Storie siciliane

Da Dionisio ai riti di San Giovanni attraverso la Porta Perpetua del Tempo

Le storie di questo libro hanno esordito su Repubblica-Palermo, poi sono state riprese e ripensate.
Quale criterio ha adottato per concatenarle?

Scrivo che le ho raccolte seguendo categorie arbitrarie ma non per questo meno vere: in origine sono state scritte per una ricorrenza o per una serie, adesso le ho scelte fra le tante e le ho riunite togliendole dal contingente, inventandomi delle categorie. Ad esempio, nel capitolo “La rassegna dei riemersi” ho messo personaggi di cui nessuno aveva mai sentito parlare: è il valore della divulgazione, che è prezioso. Altrimenti c’è sempre l’erudito per i fatti suoi e il resto della società che si nutre di stereotipi.
Lei, Amelia, pone personaggi del mito e della storia letteraria in Sicilia, tessendo incroci davvero originali.
Su quali rapporti cronologici ha fondato il suo sguardo dialogico?

Da più di vent’anni scrivo per la pagina culturale dell’edizione palermitana di Repubblica ed è stato come frequentare un’ottima palestra. Mi ha permesso di imparare molto, di imparare a essere rigorosa ma anche divulgativa. Dopo tutti questi anni i miei personaggi saltano fuori da tutte le epoche, basta un po’ osservarli per capire dove posso inserirli.
I misteri del Pellegrino e la casa di Persefone, ma ci sono pure Dionisio e Archimede, il normanno Tancredi e l’ammiraglio Ruggero di Lauria.
Quali sono i reciproci apporti?

Sono tutti parte della storia della Sicilia.
Lei ripercorre una storia ininterrotta, che va dalla narrazione mitica e procede attraverso la Porta Perpetua del Tempo.
Cosa ha inteso illuminare, sottraendolo al buio della nostra dimenticanza?

Quello che viene fuori è una storia della Sicilia, cioè di una terra in mezzo al Mediterraneo che da sempre è frontiera, già con i Greci: la prima guerra “di religione” è contro i Fenici, con meccanismi di “creazione del nemico” sempre attuali. Osservare il ruolo della Sicilia-frontiera ci permette di comprendere molti meccanismi che altrimenti non si spiegano: una frontiera è “dentro”, ma il suo essere vicina al “fuori” mette in moto dinamiche diverse da quelle che si possono cogliere in un posto “normale”. Figurarsi che i baroni ricattarono per secoli e sempre lasciando ben visibile la posta in gioco, la loro “fedeltà”. Mandavano un messaggio chiaro: erano fedeli al sovrano, ma solo se non disturbava troppo.
Può indicarci un particolare della “sua” Sicilia, un elemento per lei inconfondibile?
La Sicilia dei melting pot, del miscuglio che diventa altro e magari si scorda cosa c’era prima. Per le culture, per la religione, per la letteratura e anche per la cucina che in molti casi mescola il dolce e il salato: uno mangia e non ci riflette, ma anche questo è il risultato di una Storia fatta da culture che si sovrappongono.

Amelia Crisantino
Docente di lettere nella scuola media, storica e collaboratrice di «Repubblica-Palermo», socia del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato. Ha pubblicato: La città spugna. Palermo nella ricerca sociologica (1990), Ho trovato l’occidente. Storie di donne immigrate a Palermo (1993), Capire la mafia (1994, ripubblicato riscritto e aggiornato nel 2019 aggiungendo il sottotitolo Dal feudo alla finanza), Della segreta e operosa associazione. Una setta all’origine della mafia (2000); l’edizione critica di un inedito dello storico Michele Amari, Studii su la storia di Sicilia dalla metà del XVIII secolo al 1820, adesso inserita nell’edizione nazionale delle Opere di Amari (2010); nel 2012 Breve storia della Sicilia. Le radici antiche dei problemi di oggi; nel 2013 Vita esemplare di Antonino Rappa comandante dei militi a cavallo in Sicilia (ebook gratuitamente scaricabile dal sito http://www.mediterranearicerchestoriche.it); sempre nel 2013 Fiabe siciliane. Dalla raccolta di Giuseppe Pitrè; nel 2015 Sicilia fatale;

Storie siciliane. Da Dionisio ai riti di San Giovanni attraverso la Porta Perpetua del Tempo

Maradò. Viaggio emozionale nella Napoli di Maradona

Quanto è aderente la figura di Maradona al monello napoletano che dal D10S ha ricevuto riscatto, dignità ed un’energia esoterica ?
Maradona è Napoli, Napoli è Maradona; sono legati indissolubilmente per sempre. Diego è lo scugnizzo argentino che, presagimmo, potesse essere valore aggiunto alla nostra meravigliosa città. Un sorriso indimenticabile, i riccioli neri e un cuore grande e generoso. È il compagno di gioco leale, rispettoso dell’avversario, fragile e vulnerabile ma anche testardo e deciso. È riuscito a realizzare i suoi sogni di ragazzo povero, la sua storia insegna moltissimo, diventando insegnamento per correggere i propri limiti e le vulnerabilità. È un dono meraviglioso che la città di Napoli e i napoletani hanno ricevuto. Ed è diventato lui stesso partenopeo. È figlio del Vesuvio, è il D10S incontrastato, è immagine del sacro e del profano. La grandezza di Maradona non si chiude nella sfera sportiva, la sua è una potenza ecumenica che ha avuto un impatto inarrivabile. Esiste il Maradona che vive sulle pagine patinate e nei quadri più preziosi di collezionisti elitari. E poi esiste il Maradò che riverbera nelle preghiere delle baracche, nell’utopia che diventa possibilità, nel sogno che si trasforma in realtà. Diego sarà ricordato come un condottiero che ha portato in alto Napoli e il Napoli, come mai nessuno prima e nessun altro dopo. Sarà ricordato come un eroe osannato da chi c’era e da chi non c’era.
Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin. Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Diego Armando Maradona?
Maradona ha rappresentato un’icona anche politica, ma non ha mai inciso più di tanto sulle decisioni dei grandi. Ha manifestato apertamente contro il colonialismo statunitense e soprattutto contro l’invasione da parte degli inglesi delle Malvinas, ma il suo pensiero e la sua ideologia hanno fatto presa solo sul popolo dei più deboli. Non si è risparmiato in critiche nei confronti della politica della FIFA.
Il 25 novembre 2020 la notizia del decesso di Maradona richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?
Quando tutto il mondo ha saputo della sua morte c’e stato un grande silenzio e un grande vuoto. Ho avvertito la perdita fortemente e ho avuto la necessità di farlo raccontare dalla voce dei suoi tifosi, in una coralità emozionale. In modo diverso, non stereotipato ma dal cuore di chi l’ha amato, incondizionatamente, chi poteva farlo se non il popolo di tifosi napoletani? Con la voce del cuore, delle emozioni che il suo ricordo ci dona. Era noto a tutti come aveva vissuto, nel bene e nel male. La sua morte lo ha mitizzato ancora di più, alla stregua di personaggi iconici come il Che o Kennedy per la politica, Jim Morrison o John Lennon per la musica. Certo lo si può definire un eroe contemporaneo, inteso come mito… .
Anna, può offrirci un ricordo personale che lo lega al Pibe de Oro?
La prima volta in assoluto, dal vero, è stato il 5 luglio del 1984, allo stadio San Paolo di Napoli, oggi Stadio Diego Armando Maradona. Vi entrai pochi prima che lui giungesse. Proprio li dove per 7 anni è stato e resta il Re indiscusso. Indelebile il ricordo del giorno in cui l’incontrai. Era primavera, grazie al dottore Emilio Acampora, amico di mio padre e medico sociale del Calcio Napoli. Un sorriso indimenticabile, sotto una cascata di riccioli neri, un cuore immenso e generoso con tutti quei giovani lo guardavano tra l’incredulo e le lacrime per l’emozione di averlo vicino, poterlo abbracciare e fare una foto con lui. Un tempo dove non vi erano i social e i selfie, ma eravamo ancora circondati dal bello dell’abbracciarci in un’intimità che era solo nostra e rendeva indissolubile il ricordo.
Il suo racconto pullula di testimonianze di chi Maradona lo ha conosciuto, sportivi e giornalisti, che svelano aneddoti inediti e suggestivi. Ci anticipa un episodio particolarmente emozionante, a suo avviso?

