il metodo ‘diaculturale’ scelto, o almeno fin quando non creino rapporti troppo stridenti. In qualche modo, cerco di rendere le incompatibilità, come si dice oggi, sostenibili, cioè capaci comunque di stimolare riflessioni, acquisizioni culturali. Quanto alle incompatibilità spaziali, vale lo stesso criterio, purché, di nuovo, alcuni mitemi (cioè singoli frammenti di un mito) possano essere incastrati come tessere di un mosaico, in questo nuovo racconto. L’occasione di Procida capitale della cultura 2022, unita al mio amore per quest’isola che si distingue da quelle cugine (o sorelle) di Capri e Ischia, molto diverse, mi ha spinto a ripercorrere molti luoghi procidani cui sono legato per collocarvi personaggi del mondo antico.

Gli dei durante un’assemblea si accorgono che “per loro è finita (…) perché sono troppi e con troppe specializzazioni”, così dal porto alla Chiaiolella, dal faro a piazza Olmo gustano la “la lingua di bue” oppure incontrano Gaber. Quali sono i reciproci apporti?

Insisto su un tema della mia prima risposta, andando più a fondo. Gli/le antichisti/e, o i/le docenti di lettere e lingue classiche in genere, hanno il compito di interpretare e portare alla conoscenza di alunni e alunne (a scuola e all’università, ma anche, con seria divulgazione, ad aree più ampie di pubblico), la cultura antica, creata, praticata e diffusa da persone in carne e ossa, anche se da noi lontane e non più interrogabili. In qualche modo abbiamo un debito con loro, dovremmo conservare l’onestà intellettuale di raccontarli per come erano realmente e per loro stessi, senza usarli per nostri fini particolari. Visto che questo è possibile fino a un certo punto (proprio per l’impossibilità di un dialogo diretto, ma solo utilizzando scritti o monumenti, che però siamo sempre noi a interpretare e tradurre) allora ho aggiunto la possibilità di fornire loro esplicitamente i nostri strumenti e la nostra cultura, perché si notino meglio le differenze fra le rispettive culture e siano loro stessi a sottolinearle. Questo, lo ricordo, in un procedimento di fantasia letteraria, ma non escludendo di poter dare qualche utile insegnamento alla nostra professione di antichisti, per svolgerla al meglio in un mondo così diverso da quello del secolo scorso, in cui molti di noi si sono formati/e.

Lei ripercorre una storia ininterrotta, che va dalla narrazione mitica ed arriva fino ad oggi.
Cosa ha inteso illuminare, sottraendolo al buio della nostra dimenticanza?

In primo luogo, il fatto che abbiamo a che fare sempre con uomini e donne che hanno agito, vissuto, scritto (più gli uomini che le donne), tentando di costruire comunità, affrontare avversari, ponendosi il problema della vita e della morte e dell’oltreumano. E quindi che anche noi dobbiamo trovare con e fra i nostri contemporanei la soluzione ai tanti problemi; io avverto un forte disagio quando sento qualcuno dire che ha imparato dagli antichi, per esempio da Platone, o da Seneca o da Cicerone. Come se li avesse come compagni di viaggio nel presente e fossero in grado di capire il presente, così diverso dal loro presente. Si tratta, evidentemente, di una finzione, di un modo di affermare che ci sono verità eterne, che resistono alla prova del cambiare dei tempi e delle mentalità, e delle persone stesse. A me pare un’affermazione di comodo, a volte anche un po’ elitaria (in realtà solo chi ha fatto il liceo classico o è un lettore informato potrebbe usufruire di tali insegnamenti). La storia, invece, ci fa capire che tutto è sempre più complesso, più variegato, più soggetto a tanti punti di vista, e che prima di emettere un giudizio, prima di formulare un’affermazione categorica, sono tante le analisi da fare (penso soprattutto alla rapidità della frase da social, sempre giudicante, sempre perentoria). Ecco, per ricordare questo compito di intelligenza critica ben vengano i racconti diaculturali, che abituano a pensare e analizzare prima di parlare.

Può indicarci un particolare della “sua” Procida, un elemento per lei inconfondibile?

