Cospirazione animale. Tra azione diretta e intersezionalità

L’attivismo nel movimento di liberazione animale quanto ha influito nella redazione di un’opera che coniuga testi letterari, studi decoloniali, teorie queer e critical animal studies?
Direi decisamente molto. La maggioranza dei problemi affrontati nel libro derivano o prendono spunto da episodi, momenti critici, discussioni maturate durante le lotte antispeciste. È vero che nel libro utilizzo a più riprese gli strumenti che ha citato, tutti ascrivibili all’ambito della teoria “alta”, che in alcuni casi – penso soprattutto agli studi postcoloniali – è caratterizzata da un gergo accademico ed escludente nei confronti dei “non addetti ai lavori”; tuttavia, credo sia importante riportare sempre questo tipo di speculazione al ruolo che può rivestire nella costruzione di movimenti effettivamente radicali, che sappiano “dire la verità al potere” ma al tempo stesso rifuggire dal riduzionismo, dalle facili soluzioni che banalizzano la complessità dei rapporti di potere. L’intersezionalità, in questo senso, è uno strumento fondamentale perché – lungi dal costituire semplicemente l’idea di una generica (e pur lodevole) convergenza delle lotte – è uno strumento di analisi che travalica il piano discorsivo. In effetti, io ho provato a parlare di “intersezionalità in azione” proprio a partire da esperienze di lotta vissute in un periodo in cui di questo metodo (che ora è quasi una “moda”) in Italia ancora non si parlava, perché mi è parso che la consapevolezza dell’intreccio fra le varie forme di oppressione fosse persino più forte di oggi, magari non a livello esplicito, di analisi, ma come atteggiamento, come tensione. Il tentativo di produrre un andirivieni fra la narrazione di esperienze vissute in prima persona e l’elaborazione teorica, risponde anche all’esigenza di decostruire la rigida divisione fra sapere accademico e lotte di liberazione, fra teoria e prassi, fra fonti “che contano” e che non contano. Questa esigenza non la sento certo io per primo: posso parlarne anche perché essa ha in qualche modo trovato dignità presso testi diffusi e importanti, come L’arte queer del fallimento di Jack Halberstam o Decolonialità e privilegio di Rachele Borghi. Anche l’idea che le emozioni debbano avere piena cittadinanza nella speculazione e nella teoria politica è stata centrale, perché ha permesso di far emergere la mia emotività in quanto attivista non tanto come un elemento introspettivo quanto come possibile snodo di un posizionamento che accomuna chi sta dalla parte dei non umani (“il personale è politico”!): la rabbia, la meraviglia, l’imbarazzo, il disagio, la sensazione di afasia, di essere fuori luogo, di essere delle guastafeste, e così via. Con le emozioni si fanno le lotte, ma si fa anche teoria, insomma.

Binarismo di genere ed animalità: quali sono i nessi formali e sostanziali?
I nessi sono diversi, anche perché lo stesso binarismo di genere può essere inteso e spiegato in modi differenti. In generale, l’idea che esistano due generi ben distinti, in qualche modo “naturali”, collegati in modo deterministico ai due sessi (intesi a loro volta come un dato biologico) è stata efficacemente criticata dalle teorie queer, che hanno mostrato che ciò che appare come “naturale” è semmai naturalizzato. Prima ancora che filosofe come Judith Butler articolassero l’idea della costruzione sociale del genere e del suo legame con la norma eterosessuale, Monique Wittig aveva mostrato, in un senso decisamente materialista, come funziona la creazione dei sessi: “Non esiste alcun sesso. Esistono solo un sesso oppresso e un sesso oppressore. Ed è l’oppressione a creare il sesso, non il contrario”. I sessi, insomma, appaiono come categorie della differenza, ma in realtà sono vere e proprie classi, “classi di sesso”, espressioni di relazioni di sfruttamento. Analogamente, secondo quanto proposto da Carmen Dell’Aversano in un articolo pionieristico intitolato “The Love Whose Name Cannot Be Spoken: Queering the Human-Animal Bond”, l’identità di specie viene percepita come un fatto naturale e strettamente legato alla specie biologica: se sei un homo sapiens, ti comporti da umano, e non come una bestia. Ma, in realtà, i due poli del binarismo – umanità e animalità – sono costruzioni sociali e culturali, derivano da una continua riaffermazione di norme linguistiche e materiali. Gli animali non umani sono continuamente costruiti in quanto tali proprio per giustificarne l’oppressione, dunque la specie è la cristallizzazione ideologica di un rapporto di schiavitù. Nel libro, ho cercato di mostrare che questa costruzione dell’animalità avviene in modo molto più concreto di quanto possa far intendere la percezione della teoria queer accademica presso un pubblico allargato (cioè come una teoria delle produzioni discorsive, della performatività linguistica, magari di matrice psicoanalitica, ecc.): basti pensare alle pratiche zootecniche, dalla selezione genetica alla somministrazione di ormoni, passando per le forme di contenimento/repressione della resistenza degli animali sfruttati.

Posto che l’antispecismo sia politico e non osservabile da una prospettiva astrattamente morale, la questione animale è l’aspetto indispensabile di ogni presupposto di trasformazione dell’esistente?
Non penso che sia l’unico aspetto indispensabile, ma certamente è indispensabile. Se si ritiene che le attuali condizioni di vita, organizzate intorno al modo di produzione capitalista, patriarcale e colonialista, necessitino di essere sovvertite e non semplicemente emendate, bisogna considerare che l’esistente si fonda (anche) sull’appropriazione dei non umani: dei loro corpi, delle loro funzioni riproduttive, della loro forza-lavoro, persino del loro valore simbolico. A livello materiale, così come la vita degli uomini prospera grazie al lavoro domestico femminile, il benessere dell’occidente in generale è costruito sui popoli colonizzati e sulle vite non umane. A livello simbolico, il dispositivo di svalutazione dell’alterità tramite l’animalizzazione è un tassello fondamentale per rendere appropriabili i soggetti umani non paradigmatici, il che conferma che, come dicevamo sopra, il concetto di “animale”, prima che un concetto biologico, è un concetto politico. Questo non impedisce, però, che dispositivi analoghi ma differenti come la razzializzazione, la (iper)sessualizzazione, l’infantilizzazione, la disabilizzazione, non colpiscano a loro volta gli animali non umani, favorendone lo sfruttamento. Gli antispecismi politici sono dunque quegli antispecismi che, a differenza dell’animalismo qualunquista, politicamente trasversale, colgono questi nessi, seppur fornendone letture differenti.