Ho voluto dare una dimostrazione del tutto diversa della sua figura. Onestamente, troppo avvelenata dalle rappresentazioni dei suoi vizi e debolezze, tralasciando l’aspetto tecnico sportivo, ho voluto mostrarne il lato umano e il suo cuore. E come farlo se non attraverso il cuore delle persone che ho intervistato, le loro emozioni. E leggendo i vari racconti e le varie testimonianze emerge il cuore di un grande uomo. Sicuramente il racconto più emozionante è la testimonianza di Cristiana Sinagra, che è una molto schiva e riservata, dopo aver avuto modo di conoscerle e conquistare la sua fiducia, mi ha condiviso il suo intimo emozionale di giovane donna innamorata. Credo che il suo ricordo sia quello più delicato e intimo. È la voce di una giovane donna che s’innamora di un ragazzo, lontano dai riflettori e dall’essere tifosa. Ho fortemente voluto che mi condividesse la sua emozione, e la ringrazio tanto, perchè è lontana dai riflettori e molto riservata. Ma era giusto che ci fosse, perché è una donna che ha amato Diego in silenzio e da lui ha avuto un figlio.
Posso dire che con il suo racconto ho ricevuto molto di più di un’emozione.

Anna Copertino, giornalista napoletana, dirige la web tv Road Tv Italia e scrive per il magazine Informare. Per Homo Scrivens ha curato l’antologia Un giorno per la memoria (2018), dedicata alle vittime di mafia e camorra, opera vincitrice del Premio Morante.

Queer Gaze. Corpi, storie e generi della televisione arcobaleno

La ricerca scientifica sulle persone con un’identificazione intersessuale non è neppure lontanamente paragonabile a quella che concerne le persone omosessuali.
Quali sono le ragioni sottese a tale lacuna?

La ricerca scientifica sulle persone omosessuali è iniziata come se le persone omosessuali fossero delle cavie da analizzare. C’era una grande voglia di voler capire anche perché da un lato l’omosessualità poteva essere nascosta. Chiunque poteva essere omosessuale o avere rapporti omosessuali senza per questo definirsi omosessuali. Era più un vizio morale che si poteva aggiustare che non una condizione irreversibile. La condizione intersex invece, a parte che veniva chiamata ermafroditismo con evidente rimando a una cultura prescientifica, era considerata uno scherzo di natura e quindi faceva parte delle bizzarrie della natura. Forse non valeva la pena nemmeno studiarne la cause, ma non c’erano nemmeno gli strumenti, anche se la scoperta dei cromosomi sessuali, per esempio, è stata fatta dalla scienziata Nettie Stevens nei primissimi anni del ‘900.

Ovidio, Tiresia, Kafka, Ermafrodito, Ifi, Ceni narrano o sono essi stessi casi di “metamorfosi” che minano e demoliscono ciò che è la certezza, l’edificio stabile su cui si accomodano gli esseri umani.
Cos’è mutato dal mito ai nostri giorni?

Quello che è mutato che non si cercano più delle interpretazioni della realtà soltanto nella mitologia (e qui includo anche le religioni monoteiste) ma anche nella scienza. Sono due livelli di conoscenza diversi. Non conosco così bene la mitologia greca ma non credo che i miti di trasformazione avessero come funzione quella di mettere in crisi un sistema, mi sembrano più delle mutazioni funzionali a un canone narrativo che vedeva nella trasformazione la conseguenza di un’azione.
In ogni caso nessuno dei due deve servire da “spiegazione” per l’esistenza delle persone LGBTQIA+.

Data l’opportunità di ampliare il concetto stesso di orientamento sessuale, quali compiti ritiene che debba affrontare il movimento LGBTIQI?

Il movimento LGBTQI non è composto solo da persone con un orientamento diverso da quello eterosessuale ma anche da persone con una varianza di genere e con caratteristiche fisiche non binarie. Non credo che il movimento debba avere dei compiti se non, di fatto, la propria sopravvivenza, e lo si può fare in molti modi. Dal piano meramente giuridico alla formazione continua nelle scuole, nel creare servizi di prevenzione e gestione delle MTS e ITS. Nel senso non dobbiamo niente a nessun* se non a noi stess*.

Facendo riferimento alla situazione contemporanea in Italia, oltre l’estetica modaiola, quale condizione vivono gli intersessuali?

Non credo di essere la persona più titolata a parlare a nome delle persone intersex, dato che fino a prova contraria non sono una persona intersex. Non ho ben capito l’estetica modaiola riferita alle persone intersex ma la condizione attuale è sicuramente patologizzante, cioè la condizione intersex viene vista come qualcosa da correggere. La conseguenza peggiore sono gli adeguamenti chirurgici dei genitali alle persone neonate, sono degli interventi che fanno apparire i genitali più simili a quelli di un sesso o di un altro.

Perché, nonostante le dichiarazioni d’”apertura”, soprattutto a seguito di dolorosi fatti di cronaca, la morale sessuale è uno degli aspetti in cui la nostra civiltà è progredita di meno negli ultimi 4000 anni?