Io sono legato, per la storia del mio primo approccio all’isola, al faro, che è contemporaneamente vicino e lontano dal porto di approdo dei traghetti. E poi il faro ha una scogliera e un fondale sempre nuovi da scoprire; la lunga e stretta strada che porta al faro mi è spesso sembrata come il tracciato di un nostos, dalla mondanità e dai rumori del centro dell’isola al silenzio dell’incontro col mare. Magari per altri sarà differente, ma quando arrivo a Procida col traghetto e intravedo il faro; poi, con piccola deviazione, raggiungo il Porto, so che c’è ancora la strada del nostos, quel tratto da percorrere mentre i pensieri sono ormai dentro l’isola, protetti. E al faro ho fatto arrivare Filodemo, il primo autore antico che ho studiato a fondo sui papiri ercolanesi: a un faro che non era il faro che lui cercava, ma forse lo appagò di più.

Gigi Spina ha insegnato Filologia Classica all’Università Federico II di Napoli ed è stato Chaire Gutenberg 2009 all’Università di Strasburgo; è stato segretario dell’Associazione Antropologia e Mondo Antico.

L’isola degli dei. Procida capitale della Diacultura

Linguinsta

Tullio De Mauro asserì “La lingua è una cassetta degli attrezzi.”
Può commentare siffatta osservazione?

La similitudine di De Mauro è di un’efficacia incredibile se pensiamo a quanto del nostro mondo viene “costruito” con la lingua. I nostri rapporti sociali si strutturano in gran parte sul modo in cui utilizziamo le parole e perfino la nostra percezione della realtà passa in misura considerevole dai termini che usiamo.
Un esempio, molto dibattuto negli ultimi anni, è offerto dai nomi delle professioni in relazione al genere sessuale delle persone che le esercitano. Nel romanzo che ho scritto, il protagonista Lorenzo deve affrontare una visita dall’otorino e rimane sorpreso nel trovarsi di fronte una donna. Otorino non viene mai usato al femminile e insinua così nella nostra mente l’“automatismo cognitivo” che a controllarci orecchie, naso e bocca, sia sempre e solo un uomo.

Padroneggiare gli strumenti linguistici significa essere in grado di scegliere, in qualsivoglia situazione, il registro linguistico più adeguato ad essa.
Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservazione delle norme grammaticali da “grammarnazi”?

Il contesto è essenziale e mi spiace constatare in continuazione come questa consapevolezza sia poco diffusa, soprattutto in quei luoghi dove si dovrebbe insegnare a utilizzare la lingua in modo efficace. Pensiamo a un esempio estremo, quello degli insulti; ci sono contesti in grado di neutralizzare l’effetto offensivo, quella che negli studi di pragmatica è la perlocuzione, di una parola come imbecille. Eppure, se pronunciata fra due amici, una parola del genere invece di offendere, sottolinea l’intimità e l’affetto. E pensiamo anche a quanti si scandalizzano per la scarsa aderenza dei testi delle canzoni alle norme della sintassi dell’italiano standard – «sono un ragazzo fortunato perché non c’è niente che ho bisogno» canta Jovanotti -, ignorando che proprio quei testi da un certo momento in poi mirano a riprodurre essenzialmente il parlato quotidiano, che tutto è fuor che “grammaticato”.

Molti evidenziano un generale atteggiamento verso l’italiano di pigrizia o timore che ne comporta un uso monco e parziale. Può individuarne le motivazioni?
Resto nell’ambito delle citazioni musicali e mi sento di cantare «a parlare bene l’italiano comincia tu». È una battuta, ovviamente, ma che serve a capire che siamo sempre pronti a puntare il dito sulle mancanze linguistiche degli altri, salvo poi non accorgerci delle nostre. Dovremmo tenere sempre presente che sulla lingua non si smette mai di imparare e che ognuno di noi ha sensibilità diverse che ci portano a prestare attenzione ad alcuni aspetti della lingua – che sì, sono molti e non si limitano alla ricchezza lessicale o alla competenza sintattica – piuttosto che ad altri. Una persona che ama davvero la lingua cerca di capirla, non di giudicarla, tanto più se si tratta della bocca altrui.

Ripercorrendo la quotidianità linguistica, ossia abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, si apre una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?
Io non sono convinto che esistano situazioni in cui tutti possano identificarsi totalmente. Le parole sortiscono anzi interpretazioni il più delle volte difformi, in alcuni casi addirittura divergenti. E se un potere civico esiste nelle parole, lo scorgo semmai nella volontà di una persona di capire – nel limite delle energie che in quel momento specifico ha a disposizione – le possibili interpretazioni e i possibili effetti che quello che dice o scrive potrà avere sui destinatari, che in alcuni casi abbracciano tipologie di persone molto diverse fra loro.