Per quale ragione ha formulato l’asserzione che la costruzione del corpo disabile si intrecci all’”animalizzazione” dei derelitti dell’ecumene?
In generale, il legame fra abilismo e specismo è stato sottolineato e indagato da un’autrice vegana e disabile, Sunaura Taylor, il cui lavoro è da poco disponibile in traduzione italiana (Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale, trad. di feminoska, Edizioni degli Animali 2021). Io ho preso le mosse proprio da tale testo, partendo dal presupposto che caratterizza parte dei Disability Studies secondo cui la disabilità non è un dato naturale ma è frutto di una costruzione sociale. Il diverso valore che la nostra società attribuisce ai diversi corpi – in particolare tramite le istituzioni, l’architettura, le rappresentazioni mediatiche – decreta quali corpi siano abili e quali no. Taylor fa l’esempio delle scale, considerate una tecnologia più “normale” rispetto alle rampe, e che in realtà costituiscono semplicemente l’esito di una scelta architettonica a favore di una soluzione tecnica rispetto a un’altra; scelta non neutra, però, perché crea e rinforza l’idea che superare un dislivello salendo dei gradini sia la norma, mentre farlo su delle ruote che scorrono su una superficie inclinata sia l’eccezione. Il corpo che si sposta nello spazio urbano su una carrozzella, dunque, viene costruito come disabile nel momento stesso in cui viene materialmente escluso dall’accesso a determinati luoghi pubblici. Ho provato allora a ragionare su alcuni elementi di questa costruzione che si intrecciano con la costruzione del corpo umano paradigmatico, cioè il corpo di homo sapiens in quanto corpo non-animale, in particolare in riferimento alla postura eretta. La postura eretta è considerata infatti un marchio distintivo della nostra specie, ciò che materialmente e simbolicamente ci ha innalzato “al di sopra” delle altre scimmie, liberando le mani, allontanando gli organi olfattivi dagli organi sessuali altrui, e così via. Al tempo stesso, l’insistenza sulla postura eretta ha per lunghi periodi storici avuto connotazioni colonialiste, razziste, e, naturalmente, abiliste, per cui le persone con disabilità motorie sono spesso considerate come “non pienamente umane”.

Se l’antispecismo politico non considera il “meccanismo logico/storico” dello sfruttamento animale “identico” a quella dello sfruttamento umano, qual è il collegamento tra liberazione animale e liberazione umana?
Non solo queste due forme di sfruttamento non obbediscono a meccanismi sovrapponibili, ma non sono riducibili l’una all’altra. Al tempo stesso, la linea di demarcazione fra i due ambiti non è sempre facile da tracciare. Ad ogni modo, liberazione umana e animale sono collegate nella misura in cui lo sono le rispettive forme di oppressione. Il modo di produzione attualmente trionfante nasce, come è noto, con un processo di accumulazione reso possibile da un’opera di soggiogamento delle donne e dei popoli extraeuropei, e, aggiungiamo, degli animali non umani. Un “progetto” che ha trovato non poche resistenze da parte di tutti questi soggetti, e che si è riconfigurato per affrontarle, aggirarle, vincerle. Tuttavia, è opinione abbastanza comune che alcune forme di violenza strutturale siano in via di sparizione, a partire dall’eteropatriarcato fino alla crudeltà verso gli animali, come se si trattasse di forme di dominio superate, non più necessarie al capitalismo avanzato. Benché sia vero che tali pratiche si siano rimodellate rispetto al passato, credo che questa opinione sia fallace. La femminista materialista francese Christine Delphy ha mostrato molto bene, per esempio, come le modalità di sfruttamento antecedenti al lavoro salariato non siano affatto sparite, e come al contrario costituiscano l’ossatura del moderno sistema di (ri)produzione, in particolare per quanto riguarda il lavoro domestico e i rapporti fra i sessi. Per questo Wittig poteva parlare di “classi di sesso”, come dicevo sopra. In effetti, il capitale è pronto a utilizzare le forme più “arcaiche” di violenza a proprio vantaggio. Lo sfruttamento degli animali gli preesiste, ma al tempo stesso diventa incommensurabilmente più organizzato, strutturato e tristemente efficace mano a mano che il capitalismo coloniale si espande. Dunque oggi attaccare il capitale non può che significare attaccare, fra gli altri, quel fondamento che è l’industria dello sfruttamento animale. Al tempo stesso, però, dobbiamo sapere che smantellare il capitalismo non è garanzia di liberazione per i non umani se il progetto insurrezionale è antropocentrico. Un collettivo anarchico, il Symbiosis Research Collective, nel 2018, aveva riassunto questo rischio nello slogan “Liberazione per gli umani, fascismo per gli altri”. Questo significa opporsi a una postura analoga a quella denunciata dai movimenti femministi cui veniva costantemente detto di attendere pazientemente la vittoria del proletariato per poi, solo allora, occuparsi dei rapporti di dominio fra i sessi. Per quanto riguarda la liberazione animale, insomma, io credo che non dovremmo attendere il momento (messianico?) della Rivoluzione per porre la questione della violenza nelle relazioni interspecie.

Marco Reggio, attivista per la liberazione animale, si occupa di intersezioni fra teoria queer e antispecismo e di resistenza animale. Ha curato l’edizione italiana del Manifesto queer vegan di Rasmus Rahbek Simonsen (con M. Filippi, 2014), il volume Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali (con M. Filippi, 2015), Animali in Rivolta. Confini, resistenza e solidarietà umana di Sarat Colling (con feminoska, 2017); Smontare la gabbia. Anticapitalismo e movimento di liberazione animale (con N. Bertuzzi, 2019); Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale di Sunaura Taylor (con feminoska, 2021).

C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole

Perché il patriarcato è tutt’altro che scomparso dalla nostra società e quale significato assume, oggi, il termine “femminismo”?

Non si cancella in poco tempo una storia lunga migliaia di anni. Negli ultimi decenni sono mutati ruoli e condizioni materiali, si sono evolute le forme della sessualità e della famiglia, le manifestazioni estreme del machismo stanno tramontando; molto più lentamente muta l’immaginario di riferimento su cui si è costruita nei millenni la supremazia maschile. Vecchio e nuovo convivono e confliggono nell’esperienza dei soggetti e delle società, imprigionando nelle contraddizioni soprattutto le giovani generazioni. Il patriarcato è forse indebolito ma non è defunto: l’esperienza recente ce lo conferma.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

È molto diverso da un Paese all’altro, ma se ci riferiamo all’Italia c’è qualcosa che non va nel sistema educativo, se pregiudizi e stereotipi sessisti sono ancora oggi così radicati nella cultura diffusa del Paese, nel linguaggio comune e nelle relazioni quotidiane tra donne e uomini. C’è qualcosa che non va nelle famiglie, se in esse continua a riprodursi la tradizionale e asimmmetrica divisione dei ruoli tra i generi. C’è qualcosa che non va nel mondo istituzionale, se consideriamo la ridotta presenza delle donne nei luoghi della rappresentanza e della decisione. C’è qualcosa che non va nel mercato del lavoro e nell’area della formazione, se permangono il fenomeno della disparità nelle retribuzioni e nelle carriere, il soffitto di cristallo, la maggiore disoccupazione femminile, in particolare nelle regioni meridionali. C’è qualcosa di profondamente irrisolto nel rapporto con il genere maschile, se le reazioni degli uomini alla libertà femminile sono addirittura divenute più violente.

Qual è l’urgenza, se la ravvede, in questa peculiare contingenza storica, pensando ai fatti di cronaca?