Per molti anni non ci sono state nemmeno le parole per parlare di sé, ma si faceva comunque del sesso non eterosessuale, si poteva essere comunque bisessuali, come si poteva essere trans senza in un certo senso saperlo. Nel mentre nella società occidentale è comparso il concetto dei diritti umani e sulla base di questo, cioè sull’idea di diritto umano, è stato possibile anche iniziare a fare delle rivendicazioni che potessero essere comprensibili e condivisibili. Senza quella base culturale sarebbe stato impossibile.
Uno dei problemi è che i desideri spesso non sono in linea con il “comune sentire” ma esistono, ci sono e c’è anche la possibilità di soddisfarli ma spesso avviene tutto nell’ombra e nel segreto. Il punto non è (o almeno non solo) creare nuove forme di relazioni sessuali e affettive quanto di liberare quelle che già ci sono ma la cultura cattolica e forse qualsiasi altra cultura che non abbia trai valori fondanti la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo durante la sua vita biologica (sempre che non si parli di simulazioni).

Antonia Caruso
Attivista trans/femminista, editorialista ed editrice. Ha studiato cinema, fotografia e semiotica tra Roma e Bologna, dove vive. Si occupa di comunicazione, formazione, editoria e di politica trans. Ha scritto per Jacobin Italia, Dinamopress, The Vision, La Falla, DWF, Frute. Ha pubblicato racconti con Feltrinelli, nell’antologia a fumetti Sporchi e Subito, Golena, Fortepressa. Ha fondato edizioni minoritarie, una progetto editoriale indipendente.

Bukowski & babbaluci

Cosa hanno in comune i babbaluci, ovvero le lumache, e Charles Bukowski?
In apparenza nulla, ma nessuno come il grande poeta e scrittore americano ci ha spiegato che la fragilità è un valore, una fragilità paradossale, mostrata con una dolcezza aspra, una forma di sopravvivenza alla difficoltà di essere umani. Le sue frasi sono molto usate sui social credo per questo: trasmettono il bisogno di corazzarci, proprio come le lumache, con un guscio di ironia e cinismo che lascia trasparire una sensibilità maschile nuova, triste e allegra, insieme, sempre profonda e spiazzante.
Uno scrittore chino al mito di Bukowsky, amici di chat, plurime fidanzate, editoria, figli di papà, poeti falliti. Tanto parrebbe malinconico e tutto tratteggiato in modo caustico e dissacrante. Cosa, concretamente, in una temperie di decadenza morale, culturale e civile dovrebbe spingerci alla sopravvivenza ed alla speranza?
Tutto, le albe e i tramonti, la natura, l’amore, le stagioni. I sentimenti personali, che avvertiamo e sentiamo, sono qualcosa che ci appartiene davvero, la letteratura, quella alta e necessaria, ambisce a questo: salvaguardare il nostro vissuto interiore.
Nevrosi, difetti, paranoie. Legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente. Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?
Che nonostante questo si incontrano facce che si desidera vedere per tutta la vita. Come accade al protagonista. Anche se stiamo sui social, se pensiamo di arrivare a chiunque, c’è qualcosa di inspiegabile, imprevisto e potente che decide per noi, se riusciamo a instaurare un legame profondo è un miracolo di maturità e consapevolezza che dobbiamo celebrare.
Il suo è un formidabile campionario di esemplari umani. Da dove ha attinto notizie ed elementi per compilare tanto riccamente un bestiario straordinario altresì esilarante?
Sono personaggi umanissimi e a volte toccanti, direi commoventi e sì, vero, spesso si sorride con amarezza. Ho attinto dalla vita, dagli incontri, dalla musica che ascolto e dalle serie che vedo. Un po’ ovunque. Molto da alcune impressioni mie, da alcune suggestioni fuggevoli.
Il suo è un romanzo avvincente e toccante che intrecciando inventiva, storia dei nostri tempi e sentimentalismo, attizza il focus sul vigore delle storie, della fantasia e dell’amore. In qual misura esso s’inserisce e diverge, al contempo, dal codice del genere “romanzo”?
Non lo so, dovrebbero dirlo i lettori, io credo di aver fatto da una parte, metanarrazione: ovvero racconto di uno scrittore che scrive un romanzo. Si tratta di una specie di gioco che invita il lettore a partecipare. Chi legge si chiede: il protagonista riuscirà nel suo intento? Dall’altra la forza delle storie, quando funzionano, è questa: ci riguardano sempre, ci sono dentro pulsioni che ci fanno dire, “ecco: il protagonista avverte le mie stesse gioie e le mie stesse paure, vede gli altri un po’ come li vedo io, non sono solo/a”. In questo senso, allora, credo di aver scritto qualcosa di condivisibile, un romanzo vero e proprio, con uno spaccato della società

Daniela Gambino, scrittrice e giornalista. Ha pubblicato per le guide Newton Compton “101 cose da fare in Sicilia almeno una vota nella vita” e “101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato”, il saggio “Vent’anni” (con Ettore Zanca), vincitore del Premio gesti e parole di legalità, la ricerca “Media: la versione delle donne – Indagine sul giornalismo al femminile in Italia” pubblicato da Effequ e “Conto i giorni felici” uscito per Graphe.it. Nel 2017 con Laurana Editore è uscito il romanzo “La Perdonanza”.

La parola e il silenzio

Il suo lavoro pare che sia stato pensato anche come un apporto all’allargamento di una cittadinanza attiva e consapevole, ispirata ai valori dell’indulgenza e della considerazione dell’altro.
Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico?