Lei è altresì un romanziere. Ha recentemente pubblicato Incantato: Dentro gli attacchi di panico. La narrazione può possedere un potere soterico?
A proposito del non si smette mai di imparare sulla lingua, ho dovuto cercare il significato di soterico, che non conoscevo. Mi viene istintivamente da usare il sinonimo, per me più accessibile, salvifico. Ecco, io non ho scritto un romanzo pensando di guarire, di salvare i possibili lettori, ma spero con tutto me stesso che “Incantato” possa aiutare chi soffre di un disturbo d’ansia a cambiare – in positivo – il proprio punto di vista su ciò che sta vivendo; spero anche che permetta a chi ama una persona che sta soffrendo per una psicopatologia di crearselo, un punto di vista, su una malattia di cui si parla davvero troppo poco. Però, tolti questi due ambiziosi obbiettivi, mi sento di dire che nel caso di “Incantato” non si tratta di un romanzo terapeutico, se non, forse, per il suo autore.

Michele Razzetti si è formato come linguista e da oltre dieci anni lavora nel mondo dell’informazione, sia come giornalista sia come professionista delle relazioni pubbliche.

Digital Bovary

La questione del desiderio è intrinsecamente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Ebbene, cosa vuole una Digital Bovary?

Non so se la questione del desiderio sia inestricabilmente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Ci sono diverse teorie e posture politiche in merito, e io non ho un’idea definita su questo tema. Intendo il desiderio tramite la psicoanalisi, e cioè come struttura dell’inconscio, che certo si lega anche alla performance del genere, in quanto essa determina (insieme ad altri fattori) la posizione del desiderante. Le donne, storicamente, hanno desiderato da una posizione subalterna e condannata all’immobilità. Emma Bovary lo dice chiaramente nel libro, il suo desiderare si innesca a partire dal sentire che una certa esperienza le è preclusa, che una certa parte del mondo le è inaccessibile. Digital Bovary desidera nella posizione di chi, potenzialmente, potrebbe avere tutto. L’immaginario amoroso digitale si articola attraverso la logica dell’accumulazione, che riprende un aspetto strutturale del desiderio, cioè la sua metonimia e la necessità di riprodursi, ma nel farlo lo riduce in frammenti. Le dating app sono un esempio perfetto: ci propongono oggetti del desiderio discreti e virtualmente infiniti, attraverso lo ‘swipe’ passiamo da uno all’altro, ogni profilo ci porta immediatamente al successivo, con la percezione che siano illimitati. Questo tipo di affordance ci permette di avere a che fare con il desiderio, di riprodurlo tecnicamente, ma si tratta di un desiderio la cui capacità generativa si mortifica nella frammentazione. Ciò che ci prende in ultima analisi è il gesto stesso dello swiping, dello scorrere dal segno di una possibilità al segno identico di quella successiva, e diventa difficile ‘fermarsi’. Quindi, in un certo senso potremmo dire che Digital Bovary vuole tutto – vuole scorrere tutti i profili, vuole piacere a tutti gli utenti, vuole provare tutte le app – ma non desidera niente. Più precisamente, il desiderio si riproduce ma senza potersi agganciare ad un altro corpo che lo (ri)generi. È un desiderio esausto.

Lei mescola sapientemente personal essay, psicoanalisi, filosofia e sociologia, cinema e cultura pop: qual è l’attuale senso dell’equazione «il personale è politico»?

Ecco, io credo davvero che il personale sia politico. Questo principio dell’epistemologia femminista mi guida nella ricerca di un metodo che permetta di superare la barriera tra esperienza e teoria, mettendo in dialogo l’astratto con il vissuto. E poi significa prendere sul serio temi tradizionalmente considerati osceni, e cioè fuori dalla scena, appartenenti alla sfera privata, all’òikos anziché alla polis. Come appunto l’amore e il sesso, non in quanto categorie del pensiero filosofico ma proprio come esperienze incarnate. Le donne (non solo, ma soprattutto) se ne sono occupate da sempre, c’è tutta una storia di chiacchiere leggere, conversazioni accorate, speculazioni interpretative, giudizi morali, che però non è stata scritta. (Certo, è stata in parte scritta nei romanzi, ma soprattutto da uomini, e non senza un certo scherno, un’evidente eccezione è Jane Austen, Pride and Prejudice può essere letto quasi come un trattato in forma romanzata dell’amore all’epoca vittoriana). Ad ogni modo, con la mia ricerca io vorrei partire da quella storia orale per farne metodo e scrittura.
Probabilmente oggi la frase ‘il personale è politico’ potrebbe anche esserci utile per guardare in controluce la sfera pubblica digitale, monopolizzata dai social media. Ci aiuterebbe a capire che in quel caso non si tratta né di personale, né di politico. Piuttosto di ‘individuale’ e ‘pubblico’. Insomma, una questione di pubblicità, nel senso di rendere pubblico e fruibile, dunque di promuovere, alcuni aspetti della vita e del pensiero individuale, che si fa così capitale da investire. I social media hanno a che vedere con l’idea che le nostre esperienze, capacità, bugie, fallimenti, imprese, possano essere messe a valore. Questo per dire che si tratta di una logica imprenditoriale che non ha nulla a che vedere con l’equazione ‘il personale è politico’ per come è stata proposta dal pensiero femminista.

