Polvere e cenere

“Polvere e cenere” ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
La ricerca storica è stata, per me, la fase più coinvolgente nella stesura del romanzo. Dopo aver abbozzato la trama, ho deciso di inserire gli eventi in un contesto il più possibile verosimile. Ad esempio, si parla di una rappresentazione della “Bohème” a Londra: lo spettacolo è andato davvero in scena nel giorno e nel teatro che sono descritti. Il metodo che ho adottato, e che mi è più congeniale, è stato di avere una padronanza il più possibile completa del periodo storico di riferimento, iniziando con ricerche su libri e archivi online, prendendo appunti. Studiando sono poi arrivate ulteriori idee per arricchire la trama e costruire meglio i personaggi. Inoltre, ho passato parecchio tempo ai Metropolitan Archives di Londra, dove ho potuto consultare documenti originali, mappe e altro materiale. Costruire una scenografia il più possibile accurata è stato indispensabile, anche perché Londra è una dei protagonisti principali.
Gloria vive nell’Ottocento in modo spregiudicato e consapevole. “Spingersi oltre i propri limiti e scardinare le proprie convinzioni, a dispetto di tutto, era ciò che la sua natura meglio rispecchiava” Quali sono le peculiarità che la rendono contemporanea?
Gloria è un personaggio abbastanza sopra le righe per la sua epoca, tuttavia non così atipico. Studiando la società tardo-vittoriana, ho trovato infatti molte somiglianze con la nostra epoca, sia nella spinta all’innovazione sia nelle criticità sociali e politiche. È una donna che, da sempre, si è trovata a badare a sé stessa, facendo scelte complesse, affrontando rinunce, costruendo una professione, gestendo la propria indipendenza economica, tutti aspetti molto difficili per le donne dell’epoca e, mi viene da dire, ancora oggi oggetto di rivendicazioni. Credo che la narrazione delle donne di ogni tempo, anche nella contemporaneità, abbia dei tratti comuni: uno di questi è senza dubbio il legittimo bisogno di affrancarsi da uno stato di subordinazione, vivere appieno la propria vita, per quanto ciò comporti difficoltà e sofferenze.
Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
L’elemento della memoria è essenziale, nel romanzo così come nella vita di ogni giorno. Per me è naturale scrivere racconti di ambientazione storica, mi trovo a mio agio con il passato nella misura in cui mi aiuta a mettere ordine nel caos del presente. Per usare un’immagine che amo molto, direi che non ho paura dei fantasmi, anzi: mi trovo a mio agio con loro, hanno molto da dire e, spesso, dei consigli da non sottovalutare. Per quanto riguarda il chiudere i conti col passato, non vedo le nostre vite come suddivise in compartimenti stagni. Credo che ogni decisione presa, che porti poi a soddisfazioni o rimpianti, sia stata dettata da emozioni e influenze che ci hanno portato ad agire in un determinato modo, questo non si può cambiare. Sono però davvero convinta che il passato ci dia una grande possibilità: quella di migliorare, di non commettere gli stessi errori, di lasciare andare ciò che ci fa stare male. Ci dà anche una grande speranza: che la felicità, spesso, è accanto a noi e dobbiamo riuscire a vederla, raccogliere le forze e lottare, se necessario, per lei.
Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: questi sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo, tuttavia, indossa una veste storica. Ebbene, in che misura diverge dal genere codificato?
Ci sono esempi stupendi di giallo storico, mi vengono in mente, ad esempio, Caleb Carr con “L’alienista” oppure la stessa Agatha Christie, con lo spesso trascurato “C’era una volta”, per non parlare di una pietra miliare del genere, “Il nome della Rosa” di Umberto Eco. Ho immaginato “Polvere e cenere” quando ero un’adolescente e l’ho ripresa alcuni anni fa, trovandomi quasi spiazzata per la presenza di tutti gli elementi appena citati, ma non credosi possa definire un giallo nel senso stretto del termine. Forse è un racconto d’avventura con venature noir, soprattutto per le sfumature nei caratteri dei protagonisti, che prendono decisioni spesso opportuniste, trovandosi ad abbracciare il male in luogo del bene. Il giallo, come si diceva giustamente, ha delle regole ben codificate e credo che l’ambientazione storica presenti molti aspetti interessanti, uno su tutti quello di consentire a chi scrive di dare uno sguardo inedito a ciò che vuole raccontare, magari inserendo dei parallelismi con l’attualità.
Londra è da sempre una città caleidoscopio, multiple, imprevedibile, variabile.
Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a sceglierla come ambiente che “accoglieva nel suo ventre universi tanto dissimili, uniti nel nome di una speranza più forte della povertà e persino della morte”?

Londra è proprio così e, come accennavo, è forse la protagonista principale del romanzo. L’ho scelta proprio perché, in origine, il mio desiderio era di scrivere una storia ambientata tra le sue strade. Anzi, l’intero racconto nasce proprio prendendo ispirazione da una vecchia cartina della città, pubblicata negli anni in cui è ambientato il libro. In particolare, quando si parla della Londra vittoriana, spesso si generalizza, pensando da un lato alle atmosfere orrorifiche dei quartieri poveri, dall’altro al perbenismo e alle luci degli ambienti nobili. Ciò che ho scoperto, approfondendo gli studi, è una città con somiglianze incredibili con il nostro mondo: mi ha colpito, ad esempio, l’estrema attenzione alla questione ambientale, con la progettazione di parchi, lo spostamento di fabbriche dal centro cittadino per ridurre le emissioni delle ciminiere, il potenziamento della rete fognaria e molti, molti altri interventi. Inoltre, la presenza della tecnologia inizia a farsi sentire, mi vengono in mente il telegrafo e i raggi X, oppure i movimenti politici progressisti, in grado di unire donne, operai, classe media. Londra è diventata una sorta di specchio del mondo, sono rimasta affascinata dalla tenacia di quanti combattevano, e combattono tuttora, per renderlo un posto migliore.

Samantha Colombo ha studiato etnomusicologia e lavora tra editoria, musica e comunicazione. È appassionata di letteratura inglese e americana, espressionismo tedesco e avanguardie russe. Ha scritto racconti in numerose antologie collettive. “Polvere e cenere” è il suo primo romanzo.