Innanzitutto, a breve termine, diffondere a tutti i livelli una consapevolezza intorno a quella che chiamiamo cultura dello stupro e che consiste nel trovare giustificazioni alla violenza maschile e nel rivittimizzare le donne che la subiscono.
In secondo luogo, a lungo termine, modificare le discipline scolastiche inserendo in tutte uno sguardo di genere, cosa possibile se si formano adeguatamente le docenti attingendo all’ormai vastissima bibliografia di studi in materia – italiani e non – e alla ricca esperienza di buone pratiche.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

I corpi femminili – quei corpi indispensabili che generano e nutrono e curano – sono da sempre più sistematicamente normati, con interventi che cominciano fin dalla nascita.
Il controllo sociale si fonda su quello della sessualità. Regolamentandola di fatto si regolamenta la società sul piano familiare, politico, economico e soprattutto simbolico. Con lo stretto controllo della donna – “per il suo bene” – da parte del padre, del marito, del figlio o del fratello viene garantita la purezza della linea di discendenza. È questo il nodo cruciale, alla radice della distinzione ancora vigente tra donne per bene e donne per male, tra le mogli/madri rassicuranti e le maliarde/vamp inquietanti.
Siamo scienziate, magistrate, ministre, ma l’immaginario collettivo ci vuole ancora o materne o sexy, stimolato dalle tv e dall’onnipresente sistema della pubblicità. Se un mezzo di comunicazione di massa filtra una descrizione del genere femminile legata a un ruolo fisso o a tratti che minano la dignità personale, i comportamenti di ambedue i sessi ne rimarranno fortemente influenzati.
Che in Italia i corpi delle donne siano rappresentati o come madri o come oggetti sessuali è una delle principali critiche sollevate dal Comitato delle Nazioni Unite che ha il compito di monitorare l’attuazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione (CEDAW) negli Stati che l’hanno ratificata.
Secondo le Nazioni Unite, in Italia “persistono profondi stereotipi che hanno un impatto schiacciante sul ruolo della donna e sulle responsabilità che essa ha nella società e in famiglia”.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

L’organizzazione simbolica del mondo sociale porta l’impronta delle disuguaglianze di genere. Le norme servono, ma si svuotano se non c’è la cultura adatta: con questo termine non si intende tanto quella accademica quanto quella diffusa, sostenuta da tradizioni e credenze leggibili proprio nei modi di dire, nelle battute quotidiane, nei proverbi popolari. Essa non genera automaticamente violenza fisica, ma genera il contesto in cui la violenza sulle donne può nascere, essere giustificata o addirittura prendere senso. “Al cavallo si dà di sprone, alla moglie si dà di bastone”.
In questa cultura il genere è costruito come sistema di valori per cui sono concepibili solo due tipologie umane, solo due modalità di comportamento sono accettabili, solo due destini sono possibili: sono determinati dagli organi riproduttivi con cui si nasce e si strutturano socialmente in forma gerarchica.
Dietro forme ed espressioni linguistiche di uso comune spesso si celano stereotipi e pregiudizi sociali, culturali e sessuali trasmessi spesso in maniera inconsapevole.
Lavorare sul linguaggio significa lavorare sull’organizzazione della coscienza.
Gli stereotipi non sono un’immagine del mondo, ma l’immagine di un mondo immutabile cui ci siamo adattati. In questo mondo, le persone non solo hanno un posto preciso, ma si devono comportare secondo previsioni che confermino la nostra visione.
Quando diventano uno dei principali filtri con cui si guarda la realtà imbrigliano le persone in etichette e consuetudini da cui è difficile svincolarsi. Esse condizionano il ruolo che si assume nelle relazioni e in famiglia, la strada formativa e professionale che si decide di intraprendere, la scelta del/della partner, l’educazione di figli e figlie e molti altri aspetti della vita.

Graziella Priulla
Sociologa e saggista, ha insegnato per quarant’anni all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli), Parole tossiche (Settenove), Violate. Sessismo e cultura dello stupro (Villaggio Maori), La libertà difficile delle donne (Settenove).

A Bologna con Lucio Dalla

Lei incede sulle tracce di uno dei cantanti simbolo di Bologna.
Qual era il suo rapporto con Lucio Dalla?

Direi complicità. Con Lucio era difficile essere amici nel senso tradizionale della parola. Viveva di innamoramenti, di lampi, di grandi tiramenti. Condividevamo la passione per il Bologna. Eravamo dei “pascuttiani”, perché Pascutti per noi era l’idolo. Il Bologna lui lo chiamava “il Bolognetto”. Poi altra cosa che condividevamo era il fatto di stilare ogni mese la classifica dei primi cinque “imbecilli” di Bologna. Che variava a seconda dell’attualità.

La casa dei giochi del Commendator Domenico Sputo, la sua vita fra la vera Piazza Grande che non è Piazza Maggiore, le partitelle al mitico torneo di Gaibola, Tobia, mamma Jole, il bar dove è nata Anna e Marco, lo studiolo Cagnara Records dei premontaggi, le notti alla Fonoprint.
In che modo ha operato una selezione; a quale istanza ha risposto?

Sono andato a istinto. E a tempi da scandire. Secondo la vita di Lucio. E ho scelto le cose che rendono più l’idea di come era e legandolo magari ad aneddoti divertenti e curiosi.

Tra le pagine emergono altresì consigli di viaggio.
La sua è guida letteraria impastata di aneddoti, luoghi da visitare, ristoranti ed osterie, bar ed angoli segreti osservati da due punti vista: il suo e quello degli inconfondibili occhiali rotondi ineguagliabile Lucio.
“A Bologna con Lucio Dalla” è indirizzato anche ad un possibile turista?

Assolutamente si. L’ho fatto anche per quello. Per poter girare per la città col loro in mano e seguire un tragitto. Credo che questo libro sia un giro in cui il lettore è seduto sul cannone di una bicicletta e pedala Lucio. A volte anche io. Ci alterniamo.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi bolognesi.
In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Viaggio è un termine impegnativo. E’ un giro. Dal verbo gironzolare. Un giro si fa in leggerezza e in questo caso lo faccio nel posto che amo e dove vivo. Mi piace vedere la gente quando arriva e si meraviglia dei nostri “tempi” di vita, del nostro modo di stare insieme, del famoso “cazzeggio”, cioè quell’arte di parlare apparentemente di niente perdendo tempo, che però ha insito il morbo della creatività. Insomma lo considero un giro col naso all’insù, quando invece viviamo spesso col naso all’ingiù.

Ci può raccontare un aneddoto che rievoca, Giorgio, con particolare nostalgia?

Bè ce ne sono tanti. Direi primo fra tutti quello dell’esperienza del programma “Taxi” in cui Lucio mi diceva: “Devi fare il mio De Niro”. Ovviamente scherzava. Ma avere sul taxi da Arbore a Morandi, da Guccini ai Pooh, fino a Isabella Rossellini mi fa dire: che peccato che non lo facciamo più. Arbore, un giorno che l’ho incontrato, mi ha detto: “E’ una delle cose più belle che ho visto in tv, un bellissimo programma”. Mi ha emozionato perché per me lui è la Bibbia di un certo tipo di intrattenimento televisivo.