Più che competenze logiche, credo che ogni cittadino debba semplicemente riconoscere un fatto nudo e crudo: l’altro, il diverso, siamo noi; l’altro vale ontologicamente quanto noi. Chi nega nell’altro un essere simile a noi sta semplicemente fondando le basi per una futura discriminazione. Quando si raggiunge questa consapevolezza, tutto diventa più semplice. Se si respinge la sostanziale autenticità di chi è diverso da noi, ma lo si riduce a un “meno di noi”, inferiore e infine biasimabile, ecco che il mondo si dividerà in sette contrapposte, con esiti catastrofici. Ognuno può e deve partecipare al discorso pubblico, tenendo tuttavia sempre a mente che ogni sua idea può e deve essere sottoposta a critica, e che lo studio non è secondario. Non si tratta di relativismo, ma di sano confronto su solide basi.
Se dimentichiamo quanto sia importante il dovere di istruirsi, oltre al diritto a esprimersi, rischiamo prevalga la chiacchiera, parafrasando Heidegger, che oggi è esemplificata nei dibattiti sui social. Non c’è più differenza tra opinioni alte e basse, tutti si sentono custodi di pensieri memorabili. Il risultato è la massificazione delle coscienze e il depotenziamento della vita politica reale. L’uomo è un animale sociale, deve stare nelle piazze vere e approfondire il sapere attraverso il confronto democratico.
La Filosofia può assurgere a Scienza e, come le scienze della natura, curare il linguaggio corrente e contemporaneo al fine di argomentare agonisticamente e catturare l’assenso?
La filosofia, come sostiene Wittgenstein, deve smascherare i falsi discorsi che si presentano assoluti:
è su questo terreno che fioriscono gli integralismi. Personalmente credo in una filosofia dell’emancipazione, ovvero un pensiero capace di stimolare il discorso politico, il crollo di dogmatismi e fanatismi, e che favorisca anche la liberazione interiore. Oggi la filosofia deve salvarsi dalla sterilità del discorso autoreferenziale e tornare a occuparsi delle persone. Si può catturare l’assenso per vari scopi, è essenziale che questi ultimi siano umanitari e non egoistici.
Come distaccarsi dal vicolo cieco imboccato dai mezzi di comunicazione? E quanto il connubio linguaggio e violenza ha consentito il dilagare degli estremismi ideologici?
Prima di tutto bisognerebbe avere qualcosa da comunicare. Oggi si assiste troppo spesso invece a una trasmissione di vuoti di senso, narcisistici e autoreferenziali. Non si vuole edificare nulla di costruttivo, ma si esalta la mediocrità, foriera di una apatia concettuale. Vengono erette cattedrali di stupidità con precisi scopi politici. La violenza e il linguaggio vanno di pari passo nel momento in cui quest’ultimo vuole essere definitivo, assertivo. Quando reclama esclusività di senso. Se una parola deve significare soltanto quanto espresso dal potere, ecco che la democrazia, cioè l’ermeneutica applicata al livello politico, cede il passo all’oligarchia. Auspico un mondo libertario. Oggi la tendenza è opposta, si vogliono persone asservite, depresse, chiuse in casa e con la convinzione di una imminente catastrofe a cui ci si può sottrarre solo ubbidendo al paternalismo della classe dirigente. Anche questo è un estremismo ideologico. Reputo inoltre fondamentale custodire “uno stato d’animo fecondo”. Dobbiamo proteggere il nostro sentimento di meraviglia per il mondo, anche quando ci spaventa: thaumazein dicevano i greci antichi. Ebbene, se cediamo al nichilismo totale si possono verificare due conseguenze: una chiusura integralista, fondata sulla paura, oppure una resa desolante, perché nulla ha valore. Auspico invece che l’umanità possa riconoscersi e ritrovarsi, ma serve un lavoro interiore profondissimo. Buone letture e meno sms, rapporti leali e meno ossessione per i like. Vita vera.
La neoretorica di Perelman, la logica di Toulmin, le moderne teorie dell’argomentazione, gli usi linguistici di Wittgenstein e gli atti performativi di Austin: qual può essere il modo di operare della ragione umana nella vita pratica? Quali dispositivi applicare?
Performazione vuol dire spesso persuasione, e in sé non c’è nulla di sbagliato. Dobbiamo essere vigili, tuttavia. Facilmente si può sedurre per scopi malvagi. Così un tempo un serpentello convinse due giovani ingenui a commettere il primo sacrilegio, addirittura contro loro stessi (sebbene al momento non lo compresero). Intendo dire, al di là delle battutacce, che senza un’etica condivisa, un’etica volta al benessere generale, ogni atto linguistico è sempre un rischio: parola emancipativa o dittatura del significato? L’azione performativa, denotativa, deve continuamente confrontarsi con il suo effetto dal punto di vista morale. Tra i tanti drammi della nostra società, la leggerezza nell’uso delle parole risulta fra i più drammatici perché induce all’apatia, al degrado e quindi all’immoralità. Se il linguaggio invece sposa l’umanità, l’uomo disinnesca la violenza a priori. Nel gesto poetico intravedo la via maestra per la salvezza umana. Qui la parola viene purificata, rispettata e celebrata, ed è l’opposto di quella usata dal linguaggio della tecnocrazia, un monolite per cui le persone sono dati statistici e algoritmi da spremere. La ragione umana deve avere sempre come obiettivo la salute dell’essere umano, fisica e psicologica. L’arte e la scienza sono i due “strumenti” più adatti a forgiare persone emancipate.
L’ars dicendi è capace di mutare il destino della società?
Ogni ars, se votata a celebrare la vita libera, può essere la porta segreta per accedere a una società migliore. La parola “risanata” ha un compito fondamentale, serve a osservare il mondo da più punti di vista. Oggi invece si usa e abusa della lingua, trasformando la complessità in superficialità, nascondendo le alternative non omologate. Reputo fondamentale ricordarci dell’altra faccia della medaglia: il silenzio, lo sfondo da cui la parola emerge, ci rammenta due atteggiamenti fondamentali del vivere “altro”. Prima di tutto l’ascolto. Dal silenzio può sorgere non il mutismo, non la rassegnazione ma, se ben disposti, lo splendore del mondo.
Secondo, un atteggiamento contemplativo dell’esistenza, quando non reprime la corporalità ma la educa, quando non si sviluppa da disturbi psicotici ma nasce dalla libera ricerca – conduce ad oasi di pace in grado di rendere la vita migliore e più serena. Non ci può essere rivoluzione esteriore senza aver prima raggiunto la pace interiore, non si può fondare una società più giusta se le nostre anime sono divorate dal rancore o dall’odio.
Per mutare il destino della società serve innanzi tutto raccogliersi in un sentimento d’amore.

Andrea Comincini, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica all’University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Helm-Everett Fellow presso la Indiana University. Ha pubblicato: Itinerari filosofico-letterari, Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, con prefazione di Valerio Evangelisti e con un contributo di Andrea Camilleri; Voci dalla Resistenza, una collezione di testimonianze sulla vita dei partigiani; L’anima e il mattatoio (poesie);Le ragioni di una congiura, ancora su Sacco e Vanzetti; La persuasione e la retorica di C. Michelstaedter, edizione critica.; Nefes. Piccolo trattato sull’esistenza infranta (Tangram edizioni scientifiche). Ha tradotto e curato vari testi di letteratura angloamericana (Fitzgerald, Bennett, Melville) collabora con varie riviste filosofiche e letterarie.

Canti e disincantiForme fluide della letteratura del Novecento

Dai caruggi malfamati genovesi alle asperità montane della Sardegna; da un palazzo dell’attuale corso Dogali di Genova a Firenze e Milano: è la Liguria il punto d’intersezione tra la versificazione di Montale e la musica di De Andrè?

