Le invisibili Signore della MusicaStorie vere di artiste di talento

Hildegard von Bingen, Maddalena Casulana, Barbara Strozzi, Francesca Caccini, Nannerl Mozart, Fanny Mendelssohn, Clara Schumann, Louise Farrenc, Ethel Smith, Amy Beach, Rebecca Clarke, Nadia e Lily Boulanger, Florence Prize, ed ancora oggi Sofija Guibajdulina, Barbara Hannigan, Rachel Portman, Hildur Gudnadòttir. Artiste idealmente unite in un’alleanza intergenerazionale. Ravvede un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della Musica declinata al femminile?

Tutte le musiciste di cui parlo sono molto differenti tra loro come è ovvio che sia: luoghi geografici diversi, culture diverse, periodi storici, condizioni sociali, economiche, culturali… Moltissimi elementi le separano, e così come è difficile fare un parallelo tra Bach e Stravinskij, o magari tra Giotto e Picasso, allo stesso modo ciascuna di loro esprime il proprio tempo e la propria personalità attraverso uno stile peculiare. A mio avviso non c’è un filo conduttore dal punto di vista artistico (non esiste una musica “femminile”) quanto piuttosto nel loro percorso personale, in cui la loro “condizione” di donne le ha viste faticare molto di più per ottenere la possibilità di studiare, di istruirsi, di accedere alle informazioni e di esprimersi secondo le loro possibilità, spesso combattendo contro figure maschili che ne sbarravano la strada. E forse, se devo cercare un filo conduttore, potrei dire che le unisce la decisione e la fortissima motivazione che le ha spinte a sfidare, spesso pagando prezzi molto alti, un sistema sociale che le avrebbe volute relegate in un angolo della Storia.

Maestra Rollando, il suo libro narra di musiciste impavide, coraggiose, colme di talento. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

L’invisibilità di cui parlo, ovviamente, è di natura culturale. Da sempre il ruolo femminile, nella nostra cultura, è stato quello di madre e moglie, o comunque della persona che si occupava di casa e famiglia. Ci sono stati periodi in cui, per poter accedere all’istruzione, le donne hanno dovuto prendere i voti e seguire la carriera religiosa; altri momenti in cui studiare era impensabile in ogni caso; ci sono stati ( e purtroppo ancora ci sono) luoghi e ceti sociali in cui alle donne era del tutto vietato accedere all’istruzione. L’arte, declinata in tutti i modi, è stata spesso vista per le donne come un ornamento e non come una scelta di vita. Ad esempio la sorella maggiore di Wolfgang Amadeus, Nannerl Mozart, ha dovuto smettere le sue tournée per l’Europa con il fratello, con il quale condivideva talento e passione, poiché arrivata all’età da marito è stata rispedita a casa a dare lezioni per finanziare la carriera di questi. Un altro esempio: nonostante il suo talento eccezionale, Fanny Mendelssohn ha certamente potuto studiare come il più famoso fratello Felix ottenendo risultati straordinari, ma ha combattuto con fatica perché il proprio lavoro di musicista fosse riconosciuto, in prima battuta dal padre e dal fratello stesso ( che probabilmente ha anche utilizzato sue composizioni appropriandosene) che la volevano solo madre e moglie. La compositrice e pianista americana Florence Price, vissuta nella prima metà del ‘900, scriveva di sé stessa: “Per cominciare ho due handicap: il sesso e la razza. Sono una donna e ho del sangue negro nelle vene”. Nonostante ciò, scrisse musica meravigliosa e appassionata, che riuscì a far suonare da grandi orchestre: alla sua morte, però, il suo nome scomparve immediatamente dalla ribalta. Sono tutte storie differenti – nel libro ne cito moltissime- ma che evidenziano alcuni elementi: credo che per tutte queste donne del passato fosse davvero faticoso gestire le pressioni familiari, sociali, professionali, e anche opporsi a quell’educazione maschilista e patriarcale introiettata e spesso accettata perché percepita come l’unica possibile. Finché hanno avuto le forze per combattere lo hanno fatto nella misura delle loro capacità; una volta scomparse, dietro di loro si è chiusa pesantemente la porta dell’oblio. Per fortuna i tempi stanno cambiando e si sta facendo molto per recuperare i materiali scomparsi e riabilitare così tanta memoria perduta.

I suoi “ritratti” costituiscono un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Mi pare che si possa assimilare alla risposta precedente.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?

Io credo che il messaggio che ci arriva da tutte queste donne dimenticate sia semplice ma non scontato: ovvero che non bisogna mai smettere di combattere per i nostri ideali o per i nostri sogni, di qualunque natura siano. Spesso il prezzo da pagare è stato alto, ma il loro impegno ha aperto la strada a tutte le altre che sono venute dopo, a noi adesso, alle giovani donne di oggi e di domani, ricordandoci però che nessuna conquista sociale è per sempre, e dobbiamo essere disposti a difenderla con le nostre azioni quotidiane.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi e i ruoli stereotipati delle donne, mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere. La sua storia personale può documentare ostacoli dovuti alla sperequazione di genere?