Giorgio Comaschi
Bolognese, giornalista professionista dal 1978. Ha lavorato per il quotidiano Stadio-Corriere Sport fino all’85 per poi passare a Repubblica fino al 1994 dove ha diretto la pagina di sport e spettacoli. Nel 1993 ha vinto il Premio Beppe Viola per il giornalismo sportivo. Ha condotto e partecipato a diverse trasmissioni televisive per le reti Rai (Carramba che sorpresa, Lo Zecchino d’Oro, Velisti per Caso, La Zingara e altre) e lavora in teatro come autore, attore e regista. Ha diretto per tre anni un corso di teatro (“Teatro lab”) e comunicazione, in un progetto della Fondazione del Monte di Bologna, insieme ad Antonio Albanese. Come scrittore ha pubblicato dieci libri: “Ciop” (Zelig), “Certo che voi di Bologna”, “Il rapimento di Roberto Baggio” e “Scusi per Bologna? Lei bisogna che faccia il giro”, “Mosche su Bologna”, “Felix Pedro”, “Spaghetti alla bolognese”, “Il calcio è roba da ridere”, “La farina va in amore”, “.COM”, “Manuale per diventare Influenzer”.. Alcune apparizioni anche in serie televisive come “Un matrimonio” di Pupi Avati e “L’ispettore Coliandro”. Collabora con Il Resto del Carlino con le rubriche settimanali “La Mosca”, “Parliam di niente” e “Il Bolognetto”.

Perché ti ho perduto

Perché ti ho perduto ripercorre la vita di Alda Merini: Giacinto Spagnoletti, Giórgio Manganelli, le figlie.
Quale figura di donna ne emerge?

Il libro nasce proprio dall’intento di raccontare una donna in cui possano riconoscersi molte altre donne. È un libro per le donne, tutte le donne, non solo per chi è poeta. La Merini poeta nasce nel Cenacolo di Giacinto Spagnolettì ed è la scoperta di Giorgio Manganelli. Alda, giovanissima, diventa la sua amante, nel tempo il loro rapporto si consolida anche quando lui la abbandona, il sodalizio artistico, probabilmente anche l’amore, tra loro non finirà mai. In modo consapevole Alda Merini sceglie di sposare Ettore Carniti per dare una svolta alla propria vita, recidere il legame con Manganelli, vendicarsi o lasciarlo libero dai sensi di colpa. Col matrimonio Alda si impone di rientrare nei ruoli femminili più tradizionali. Diventa moglie e madre dunque, anche se in modo difficile e sofferto. Alda dunque è una donna libera, è la giovane amante di un uomo sposato e più grande di lei, è il miracolo del Cenacolo, è la moglie di Ettore Carniti, è la madre di figlie desiderate, attese, abbandonate, è la poetessa impazzita, la reclusa, la ribelle

Pasolini sul Corriere della Sera scriveva “…perché come sanno bene gli avvocati, bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza…”.
Cosa non è stato ancora perdonato ad Alda Merini?

La sua libertà e la sua vita fuori dagli schemi. Il coraggio di dire, di osare, di amare senza risparmiarsi. Le ribellioni, le provocazioni, gli atteggiamenti che restano poco compresi nonostante la popolarità.

Il suo libro è pressoché concomitante al decimo anniversario della morte di Alda Merini.
Qual è stata la più grande lezione della poetessa dei Navigli?

È una domanda assoluta e in quanto tale mi imbarazza parecchio. Il più grande lascito della Merini è la sua libertà spirituale in senso laico, la capacità di abbandonarsi ai sentimenti senza difese, la profonda intelligenza, il conio di un inedito lessico amoroso, il dettato poetico nuovo e antico, semplice e profondo.

Alda Merini è nota, per lo più ed anche, per aspetti massmediatici piuttosto che per i riverberi sentimentali, lirici e pirateschi di una donna che ha speso la sua vita nel combattere una rivoluzione sia estetica che linguistica. Per quale ragione, ancora oggi, risulta prevalente l’interesse per le polemiche civili, giornalistiche e letterarie rispetto alla versificazione?

Perché sono aspetti più rumorosi, più appetibili, facilmente intellegibili meno complicati . La versificazione necessita di studio , approfondimento e specifiche competenze

Lei delinea una donna caotica, altruista, ironica ed indisponente che, senza la poesia, non si sarebbe salvata dal buio delle reclusioni nell’ospedale psichiatrico di Milano e, successivamente, del reparto di psichiatria di Taranto. 
Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?

La scrittura ha innanzitutto una funzione euristica perché dando un nome alle cose riusciamo a comprenderle. Raccontare una storia è sempre uno sforzo di comprensione. Spero che la vita di Alda Merini possa aiutare molte donne in difficoltà perché incomprese, ammalate, emarginate a comprendere che c’è sempre una via di riscatto. Bisogna avere soltanto la forza di incamminarsi,

Vincenza Alfano scrive per il Corriere del Mezzogiorno e conduce il laboratorio di scrittura creativa L’Officina delle parole.

Plasticene

L’epoca che riscrive la nostra storia sulla Terra

“End plastic pollution: Towards an international legally binding instrument” Può commentare la risoluzione approvata dall’United Nations Environment Assembly?

È certamente una risoluzione storica, potremo dire di portata epocale, sebbene sia stata totalmente oscurata dalle cronache di un’assurda guerra. Quello raggiunto a Nairobi il primo marzo scorso è un accordo legalmente vincolante che potrebbe davvero rappresentare la svolta in merito all’uso delle plastiche. L’accordo, che comprende 175 paesi, include tutte le fasi del ciclo di vita della plastica, dalla sua produzione fino al riciclo e allo smaltimento. Ora si tratta di capire come verrà realizzato entro il 2024 e quale sarà il ruolo dei singoli paesi in questo processo che sancirebbe non tanto la fine del Plasticene, quanto l’adozione di una strategia comune per ridurre al minimo l’impatto delle plastiche sugli ecosistemi. Fondamentale sarà anche il ruolo che i paesi ricchi avranno in questo percorso. Si tratta cioè di distribuire equamente gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi comuni e naturalmente sostenerne i costi (burden sharing). Passaggio cruciale essenziale è il sostegno ai paesi più in difficoltà in quella che potrebbe essere davvero la prima transizione ecologica epocale del ventunesimo secolo. Una sfida aperta sancita da un accordo fondamentale.

Le sue sono sette storie di acqua e cambiamenti climatici. Il 2021, probabilmente, è stato il peggiore dal punto di vista dell’emergenza climatica. Quali sono state le occasioni sprecate e le promesse non mantenute dal G20 sulla sostenibilità fino alla COP26 di Glasgow?

L’anno appena trascorso, il 2021, ha confermato quanto già emerso negli ultimi venti anni. L’emergenza climatica ormai coinvolge la nostra quotidianità e gli eventi metereologici producono effetti sempre più devastanti a causa degli squilibri derivati dalle attività umane, l’alterazione dei gas serra in atmosfera in primis. Un americano su tre, per esempio, è stato direttamente danneggiato dalla crisi climatica e il nostro paese, l’Italia, alterna periodi di grave siccità che prosciuga i nostri principali bacini idrici, a fenomeni paragonabili agli uragani e ribattezzati Medicane, gli uragani che si sviluppano sull’area mediterranea. L’instabilità climatica è un fenomeno che con prepotenza è entrato a far parte delle nostre vite e con il quale dovremo sempre più frequentemente fare i conti. Ma il 2021 è stato anche l’anno che passerà alla storia come quello delle occasioni perdute. La politica in un certo senso ha mancato clamorosamente l’obiettivo di archiviare definitivamente l’era del carbone, si è scelto in sostanza di non decarbonizzare veramente le nostre economie e di investire seriamente sul rinnovabile, disattendendo gran parte degli impegni presi durante la COP21 di Parigi. Oggi pensare di riuscire a contenere la temperatura media 1,5°C maggiore rispetto all’epoca preindustriale appare sempre più un’impresa ragionevolmente irrealizzabile. Nessun nuovo accordo legalmente vincolante è stato stipulato né al G20 di Napoli sulla sostenibilità, né a Glasgow, durante la COP26 dove peraltro mancavano all’appello capi si stato importanti come quelli di Russia, Brasile e Cina. Anche quando le decisioni sono sembrate positive, come per esempio estendere la protezione dei territori coperti da foreste per arrestare la deforestazione selvaggia, i tempi per raggiungere concretamente gli obiettivi prefissati  il 2030  sono sembrati estremamente lunghi, al punto da chiedersi davvero se le ecoregioni forestali del Pianeta possano attendere ancora otto lunghi anni di deforestazione deregolamentata, soprattutto in certi paesi del mondo tra i quali il Brasile è tra i principali responsabili, ospitando un’area forestale tra le più vaste al mondo e una politica aggressiva nei confronti della regione Amazzonica.