Rosa d’Oriente

Luoghi esotici, schiavitù, corruzione e manipolazione si intrecciano in un intrico di passioni, desideri, ambizioni inseguite a qualsiasi costo. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia, etnografia e filosofia delle religioni.
Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Il mio non è un saggio di storia o di costume: è un romanzo, un’opera di “invenzione”, di “finzione letteraria”. Non sono sicuro che contenga tutti gli squisiti ingredienti e nessi che Lei indica. Non è detto che un autore ne sia del tutto cosciente, ed è caso mai compito del critico rilevarne la presenza. Come scriveva l’immenso Isaac B. Singer, “Dio è un romanziere, e il suo romanzo è il mondo”. Lasciava intendere: “Il romanziere è un dio, e il mondo che egli crea è il romanzo”. Io sono un romanziere, non un saggista. Invento mondi paralleli con i miei romanzi e cerco di documentarli al meglio che posso. La documentazione dev’essere il più possibile accurata, ma non deve soffocare l’invenzione.
Sfogliando Rosa d’Oriente, ci si imbatte in un romanzo storico, di formazione ed, al contempo, in un thriller.
E’ una contaminatio generis casuale o ha desiderato imprimere un nuovo corso alla narrativa?

Mio Dio, ho davvero fatto tutto questo? Temo di no. L’ambiente storico c’è, per forza, ed è preciso (spero), ma dentro di esso chi “si forma”? Rosa? Secondo me la divinità del suo popolo, gli hatti, cui è consacrata l’ha fatta nascere già “formata”, come del resto i suoi compagni di avventura. Più che di “thriller” parlerei quindi appunto di “avventura”. Non è una distinzione da poco.
Dal 47 a.C. all’anno 1 della nostra Era: quali fonti ha adoperato e quali sono stati i criteri di scelta?
Gli indispensabili testi sulla Storia della transizione di Roma dalla repubblica all’impero. A partire da quelli, preziosi, di Ronald Symes, grande divulgatore, e giù giù a quanto si può trovare su Cleopatra (e Alessandria), Augusto e Marco Antonio. E su Mecenate e Cicerone, naturalmente. Più la componente fondamentale del romanzo, gli hatti (e gli ittiti) di Ekrem Akurgal e allievi, più tutti gli etruschi possibili (persino visti dalla cultura turca, che ipotizza siano eredi degli ittiti: la faccio pensare così anche all’etrusco Mecenate che ascolta il suo cantore. Più la civiltà romana nei suoi vari aspetti: cultura, guerra, trasporti, donne, abitazioni, medicina, editoria, cucina (Apicio, naturalmente), gladiatori. Più, ovviamente, le fonti: Plutarco, Appiano, Virgilio, Orazio, le lettere di Cicerone, in particolare quelle ad Attico. Ma è soltanto un elenco a memoria, molto parziale. Completo sarebbe interminabile.
Eroiche imprese, annientamenti clamorosi e conquiste insanguinate, tra orditi, frodi e predizioni. Quali riflessi possiede il mondo antico sull’oggi?
Niente di veramente nuovo sotto il sole. Si nasce, ci si batte, si è sbatacchiati qua e là, si va in un Altro Dove sperando di lasciare un ricordo.

Nel suo romanzo, ambientato tra Roma, Filippi, Tarso, Alessandria d’Egitto, Azio e arricchito da una storia d’amore travagliata, è possibile ravvisare un momento catartico, purificatorio, volto a mondare il corpo e l’anima da ogni contaminazione?
Non con così forte intensità, ma probabilmente nella vicenda dello hatti che abbandona la brillante carriera militare agli ordini di Antonio per tornare al suo vero amore: il popolo al cui servizio l’hanno destinato gli dei. È il personaggio che amo di più. Anche nel finale di Rosa, forse.

Mario Biondi è nato nel 1939 a Milano, dove vive. Laureatosi in economia politica presso l’Università Bocconi di Milano, ha lavorato dapprima nell’industria e successivamente nell’editoria, come direttore dell’ufficio stampa e poi consulente a tutto campo. Si è inoltre da sempre occupato attivamente di narrativa angloamericana, sia come recensore per i più importanti quotidiani e periodici italiani, sia soprattutto come traduttore, firmando le traduzioni di opere, tra gli altri, di James Joyce, Bernard Malamud, Ann Tyler, John Updike, Irvine Welsh, Edith Wharton, nonché dei Premi Nobel Isaac B. Singer, William Golding, Wole Soyinka e Orhan Pamuk.
Nel 1973 ha pubblicato un volume di poesie, Per rompere qualcosa; altre poesie sono apparse sull’Almanacco dello Specchio Mondadori 1976 e in varie pubblicazioni letterarie o antologiche. Nel 1985 ha vinto il premio Campiello con Gli occhi di una donna (Longanesi). Tra i suoi molti titoli ricordiamo: Il cielo della mezzaluna (Longanesi, 1982), Un amore innocente (Rizzoli, 1988) e Crudele amore (Rizzoli, 1990).

L’illusione del melograno

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
La memoria, in particolar modo nei romanzi in cui si indaga negli aspetti più torbidi dell’animo umano, è un elemento fondamentale, asse portante del comportamento dei veri personaggi, che spesso agiscono in base alle esperienze pregresse, che siano positive o meno. I conti con il passato non si chiudono mai, c’è sempre qualcosa che ritorna anche quando pensiamo sia tutto finito. È la natura umana del resto, soprattutto quella dei più fragili: volgiamo lo sguardo avanti ma la mente ed il cuore rimangono sempre un po’ negli anni persi, per varie ragioni.
Il suo romanzo narra di Tancredi e sua madre, agli antipodi tuttavia legati da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia.

Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
La famiglia è il luogo in cui non scegli di abitare, ma quello che ti viene posto in dote, da questa casualità possono nascere divergenze (o convergenze) che inevitabilmente segnano la tua esistenza ed il tuo cammino. Essendo appunto persone con le quali spesso si convive a lungo tutto è amplificato ai massimi livelli, ed il sangue in comune porta inevitabilmente ad una sorta si legame speciale.
Tancredi vive come un animale in cattività, inconsapevole della propria natura. Quanto coraggio occorre per saltare dal trampolino ed aprirsi ad una vita piena in cui far emergere con forza il proprio talento?
Mi viene in mente il titolo di un disco del mio gruppo, i Noir Col: La teoria del primo passo. Ebbene, ogni passo che facciamo verso le nostre scelte è una rottura inevitabile con il vissuto che fino a quel momento abbiamo avuto. C’è chi nasce con questo coraggio e riesce a sfruttarlo, c’è invece chi come Tancredi ha bisogno di una “spinta” causata da fattori esterni, che in questo caso non faranno altro che infondegli la fiducia giusta.
Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?
Generalmente faccio solo un tipo di distinzione nel mondo del romanzo: bello o brutto. Penso che nel caso di questa storia ho affrontato un tema che mi è caro, ovvero l’indagare sugli aspetti più neri dell’animo umano, il nostro personale “dark side of the moon”. In generale poi le storie ambientate nei piccoli borghi sono sempre in un certo qual modo intrise da segreti, misteri e verità che diventano menzogna (e viceversa). È l’animo umano ad essere così tremendamente complicato, per fortuna di chi deve scriverne.
Lei è uno storico dell’arte, scrittore, cantante e autore della band Noir Col. Quanto ha riversato nella sua scrittura della sua eclettica vita professionale e spirituale?
Direi che tutto confluisce in un unico contenitore. Gli studi universitari mi hanno infuso il metodo giusto e la pazienza che occorre per orchestrare un’opera complessa come un romanzo, mentre la musica mi ha regalato il senso della fluidità nello scrivere (cosa che non per tutti è un pregio). In generale direi che la scrittura è una perfetta sintesi di quel che è stato il mio percorso di studi, che ha modellato anche la forma dei miei sogni.

Marcostefano Gallo, ha conseguito una Laurea Specialistica in Storia dell’Arte
Pubblicazioni letterarie:
“L’arte di uccidere” Calabria Letteraria Editrice (2007)
“L’infinito per me” CSA Editrice (2008)
“La vendetta ha il mio stesso nome” CSA Editrice (2009)
“Circo Dovrosky” Ferrari Editore (2016)
“La fragilità dei Palindromi” Ferrari Editore (2018)
“Lo strano caso del Rêverie” Scatole Parlanti (2020)
“L’illusione del melograno” Pellegrini (2021)

The Kardashians. Mitografia del contemporaneo

Sei protagoniste: Kim, Kourtney, Khloé, Kendall, Kylie e la madre Kris ed oltre un miliardo di followers nel mondo su piattaforme social quali Instagram, Facebook, Twitter. Si è al cospetto di numeri da movimento religioso ad espansione planetaria.

Chi sono le Kardashians?

Molto semplicemente, sono il fenomeno mediatico-visivo più efficace e pervasivo della contemporaneità. Ciò vale a livello numerico (ormai oltre un miliardo e mezzo di follower complessivi) sia a livello immaginario, incarnando a tutti gli effetti il modello rappresentativo mondiale di quest’inizio di era digitale

Lei non ha redatto una biografia bensì un testo teorico, compiendo, pertanto, un’impresa del pensiero.

Quale scopo si è prefisso?

Si tratta di un normale impresa di riflessione: la contemporaneità, proprio per la sua completa prossimità al proprio contesto di vita, tende a essere soggetta a un’assiologia preconcetta, che non sempre permette di comprendere l’effettiva portata dei fenomeni in gioco.

Il libro prova quindi a fare una sorte di lettura in controluce, provando a lasciare trasparire quale siano le implicazioni, al di là dell’apparenza, che motivano le ragioni di successo così incredibile.

Leggendo il suo saggio, tra le altre affermazioni, emerge: “L’assunto di fondo del processo del rendere-pubblico è dunque quello di creare un pubblico, una platea di persone pronte ad accogliere la novità di sapere proposta”.

Si è di fronte ad una nuova concezione di “pubblico”?

Più che un nuovo pubblico, è un pubblico nuovo. La novità sta nella modalità di costruzione: la pubblicità sorta non per un processo, un movimento di interessa collettivo o sociale, bensì si origina nel rapporto diretto da un corpo che mostra se stesso e la generazione d’interesse del singolo rispetto a tale mostrarsi. Tale rapporto, sin da subito, è moltiplicato e replicato (potenzialmente) all’infinito. Il pubblico che ne deriva si costruisce intorno a un’asse informativo privato che diventa condiviso, in quanto pubblicato.

Le Kardashians un modello di imprenditoria femminile in cui le figure maschili sono marginali.

Può definire ciò che indica come “neo-matriarcato”?

Innanzitutto, per una questa fattuale: le protagoniste di questo mondo rappresentativo sono tutte donne. Le figure maschili sono marginalizzate. La donna è al centro di ogni costruzione simbolica. In particolare, c’è una centralità della dimensione corporale femminile, connessa alla capacità procreativa, che richiama in una sorta di corto-circuito storico un primato matriarcale di natura proto-storica.

Il fenomeno Kardashians detta le regole di ciò che lei definisce “neocapitalismo digitale”?

Il rapporto in questo caso è tra l’evaporazione corporale propria dell’era digitale alla quale si contrappone, paradossalmente, la centralità corporale della rappresentazione.

In questo gioco contrappositivo il corpo continua a essere il centro creativo di ogni significativa rappresentativa e il cuore di ogni processo di produzione, nonché di consumo.

Salvatore Patriarca, giornalista, filosofo, imprenditore. Laureato in filosofia all’Università “La Sapienza”, nel 2004 ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia delle religioni presso la stessa università e nel 2008 un master in comunicazione a Roma-Tor Vergata. È autore di vari volumi, tra cui ricordiamo il saggio Dall’assoluto alla realtà (Mimesis, 2006) e la raccolta di poesie Nostalgia d’oriente (Albalibri, 2006). Ha curato il volume di V. Flusser, Immagini (Fazi Editore 2009).

Parla come ami. L’infallibile potere delle parole

Aderire con il cuore e la mente a una visione che oltrepassi la materialità”

E’ questa la chiave per giungere ad una piena coscienza di sé?

Non esiste una sola chiave, ognuno di noi può decidere di scovare chiavi che, passo dopo passo, portino a una visione sempre più consapevole. Non fermarsi al piano materiale, tangibile, fisico è un requisito essenziale per rendersi conto di ciò che realmente si è, ma anche usare la mente e il cuore all’unisono: viviamo in un contesto che privilegia la razionalità e il pensiero, considerando il sentire (e le emozioni) prodotti meno rilevanti e un filino pericolosi. La realtà è diversa: sentire, cioè percepire e provare emozioni, ha un’importanza almeno pari rispetto all’uso delle aree razionali del cervello, e contribuisce moltissimo spingerci nella dimensione più completa della consapevolezza.