Mi ritengo una persona molto fortunata: a partire dalla mia famiglia, che ha sempre incoraggiato e difeso le mie scelte, e non ha mai fatto questioni di ‘genere’. Non sono mai stata oggetto o bersaglio di disparità palesi: credo che fosse più che altro un paternalismo serpeggiante quello che faceva sì, ad esempio, che i ruoli più ‘direttivi’ in orchestra fossero affidati – a parità di competenze, si intende- a musicisti uomini. Un ambiente del genere incoraggiava noi ragazze ad assumere comportamenti ‘maschili’ per essere prese sul serio, rinunciando alle volte alle nostre caratteristiche peculiari.
I tempi sono cambiati, ma la strada è ancora lunga: apprezzo moltissimo le attuali giovani musiciste, preparatissime e determinate, che non abdicano alla propria natura muliebre riscrivendo la nuova storia della musica con l’apporto di entrambi i punti di vista. È quello che mi auguri per il futuro: non più contrapposizione di generi, ma presa di coscienza delle differenze che sono solo fonte di ricchezza e non di competizione. Con la volontà, finalmente, di ricominciare a scrivere la Storia della Musica – e tutta la Storia – finalmente insieme, donne e uomini.

Anna Rollando, violista (diplomata al Conservatorio G. Verdi di Milano), concertista classica e pop, ha suonato in centinaia di performance con numerose ed eterogenee formazioni di musica da camera, sinfonica e lirica, classica e pop, dal Teatro dell’Opera di Roma a Rondò Veneziano, da Massimo Ranieri a Ennio Morricone. Laureata in Scienze della Comunicazione, si interessa di didattica musicale e della creazione di eventi musicali. Ha collaborato in qualità di musicista e di curatore a numerose produzioni Rai e Mediaset, e inciso numerosi dischi.
Tiene lezioni e incontri di divulgazione musicale nelle scuole, biblioteche, centri culturali e librerie in tutta Italia. Insegna violino, viola e teoria musicale in scuole private e nei Licei musicali.
Si occupa delle presentazioni dei concerti nelle stagioni musicali 2018/2019 e 2019/2020 presso l’Auditorium Ennio Morricone all’Università di Roma Tor Vergata, Macroarea di Lettere e Filosofia.
Ha pubblicato Applaudire con i piedi (2018), Assolo (2019), Applaudire con i piedi II (2019).

Macello

“Avevo quasi sedici anni e nessuno che mi baciasse gli occhi mentre dormivo. La sensazione di sentirmi inadeguato e fatto male crebbe col trascorrere delle stagioni”. Quanto Biagio somiglia al Dioniso euripideo nel vigore ctonio ed insondabile?

È un bel paragone. Dioniso è stato un dio umano, un dio laico, un uomo che ha voluto dimostrare che essere una divinità aveva anche i suoi lati oscuri e, soprattutto, è stato toro, leone, barbaro, giovane e vecchio, androgino e serpente. Biagio, in fondo, rimane sempre sé stesso. È questa la sua forza, ma anche la sua debolezza. Certo, vive anche lui in un contrasto perenne, nel suo mondo arcaico in cui l’antica Grecia, a un certo punto, fa capolino attraverso un libro d’arte e, da quel momento in poi, calibra irrimediabilmente i contorni della sua esistenza. Il suo vigore è la costante ricerca della bellezza ed è, questa, una ricerca che gli toglie il respiro.

Biagio di suo padre, il macellaio, osserva: “il suo disfacimento aveva calibrato i contorni della mia esistenza rendendomi quel che ero, me stesso”. Quali tratti assume l’adolescenza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

Fare gli adolescenti vuol dire essere bambini nei vestiti di un adulto. È una maschera, l’adolescenza, e forse per questo motivo è un passaggio della vita così tragico e meraviglioso. Da ragazzi, per fortuna, si tende a ribellarsi a tutto ciò che, prima, era considerato autorità. Dai genitori agli insegnanti. Non si vuole l’approvazione a tutti i costi eppure, se non c’è in quella fase, si trascorre tutta la vita a cercarla, il più delle volte nelle persone sbagliate. Con tutto ciò voglio solo dire che il superamento delle contraddizioni mi sembra un’utopia. Forse è giusto che ci siano, le contraddizioni, e bisogna portarsele nell’età adulta. Il più grosso fraintendimento che ho davanti ai miei occhi, quando osservo alle cose, è proprio questo: adulti che hanno dimenticato di essere stati adolescenti, e adolescenti che hanno scordato di essere stati bambini e che perciò non riescono, o non vogliono, diventare adulti.

Il putridume, l’immondizia, l’intossicazione, la sozzura. Quali ragioni l’hanno spinta alla celebrazione sensoria e della fisicità?

Se devo essere onesto, le ambientazioni che ruotano attorno al romanzo si sono adattate all’io narrante, venendo fuori in maniera del tutto, o quasi, spontanea. Si può tranquillamente dire che, nel caso di “Macello”, l’io narrante ha partorito – forse senza neanche volerlo, sicuramente non ragionandoci troppo – un mondo narrante che, a sua volta, potrebbe, perché no, continuare a vivere anche senza la voce di Biagio. Credo, tuttavia, sia stata fondamentale la mia formazione fotografica. Mi riferisco soprattutto alla fotografa Diane Arbus, capace di immortalare la bruttura, o meglio il diverso – inteso come: deforme – senza moralismi, sensazionalismi e né, cosa che considero il male assoluto, soprattutto quando è gente che crea a darlo, ovvero il giudizio.