Plasticene si conclude con un epilogo dal titolo significativo ed evocativo: “Countdown per la Terra”. E’ già troppo tardi per rimediare?

Verrebbe spontaneo rispondere che sia già tardi per agire, ma forse commetteremmo un errore di valutazione. Non si tratta di capire se sia tardi o meno, si tratta di rispondere con fermezza e agire di conseguenza. Gli strumenti previsionali ci disegnano senza dubbio un futuro incerto e si basano su simulazioni che gestiscono un’importante mole di informazioni e dati. Le simulazioni ci restituiscono scenari differenti in funzione dello sforzo che siamo disposti ad affrontare per spostare l’equilibrio verso una comfort zone che garantisca per la specie Homo sapiens sapiens una duratura presenza su un Pianeta ancora abitabile. Come dire, la Scienza indica una strada che lascia ai decisori politici la scelta di affrontare la sfida più complessa alla quale l’umanità sia stata sottoposta e nella quale la posta in gioco è la più alta possibile: la nostra stessa sopravvivenza. I margini ci sono, le simulazioni ce lo suggeriscono, sono le risposte politiche che non soddisfano la richiesta della comunità scientifica e di molta parte ormai dell’opinione pubblica. Il rischio è quello di conoscere esattamente la natura del problema ma non fare abbastanza per tentare di risolverlo, pur conoscendo perfettamente quali sarebbero gli strumenti corretti per poterlo affrontare.

 Lei ci conduce nel Plasticene: quali sono le ragioni per cui “un prodotto inesistente fino alla sua introduzione da parte dell’uomo – la plastica –, si è imposto in pochissimo tempo come una tra le più pericolose minacce per la sopravvivenza di specie animali, piante ed ecosistemi”?

La scienza e la ricerca hanno o, potremo dire, avrebbero il compito di intercettare e individuare le criticità prima che esse si manifestino in tutta la loro complessità. Questo è avvenuto anche in merito alla problematica dei polimeri plastici negli ambienti naturali. La pericolosità di un bene che in maniera indiscutibile ha migliorato la qualità della nostra vita, consentendoci di realizzare un balzo tecnologico impensabile prima della sua sintesi era stata sollevata già a partire dai primi anni Settanta. Studi pubblicati su riviste prestigiose avevano già sottolineato che l’uso smodato di prodotti plastici monouso una delle possibili cause di impatti gravi sugli ecosistemi marini e non solo. Ma come spesso accade, questa sorta di grido di allarme, è rimasto del tutto inascoltato, fino a quando le proporzioni del problema non sono parse davvero drammatiche. La scienza è costellata di episodi analoghi. Oggi l’impatto dei polimeri plastici, in particolare in ambiente marino ha raggiunto livelli di criticità seriamente preoccupanti. Le micro e le nanoplastiche entrano nelle reti trofiche marine, veicolando inquinanti organici e inorganici il cui accumulo negli organismi può avere conseguenze gravi sul metabolismo di molti animali e sulle loro capacità riproduttive per esempio. Non si può escludere che il consumo di organismi contaminati da micro e nanoplastiche non possa avere effetti sulla salute umana, anche se le conoscenze in merito a tale criticità è stata appena socchiusa e non siamo in grado ancora di valutare con certezza gli effetti a medio e lungo termine.

Lei è ricercatore dell’università di Torino e del CNR. Ebbene, ci offre un momento della sua attività di ricerca che l’ha scosso particolarmente? 

Facile rispondere a questa domanda. Da subacqueo scientifico non avrei mai immaginato di dover assistere personalmente al declino e in pratica all’estinzione di un vero e proprio simbolo mediterraneo: Pinna nobilis, il mollusco bivalve più grande del Mar Mediterraneo e specie endemica dei nostri mari. Ne parlo nel primo dei capitoli di Plasticene proprio perché rappresenta per il sottoscritto l’esempio eclatante di come anche l’arco di una sola esistenza sia sufficiente per rendersi spettatori di estinzioni di massa ed eventi drammatici che nel passato potevano realizzarsi in centinaia, se non in migliaia di anni, talvolta milioni. Oggi invece la pressione crescente impone agli ecosistemi stress ambientali che talvolta non sono in grado di sostenere a lungo, pensiao per esempio alle sempre più frequenti heat waves, le ondate di calore, e sono gli organismi più specializzati a subire spesso le conseguenze più gravi di questi squilibri. Pinna nobilis della quale più volte mi sono occupato nel corso della mia vita professionale è l’evento più doloroso al quale ho assistito. È davvero la perdita di un simbolo, un invertebrato che in un certo senso racchiude in sé l’unicità e la bellezza del nostro mare, un mare che oggi è davvero assediato.

Nicola Nurra è un naturalista, biologo marino e operatore scientifico subacqueo. Insegna Biologia marina presso l’Università di Torino e ha pubblicato su diverse riviste scientifiche del settore. Collabora con il CNR – Istituto delle Scienze Marine di Venezia ed è presidente e fondatore di Pelagosphera, una cooperativa di monitoraggio ambientale marino.

Moda. Il favoloso viaggio tra simbolo e desiderio

Paul Poiret, la Haute Couture, l’abito-rivoluzione di Coco Chanel, Madeleine Vionnet, Dior, il New Look, la nascita dell’Alta Moda Italiana, Armani, Versace, la sfida del Dandy: la storia della moda è un viatico per ripercorrere la storia di noi tutti?
Sì, le trasformazioni del costume riguardano ognuno di noi. Da sempre l’abito rivela il suo tempo, e ripercorre la sua storia significa ripercorre il nostro cammino. Soprattutto quello femminile. Sono le donne ad avere vestito il mondo, prima ancora che nel vero e proprio ruolo di sarte, in quello di madri, mogli, figlie che, dall’inizio dei tempi, hanno provveduto a cucire e a seguire la manutenzione degli indumenti di tutta la famiglia. Il mestiere sartoriale nasce esclusivamente al femminile e, con l’invenzione della macchina da cucire, diviene uno straordinario strumento di emancipazione economica e culturale per milioni di donne. Per questo il mio racconto riporta al centro la figura della sarta, perché è una straordinaria, affascinante cartina al tornasole delle tappe più importanti della Storia del Femminile.