La natia costa ligure è certamente stata sfondo di comuni suggestioni, il paesaggio marino e arido nasce da lì. Ma credo che il punto reale di intersezione sia la crisi dell’uomo e della poesia che ha investito il secolo scorso, De Andrè si discosta dalla canzonetta d’amore sanremese portando in musica i più svariati temi e, negli stessi anni, Montale porta in poesia temi non poetici, scrivendo ”sul rovescio della poesia”. Questo ricercare una fuga dalla tradizione ha portato entrambi ad indugiare su quel ponte che divide (e unisce!) le due sponde della poesia e della musica.
Le canzoni di de Andrè raccontano gli “emarginati” ed aprono paesaggi di libertà, slegati da qualsivoglia ordinamento. Montale prende subito le distanze dal fascismo, sottoscrivendo nel 1925 Manifesto degli intellettuali antifascisti.
La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Abbiamo avuto grandi maestri, certo sarebbe utile seguire i loro insegnamenti, la libertà non è mai anacronistica.
Non chiederci la parola e Coda di lupo: l’età felice è la fanciullezza, epoca d’incanti?
La fanciullezza si lega all’incanto, per questo diventa felice. È dominata dalle illusioni e dalle spinte ideali che non trovano riscontro nella realtà, quando si è piccoli e inconsapevoli è anche più semplice essere felici, lo dice lo stesso De Andrè “quando ero piccolo mi innamoravo di tutto”, il voltarsi e scoprire il nulla è la chiave: non smette di dirlo Montale, dagli ossi fino a satura. Entrambi, però, conservano la speranza di una maglia rotta nella rete: è come se l’illusione di un oltre si legasse alla consapevolezza della sua stessa inesistenza, accompagnandoli per la vita.
Montale e De Andrè applicano differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la Parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?
La parola è forse l’unico mezzo che ha una tale potenza, non a caso, è quella che per Dante ci distingue dagli animali e dalle intelligenze angeliche. L’uomo usa la parola per raccontare e per raccontarsi ma soprattutto per rendersi eterno in quel racconto, possiamo dunque dire che sia la nostra eternità in terra.
L’acqua quale elemento allusivo nei testi di Montale e De Andrè. Ci offre un suo personale ricordo legato a tale fuggevole elemento?
Questa domanda mi piace molto, sono nata e cresciuta in una zona marittima, se guardo fuori dalla finestra di casa mia vedo il mare, e potrei raccontarti di moltissimi ricordi d’infanzia che per sfondo hanno quell’acqua, dalle giornate al mare di quando ero bambina fino ai ricordi dell’adolescenza. C’è un posto, qui nel mio paese, che col tempo è diventato il mio posto del cuore, mi separa dal caos della realtà, non l’ho scoperto durante l’infanzia ma negli anni del liceo, ha un sentiero scalcinato che porta al mare. Quel mare è custode dei miei ricordi, quell’acqua si fa per me memoria.

Carmen Lega
Laureata in lettere moderne con una tesi in Letteratura Italiana Contemporanea presso l’università degli studi Federico II, e attualmente iscritta alla magistrale di Filologia Moderna, collabora alla cattedra di letteratura italiana contemporanea guidando un laboratorio di poesia e musica, all’interno del Seminario “Scritture in al transito” guidato dalla prof.ssa Silvia Acocella

Ilaria Alpi. L’altra verità

Un duplice delitto contro una giornalista ed un operatore inermi nella Somalia dei signori della guerra. Lei affronta un tema spinoso e drammatico. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose.
Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Il metodo è quello del giornalismo investigativo e dello storico. Si tratta di un approccio che non trascura nessun particolare, atti processuali, pubblicistica, interviste, incontro con i protagonisti, cercando di ascoltare tutte le campane per capire quale può essere una verità storica anche se diversa da quella processuale. Un metodo che permette, anche a distanza di anni, interessanti soperte.

In questi anni l’ipotesi più accreditata per la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è stata quella d’una imboscata su commissione, una trappola fatale congiunta al traffico di armi e di materiali radioattivi in Somalia. Lei esclude questa pista.
Per quali ragioni opta per la vendetta somala e non considera il traffico di armi e di scorie radioattive?

Semplicemente mettendo in fila gli avvenimenti. Miran e Ilaria non dovevano essere lì dove sono morti. E ci sono trovati per una serie di circostanze che li avevano portati a Nord del paese e fatti rientrare quando la Capitale somala è in pieno smantellamento. Gli eserciti si ritiravano, i giornalisti erano tutti andati via da quella zona della città. Anche sulle inchieste segrete e sulle scoperte fatte da Ilaria non c’è traccia nel racconto dei suoi colleghi. Ma io avanzo un’altra ipotesi: si è trattato comunque di un delitto su commissione. Un delitto con un mandante di cui faccio nome e cognome.

Il percorso narrativo si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense.
Si possono davvero chiudere i conti con il passato, nella fattispecie politico?

Certamente sì. Altrimenti il mondo non potrebbe andare avanti se non si mettono in soffitta i fantasmi del passato. Ma lo si può fare solo a patto che si sia una operazione verità, ci sia la voglia di andare fino in fondo con la giustizia o, quantomeno, con l’apertura di tutti i sepolcri imbiancati, con lo scoperchiamento di tutte le nefandezze e gli errori. Non per uno spirito di vendetta, ma perché la pacificazione e il progresso camminano sulle gambe della conoscenza.

“Traducendo Brecht” di Franco Fortini recita “Fra quelli dei nemici; scrivi anche il tuo nome”.
Quanto ha inteso disturbare la falsa coscienza di tutti noi mediante una narrazione così poco rassicurante e confortevole circa una pagina davvero nera della Repubblica italiana?

Certe morti interrogano tutti noi, turbano i sonni delle persone perbene e degli onesti. “Potevo fare di più?”, si interroga uno dei protagonisti di un’altra storia che ho scritto e a cui tengo moltissimo, quella di Giuseppe Di Matteo. Tutti possiamo fare di più. La divisione allora diventa tra quelli che ci provano, che si ostinano, che si mettono in gioco e ci mettono la faccia e quelli che, pur non essendo complici, si girano dall’altra parte, che scelgono il quieto vivere, la comodità dell’incoscienza. È un po’ quello che avviene ora con la guerra.

Oltre venticinque anni dopo ancora non si conosce la verità: non si sono rivelati né gli assassini né gli ipotetici mandanti.
Resterà un mistero insoluto?

No. Un duplice omicidio non si prescrive. Possono sempre arrivare rivelazioni, nuove prove, metodi scientifici che aprono scenari. Di delitti scoperti a distanza di anni ce ne sono diversi, molto dipende anche da chi si ostina a non dimenticare. Magari anche scrivendo un libro.