Il suo “Macello” gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Un’idea corrotta, sporca eppure, in fondo, naturale. Siamo abituati a voler vedere solo il bello delle cose, come se, a un certo punto, qualcuno avesse diffuso una sorta di anestetizzante nell’aria. Mi riferisco, più o meno, a quella cultura della positività alla quale ci hanno abituati negli ultimi decenni. Credo arrivi dall’America, ma non ne sono certo. I rapporti non possono essere perfetti perché la vita – è così scontato dirlo – non lo è. Vengo scambiato per un depresso, forse, o per una persona triste. Ma, semplicemente, accetto anche la sofferenza, lo scontro, la delusione. Non si può scegliere quello che si può e si vuole vivere, come se alcuni passaggi vitali siano dei vestiti da tirar fuori o riporre in un armadio. Cerco di accogliere il bello e il brutto, considerandoli quel che, in fondo, sono: frammenti di vita.

“Perché la creatura piange?” si chiedeva “Dmitrij” ne “I Fratelli Karamazov”. Maurizio, lei scrive di furbesca magia, rapporti sessuali squallidi, bruttezza: è ineludibile il dolore per tutti noi?

Il dolore è necessario, fa parte di quel che – per dirla con le parole di Elsa Morante – in sostanza e verità, non è nient’altro che un gioco, ovvero, come dicevamo poc’anzi, la vita. È importante conoscere le parole, capire la differenza tra dolore e, per esempio, sofferenza. Un detto, credo buddista, sostiene, per esempio, che il dolore è necessario mentre la sofferenza è facoltativa. Nel senso che dobbiamo per forza mettere le mani nel dolore, fa parte del gioco, ma sta a noi decidere il grado di sofferenza. Fuggire dal dolore fa parte di quel tipo di società basata sulla prestazione, sull’essere sempre allegri e mai tristi. È un tipo di società, in conclusione, che a me non interessa né come essere umano né, va da sé, come scrittore.

Maurizio Fiorino, dopo un’infanzia turbolenta in Calabria si è trasferito prima a Bologna per frequentare il DAMS, poi a New York dove ha studiato storytelling all’International Center of Photography. Ha esposto in diverse gallerie statunitensi e frequentato gli ambienti artistici newyorchesi per quasi un decennio. Nel 2014 ha esordito con il romanzo Amodio, seguito due anni dopo da Fondo Gesù. Con edizioni e/o ha pubblicato Ora che sono Nato (2019), il racconto breve Erbacce (2020) e Macello (2021). Attualmente scrive di cultura su diverse testate, tra le quali La Repubblica, Robinson, Il Venerdì e L’Espresso.

E gli angeli sono distanti. Interviste su Alda Merini

E gli angeli sono distanti ripercorre la vita di Alda Merini mediante le parole della poetessa e quelle di persone più o meno note, dall’editore Casiraghy a Emanuela Carniti Merini.
Quale figura di donna ne emerge?

Dalle interviste che ho fatto emerge una figura di donna molto sfaccettata, sicuramente generosa, poi anche autoironica e passionale, un vulcano in pratica. Io non ho avuto la fortuna di incontrare Alda Merini, ma negli ultimi anni mi sono appassionata molto alla sua poesia e quando si parla di Alda Merini, poesia e vita fanno un tutt’uno, così ho voluto dialogare con persone che hanno avuto modo di conoscerla in maniera più o meno approfondita.
Alda Merini sapeva voler bene e farsi volere bene. Le sue telefonate fiume agli amici erano una richiesta di contatto con il mondo, anche se il mondo l’aveva relegata per molto tempo ai margini della società.
Lo scrittore Crocifisso Dentello me l’ha descritta come una donna che amava provocare, anticonformista, che non parlava di letteratura e addirittura, se interrogata sull’argomento, cambiava discorso. La psichiatra Maria Antonietta Dicorato mi ha raccontato che il suo approccio con lei era stato difficile all’inizio, perché la poetessa era ostile verso la categoria degli psichiatri, ma una volta rotto il ghiaccio, Alda Merini aveva preso l’abitudine di chiamarla al telefono tutti i giorni per parlare di sé. Riccardo Redivo, che ha curato con me la raccolta di poesie e racconti di Alda Merini Confusione di stelle, pubblicata da Einaudi, ha definito il suo tono di voce profondo, consapevole del proprio dolore, a tratti sapiente. Anche Redivo aveva avuto delle difficoltà, all’inizio, ad approcciarsi con lei, perché gli aveva chiuso la porta in faccia rimproverandolo di non averla avvisata prima di arrivare. Ambrogio Borsani, curatore del Suono dell’ombra per Mondadori, conoscendola bene ha affermato che Alda Merini avrebbe preferito morire in manicomio piuttosto che vivere una vita senza poesia.

Pasolini sul Corriere della Sera scriveva “…perché come sanno bene gli avvocati, bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza…”.
Cosa non è stato ancora perdonato ad Alda Merini?

A me sembra che oggi ad Alda Merini sia stato perdonato tutto. Tutti la adorano, ultimamente inizia ad essere valutata positivamente anche in ambito accademico, dove all’inizio si era restii a convalidare il suo valore. È una poetessa che piace sia agli intellettuali che alle persone con poca istruzione. Se si gira per i Social Network si vede quanto proliferano le pagine e i gruppi dedicati a lei. Tra i poeti del secondo Novecento Alda Merini spicca, e ancora di più spicca tra le poetesse di ogni tempo, dove ha un primato indiscutibile a livello di popolarità. Il fatto è che di Alda Merini si apprezzano due cose in particolare: per quanto riguarda la sua vita, paradossalmente se ne esalta la sfortuna – renderle tributo, anche post mortem, credo faccia sentire tutti più buoni, solidali e sensibili (so che può apparire forte come affermazione) –, per quanto riguarda la poesia, invece, si ama la sua semplicità – infatti la poesia di Alda Merini non ha molto di ermetico, di difficile, ma può essere compresa da tutti.
Alla poetessa dei Navigli non hanno perdonato molto quando era ancora in vita: soprattutto non le hanno perdonato il disturbo mentale, di cui non aveva colpa. Ma se il disturbo mentale fa molta paura quando chi ne è affetto è vivo ed è una mina vagante – come lo è stata la poetessa, come lo sono in generale i bipolari –, sembra meno pericoloso quando chi ne soffre muore, e allora torna ad essere una persona uguale alle altre, perché nella morte tutti siamo uguali, anche i cosiddetti ‘pazzi’. E non fanno più paura.