«Quelle parole mi hanno fatto bene, non so perché ma mi sono sentito subito meglio.» «Ciò che hai detto mi ha fatto male, lo ricorderò per tutta la vita.»

Le parole travalicano il mero elemento comunicativo?

Le parole sono elementi energetici che possiedono un potere creativo o distruttivo. Possiamo considerarle pacchetti di energia che raggiungono destinatari rilasciando vibrazioni multi-livello e, di conseguenza, creando cambiamenti: il contenuto è importante, ma ugualmente importanti sono il tono e l’ispirazione con cui le parole sono emesse. Le parole ispirate, per esempio, arrivano da aree del corpo che associano in modo coerente mente e cuore e ottengono effetti molto più profondi rispetto al semplice contenuto. Come elementi di cura, le parole sono complete cioè non necessitano di altri rimedi: se diventassimo consapevoli di questo potremmo fare tantissimo per elevare il livello di salute, armonia e ricchezza nel mondo. Le parole che distruggono sono spesso inconsapevoli, buttate fuori senza badare a quanto siano potenti: potrebbero essere riconvertite in parole costruttive la cui vibrazione d’amore sappia guarire in modo ampio e duraturo.

La mimica di un volto, il tono di un’esclamazione involontaria, il colorito della pelle, il ritmo nel respiro di chi parla possono regalare o togliere energia a chi ci ascolta?

Certo, è utile restare presenti quando si parla. I cosiddetti aspetti metaverbale e paraverbale entrano a fare parte della comunicazione, in pieno. In studio o nelle sessioni in remoto sono consapevole che i sensi dei pazienti siano accesi e vogliano cogliere non solo ciò che dico, ma come lo dico: vale anche per me quando ascolto e colgo molto al di là del semplice contenuto. E l’energia risponde: ci sentiamo più o meno carichi, positivi, sani, respiriamo meglio o peggio in base a ciò che abbiamo percepito in termini di tono, sguardo, emotività, esitazione, fluttuazioni vocali. Le parole entrano in noi e istantaneamente di scatenano reazioni chimiche, ormonali: è inevitabile che accada, rispondiamo in modo fisico a ciò che riceviamo e l’effetto riguarda rapidamente tutto il corpo.

Dottoressa, lei è consulente all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. Guardando la sua personale esperienza, quanto è tangibile il potere delle parole?

Il potere delle parole è meraviglioso e micidiale insieme: con le parole e i toni, con gli sguardi si può togliere o rinforzare la speranza, si può influenzare negativamente o positivamente l’adesione dei pazienti alle cure, si può implicitamente suggerire che una diagnosi di malattia sia una condanna senza appello oppure apra a molte possibilità di terapia. Da consulente in alcuni centri medici ho visto pazienti rinunciare a priori ad affrontare una cura solo per le parole e il tono usati nel colloquio specialistico.

Lei reputa che il potere delle parole d’amore sia infallibile ma esse possono altresì costituire un veleno a rilascio graduale. Ebbene, qual è l’antidoto?

Diventare consapevoli e presenti a se stessi, in una parola: risvegliarsi. Nella maggioranza delle ore di una giornata si vive addormentati, si funziona come automi caricati a molla e si seguono idee vaghe perlopiù appartenenti ad altri: risvegliarsi porta a vedere sul serio, sentire, rendersi conto. Siamo gli artefici della nostra esistenza, anche nelle parti buie: le parole sono il mezzo e lo strumento che usiamo per creare noi stessi e il mondo che percepiamo, ma non ce ne rendiamo conto. L’antidoto a ogni danno creato dal vivere senza consapevolezza è fermarsi, respirare e prestare vera attenzione a ciò che si sta facendo, dicendo, vivendo. Qui, adesso.

Maria Giovanna Luini è laureata in medicina, ha due specializzazioni e un master universitario in ambito medico e sta perfezionando la specializzazione in Psicoterapia Psicosomatica al Centro Riza di Milano. Dal 1994 è anche consulente all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) a Milano, dove è stata assistente medico personale di Umberto Veronesi alla Direzione Scientifica e con lui ha scritto alcuni libri. Si occupa di medicina psicosomatica e di approcci terapeutici non convenzionali, tiene sessioni individuali e di gruppo, seminari di meditazione e guarigione spirituale. Nel suo ultimo libro, Parla come ami (Mondadori, 2021), ha raccontato il proprio peculiare metodo terapeutico basato sulle parole e su un mantra in grado di interagire con la dimensione psicofisica umana. Grazie all’integrazione tra le diverse medicine accompagna i pazienti su una strada che persegue la guarigione attraverso un approccio personalizzato centrato sul sé.

Le Madri della Costituzione

Il 2 giugno del 1946 gli italiani scelsero la Repubblica e il 25 giugno si insediò l’Assemblea Costituente, composta da 556 membri. Quali sono le peculiarità della componente muliebre?