Pino Nazio, sociologo della Comunicazione, giornalista professionista e regista. È stato direttore di radio e tv locali, quotidiani, periodici e testate on line. Ha realizzato documentari, inchieste e spot di pubblicità sociale. Per tredici anni è stato inviato di Chi l’ha visto? I suoi servizi sono stati trasmessi da Canale 5, Italia 1, Tmc, ha firmato, come autore, programmi per Rai 1, Rai2, 3 e La7. Ha insegnato Storia della radio e della televisione alla Scuola Superiore di Metodologia dell’Informazione e del Giornalismo Televisivo e Sistema giornalistico, spazi televisivi e politica alla LUMSA. Ha pubblicato, tra l’altro, Le parole della televisione, Il manuale del giornalista televisivo e Il chi è della TV e una decina di libri del filone non-fiction novel, trasformando in chiave di romanzo storie vere: da Giuseppe Di Matteo a Emanuela Orlandi, da Serena Mollicone a Yara Gambirasio, da Aldo Moro alla Strage di Ustica.

L’ eterosessualità impensata. Quanto insegnano le minoranze

La ricerca scientifica sulle persone con un’identificazione non binaria non è neppure lontanamente paragonabile a quella che concerne le persone omosessuali.
Quali sono le ragioni sottese a tale lacuna?

E’ vero: molto in ritardo rispetto all’interesse medico per l’omosessualità ci si è mossi sulle tematiche che riguardano le identità sessuali. Forse addirittura un tema che si è preferito ignorare – o trattare in subordine – in ambito scientifico benchè la storia e la mitologia ci insegnino che il desiderio di impersonare apparenze e ruoli dell’altro sesso sono sempre esistiti. Sappiamo che a lungo la tematica trans, ad esempio, è stata inserita nei repertori medici come una patologia, ‘disforia di genere’, e solo recentemente ne è stata espunta. Da un punto di vista scientifico, ma anche del senso comune probabilmente è più difficile accettare un cambiamento di identificazione sessuale che mette in discussione tutto l’essere di una persona, la sua esistenza, la percezione di sé e le relazioni con persone e mondo. Eppure il tema esiste anche dal punto di vista della medicina chirurgica di ‘trasformazione’ dei genitali. Fino a non molto tempo fa chi desiderava farlo doveva uscire dall’Italia. Ora la legislazione è cambiata ed è possibile il cambio anagrafico anche per chi non può o non vuole procedere a questa operazione.
Potrebbe essere formulata l’ipotesi che comportamenti, in realtà, bisessuali siano stati descritti come omosessuali. Si può “rileggere” in questi termini l’estesa letteratura scientifica già presente sull’omosessualità?
Penso senz’altro di sì. Si è scelto spesso di chiamare omosessuale una serie di comportamenti e di situazioni perché questo poteva definire con una scelta apparentemente binaria, o omo o etero, alcune persone. La bisessualità crea maggiori problemi per la sua fluidità ed è difficilmente accettabile per una mentalità binaria che ancora domina il sentire comune (e anche scientifico).
Un dato incontrovertibile è la crescente sperimentazione sessuale praticata dall’eterosessualità. Quali risultanze si possono ricavare, osservando desideri, pratiche e rappresentazioni?
E’ quello che cerco di dire nel mio ultimo libro L’eterosessualità impensata: le cosiddette minoranze sessuali ci hanno insegnato anche a mettere in discussione la fortezza apparentemente invincibile dell’eterosessualità, considerata unico comportamento ‘normale’ e ‘naturale’. Questo dato ha liberato da molti stereotipi e pregiudizi e dato spazio a comportamenti meno vincolati, all’espressione di desideri che forse ci si era negati. Si sta sviluppando un mondo anche di rappresentazioni plurale, complesso in cui possono prendere posto forme dell’essere e dell’apparire, appunto, ‘impensate’.
Data l’opportunità di ampliare il concetto stesso di orientamento sessuale, quali compiti ritiene che debba affrontare il movimento LGBTIQA+?
Qui la risposta è complessa – ma lo sono anche le altre, che meriterebbero più ampia trattazione – perché la sigla rappresenta realtà tra loro molto diverse, talora divergenti per obiettivi e forme di intervento politico. Credo sia bene mantenere una sigla unitaria, ma è chiaro che ognuno porta avanti le sue lotte e priorità. In comune c’è l’aspirazione a un mondo di maggiori libertà e rispetto per le vite di persone anche molto diverse tra loro. Il che non significa avere come obiettivo l’inclusione, il termine è pericoloso e segnala una maggioranza che accetta minoranze purchè si adeguino alle norme espresse da chi è più forte, vorrei parlare piuttosto di aperture in cui l’uguaglianza rispetta stili di vita e scelte tra loro anche molto differenti.
Barbara, perché, nonostante le dichiarazioni d’“apertura”, soprattutto a seguito di dolorosi fatti di cronaca, la morale sessuale è uno degli aspetti in cui la nostra civiltà è progredita di meno negli ultimi 4000 anni?
Forse potrei dare una risposta simile a quanto detto in precedenza ma con qualche elemento in più. Toccare i temi della sessualità significa interrogare nel profondo le soggettività ed è quindi sempre un’operazione delicata e che crea opposizione. Inoltre la sessualità è sempre stata lo sfondo di molte lotte di potere, degli uomini sulle donne, del potere politico e religioso sulle vite delle persone: Foucault ci ha svelato molto su questo tema. Ora che alcune libertà sono state conquistate si vede come le reazioni sono forti e talvolta violente, collettive o individuali, dall’invenzione della teoria del gender fino alle percosse o alle uccisioni o ai fenomeni di bullismo tra giovanissimi. Tutto questo dimostra che la materia è ancora fonte di forti oppositività e che le conquiste (parziali) che sono state fatte costano ancora fatiche e sofferenze. Ricordo di aver letto recentemente una frase molto significativa: si sono fatti in questo campo più passi aventi negli ultimi decenni che in quattromila anni. Ma sappiamo che ancora non basta.

Barbara Mapelli da molti anni si occupa di educazione, formazione e cultura, con particolare attenzione alle culture di genere. Su questi temi ha pubblicato volumi e contributi in testi collettivi. Già componente del Comitato pari opportunità del Ministero Pubblica Istruzione e consulente presso il Ministero Pari Opportunità, ha insegnato Pedagogia delle differenze di genere, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Milano Bicocca. Tra le ultime pubblicazioni: Uomini in educazione (con Stefania Ulivieri, 2013); Infiniti amori (con Alessio Miceli, Roma 2014); Galateo per donne e uomini (Milano, 2014); L’androgino tra noi (a cura di, Roma 2016).