Il suo libro è stato pubblicato in occasione del decimo anniversario della morte di Alda Merini.
Qual è stata la più grande lezione della poetessa dei Navigli?

Per me la lezione di Alda Merini – sembra banale, ma per me è così – è stata l’amore: la capacità di amare nonostante tutto, di resuscitare quando tutti ti hanno lasciato sola, di amare perfino un marito che ti ha picchiato, di amare la poesia nonostante i tanti rifiuti degli editori e infine, soprattutto, la conquista di amare se stessi anche se gli altri ti hanno stigmatizzato, anche se ti hanno fatto gli elettrochoc, anche se hanno detto che la tua poesia non è abbastanza colta, anche se ti hanno vietato di crescere le tue figlie, anche se qualche volta ti viene voglia di morire. Alda Merini è stata questo: un esempio di poetessa, ma ancora di più, per me, un esempio di donna. Perché non si è lasciata andare, ha combattuto senza cedere alla rabbia. Alda Merini è un esempio di amore.

Alda Merini è nota, per lo più ed anche, per aspetti massmediatici piuttosto che per i riverberi sentimentali, lirici e pirateschi di una donna che ha speso la sua vita nel combattere una rivoluzione sia estetica che linguistica. Per quale ragione, ancora oggi, risulta prevalente l’interesse per le polemiche civili, giornalistiche e letterarie rispetto alla versificazione?

Semplicemente perché sulle prime tutti possono mettere bocca, mentre non tutti hanno l’istruzione necessaria per recensire le sue opere, analizzandone le figure retoriche per esempio. E poi perché tutti siamo umani, quindi è naturale che ci sia più interesse per l’aspetto umano, specie quando è così singolare ed eccentrico, e meno per l’aspetto professionale. E poi anche perché Alda Merini ha saputo scuotere le coscienze. Le sue interviste meriterebbero uno studio a parte. Potrebbero essere trascritte e formare uno splendido libro a sé. La gente le ascolta ancora oggi incantata.

Le interviste che ha effettuato delineano una donna “disordinata, generosa, ironica e provocatoria” che, senza la poesia, non si sarebbe salvata dal buio delle reclusioni nell’ospedale psichiatrico di Milano e, successivamente, del reparto di psichiatria di Taranto. 
Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?

Si scrive sempre per salvarsi. Passavo un bruttissimo periodo quando mi sono dedicata a questo libro di interviste, mi sono attaccata al telefono disturbando persone che per lo più non conoscevo (devo dire che si sono dimostrati tutti estremamente disponibili) e ammetto che per me questo piccolo libro, insieme al romanzo Maddalena bipolare che ho scritto poco tempo prima, è stato un appiglio, una ragione di vita in più quando tutto era diventato molto difficile da sopportare.
La figura di Alda Merini rappresenta salvezza, la salvezza di una che ce l’ha fatta, ha sconfitto la malattia, ha sconfitto l’incomprensione degli ‘addetti ai lavori’ che non la ritenevano abbastanza brava da volerla pubblicare, e poi, alla fine, se la sono contesa. Alda Merini ha sconfitto tutto, perfino la morte, tanto che è ancora più viva oggi fra di noi di quando era ancora viva.

Ornella Spagnulo ha seguito il master in scrittura creativa della Luiss – Luiss Writing School – dopo una laurea a pieni voti in Lettere con tesi pubblicata (Il reale meraviglioso di Isabel Allende) ed è dottoressa di ricerca in Italianistica. Ha curato una raccolta di inediti di Alda Merini per Einaudi, Confusione di stelle, insieme a Riccardo Redivo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie e un saggio di interviste su Alda Merini, E gli angeli sono distanti. Il suo primo romanzo, Maddalena bipolare, è stato vincitore dei premi: premio speciale della giuria concorso Casentino, 46° edizione, premio della critica concorso Montefiore, 11° edizione, premio speciale della giuria concorso Giovane Holden, 15° edizione, ed è stato selezionato come uno dei 200 libri più belli d’Italia dal concorso Tre Colori, 3° edizione.
Il suo sito è http://www.ornellaspagnulo.it.

DE ANDRE’. Vita poetica di un’Anima salva

DE ANDRE’. Vita poetica di un’Anima salva ripercorre la vita di Fabrizio De André. Dai caruggi malfamati genovesi alle asperità montane della Sardegna: quali sono le tappe fondamentali in relazione ai luoghi in cui visse?