Sono 21 donne di diverse generazioni (la più anziana era Lina Merlin, nata nel 1887, la più giovane Teresa Mattei, nata nel 1921), di diversa estrazione sociale (alcune provenivano da famiglie borghesi – per esempio Elsa Conci, la stessa Mattei, Maria de Unterrichter – e altre da un contesto molto umile, come Teresa Noce, Adele Bei, Filomena Delli Castelli), di diverso colore politico: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, un’eletta nel Fronte dell’Uomo Qualunque. Eppure, nonostante le differenze, furono capaci di fare sintesi nel nome del bene comune.
Lei ha affermato: “Senza le loro battaglie, diversi articoli della Costituzione, compresi i principi fondamentali, non sarebbero gli stessi”. Ventuno donne pressoché dimenticate dai più. Penso a Teresa Mattei. Un’avanguardia modesta, solo il 3,7 per cento. Quale fu il loro contributo nella modernizzazione dell’Italia?
Fu un contributo fondamentale, perché lottarono per il principio di parità sancito dall’articolo 3 e dagli altri articoli della Costituzione che riguardano la famiglia e il lavoro: senza il loro apporto, il loro “sguardo”, probabilmente non si sarebbe arrivati a un risultato che migliorava non solo la condizione della donna ma dell’intera società.
I Costituenti furono filosofi, giuristi, personalità della cultura e della vita politica antecedente il fascismo. Quali ostacoli dovettero saltare le 21 Costituenti rispetto al rapporto con la componente maschile? In fondo, Giovanni Leone aveva asserito: “La femminilità e la sensibilità sono antitetiche alla razionalità”.
Va ricordato che la donna, al tempo, era in una condizione di subalternità totale, non aveva alcuna voce nello spazio pubblico ma neanche all’interno della famiglia (vigevano la potestà maritale e la patria potestà, l’adulterio femminile era sanzionato, a differenza di quello maschile, ecc.). Nonostante questo humus culturale e sociale (o forse proprio per questo!) le ventuno elette, reduci dalla determinante conquista del diritto al voto, seppero far valere le loro ragioni. E anche laddove persero le loro battaglie, come accadde per l’accesso delle donne al concorso in magistratura (che fu consentito solo con la legge del 1963), aprirono una strada.
Le Madri della Costituzione, scattando una fotografia di gruppo, sono davvero differenti tra loro: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste ed una proveniente dalle file dell’Uomo Qualunque. Diverse quanto a formazione politico-ideologica ma tutte antifasciste e resistenti. Ebbene, riuscirono a tessere una relazione efficace?
Come accennato prima, sì, perché avevano chiaro il loro obiettivo e agirono unite per conquistarlo. Certamente la comune lotta antifascista, la spinta alla costruzione della democrazia e alla rinascita del Paese cementò la loro azione all’Assemblea Costituente.
Quale fu la loro sorte a lavori terminati e conclusi?
Alcune proseguirono il loro percorso in Parlamento, nelle successive legislature (Nilde Iotti è stata la prima presidente della Camera dei deputati, nel 1979), diverse diventarono sindache, altre invece furono emarginate dai loro stessi partiti. Nel tempo, quasi tutte loro sono state dimenticate, nonostante la loro lezione e il segno che hanno lasciato nella Carta. Per questo, nel mio piccolo, ho voluto dare un contributo di conoscenza con Le Madri della Costituzione, anche andando alla ricerca dei discendenti, di cui ho riportato le testimonianze.

Eliana Di Caro è giornalista al Sole 24 Ore dal 2000: dopo aver lavorato al mensile Ventiquattro e alla redazione Esteri del quotidiano, dal 2012 è al supplemento della Cultura “Domenica”, nel ruolo di vice caposervizio e curatrice delle sezioni di Storia ed Economia e società. È tra le autrici di Donne della Repubblica (il Mulino, 2016), Basilicata d’autore (Manni, 2017), Donne nel 68 (il Mulino, 2018), Donne al futuro (il Mulino, 2021). Ha pubblicato Andare per Matera e la Basilicata (il Mulino, 2019) e Le vittoriose (Il Sole 24 Ore, 2020). Scrive dei temi legati alle donne – dei loro diritti e dell’emancipazione femminile – e della terra lucana. Appassionata di tennis, ogni tanto recensisce qualche libro sull’argomento.

Tondelli: scrittore totale. Il racconto degli anni Ottanta fra impegno, camp e controcultura gay

Lei “ha dedicato sette anni di studio a uno dei maggiori autori italiani del Novecento” Chi è Pier Vittorio Tondelli e quali peculiarità riserva la sua produzione?

Pier Vittorio Tondelli è stato uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Ha avuto la sfortuna di morire giovane, a 36 anni, ucciso dall’altra grande pandemia che è ancora in corso e di cui nessuno più parla, quella dell’AIDS. Tuttavia, negli appena 11 anni in cui ha potuto pubblicare è riuscito a lasciare il segno. È stato uno “scrittore totale”, come lo chiamo io, perché ha prodotto romanzi, articoli, reportage giornalistici, commedie teatrali, che hanno descritto una generazione, una nazione e un decennio. Nella scrittura di Tondelli, figlia per stile di Arbasino e per contenuti di Coccioli, c’è la chiara esigenza di “dare voce a ciò che è senza voce”, che non a caso è stata sia una frase di Calvino che il motto di Radio Alice, fenomeno culturale di quella Bologna in cui Tondelli si è formato come studente del DAMS. C’è una centralità e un modo di rappresentare l’omosessualità, l’identità e la gioventù secondo i canoni della curiosità per il nuovo e il postmoderno e della leggerezza calviniana che è rivoluzionario per l’epoca e il contesto italiano in cui appare.

Liberando l’opera tondelliana dal contesto generazionale e da una ricezione ristretta ad un coinvolgimento documentario, a quale scenario storico sono riconducibili i personaggi tondelliani e qual è il valore simbolico del mondo di giovani emarginati di cui narra?

Tondelli è vissuto negli anni del riflusso, ma non vi ha mica aderito. Nel mio libro dimostro in che senso è stato uno scrittore socialmente impegnato, pur mancandogli una ideologia politica: non era comunista negli anni in cui tutti gli intellettuali, o quasi, lo erano. Al contempo criticava il cattolicesimo pur essendo nato cattolico, alla Coccioli. Votava Partito Radicale, il partito anti-partitocrazia, e credeva nell’antiproibizionismo in una terra, l’Emilia, in cui ben pochi lo erano allora. Il suo primo romanzo, Altri libertini, colloca al centro chi di solito vive nei margini della società: tossico dipendenti, transessuali, gay, giovani senza casa, contestatari. Non è un libro autobiografico, è un romanzo a episodi scritto da un figlio anomalo del Settantasette. Nel secondo libro, Pao Pao, Tondelli attacca l’istituzione eternormativa per eccellenza, la caserma militare, e la frocializza. Tutti i soldati, così come gli ufficiali, sono finocchi, e lo sono in modo allegro, spensierato, spavaldo, felice. Un passo avanti enorme rispetto alle atmosfere cupe di altri scrittori omosessuali italiani. Ma Tondelli era anche uno scrittore assai colto e cosmopolita: in Pao Pao è evidente l’uso della tecnica camp, una freccia che è propria della faretra internazionale dei Queer Studies. In Italia, stranamente, i principali critici tondelliani sono di scuola cattolica e li ho trovati impreparati su quanto all’estero si scrive da almeno due decenni riguardo a Tondelli. L’esecutore testamentario di Tondelli era Fulvio Panzeri, il critico de L’avvenire. Panzeri è scomparso pochi giorni fa, ma davvero non ne posso parlare bene: ha sistematicamente ignorato e osteggiato letture obiettive dell’opera di Tondelli, valutandole come sconvenienti solo perché sottolineavano l’ovvio: che Altri libertini e Pao Pao hanno cambiato il modo di rappresentare i gay italiani e l’omosessualità post-moderna e post-Stonewall in Italia; che Camere separate è stato il primo romanzo italiano incentrato sull’Aids (e nel mio libro dimostro il come e il quando di quanto dico), che Rimini e Dinner Party sono opere che stigmatizzano l’edonismo degli anni Ottanta. Anche la lettura di Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica e altro esperto di Tondelli, è assai lacunosa dal punto di vista del portato sociale e politico dell’opera tondelliana. Per non parlare del contributo sociologico portato dalla felice avventura di Under 25, un percorso culturale che ha svecchiato la letteratura contemporanea e ha fatto scoprire nomi oggi importanti della narrativa.