“Desiderio” pare fungere da “parola chiave”: quali sono i desideri che decifrano e suscitano gli abiti?
Desiderio è la grande parola-chiave di tutto il discorso Moda. Ed è anche la parola-chiave della modernità, di cui esprime l’essenza prima: il movimento, il cambiamento continuo. Desiderio è qualcosa che ci fa muovere, che ci spinge avanti e in questo senso ha una connotazione sia positiva che negativa. Se da un lato esprime forza vitale, dall’altro esprime e suscita instabilità, insoddisfazione, quella particolare infelicità tipicamente moderna che è la frustrazione. Gli abiti sono sempre espressione di un desiderio. Sia maschile che femminile. Ogni donna si veste per piacere a se stessa e agli altri, e nel farlo é inevitabilmente condizionata da quello che pensa gli altri desiderino trovare in lei. Ma qui sta il punto: ogni donna dovrebbe indossare sempre e unicamente ciò che le corrisponde. Che è autentica espressione della sua identità. Per questo era fondamentale il ruolo della sarta: perché una sarta vera sapeva capire la donna che le stava di fronte, e dunque sapeva davvero vestirla. Con un abito che fosse davvero il suo abito; e proprio per questo la rendesse autenticamente bella.

Qual è l’anello di congiunzione formale e sostanziale interpretato nell’indossare un capo di alta sartoria come un cencio da mercatino rionale?
La personalità, il carattere. È questa l’eleganza: non l’abito costoso, non l’abito firmato. L’eleganza non ha nulla a che fare con l’idea di brand, e perfino con l’idea di moda. Chanel diceva: “eleganza non è indossare un abito nuovo”. Insomma, eleganti si è, non si diventa.

La Haute Couture è stata l’epoca d’oro dell’arte sartoriale. In quella specifica e, probabilmente, irripetibile epoca s’impose il termine “Creazione”. L’abito quanto racchiude di “divino”?
Definire il sarto/sarta creatore, esprime il riconoscere in lui/lei la capacità di realizzare non solo un manufatto perfetto sul piano tecnico ma soprattutto ideale. Il grande couturier era colui che creava una nuova donna non solo un abito meraviglioso.

Soventemente, si reputa che la Moda sia una frivolezza, un passatempo per sfaccendati ed oziosi, perdendo di vista che rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro. Quali sono le ragioni per le quali gli abiti e la loro storia siano derubricati a vuota insulsaggine?
Non tutti gli abiti sono uguali. Quelli di alta moda erano opere d’arte. Quelli sartoriali sono espressione di una identità. Quelli prodotti in serie dal mercato dei consumi di massa sono soprattutto merci. Ognuno di essi ci racconta una realtà storica e culturale complessa ed è solo la superficialità di chi li guarda a non rendersene conto. La superficialità è negli occhi, anzi nelle teste, di chi guarda.

Gabriella Maldini, dopo il diploma al liceo classico, si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Da pochi mesi è uscito il suo primo libro, edito da Carta Canta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.

I vestiti che non metti più

Uomini e donne sull’orlo della perdizione, studenti squattrinati, scrittori precari, giocatori d’azzardo, genitori sciagurati e figli egoisti: in fondo, è la biografia di tanti. È il rinascimento degli invisibili?
Non ho mai avuto grande feeling per gli eroi, i cavalieri senza macchia o i superuomini. Trovo, infatti, che la normalità sia straordinaria, a patto che la si tratti con rispetto e la si racconti nella giusta maniera. Inoltre, trovo molto più onesto intellettualmente scrivere di ciò che conosco. Ecco che le tragedie e le banalità della vita, sapidamente mescolate con la sua irresistibile ironia e comicità, sono diventate humus fertile in cui far germogliare le storie qui contenute.
I protagonisti dei racconti che compongono la silloge compiono azioni apparentemente insignificanti.
Qual è il ruolo dell’immaginazione nel percepire chi è ignoto e vestirlo di realtà?
Il significato non sta tanto nelle scelte dei personaggi o nelle azioni intraprese, piuttosto nelle conseguenze che da esse scaturiscono. Effetti che ha volte hanno ripercussioni solo nella psiche dei protagonisti, altre volte sono invece tangibili nella realtà letteraria che fa da sfondo alle loro vicende.
Banalità, paure, sofferenze e speranze: da quando viviamo in una bolla e chi o cosa ci ha posti in uno spazio isolato ancorchè trasparente e fragile?
Le gabbie, quelle metafisiche, ce le costruiamo da soli. In molti casi, per fortuna, esiste sempre una scelta in grado di scardinarne la serratura e liberarci. Quando invece questo rigurgito escapista non ci riesce, finiamo ostaggi dei nostri demoni e la realtà circostante finisce col diluirsi anestetizzando le nostre capacità percettive. Ecco quindi che, a mio modesto avviso, nella ribellione, seppur minimale o solo all’apparenza insignificante, si pongono le fondamenta per la vera rivoluzione dell’uomo.
Una raccolta di outfit dimenticabili, certamente.
Cosa rende, invece, indimenticabili i nostri gesti e le nostre azioni?

Il cambiamento. Se in seguito ad un gesto, un evento o una nostra azione subiamo un cambiamento interiore, ecco che questo sviluppo diviene determinante. Ciò detto vale sia per le trasformazioni in positivo che in negativo. E se diventiamo altro in seguito ad un atto consapevole, con ogni probabilità ce lo ricorderemo per tutta la vita.
La sua narrazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne, a tratti ironica.
C’è un limite a ciò che si può narrare?

Mi piacerebbe rispondere che non ci sono limiti e che la scrittura debba essere scevra da regole e disciplina, ma in realtà lo è solo in parte. Mi spiego meglio: i confini dell’arte narrativa derivano anche dal gradimento del pubblico. Quindi l’originalità di un testo, la sua creatività e immaginazione deve scendere a compromessi col potenziale bacino di utenza a cui è rivolta (a meno che uno scrittore scriva solo e soltanto per sé stesso). Un testo quindi, seppure sperimentale e rivoluzionario, deve sempre conservare elementi che permettano al suo lettore ideale di decodificarne il contenuto e gli aspetti chiave.

Luca Murano, oltre a curare Vai come sai, il suo blog di scrittura, negli anni ha pubblicato diversi racconti su riviste letterarie indipendenti. Nel 2018 ha esordito nel mondo dell’editoria con Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano.

L’ASSURDA EVIDENZA. UN DIARIO FILOSOFICO

Lei esordisce con una chiara dichiarazione programmatica: “Questo libro è un diario, perché un saggio non può offrire un rendiconto credibile di ciò che penso”
Dove approda il suo viaggio esistenziale e filosofico?

Il mio viaggio approda dove parte, all’assurdo, ma con un vissuto diverso da quello della partenza. A cambiare non è in questo percorso filosofico non è l’approdo, ma le condizioni di arrivo: l’assurdo non viene più considerato un luogo di dolore ma al contrario di liberazione dalla sofferenza – d’altra parte come può esserci dolore dove non c’è alcun senso?

Enigmi, esperimenti mentali, illustrazioni, citazioni e paradossi. Quali sono le peculiarità della scrittura filosofica secondo la sua interpretazione?