Blaise Pascal, Jean-Jacques Rousseau, Arthur Schopenhauer, Michel de Montaigne, Ortega y Gasset…con il supporto di tali pensatori potremmo essere indotti a riflettere sull’uso del like sempre più simile ad una capsula antidepressiva. Lei trova che siamo tutti avviluppati da una rete di autoinganni digitali?

Io direi che siamo tutti avviluppati da una rete di autoinganni. E credo che questi abbiano preso anche la forma dei media digitali. Ma non penso che prima dei media digitali fosse possibile accedere a una qualche forma di verità immediata. Certo, ogni mezzo ha un suo messaggio, per parafrasare McLuhan, quindi il modo particolare in cui le tecnologie digitali ci permettono di ingannarci è un soggetto di studio interessante.

“Il filosofo Alain Badiou cattura questo aspetto dello spirito del tempo con l’espressione love without the fall: amare senza cadere, senza perdere il controllo.” Siamo stati tutti riprogrammati emotivamente ad opera dei social media?

No, non credo. Sarebbe una posizione viziata dal determinismo tecnologico. Piuttosto direi che le tecnologie digitali ancora una volta ri-mediano e ri-producono la struttura del sentire di una certa cultura, e allo stesso tempo vi agiscono. Il rapporto tra tecnologia e cultura è un tema complesso, una di quelle domande senza risposta definitiva, ma di sicuro ha la forma di una dialettica complessa e ambivalente. Io penso che l’idea di amare senza cadere sia tipica di una sensibilità post-romantica, che ha generato ed è costantemente ri-generata dalle tecnologie digitali ma la cui origine non si esaurisce in esse. Una breve genealogia ne rintraccerebbe l’origine in una sessualità libera perché liberata dai precetti della tradizione, ma presto sussunta dall’ideologica neoliberale che vede l’individuo come unità fondativa del vivere comune, e nella scelta autonoma il dispositivo principe dell’emancipazione. L’ingiunzione non è più – e per fortuna, non mi si fraintenda – quella di amare chi ci dice l’Altro (la famiglia, la chiesa, etc.) limitando le nostre scelte alla geografia ristretta del luogo di nascita, piuttosto ci viene chiesto di cercare dappertutto, tra tutti e tutte, e trovare ciò che va bene per noi. E ‘l’andare bene’ si valuta a partire dalla realizzazione individuale. L’innamorato infelice al giorno d’oggi non ha che sé stesso da biasimare, e questo può essere terribile. Non che prima la sofferenza non ci fosse, anzi, ma stiamo parlando di come il ‘mal d’amore’ possa prendere diverse forme a seconda dei paradigmi culturali di riferimento. Oggi l’ostacolo è l’individuo: l’individuo che non può compromettersi. L’amore e il sesso allora devono essere empowering, e cioè mantenere l’ego integro, potente, indistruttibile. Questo segnala un cambiamento forte rispetto a un’idea d’amore come abbandono del sé, dissoluzione dell’io nell’altro, quell’unione di anime che trova nell’atto sessuale il suo correlativo incarnato. Questo è il tipo di caduta che si vuole evitare. E, come abbiamo scritto io e Arturo Bandinelli in un articolo per la rivista Psychoanalysis Culture and Society, i media digitali supportano questo tipo di economia libidinale, dando al soggetto la possibilità di avere a che fare con fantasie amorose senza metterci il corpo, senza rischiare di cadere, avendo sempre di fronte il simulacro di mille altre opportunità.

E’, dunque, immaginabile un rapporto tra “bovarismo”, nelle sue molteplici accezioni e desiderio digitale?