In che misura la narrativa di Tondelli diverge dal romanzo di formazione così come codificato dalla tradizione, considerando la presenza da protagonisti di emarginati che rifiutano l’integrazione come prospettiva?

Come dicevo sopra, Tondelli “dà voce a ciò che è senza voce”. Rappresenta una gioventù scapestrata e felice d’esserlo, almeno nei suoi primi due romanzi. È una gioventù aliena dal “mondo dei padri e delle madri”, che non a caso appaiono solo di sfuggita nei suoi scritti. Sono i giovani, ma quelli con meno ambizioni, che non riescono a finire le scuole, che non trovano lavoro, e che tuttavia custodiscono un livello di solidarietà, di umanità raro a trovarsi. In questo c’è di sicuro un’impronta cristiana, ma anche hippy, punkabbestia, propria della controcultura degli anni Settanta e soprattutto di quella Bologna di Radio Alice e dei carroarmati di Cossiga, scritto sui muri con il “K” e le “SS” naziste. Rispetto al romanzo di formazione tradizionale, i personaggi emarginati, che Tondelli ricolloca al centro del proscenio, iniziano in un modo e finiscono allo stesso modo, aggiungendo solo qualche consapevolezza in più della caducità delle loro vite, ma sempre più convinti di non volersi omologare, come accade anche in Pao Pao per i giovani gay in divisa. Sono fieri di essere considerati “scarti”, una parola chiave tondelliana, che sarà utilizzata anche per il progetto Under 25.

Studiando meticolosamente Tondelli, ha pensato ad una fusione dell’ideale romantico con quello della Beat Generation e della “controcultura”?

Sì, ne ho trattato. In Tondelli la matrice è quella del blended, della mescola felice. Applica la lezione di alcuni grandi padri della cultura italiana – i Calvino, i Montale – e la plasma con la controcultura del Settantasette, ma lo fa con l’ironia e a volte il sarcasmo di un Arbasino reso più comprensibile al grande pubblico. Apprende la lezione degli americani – da Jack Kerouac a Hubert Selby Junior – e la mescola con la cupezza e la profondità di un Carlo Coccioli.

Seguendo la lectio di Tondelli, Professore, come ci si salva dal conformismo, dal convenzionalismo, dall’asfissiante rispetto dei codici?

Restando ciò che si è, diventandone fieri. Venendo mossi nella fotografia. E continuando a credere nella scrittura, sia degli altri che propria.

Sciltian Gastaldi scrive di sé:
Scrivere e insegnare sono le due cose che so far meglio. Beh, almeno tra quelle che si possono raccontare. Ho pubblicato due saggi sul maccartismo, un testo sui diritti dei gay, quattro romanzi e una decina di articoli accademici di cinema, letteratura e storia per riviste scientifiche internazionali. Nel 2015 la Chicago Quarterly Review ha pubblicato la traduzione in inglese dei primi due capitoli del mio romanzo più venduto, il long-seller Angeli da un’ala soltanto, individuandomi come uno degli scrittori italiani contemporanei più interessanti. Peccato se ne siano accorti solo loro. Come giornalista professionista ho vinto un paio di premi nazionali assai ganzi e collaborato a varie testate, sia italiane che canadesi. Siculo-piemontese nato e cresciuto a Roma, penso di essere l’incubo del leghista medio. Non contento della caput mundi, che amo, ho vissuto per quasi dieci anni in Canada e Regno Unito nei panni del tipico “stomaco in fuga”. Ringraziando la riforma della Scuola (ho un altarino votivo raffigurante la ministra Giannini), nel settembre 2015 sono rientrato in Italia come insegnante di Storia e Filosofia per il MIUR. Collaboro con alcuni istituti universitari e scuole internazionali a Roma, dove insegno in inglese la storia e la cultura del nostro paese. Il mio ultimo libro si chiama Era mio padre. Italian Terrorism of the Anni di Piombo in the Postmemorials of Victims’ Relatives ed è uscito per l’editore accademico inglese Peter Lang nell’aprile 2018.
I miei link:
http://www.sciltiangastaldi.com
it.wikipedia.org/wiki/Sciltian_Gastaldi
https://www.linkiesta.it/author/sciltian-gastaldi/

Il re scugnizzo

Quanto è aderente la figura di Maradona al monello napoletano indicato nel titolo?

Diego era il perfetto modello di scugnizzo: cresciuto in strada, bambino vivace e irrequieto con una famiglia poco abbiente alle spalle… Le caratteristiche c’erano tutte.

Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin.

Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Diego Armando Maradona?

Dittature e regimi totalitari hanno sempre sfruttato lo sport a fini propagandistici e politici. Lo stesso Maradona, su cui aveva messo gli occhi il dittatore argentino Videla, aveva rischiato di diventare oggetto di propaganda. Il suo rapporto con la politica è stato, però, sempre distaccato, nonostante le sue idee, notoriamente orientate a sinistra, e la sua amicizia con Castro: Diego si limitava a sostenere con la sua popolarità le cause sociali e politiche che sentiva vicine. Quello che offre in particolare la sua parabola umana, con la sua ascesa e la caduta, è però un esempio senza pari di come il talento – indipendentemente da chi lo possiede – possa cambiarti la vita.

Il 25 novembre 2020 la notizia del decesso di Maradona richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale.

Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?