La scrittura filosofica ha molte strade e possibilità; un po’ come in narrativa ogni filosofo e filosofa ha un suo stile di scrittura. Ultimamente la filosofia ha un po’ perso la sua varietà stilistica, limitando il suo campo al saggio accademico. È stata abbandonata la forma dell’aforisma, del diario, del dialogo, la confessione, la poesia, nonostante siano stili che hanno fatto la storia della filosofia, con autori e autrici come Weil, Platone, Cioran, Nietzsche, Zhuangzi, Laozi, Kierkegaard, Zambrano, S. Agostino, Parmenide… nel mio libro ho provato a ritornare a questa varietà, anche se molte sue parti sono esplicitamente saggistiche.

Il filosofo può intendersi come paradigma dell’umanità?

Direi di no. Tutte le persone sono diverse, al netto di vari tratti in comune, e chiunque assurga a paradigma di qualcosa crea pericolose generalizzazioni. Chi fa filosofia non è paradigma nemmeno di “persona saggia”, o “colta”, o “intelligente”, perché tutte queste caratteristiche hanno molte declinazioni e non sempre (anzi quasi mai) coincidono in una persona. L’esempio recente di Giorgio Agamben è sintomatico: un grande filosofo scivola su informazioni errate in un ambito che non è il suo, la scienza medica. Sbaglia chi segue il suo errore “perché è un grande filosofo” e sbaglia chi sostiene che abbia perso il suo smalto intellettuale – anzi, ultimamente ha scritto un bellissimo libro. È solo una persona che ha fatto un errore in un ambito che non conosce, capita.

Lei ci narra la sua esperienza di pensiero che spazia in modo autentico dalla filosofia occidentale al pensiero buddhista e Zen. Perché, a suo avviso, l’approccio alla Filosofia continua ad essere meramente teorico?

La filosofia è una disciplina in gran parte teorica, ma dalla teoria nasce spesso una pratica – senza teorie scientifiche non avremmo l’attuale tecnologia, per dirne una. Nella filosofia l’aspetto pratico viene più facilmente ignorato, perché è più interno che esterno; si declina in stili di vita, approcci all’esistenza e alla conoscenza del mondo. Non è una misinterpretazione del pubblico però, anche chi si occupa di questa disciplina dovrebbe sottolinearne più spesso i risvolti esistenziali.

Lei è di formazione filosofo ed artista visivo. Qual è il valore delle illustrazioni, appartenenti alla serie Meditazioni, che arricchiscono il suo scritto?

Queste illustrazioni sono un mix tra assemblaggi di opere già esistenti (libere dal copyright) e di mie integrazioni, e sono state sviluppate dopo delle sessioni di meditazione. Da questo punto di vista si tratta di una proiezione visiva del processo di costruzione e decostruzione di senso che avviene durante la meditazione, e che mi ha accompagnato nella stesura di questo libro. Ne sono, in un certo senso, la traduzione visiva.

Francesco D’Isa, di formazione filosofo e artista visivo, ha esposto internazionalmente in gallerie e centri d’arte contemporanea. Dopo l’esordio con la graphic novel I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato saggi e romanzi per Hoepli, effequ, Tunué e Newton Compton. Il suo ultimo romanzo è La Stanza di Therese (Tunué, 2017), mentre per Edizioni Tlon è uscito il suo saggio filosofico L’assurda evidenza (2022). Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

Quintetto d’estate

Il maestro del conservatorio “Santa Lucia” di Siracusa seleziona 5 ragazzi di 20 anni per un viaggio in camper a Riga. Quintetto d’estate è la narrazione di un viaggio. Può costituire oggetto di riflessione il viaggio velato sempre di un alone di mistero, pur se concepito come spostamento in un luogo noto, laddove la realtà tecnologica in cui siamo immersi ci impone di non passare inosservati, puntando proprio sul dato noto e visibile?
Per quanto accurate e sofisticata, la tecnologia non riesce mai a eliminare del tutto la componente misteriosa del viaggio. Posso conoscere con precisione le coordinate di qualunque posto attraverso il GPS, i percorsi stradali con più traffico o meno traffico grazie ai servizi di Google, le foto dei luoghi che voglio visitare e le recensioni dei ristoranti che troverò lungo il percorso tramite Wikipedia e TripAdvisor, ma non posso prevedere gli incontri né posso scrutare la mente e il cuore delle persone che incontrerò. Il viaggio è e rimane imprevedibile nella sua porzione più ampia, altrimenti non si spiegherebbe perché affascina così tanto, da Ulisse che brama il ritorno a Itaca fino al più annoiato lavoratore che sogna di interrompere la propria alienazione con una vacanza esotica. Sono le persone e gli incontri che rendono speciale ogni viaggio, e di riflesso l’esperienza che se ne ricava. Persino i viaggi in solitaria mantengono questo fascino, perché si ha l’opportunità di incontrare sé stessi ed esplorare parti sconosciute del proprio io.
Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
Credo che la giovinezza sia il punto di vista privilegiato per osservare e comprendere le contraddizioni della realtà, e anche per provare a superarle. La tendenza a ribellarsi è il segno che qualcosa non va, ma anche l’ago della bussola che punta verso una possibile soluzione. Chi non è più giovane, a mio avviso, ha due compiti: guidare la scontrosità degli adolescenti, per incanalarne l’energia in modo costruttivo e sano, e lasciarsi guidare dalle loro proteste per cogliere quello che l’eccesso di maturità ha reso ormai invisibile o scontato. Tutti i giovani, con cui sono a stretto contatto nell amia funzione di docente, vogliono delle relazioni interpersonali meno tossiche, un ambiente più pulito, una società più equa, un rispetto reciproco nelle relazioni interculturali. Insomma, senza scomodare Greta Thunberg, i ragazzi vogliono una società più equilibrata, che non spinga le persone a scontrarsi nelle amicizie o nel lavoro, che accolga le diversità, che eviti lo scontro amato per dirimere le questioni internazionali e che non lasci ai posteri un ambiente invivibile e avvelenato. Vedendo i grandi disattendere tutto ciò, è normale che i giovani siano scontrosi, disubbidienti, inquieti.
Incursioni nella commedia, nella favola, nel realismo, nel romanzo di formazione. Quanto ha attinto ai generi codificati dalla letteratura ed in che misura il suo romanzo ne diverge?
In senso lato, tutti i romanzi sono romanzi di formazione. Che tristezza se un personaggio non si evolve, non matura, non diventa migliore. In poche parole: non dà forma al cambiamento interiore. Sia chiaro, quando dico migliore non do giudizi morali. Un romanzo che ha per protagonista un assassino diventa piacevole se, alla fine, il l’assassino si mostra più abile e più astuto nel mettere in atto i suoi piani criminali. Quindi, ben venga l’etichetta di romanzo di formazione per il mio Quintetto d’estate: la accetto volentieri. Anche l’etichetta di romanzo di viaggio è da me ben accetta: esistono dei capolavori assoluti nella letteratura di viaggio, a partire dall’Odissea fino a certe gradevoli storie moderne, come Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig, Latinoamericana di Che Guevara, Le voci di Marrakech di Canetti… tutte storie che ho amato e che mi hanno divertito e fatto riflettere. Direi che nel mio romanzo sono presenti chiare incursioni sia nel Bildungsroman che nella letteratura di viaggio, ma non è solo un viaggio fisico, è anche un viaggio nel tempo, nella cultura classica, dalla quale si attinge per esplorare nel presente alcuni elementi del profondo umano, che restano immutati nei secoli. Nel mio romanzo, questi elementi sono spesso rivelati al lettore in coppie di opposizioni, come paternità e genitorialità, promiscuità e nudità, amicizia e competizione, cultura e istinto, istruzione e docenza.
Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi.
In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Il viaggio è il percorso che porta alla conoscenza, la conoscenza di sé e degli altri, dei sentimenti, delle aspirazioni, del future ma anche della tradizione. La conoscenza coincide con il punto di partenza del viaggio e si compie con il ritorno, per cui il mio libro affronta il più classico dei topoi, ovvero il “Nostos”, il ritorno a casa dell’eroe. La partenza che innesca l’allontanamento è un evento necessario per guardare la propria origine da lontano, per osservare sé stessi da una prospettiva inedita, e cogliere quegli elementi sapienziali che si ignoravano fino a un istante prima di partire. L’umiltà consiste nel lasciare arricchirsi dalle diversità che si incontrano lungo il cammino (la promiscuità ha un valore positivo per i miei personaggi); poesia ed empatia entrano a stretto contatto nell’ammirare la diversità dei luoghi visitati, ma anche nel ricordare con affetto il luogo da cui si è partiti. Nessun luogo viene mai profanato, proprio perché si rispetta ciò che si incontra lungo il viaggio e se ne fa tesoro nel compararlo con il proprio luogo d’origine.
Sono tante le rispondenze e gli accorgimenti di carattere musicale presenti nell’intera architettura della sua narrazione. Reputa che la musica si riferisca al puro calcolo di rapporti numerici o rispecchi la verità dei sentimenti dell’animo umano?
La musica è matematica applicata ai suoni: altezze, intensità, timbri, durate, intervalli… tutto questo si può misurare oggettivamente e con precisione. Lo aveva già fatto Pitagora mezzo millennio prima della nascita di Cristo, studiando il monocordo e le relazioni tra suoni e lunghezza della corda, gettando le basi per l’armonia. Il mondo è armonia. Le relazioni umane sono basate sulle leggi dell’armonia. Quando si spezza qualcosa e non si va d’accordo, l’armonia è sparita. Calcolo matematico e sentimenti dell’animo umano si fondono dunque nell’armonia della musica, che, mancando di uno spessore semantico, riesce a veicolare insegnamenti ed emozioni pressoché universali. Intanto perché la musica rievoca tali emozioni con efficacia e poi perché avvicina gli essere umani invitandoli a sintonizzarsi sulla stessa frequenza mentre suonano insieme, proprio come fanno i miei personaggi: intonano gli strumenti, prendendo fiato nello stesso momento, assecondano il medesimo ritmo della composizione. Loro costituiscono un quintetto, ma il quintetto è più grande della somma dei singoli musicisti, perché nell’insieme si materializza l’armonia, dimensione concreta nella musica e metaforica nella vita.