Da qui all’Eternit. Il romanzo sull’amianto a Casale Monferrato

Lei ha asserito: “Per dirla alla Enzo Jannacci mi sono sentito come un canotto masticato da un doberman, perché la vicenda Eternit, emersa a distanza di oltre quarant’anni, mi ha dolorosamente coinvolto.” In qual misura è stato coinvolto dalla tragedia della “pietra artificiale”?
Ho vissuto a Casale Monferrato per quattro anni, gli anni dell’adolescenza. Erano gli anni 70.
Il primo impatto con la città mi è rimasto dentro per due motivi. La grande caserma militare che raccoglieva giovani da ogni parte d’Italia per il CAR, tanto che nel loro linguaggio Casale Monferrato era diventata Casale M’han fregato. Poi… la Eternit, la più grande fabbrica produttrice di amianto in Europa.
Io ho ancora davanti agli occhi quei lavoratori, quelle tute blu impolverate dopo i turni di lavoro. Ho conosciuto anche alcuni di loro. Portati via dalla polvere malefica, quelle che negli anni ti colpisce nel tuo centro vitale: il respiro. E anche diversi amici che non hanno mai lavorato in fabbrica.
Ho iniziato a scrivere una serie di articoli sul Web Magazine Carmilla on line e da lì, poi, è nata la stesura di questo romanzo.
Un percorso doloroso, necessario. I libri si sa sono dentro all’autore ancor prima di essere scritti e continuano ad abitarci ossessivamente. Ad un certo punto questo libro ha preso forma perché la sua complessità stava proprio nel raccontare il passato dentro il presente.
Non ho voluto raccontare la fabbrica se non in qualche testimonianza di vecchi lavoratori. La fabbrica lasciamola raccontare a chi l’ha vissuta davvero, a chi ha lavorato in produzione.

Lei affronta il tema spinoso e drammatico dell’amianto. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
L’attenzione per l’ambiente che è sempre stato trascurato dalla nostra politica ha avuto grandissime attenzioni in letteratura anche se è passato inosservato. Scrissi un articolo per Carmilla on line che riguardava l’Acna di Cengio, un ex dinamificio trasformato poi nel dopoguerra in azienda per la produzione di coloranti.
Autori come Augusto Monti e Beppe Fenoglio nelle loro opere raccontarono la fabbrica e i danni che provocava.
La letteratura, quando mette in gioco argomenti che hanno un impatto sociale forte, soprattutto quando cerca anche con l’invenzione un rapporto con la realtà, ha bisogno di documentazione e quindi di ricerca.
Questo per dire che il mio approccio al testo è caratterizzato da un metodo, quello della ricerca documentaria e testuale che definisce il mio approccio con la narrazione.
Tengo a precisare che non sarebbe servito raccontare la storia di una fabbrica di cui si è tanto scritto e in campo medico e scientifico prodotto dati, statistiche, documentazioni.
Mi sono servito, però, di tutto questo per raccontare un dramma attraverso i personaggi della mia storia.

A Casale Monferrato lo stabilimento Eternit disperdeva la polvere di amianto nell’ambiente circostante. Avendo la malattia un periodo d’incubazione di circa trenta anni, coloro i quali risiedevano nelle zone intorno alla fabbrica negli anni ’80 corrono tutt’oggi rischi per la salute. Ebbene, quali sono le azioni messe in campo dalle istituzioni?
C’è una grande letteratura che guarda con attenzione il mondo della fabbrica e verso il mondo del lavoro. Penso ad autori come Paolo Volponi e Ottiero Ottieri. Una letteratura rivolta più all’attenzione della fabbrica che ai lavoratori. Io, senza ambizione perché non esiste un accostamento verso questi grandissimi autori, ho voluto partire dal basso e raccontare un po’ il disagio dei lavoratori nel mondo in cui sono scaraventati e ho voluto raccontare un dolore attraverso i miei personaggi. Ho immaginato il percorso di un dramma, un dramma che avesse il dolore, perché è di dolore che stiamo parlando.
C’è la fabbrica alla radice di questo dramma, una fabbrica che aveva portato il benessere a tante famiglie, che aveva messo sul mercato il materiale del futuro, quello che avrebbe contribuito a cambiare il mondo, in cui molti avevano creduto.

Lei ha citato Giulio Alfredo Maccaccaro, il quale ha dichiarato “La vita dell’uomo va difesa non soltanto dai danni, ma anche dai rischi, va riparata dai colpi ma anche dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia e di morte.” Qual è lo status dei lavoratori circa la sicurezza?
Giulio Alfredo Maccaccaro è un grande riferimento perché si occupò di metodi della statistica applicata alla medicina e alla ricerca delle cause ambientali e lavorative delle malattie pure. “L’uomo va, sempre e comunque, difeso e l’onere delle prove sta tutto e sempre nelle cose, soprattutto su chi le produce e le immette nell’uso umano, nell’ambiente di vita e in particolare del lavoro. La vita dell’uomo va difesa non soltanto dai danni, ma anche dai rischi, va riparata dai colpi ma anche dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia e di morte.”
C’è una letteratura in Italia che parla della fabbrica, del mondo del lavoro, del precariato, che guarda questo mondo dal basso e quanto ha detto Maccaccaro si presenta come un buon viatico.

Come si coniugano gli interessi di capitale, lavoro ed ambiente oggi?
Il caso Eternit parla da solo. Il mondo del lavoro ci presenta dei conti drammatici ogni anno. Vite spezzate, perse. Non diamo la colpa al fato, al destino. Dobbiamo considerare diversi fattori. C’è una carenza in chi dovrebbe mettere sul campo azioni concrete per affrontare queste emergenze. La letteratura non può farlo anche se le parole fanno più male delle pietre. Ma stia ben in guardia: non lasciamo scivolare via dalle nostre coscienze le vittime di queste morti silenziose.

Giorgio Bona si è laureato in Lettere Moderne a Genova e lavora nella Pubblica Amministrazione occupandosi di formazione professionale e politiche del lavoro.
Il suo esordio avviene nel 1992 con il libro di poesie Newton, presso l’Editore Campanotto. Traduttore dall’inglese e dal russo, l’autore nel frattempo lavora ad alcune traduzioni di poeti come Laurie Lee e Michael Hamburger, e di Fiabe dai Balcani a Vladivostock. Dieci anni più tardi, nel 2002, la sua nuova raccolta poetica Omaggio il tempo, per Lietocollelibri, è finalista al premio Lorenzo Montano.
Nel 2003 G. Bona inizia la sua avventura narrativa, ed esce per Besa la sua raccolta di racconti Ciao, Trotzkij. Da quel momento i suoi racconti saranno presenti in numerose antologie. Tra queste: Bad Prisma (Mondatori, 2009), Bersagli innocenti (Flaccovio, 2010), Storie di martini, ruffiani e giocatori (Caratteri Mobili, 2012).
Nel 2012 il suo romanzo Sangue di tutti noi uscito per Scritturapura Edizioni sta facendo parecchio discutere perché narra dell’omicidio di Mario Acquaviva, il dissidente comunista ucciso dopo la Liberazione.