Diego è stato un uomo con uno strepitoso talento e un’enormità di difetti: due aspetti destinati a catalizzare l’opinione pubblica. Ha incarnato la forza, la fragilità, la ricchezza e la povertà. Con la sua vita ha raccontato una storia epica che resterà nella memoria e nel cuore di molti.

La sceneggiatura è accompagnata da emozionanti illustrazioni. Quali sono i ritmi della collaborazione tra chi crea una graphic novel?

La storia la scrivo da solo, dopo aver raccolto le idee e tracciato le linee fondamentali della trama. Quindi fornisco a Ernesto tutti i dettagli: le immagini di riferimento, i luoghi e talvolta anche schizzi della scena che avevo in mente. Dopodiché inizia il lavoro duro: il suo. Ernesto si isola per un paio di mesi e torna con quelle tavole meravigliose che ha visto. È un lavoro che portiamo avanti separatamente, malgrado la comunicazione resti costante.

Paolo, può offrirci un ricordo personale che lo lega al Pibe de Oro?

Negli anni in cui Diego era a Napoli, per una serie di vicende, finii in una scuola privata e mi ritrovai in classe Ciccio Baiano, che allora giocava nel Napoli. Quel giovane calciatore era letteralmente assillato dalle domande sulla vita privata di Maradona, come se il resto della squadra non esistesse. Pochi mesi dopo arrivò lo scudetto e alcuni di quei giorni incredibili sono finiti inesorabilmente nella nostra graphic novel.

Paolo Baron e Ernesto Carbonetti muovono i primi passi nel fumetto pubblicando Suburbans (2013) e Punk is Undead (2016) per 80144 Edizioni. Nel 2017
esce per Magic Press la graphic novel Lazzaro, il primo zombie e – sempre per 80144 Edizioni – Chiedi a John. Quando i Beatles persero Paul (2018), pubblicato anche in Francia, Spagna, Brasile e Stati Uniti per Image Comics col titolo Paul is Dead. Per il mercato internazionale – in lingua inglese – è appena uscito Jim Lives. The Mystery of the Lead Singer of The Doors and the 27 Club (Image Comics).

L’IDOLO INFRANTO

Chi ha incastrato Maradona?

Il primo provvedimento è l’immediata sospensione dall’attività agonistica per violazione dell’articolo 32 del Codice di giustizia sportiva, «per aver prima della gara Napoli-Bari assunto cocaina, sostanza vietata dalle vigenti disposizioni in materia»

Diego Armando Maradona, idolo incontrastabile ed asso immenso, “infranto” dal controllo antidoping del 17 marzo 1991?

Sicuramente quell’avvenimento ha interrotto la sua carriera sportiva: se si eccettuano le due straordinarie partite ai Mondiali di Usa 1994, Maradona non tornerà più sui suoi livelli. Ma soprattutto quella squalifica per 15 mesi ha innescato il declino dell’uomo, che era felice soltanto su un campo di calcio con un pallone. Il gioco era il suo ossigeno e il sistema glielo ha tolto, soffocandolo. Quel giorno di primavera di oltre 30 anni fa, Maradona ha iniziato un po’ a morire.

Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin.

Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Diego Armando Maradona?

Per gli argentini e i napoletani, è stato un simbolo, un capo carismatico. Non era il re assiso sul trono e irraggiungibile per i suoi sudditi ma era un re in mezzo ai suoi sudditi, asceso alla corona partendo dal basso. E poi era un eroe anti-sistema, capace di appoggiare Chavez e Fidel Castro, di dare del criminale di guerra a George W. Bush e capace di dire a Giovanni Paolo II, durante un’udienza privata: “Amico, vendi i tuoi tetti d’oro per sfamare i bambini poveri”. Queste caratteristiche ne hanno fatto, assieme solo a Muhammad Alì, un’icona che va al di là dello sport. Perché anche chi non ha mai visto una partita di calcio in vita sua lo conosce, perché le sue parole fanno sempre rumore.

Il 25 novembre 2020 la notizia del decesso di Maradona richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale.

Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?

Non parlerei di eroe tragico, o almeno non negli stilemi dell’eroe tragico della tradizione ellenestica. Piuttosto un vittima, un uomo fragile che è rimasto schiacciato dal peso di dover essere Maradona, il fenomeno da circo che doveva andare in campo ogni domenica, magari con un’infiltrazione per placare il dolore alla caviglia, per azionare la macchina da soldi. Fernando Signorini, il preparatore atletico personale di Maradona, uno dei pochi veri amici che Diego ha avuto in vita sua, mi disse una cosa che non ho più dimenticato: “Con Diego sarei andato all’inferno, con Maradona non avrei bevuto neanche un caffè”.

Lei ha redatto un libro-inchiesta rigoroso.

Ha incontrato accessi aperti o muri invalicabili a testimonianza della vicenda umana, sportiva e giudiziaria di Maradona? Il calcio è un “sistema” a chiusura ermetica?

Un sistema blindato, direi. Soprattutto su quegli anni ha constatato di persona che, a oltre 30 anni dai fatti, esiste ancora un patto di omertà, un muro di silenzi, connivenze. Come le tre scimmiette, chi era vicino a Diego in quegli anni non vedeva, non sentiva, non parlava. Salvo poi, quando è morto, versare lacrime di coccodrillo in tv. Una cosa che mi ha fatto più male, da addetto ai lavori che da tanti anni vive il mondo del calcio ma anche e soprattutto da napoletano e appassionato di Maradona

Marcello, può offrirci un ricordo personale che lo lega al Pibe de Oro?

Maradona ha scandito la mia vita, prima da tifoso, poi da giornalista ora da scrittore. Dalla prima volta che è tornato nel Napoli, nel 2005, l’ho sempre seguito. Nel 2013 si tenne una conferenza stampa in una sala al centro storico. Ricordo nitidamente che dentro era un delirio, in uno spazio relativamente esiguo eravamo stipati in centinaia. Nel corso della conferenza prendo la parola e faccio una domanda a Diego, gli domanda se Messi, col tempo, potrebbe ripercorrere le sue orme. Maradona accenna un sorriso e mi risponde: “A Leo voglio bene, è un fuoriclasse. Ma io sono io. E non ci sarà nessuno come me”. In quel momento è sentito la corazza della mia professionalità vacillare, scossa dagli urti del tifoso, del maradoniano, che voleva solo alzarsi, abbracciarlo e dargli un bacio.