Quintetto d’estate

Giuseppe Raudino dal 2009 insegna materie inerenti a comunicazione, antropologia culturale e ricerca sociale all’Università di Scienze Applicate a Groningen, Paesi Bassi.

Maria Che Danza Sulle Antenne Di Un Calabrone

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

Introversione, inquietudine e brama di emancipazione caratterizzano il ventenne Berto, il protagonista del mio romanzo. Sono anche la conseguenza delle sue difficoltà a rapportarsi al mondo che gli appare duro e ingiusto. E forse del suo rappresentare, com’era nelle mie intenzioni, la banalità del bene che lo porta a interiorizzare le conseguenze negative dei suoi rapporti familiari. Il suo agire tuttavia è determinato dal difficile rapporto con il padre, perché Berto è un ragazzo che porta sulle spalle il fardello di un padre che non lo riconosce.

Il suo romanzo narra di un di un ragazzo, Berto, e di sua nonna Pina, agli antipodi tuttavia legati da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Con Maria che danza… ho voluto parlare di famiglia proprio per riuscire a rispondere a questa domanda. Ho voluto parlare in particolare di famiglia patriarcale cui ho contrapposto il mito della Sacra famiglia che ho rappresentato con i protagonisti della seconda parte del mio romanzo, Pino e Maria. Un mito straordinariamente attuale e molto vicino al sentire dei nostri tempi a mio parere. Come quella del Vangelo, anche la famiglia di Pino è una comunità basata sull’amore e sul rispetto, dove nessuno appartiene a qualcuno, dove i genitori insegnano con l’esempio la responsabilità e l’etica del lavoro ai figli. E dove questi ultimi seguono i genitori anche se sono figli di Dio.

Il suo romanzo esemplifica un viaggio lungo l’Italia, da Milano a San Severo, che è anche un iter formativo il cui sbocco è la precarietà come status esistenziale, quindi permanente, calcificato. Tale condizione è individuale o generazionale?

Temo che la precarietà esistenziale sia una condizione umana più che generazionale. Con questa premessa posso aggiungere che la precarietà di Berto ha origine, ancora una volta, nel difficile rapporto con il padre e che ha nome preciso: ignavia. Perché, seppur inconsciamente, finisce per vivere la vita voluta dal padre. “Non era mai stato vivo, come diceva Dante. Lui era uno spettatore della vita e correva anche lui dietro bandiere che non significavano nulla”, scrivo in un passo della parte finale della storia. L’ignavia è il suo peccato originale. E forse anche quello della nostra generazione che più delle altre si è conformata alle indicazioni della società dei consumi, della pubblicità e dei modelli di vita proposti dalla cultura dominante senza seguire il proprio cuore. Per ritrovarsi poi in una vita che non ci rispecchia.

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Sì, con il mio romanzo volevo parlare di nonni. E parlare di nonni significa parlare di memoria. Memoria come strumento “per colmare i crateri della morte e della solitudine” e memoria come strumento di giustizia. Ma attenzione, non è sufficiente ricordare per chiudere i conti con il passato, soprattutto se parliamo di memoria collettiva, se parliamo del nostro passato fascista di cui racconto attraverso la nonna. Per questo occorre un passo ulteriore. Occorre il coraggio di aprire un dibattito sul passato come è accaduto in Germania negli anni Sessanta con il Vergangenheitsbewältigung, quella riflessione cioè sul periodo nazista e sull’Olocausto realizzata con l’obiettivo di definire una visione del passato ampiamente riconosciuta dalla società.

Per conto della sua società, Ubisoft, lei racconta ai ragazzi italiani i brand che hanno fatto la storia dell’industria dei videogiochi. Il suo è anche un romanzo di formazione ed in che misura, se lo è, diverge dal genere codificato dalla tradizione?

Sì, Maria che danza… è anche un romanzo di formazione. Non era nelle mie intenzioni iniziali ma la figura della nonna me lo ha imposto. Penso anche che risponda a tutti i canoni propri del Bildungsroman. Anche se forse appaiono diluiti tra altri elementi di altri generi che lo rendono un po’ romanzo d’amore e un po’ saga familiare, con al centro il magico e l’irrazionale che irrompono nella vita del protagonista come uno spartiacque.

Alberto Coco ha lavorato a contatto con tutto il mondo occupandosi di marketing e di comunicazione, di licensing e publishing. Per conto della sua società, Ubisoft, racconta ai ragazzi italiani i brand che hanno fatto la storia dell’industria dei videogiochi. Maria che danza sulle antenne di un calabrone è il suo primo romanzo.