Bicchieri di cristallo

Bicchieri di cristallo: come e quando ha preso vita e quali sono stati gli umori che ne hanno accompagnato la stesura?

Una breve premessa: ho sempre amato i versi poetici grazie alla peculiare intensità e alla potente capacità espressiva che regalano. La poesia riesce ad accogliere anche in pochi versi i differenti e contrastanti stati d’animo pellegrini nella nostra interiorità. La stesura di Bicchieri di cristallo ha preso vita nel momento in cui, chiusa in un angolino del mio studio – anche del mio cuore – vivevo una situazione difficile e complessa legata ad esperienze di vita a me sconosciute o, meglio, vissute per interposta persona. La mia fragilità, a me tanto estranea, è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Però ho dovuto fidarmi ed affidarmi. Ad altre persone, ad una energia superiore, alla mia miglior parte di ottimismo e di razionalità. Senza veli e senza inganni, senza pensare alla mia tristezza e al mio malessere, senza sconforto e senza piagnistei: non potevo permettermelo. Però poi, in quell’angolino del mio cuore qualcosa andava a rifugiarsi. Pensieri, musica, parole, versi…carezze per l’anima, ma appena dopo quel momento è arrivata la pandemia.

Il Covid-19, la peculiarità del periodo che si sta vivendo; lo scontro con la tristezza, la depressione, ma anche la conseguente rinascita.
Lei propone una riflessione sul senso della scrittura come resistenza in questo incerto presente?

Certamente la scrittura offre un percorso di grande robustezza caratteriale e anche la soggettività ne esce rinvigorita. Proprio in momenti come questi – la pandemia ci ha indebolito in tutti i sensi – si avvicendano e si sono avvicendati, nell’animo di ognuno, tali e tanti sentimenti che il cercare di esprimerli attraverso le parole diventa una sorta di catarsi, una specie di affrancamento da un peso. In questo, in tutto questo, l’uso della nostra lingua, è di fondamentale importanza. Voltaire parlava, a tal proposito, della bella lingua italiana figlia primogenita del latino. Tutt’oggi considerata la lingua universale della musica, l’italiano viene studiato da artisti e musicisti di tutto il mondo attraverso corsi di dizione, libretto e italiano per musicisti, e viene perfezionata con corsi di lingua ad hoc per proseguire i propri studi presso Accademie, Conservatori e Istituti superiori di studi musicali. Chiediamoci perché…

Non c’è vita /Strade deserte / Sembra un incubo: lo è.
Lei sue poesie squarciano l’anima.
Può definire le peculiarità del senso di vuoto ed i modi più frequenti in cui si tenta di colmarlo nella scansione del proprio percorso umano ed esistenziale?

Il senso di vuoto ha a che vedere con la solitudine, con la tristezza, con la mancanza di significato nella nostra vita. E sono le sensazioni che tutta l’umanità ha provato dal primo momento in cui sono state pronunciate le parole pandemia, virus, covid19, chiusura.
Ma c’è un’altra forma di vuoto, quella offerta dalla società odierna. Nietzsche la definiva Nichilismo, ossia manca il fine, manca la risposta al “perché?”. I valori supremi hanno perso ogni valore. Si tenta di reagire ma molte volte ciò avviene in modo erroneo e fallace e questo ci fa sprofondare ancor di più. Bicchieri di cristallo siamo noi esseri umani fragili e indifesi nel momento in cui scopriamo e (riscopriamo) di essere alla mercé di nemici che possono essere anche invisibili.
La natura, con tutta la sua bellezza, anche se continuamente violentata e deturpata, ci offre ancora un rifugio certo. L’arte, la poesia, la musica, i colori, tutto diventa appiglio sicuro.
Anche l’amore, vorrei aggiungere.

La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

La versificazione rispecchia un modo di essere che vede nell’essenzialità delle parole la propria chiave di lettura. Ma senza alcun intento comunicativo, sono pensieri che risuonano e si amplificano attraverso la penna.
Riflettono, le parole, unicamente la consapevolezza di essere totalmente impotenti di fronte a situazioni inaspettate e improvvise. Ma liberi. Sono temi giustapposti, tessere di un mosaico che potrebbe anche non avere senso. Dipende dal lettore: egli capirà quel che vuole capire. La versificazione è disorganica: ogni lettore possiede la propria chiave di lettura ed ognuno trarrà una propria considerazione, oppure il nulla. La solitudine è una componente intrinseca per gli esseri viventi proprio perché ogni creatura è diversa dalle altre e compie un cammino assolutamente diseguale. Gli esseri viventi sono liberi, non numeri classificati e schedati in un registro secondo sistemi preorganizzati e dunque, da questo punto di vista, il verso, la parola, le sue cadenze, le pause tendono ad evocare questo tipo di pensiero.
Lei è una musicista. Può indicare le affinità tra Musica e Poesia?
In parte ho già accennato prima alla musicalità della nostra lingua. E vorrei ora precisare che le parole scritte o anche declamate sono parole che, attraverso il ritmo, gli accenti, le cadenze, la fonetica, e tutte le peculiarità della nostra bellissima lingua – l’italiano – vengono trasformate in una danza, in un canto, intrinseci, connaturati. Sono parole che così diventano musica. Non importa se sia musica in minore o in maggiore: la cosa più importante è quella sorta di rigenerazione spirituale e meditativa svelata grazie alla musicalità. Il grande Wolfgang Amadeus Mozart diceva che la vera musica non è nelle note ma nel silenzio fra loro. E sulla stregua di queste parole il poeta Paul Claudel: la poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta.
Possano il silenzio e gli spazi bianchi fra una parola e l’altra ispirare sentimenti di armonia e di bellezza.

Adriana Sabato, giornalista. Dopo il liceo classico si è laureata in DAMS Musica all’Università degli Studi di Bologna. Dal 1995 al 2014 ha scritto su La Provincia cosentina e il Quotidiano della Calabria. Gestisce il blog Non solo Belvedere. Ha pubblicato nel mese di marzo 2015 il saggio La musicalità della Divina Commedia, nel 2016 Tre racconti e nel 2017 il saggio Nuove frontiere percettive nel pianoforte di Chopin.