La Genova di Faber è quella degli emarginati, delle scorie della società: quegli ultimi che lo attraevano per la loro cifra profondamente diversa da quella che componeva la sua formazione borghese. La Sardegna – quella Sardegna interna, non della costa – era luogo di autenticità: una terra che plasticamente stendeva davanti ai suoi occhi la forma di una vita all’insegna della natura. Non a caso, una volta scelta quell’isola come suo buen retiro, decise di fare il contadino, fino a definirsi tale, lui che non l’aveva mai fatto. Non è nemmeno casuale che la sua produzione discografica rallenta in modo significativo. I luoghi sono sempre stati un tutt’uno con De André: una unione imprescindibile non solo per la sua arte ma per la sua stessa vita. Non si può pensare a lui senza pensare al porto di Genova o ai monti dell’Agnata.

Lei asserisce: “(…) Le sue canzoni, raccontando gli “emarginati”, aprono scenari di libertà – idee nuove, sogni, fantasie – slegati da qualsiasi gerarchia.” La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Le pulsioni di cambiamento sono la filigrana stessa di ogni società. Non conosco società nella storia degli uomini che non abbia avuto al suo interno spinte di cambiamento. È nell’ordine delle cose, nella natura degli uomini. Se poi mi chiede cosa vedo nella società attuale limitatamente all’Italia, le rispondo che sono molto preoccupato per i miei nipoti. Non vedo orizzonti perlomeno sereni. C’è una gran confusione, con l’aggravante del distacco storico delle nuove generazioni dalla politica (politica, non partitica): dico storico perché – perlomeno per tutto quel 900 di cui sto realizzando un’opera su tre volumi di cui il prossimo in uscita a febbraio – non c’è traccia di questo disinteresse, e questo è un fatto gravissimo. Non è casuale che i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni abbiamo declinato politiche più indirizzate verso gli anziani che verso i giovani, con la conseguenza che i giovani, unitamente alle donne, sono diventati l’anello debole della catena che tiene assieme la nostra società. Fabrizio è mancato giusto un ventennio fa: credo che avrebbe avuto molti spunti se fosse sopravvissuto. Spunti che avrebbero coinvolto anche le migrazioni epocali che hanno segnato questo tempo, unitamente al menefreghismo epocale dell’Occidente. È sotto gli occhi di chiunque li tenga aperti che questa pandemia sia di fatto un problema mondiale irrisolvibile finché l’Occidente e l’Oriente ricco di stampo cinese e giapponese, non assolveranno alla funzione umana, economica, politica, di consentire che anche l’Africa possa accedere al vaccino. Africa i cui numeri attuali non superno il 3% dei vaccinati. Sì, Faber avrebbe modo di “cantargliele”.

Pasolini sul Corriere della Sera scriveva ”…perché come sanno bene gli avvocati, bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza…”.
Cosa non è stato ancora perdonato a De André?

Il tradimento della borghesia, cioè la sua classe d’appartenenza. Semplicemente questo.

Il suo libro è stato pubblicato a sessant’anni esatti dalla pubblicazione del primo 45 giri di Fabrizio De André: Nuvole barocche. Qual è stata la più grande lezione di De André?
Fabrizio non amava dare messaggi, fare lezioni. Viveva la sua vita coerentemente con il suo pensiero: e questo è il binario più onesto su cui ogni uomo potrebbe (dovrebbe) far correre la sua esistenza. Coerente è stato quando ha deciso di non costituirsi parte civile contro i suoi rapitori, considerando loro come i veri prigionieri: l’album L’indiano contiene in modo significativo questo pensiero. Coerente è stata la sua produzione, così come la pubblicazione dei suoi album solo quando aveva realmente qualcosa da dire: lo dimostra il fatto che in quattro decenni ha pubblicato in tutto 15 album.

Pino, ha un ricordo personale che può offrirci di De Andrè e del suo Lirismo?
Per dirla con Schopenhauer noi non viviamo nel mondo, ma nella percezione che di esso abbiamo. Di conseguenza, relativamente a Fabrizio, io non l’ho mai considerato un cantante, un musicista, ma sempre e solo un intellettuale, che ha fatto della mediazione culturale la sua stessa esistenza. Era un uomo molto curioso e come tale divoratore di libri in modo quasi bulimico. Una volta, Fossati mi disse: «Ho visto Fabrizio correre fuori casa per andare a comprare un libro di cui aveva appena letto una recensione, non l’ho mai visto fare lo stesso con un disco». Grazie a lui, quando avevo 20 anni, ho conosciuto Edgar Lee Master, e poi Francois Villon e quindi Alvaro Mutis. Inoltre, ho imparato da lui l’arte della collaborazione. Il solipsismo è una sirena pericolosissima, soprattutto per chi fa un certo lavoro. Per quanto riguarda Faber, non c’è suo album che non abbia la collaborazione di qualcuno. Se Dylan è il maggiore autore monocratico, De André è il maggiore esponente della collaborazione. Una collaborazione che è specularmente rintracciabile sia sul piano testuale (si pensi a Minervini, Bentivoglio, Bubola, De Gregori, Fossati) che musicale (da Piovani a Pagani passando per un’intera band quale la PFM). Si fa un torto a De André blindandolo in una dimensione solitaria: era un uomo, un artista che aveva bisogno degli altri per poter estrapolare al meglio tutto quello che – di meglio – lui possedeva.