Sì, è quello che abbiamo cercato di immaginare io e Giorgia Tolfo in Digital Bovary. I media digitali supportano la fantasia, come delle stampelle. Quando ci annoiamo o ci sentiamo soli, o qualcuno ci ha rifiutato, possiamo sempre accedere alle possibilità virtuali, compiacerci di un match. Quando avvertiamo l’ingiunzione di dover ‘fare la scelta migliore’, possiamo comparare diversi profili attraverso le dating app o i social media, provare a mandare un messaggio, e se non va bene passare al prossimo. Possiamo parlare di sesso e amore, possiamo costruirci la reputazione di “gente che piace”, che ha molti appuntamenti, e possiamo parlarne alle feste, alle cene. Insomma, possiamo accedere alla dimensione sociale del dating, senza metterci il corpo, senza ancorarci a un altro essere umano. Senza cadere, appunto. In questo senso possiamo pensare ai media digitali come tecnologie che ri-scrivono i codici dell’amore post-romantico.

Carolina Bandinelli è Associate Professor of Media and Creative Industries all’Università di Warwick. Si è laureata in filosofia all’università di Siena, per poi trasferirsi a Londra dove ha conseguito un dottorato in Cultural Studies al Goldsmiths College. La sua ricerca si interessa di cultura digitale e desiderio. Negli ultimi anni, ha contribuito al dibattito culturale, dentro e fuori dall’accademia, con interventi su lavoro creativo, impresa sociale, e amore digitale.

L’ultima notte di Raul Gardini

Enrico Cuccia, Antonio Di Pietro, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Carlo Sama, Sergio Cusani, Luigi Bisignani, Gabriele Cagliari: le monetine del Raphaël, le dirette TV, i suicidi da titoloni: quanto, oggi, la piazza (reale o virtuale) decide dove va la politica?
Apparentemente molto. In realtà credo molto meno. L’impressione è che si lanci l’osso, ma poi… È decisiva invece riguardo al successo di un prodotto (e per prodotto intendo anche un “personaggio”).
Il 23 luglio 1993, Raul Gardini, a capo di un impero finanziario con ramificazioni in tutto il mondo, viene trovato in un lago di sangue nella sua camera da letto a Palazzo Belgioioso. La maxitangente Enimont è sospesa come una spada di Damocle sull’intera classe politica italiana.
Lei, giornalista d’inchiesta, propende per il suicidio o l’omicidio?

Nel romanzo le due ipotesi, omicidio o suicidio, restano in bilico fino alla fine. Di certo il protagonista, Marco Rocca, è convinto che si sia trattato di omicidio, e seguendo quella pista arriva a una possibile ricostruzione dei fatti. Ma per sapere quale dovete leggere il libro, non posso certo dirvela qui. Ho cominciato a scrivere il romanzo senza sapere dove mi avrebbe portato. A poco a poco si è fatta strada un’idea…
“Traducendo Brecht” di Franco Fortini recita “Fra quelli dei nemici; scrivi anche il tuo nome”. Quanto ha inteso disturbare la falsa coscienza di tutti noi mediante una narrazione così poco rassicurante e confortevole circa una pagina davvero nera della Repubblica italiana?
Bella citazione e interessante domanda. Gardini era un visionario, un personaggio carismatico, a suo modo un genio: ma è stato anche la rovina di sé stesso. Non c’è dubbio. Non ci si può mettere contro tutti. Si va a sbattere. Ma come si fa a mettersi contro sé stessi?
Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato, nella fattispecie politico?
I conti con il passato non si chiudono mai, lo sanno bene gli storici. Io poi continuerò a scavare su questa vicenda, dal momento che mi occuperò di sceneggiare, insieme ad altri, la serie Tv che verrà realizzata dal mio romanzo.
La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?
Sì, la mia scrittura è sempre stata caratterizzata da una contaminazione di linguaggi. Questo romanzo poi l’ho scritto pensando al film che avrebbe potuto ispirare, usando quindi una scrittura fortemente per immagini, per sequenze e salti temporali, ma facendo in modo che tutto ciò non nuocesse alla immediatezza e alla comprensione. Grazie per le interessanti domande.

Gianluca Barbera collabora con le pagine culturali de “il Giornale”. Ha lavorato per anni in campo editoriale e ha pubblicato racconti su riviste e in antologie, oltre a diversi romanzi, tra cui ricordiamo Magellano (2018) e Marco Polo (2019), entrambi editi da Castelvecchi e vincitori di numerosi premi. Per Solferino ha scritto Il viaggio dei viaggi (2020) e Mediterraneo (2021). I suoi libri sono tradotti in varie lingue.