Marcello Altamura, napoletano, giornalista professionista, lavora da ventun anni per il quotidiano Cronache di Napoli. Autore di numerosi libri, con Ponte alle Grazieha pubblicato Il professore dei misteri (2019), inchiesta sul brigatista Giovanni Senzani, La Casta è rimasta (2019), dedicato alla persistenza di privilegi e sprechi della nostra classe politica dopo annidi «tagli» apparenti, e l’inchiesta L’idolo infranto. Chi ha incastrato Maradona? (2021).

Russia. Guida sentimentale per viaggiatori solitari (Sabir Editore, 2021)

La Russia narrata attraverso pagine sentimentali per raccontare un viaggio senza interpreti, guide turistiche o gruppi-vacanza.

In che modo ha operato una selezione dei luoghi; a quale istanza ha risposto?

Non ho seguito alcun metodo, se non il sentimento, appunto. Per cui i luoghi che troverete nel libro sono quelli che ho visitato io, nel mio viaggio fra San Pietroburgo e Mosca (e Vladimir e Suzdal’) per curiosità, capriccio, casualità, sentito-dire, fortuna. E ho risposto all’esigenza di un viaggiatore solitario come me, che è partito per la Russia senza qualcuno che gli dicesse dove è meglio andare o che gli traducesse il russo o l’alfabeto cirillico, dato che in queste zone non è facile trovare qualcuno che parli inglese. Ho scritto questo libro pensando a quello che avrei voluto sapere io mentre viaggiavo, ecco perché alla poesia accosto sempre il prosaico.

Il suo iter non segue alcuna logica turistica ma ripercorre le sue mete e le sue esperienze di vagabondaggi alla ricerca del byt, la vita quotidiana russa. Può fornirci qualche indicazione pratica oltre che sentimentale?

Sì, il libro è ricco di consigli pratici, rivolti a chi è affascinato dall’idea di partire per un viaggio in Russia ma, da una parte, (come me) non si unirebbe mai a un gruppo-vacanza e, dall’altra, non saprebbe però da dove cominciare se dovesse organizzare tutto da solo. Per questo poi si parte in gruppo, così fanno tutto gli organizzatori. Ma vuoi mettere la soddisfazione di trovarti a Mosca per conto tuo senza dover rendere conto a nessuno? Dedicare il tuo tempo a gironzolare dove il classico turista non metterebbe mai piede? Trascorrere una serata con una banda di russi ubriachi in una bettola davanti alla stazione a parlare di filosofia? Ok, detta così non sembra poi così divertente, ma lo è stato eccome.

Volete un consiglio pratico? Se andate in Russia scaricatevi l’app di traduzione russo-italiano/italiano-russo (anche per le immagini) e andrete ovunque. Però usatela con discrezione, se fate finta (o comunque vi sforzate) di conoscere un po’ il russo sarete di certo benvoluti.

Puskin, Dovlatov, Dostoevskij e poi artisti, filosofi, zar, anarchici, rivoluzionari accompagnano i lettori in quello che è altresì un viaggio storico e culturale.

Può offrirci una frase, un dettaglio che ci aiuti a svelare l’anima della Russia?

Magari sapessi farlo! Ci hanno provato in tanti – mi riferisco in particolare ai russi stessi – a raccontare o spiegare lo spirito russo. Perché c’è uno spirito russo, qualcosa che fa della Russia la Russia. Il problema è che non è spiegabile. Ma non lo è per nessun paese, per nessun popolo. È così e basta. Quello che possiamo fare è tratteggiare dei contorni vaghi che però si sciolgono nel momento in cui siamo sicuri di averli fissati. Quello che possiamo fare è respirare questo spirito, viaggiando, immergendoci la testa, oppure il naso in questo libro o nelle altre migliaia di libri che cercano di catturare qualcosa di incatturabile. Attenti però al vostro naso, potreste risvegliarvi una mattina senza, come il personaggio di Gogol’!

Per quale ragione indirizza la sua Guida a “viaggiatori solitari”?

Perché viaggiare non è (solo) un modo per vantarsi, fare foto ricordo e acquistare souvenir da distribuire al proprio ritorno in ufficio. È un’esperienza che ci segna per sempre, che diventa parte di noi ridisegnando la nostra identità. Quando si viaggia realmente, anzitutto si deve affrontare un ulteriore viaggio – quello più importante – dentro se stessi. Intraprendere un cammino lontano dai nostri luoghi quotidiani ci costringe a pensare, riflettere, metterci in gioco, sfidarci continuamente. Si può tornare sconfitti o vittoriosi, ma sempre con delle battaglie in più tatuate direttamente sui nostri organi. E tutto questo è qualcosa che si può fare soltanto da soli, ognuno con la propria coscienza. Ma non è detto che un viaggiatore solitario sia anche solo. Io, per esempio, sono partito con un amico e durante il viaggio ho incontrato una moltitudine di anime con cui ho condiviso gioie e dolori, anche se per pochi giorni, minuti, attimi.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi.

In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Il viaggio è la vita. Anzi, mi azzardo a dire che solo viaggiando si vive. I giorni che passano tutti uguali lavorando per poi tornare a casa e guardare la nuova serie tv di cui tutti parlano non è vita, ma solo qualcosa che le assomiglia lontanamente. In viaggio, invece, torna lo spirito che ci aveva abbandonato, assopito dalla routine e dal ricatto, e il senso (anche della sofferenza) riemerge piano piano.

Per fortuna esistono tanti modi di viaggiare, uno di questi è leggere. Leggere di viaggi poi è l’apoteosi. Quindi, che dire, buon viaggio!

Stefano Scrima, filosofo e scrittore, si è formato tra Bologna, Barcellona, Madrid e Roma. Fra i suoi libri: Ghost Generation (Rogas, 2021); L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia (Arcana, 2021); L’arte di disobbedire raccontata dal diavolo (Colonnese, 2020); Vani tentativi di vendere l’anima al diavolo (Ortica, 2020);per Castelvecchi: Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali (2019) e Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (2018); per Il Melangolo: Filosofi all’Inferno. Il lato oscuro della saggezza (2019) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (2017); per Stampa Alternativa: L’arte di soffrire. La vita malinconica (2018) e Nauseati (2016). “SatisPhilo” è la sua rubrica di filosofia su Satisfiction.