Pino Casamassima
Giornalista e scrittore. Tra il 1976 ed il 1984 collabora con i quotidiani Il Giornale di Brescia e Bresciaoggi. Diventato professionista, oltre ad aver lavorato nelle redazioni di quotidiani e periodici, è stato inviato in Formula 1, opinionista per il web europeo del network americano CBS, oltre che consulente editoriale per Rizzoli libri. Attualmente scrive per Il Corriere della Sera e cura una rubrica su Il Giorno. Autore de La Storia siamo noi, collabora con History Channel, l’Università Cattolica di Milano, L’Archivio storico della Resistenza bresciana e della Storia contemporanea. Ha pubblicato una trentina di libri, alcuni dei quali tradotti all’estero. Movimenti, è pubblicato da Sperling&Kupfer. Gli Irriducibili, pubblicato da Laterza, ha avuto più edizioni. Fra gli altri titoli, I Sovversivi e Armi in pugno per Stampa Alternativa, Brigate Rosse (Newton&Compton), Il sangue dei rossi (Cairo), 68 – l’anno che ritorna con Franco Piperno (Rizzoli), Donne di piombo (Bevivino Editore), La Fiat e Gli Agnelli, una storia italiana (Le Lettere). Per il teatro ha scritto Strega! 15 quadri persecutori del XVI secolo nelle valli bresciane. Con il libro Il libro nero delle Brigate rosse ha vinto il premio Minturno 2008; con Il Sangue dei rossi ha vinto il premio Luigi Di Rosa 2011 ex aequo con Cuori neri di Luca Telese.
Piazza della Loggia (Sperling & Kupfer) è uscito nel 2014.

Faccia. Identità e deformità

Professor Marturano, qual è la differenza tra “faccia” e “volto”, soventemente adoperati come sinonimi?
Faccia e volto sono certamente, nel linguaggio comune, termini usati in modo sinonimico. In realtà, essi si sovrappongono solo parzialmente. La faccia denota la parte visibile e materiale del viso, mentre il volto denota, sovrapponendosi con faccia, la stessa parte materiale (spesso in modo metaforico come in “il volto delle cose”, che in genere indica un rapporto con una “verità”), ma altresì denota la parte più legata all’interiorità come “il volto sofferente del Cristo”. Volto rimanda alla sfera simbolica che esso porta con se come “in un nuovo volto della televisione” dove non ci si riferisce alla mera faccia dell’attore, ma anche alle sue possibilità di recitare delle parti, e quindi di “prestare” la propria nuda faccia a volti di personaggi immaginari e non: il volto di Jack Sparrow, il protagonista della saga I pirati dei Caraibi, ha la faccia di Johnny Depp.
Selfie. E’ necessaria la mediazione esterna, è indispensabile un pubblico, per rassicurarsi in merito alla propria identità?
Il modo con cui ogni essere umano è identificato, riconosciuto da chi incontra durante la sua vita è attraverso la propria nuda faccia. In questi anni di pandemia, in cui abbiamo indossato le mascherine, sovente avevamo difficoltà a riconoscere persone che, magari, ci erano più o meno familiari. Il riconoscimento della faccia ha come presupposto il riconoscimento, nel bene e nel male, di sé da parte di altre persone. Il selfie altro non è che una aggiunta tecnologica a questo meccanismo tipicamente umano; l’essere umano non vive in solitudine, vive perché da sempre attraversato da reti più o meno forti di relazioni sociali: la famiglia, la scuola, il posto di lavoro, la tribù, il quartiere, la città. A questi classici esempi di relazioni sociali si aggiunge ora il Web; in questo momento storico in cui l’immagine fotografica ha preso il sopravvento sulla parola scritta o parlata, perché più ricca di significati immediati e sensibili, il selfie o la propria immagine proiettata nel Web ha acquistato più importanza che nel passato? Probabilmente no, basti pensare ai ritratti che da sempre gli aristocratici hanno nel passato richiesto ai più grandi pittori del loro tempo. La differenza fondamentale tra i selfie e quei ritratti è forse nella durata: i ritratti erano proiettati al futuro, i selfie sono immagini istantanee, oserei dire usa e getta, volti ad un audience contemporanea inseriti nel contesto di un consumismo digitale nel quale anche la propria immagine e la propria identità deve essere, in un certo senso, consumata.
La macchina cenestesica s’indebolisce e, simultaneamente, la macchina ottica del sé si rafforza. In che misura il selfie può essere ascritto nella cornice d’una mutazione antropologica?
Non parlerei di dicotomia tra macchine cinestetiche versus macchine ottiche, che, a mio avviso, riprendono una concezione del rapporto tra la macchina uomo e la macchina digitale legata a paradigmi passivi di fruizione, che non sono del tutto cogenti al rapporto che intercorre tra cinesteticità umana e computer specialmente tra i più giovani che giocano in modo fisicamente attivo i videogame (la mia generazione era molto meno attiva da un punto di vista fisico perchè si limitava- come già negli anni ’30 Bertrand Russell in L’elogio dell’ozio – a fruire passivamente di spettacoli costruiti da altri) o preparano prodotti come tik tok instagram mettendo in mostra spesso narcisisticamente il proprio sé. Ora che questa esposizione del sé in ambito digitale sia una mutazione antropologica è difficile dirlo: se prendiamo a raffronto l’epoca della TV o delle Radio possiamo forse dire che si, il digitale preme per una nuova immagine del sé. Ma se mettiamo questo fenomeno a confronto con le epoche precedenti, quella della fotografia tra ‘800 e ‘900 possiamo notare come già vi era una esposizione del sé senza precedenti, che, però, in confronto alla moderna esposizione era pensata per durare nel tempo. L’esposizione del sè contemporanea, specialmente quella che gira sulle piattaforme come Instagram e Tik Tok, invece pretendono che l’immagine dell’individuo sia consumata in breve tempo e che il sé, attraverso una dinamica di selezione/evoluzione sociale, divenga il più possibile fluido per essere proposto in modo sempre più innovativo di volta in volta. Se potessimo dare un motto a questo fenomeno, potremmo riparafrasare il motto darwiniano “the survival of the fittest” in “the survival of the fluidest” (Fluidest è tra l’altro uno dei personaggi del famoso videogioco World of Warcraft, che rimanda quindi ad una lotta ed una lotta di hobbesiana memoria). Insomma, più che ad una mutazione antropologica stiamo assistendo alla esacerbazione di dinamiche sociali che hanno radici nell’800 e che il capitalismo selvaggio sta mettendo in atto in tutti i settori della società bruciando risorse ed individui in tutto il mondo, che potrebbero invece seguire una vita più orientata ad una pluralità di esperienze di vita. O forse la stiamo mettendo in maniera troppo drammatica se pensiamo che questa è un’epoca di passaggio e nulla vieta che dopo questa ubriacatura tecnologica si ritorni ad una vita che sia maggiormente in sintonia con l’ambiente naturale e che nella maturazione delle giovani generazioni si ritorni alla carne, al sudore, alla vita consociativa una volta fatta esperienza della futilità delle esperienze commerciali mediate dalle macchine.
Dagli antichi Greci all’Elephant Man, dai gueules cassées, i soldati sfregiati della Prima Guerra, a Guy de Gourmont, amico di Apollinaire.
La deformità facciale è ancora elemento di esclusione sociale?

Certamente, soprattutto in un’epoca ossessionata dalla futile bellezza “commerciale” fatta specialmente di stereotipi e di cliché. Ricordo benissimo come varie volte quando ero stato chiamato a fare colloqui di lavoro ad alto livello, il modo in cui mi presentavo, soprattutto in Italia, in ambienti dove forte era la spinta al business, provocava una certa perplessità da parte di coloro i quali avrebbero dovuto assumere e per i quali un certo aspetto fisico “standard” prevaleva sulle competenze o sul merito. Oppure quando, specialmente sugli autobus, le persone mi guardavano con insistente fissità cercando di carpire i motivi per i quali apparivo morfologicamente diverso.
Lei ha dichiarato di essere portatore della Sindrome di Treacher Collins Franceschetti.
E’ la sua faccia portatrice della sua identità?

Nella canzone “La facciata”, Renato Zero canta “Ma non sai, Le coordinate della vita mia, Per ogni storia andata in gloria e via, Perché ogni ruga, Ha un nome, Ch’io soltanto so. E a stento nascondo…”. La sindrome di Treacher Collins non può che essere parte della mia identità, la parte più profonda che a stento nascondo, che in qualche maniera mi ha spinto ad essere quello che sono, nel bene e nel male. Come anche ogni ruga, spesso determinata da interventi chirurgici, portano appresso un significato, una valenza, che, come dice Zero nella sua canzone, hanno “un nome che io soltanto so” e che non sono un segno di ipocrisia e neppure di autocensura, perché quelle rughe, quei segni sulla faccia, quelle deformità prolificano il proprio significato per colui che li possiede; talmente profondo è questo significato che è difficile financo esprimerlo: insomma, per dirla con l’aforisma 7 del Tractatus di Ludwig Wittgenstein, “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.

ANTONIO MARTURANO è docente a contratto di Antropologia Filosofica all’Università di Roma Tor Vergata e professore di ruolo in Filosofia e Storia al Liceo Classico e Linguistico Aristofane. Laureato in Filosofia a La Sapienza Università di Roma e dottore di ricerca alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, ha insegnato e svolto ricerca (con una borsa Marie Curie) all’Università di Lancaster ed Exeter (UK) e all’Università di Richmond (USA). Ha insegnato in diverse università italiane ed è stato membro del comitato di etica di Difesan (la Direzione Generale della Sanità Militare) e dell’Università di Exeter. Ha pubblicato oltre cento saggi su riviste internazionali (tradotti anche in spagnolo e parsi) e diversi libri in inglese e italiano. Il suo Leadership: the Key Themes, curato con J. Gosling e pubblicato con Routledge, è tradotto in cinese.

L’essenza dell’assenza

Tra le pagine del libro emerge che la memoria ha un doppio fondo: è il ricordo di ciò che è accaduto e, contemporaneamente, il ricordo di quel che non è avvenuto in quel che è accaduto.
Cos’intende per “memoria” in relazione ai sentimenti?

In questo romanzo ho cercato di trasmettere il concetto di memoria come scheletro dei sentimenti, testimonianza attiva ed inafferrabile di ciò che si prova e si trasmette agli altri.
Le mie protagoniste incarnano a pieno questa descrizione: una di loro, Adela, vive tutta la sua vita per tener viva la memoria di ciò che sua figlia è stata, al punto che la sua intera esistenza è finalizzata a proteggere quei ricordi e a tenerli vivi in un mondo che sembra non averli mai ospitati.
Diametralmente opposto è invece l’atteggiamento di Alma, un’altra delle protagoniste, per la quale è il ricordo di quel che non è avvenuto a muovere le fila della sua storia. L’amore mancato di sua madre infatti, il sentimento che più di tutti contribuisce a renderci ciò che siamo, la condiziona a tal punto da compiere un viaggio oltreoceano pur di comprenderne le ragioni e di scongelare i suoi sentimenti dal gelo in cui la mancanza di quell’affetto li ha confinati.

La storia che narra delinea un percorso che pare indurre ad evadere dalla “comfort zone”, sfidando i propri spettri per smettere di sopravvivere e iniziare realmente a vivere.
Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?

Trovo che la scrittura possa avere qualsiasi potere uno le attribuisca: dal semplice intrattenimento all’esorcizzazione di una paura, dal racchiudere delle memorie al creare qualcosa di nuovo e dargli vita. Il mio romanzo in particolare nasce con lo scopo di approfondire un contesto storico – quello della dittatura militare Argentina di fine anni ’70 – forse non troppo conosciuto in Italia, soprattutto dalla mia generazione che non ha vissuto quegli anni.
Al contempo però, lo scopo di questa storia – anzi, di queste quattro storie intrecciate – è quello di raccontare tutte le diverse strade che possono portare ad uno stesso risultato: il conseguimento della pace interiore e il compimento del proprio destino.
Le mie protagoniste sono infatti molto diverse tra loro e partono da presupposti altrettanto diversi eppure, ognuna di loro a suo modo, desidera soltanto liberarsi dalle proprie paure e dalle proprie catene, andare oltre il limite dello status quo, il confine tra il vivere e il semplice sopravvivere.

Lei lascia intravedere l’abisso di una voragine interiore, dovuta a sentimenti spezzati, che lascia annichiliti.
La perdita, il lutto, è anche perdita di parte di sé?

A mio parere, ogni cosa a cui ci dedichiamo nella vita, ogni persona che amiamo, ogni dettaglio a cui prestiamo attenzione, racchiude e conserverà per sempre una parte di noi e di ciò che siamo stati.
In tal senso dunque, la perdita rappresenta inevitabilmente il distacco di uno di quei piccoli tasselli che compongono ogni vita.
Il mio romanzo esplora molto questa tematica, partendo dal lutto letterale che è sicuramente il più palese, fino ad arrivare alla mancanza che si prova verso una parte di se stessi che si lascia andare.
A questo proposito, piuttosto che citare gli esempi più lampanti come la morte di una figlia o di una madre, mi sento di parlare del personaggio di Maria, colei che non subisce alcun lutto ma che soffre invece un dolore molto diverso: la perdita di se stessa.

Il suo sembra un monito ad essere attenti al dolore altrui, a farci forieri d’empatia. Trova che la contemporaneità vada scossa in tal senso?

Assolutamente sì.
Ho provato ad incarnare quest’empatia in particolare nel personaggio di Thiago, il quale avrà a che fare con Alma, una delle protagoniste. A differenza di tutte le altre persone che la circondano infatti, lui riesce in qualche modo ad accogliere la sua freddezza e i suoi silenzi senza forzarla, accetta il suo dolore pur non conoscendone le ragioni e riesce ad essere per lei un conforto ed un porto sicuro. Ed empatia significa proprio questo: calarsi nei panni dell’altro, accogliere i suoi sentimenti senza necessariamente condividerli, ma rispettandoli e tutelandoli come se fossero propri.
Allo stesso tempo però, se sembra semplice far caso al dolore altrui quando si sta bene con se stessi, trovo che la vera empatia stia nel farlo anche quando non è così. In questo senso è il personaggio di Adela a descrivere bene il mio pensiero, dimostrando che la vera empatia è vivere il dolore in maniera inclusiva e non egoista, aprirsi all’altro anziché chiudersi nella propria individualità.

Lei esplora la provvisorietà dell’Occidente contemporaneo come Annie Ernaux o Yasmina Reza: sagacia solo a prima vista distratta e breve intuizione. Qual è la cifra caratteristica della sua narrazione?

Trovo che la cifra caratteristica della mia scrittura sia la sincerità e la schiettezza con cui le emozioni e le situazioni vengono raccontate. Non amo i fronzoli e le narrazioni barocche, ho sempre preferito uno stile più scarno ma a mio parere più diretto e funzionale. I miei personaggi sono persone a trecentosessanta gradi e come tali vengono raccontati, senza filtrarne i difetti e le contraddizioni, e allo stesso modo la scrittura si adatta ad essi, cambiando toni ed intensità quando si approccia ad uno o all’altro. Questo è il motivo per cui ho scelto di utilizzare punti di vista differenti per i quattro filoni, per permettere alla narrazione di adattarsi alle varie protagoniste e non viceversa.

Anna Chiara Cuozzo ha pubblicato il suo primo romanzo, Il pianto della matrioska, a sedici anni. Dopo molteplici esperienze nella scrittura online – specialmente su Wattpad – si è cimentata nella stesura di questo romanzo, la cui idea è nata da un viaggio in Argentina.

Fuori binario. Bisessualità maschile e identità virile

La ricerca scientifica sulle persone con un’identificazione bisessuale non è neppure lontanamente paragonabile a quella che concerne le persone omosessuali.
Quali sono le ragioni sottese a tale lacuna?

La bisessualità come oggetto autonomo di studio ha non da molto fatto ingresso nella ricerca scientifica: il primo comportamento sessuale a essere nominato è stato l’omosessualità (maschile e, solo dopo, quella femminile), successivamente – e specularmente – abbiamo nominato l’eterosessualità, finendo però per intendere l’una e l’altra in modo dicotomico, e come se non esistesse nient’altro. Ciò è stato effetto di una rappresentazione sociale dell’orientamento sessuale come identità, quindi come oggetto coerente, stabile, omogeneo e senza sbavature. Il comportamento bisessuale, caratterizzato invece proprio dall’alternanza di partner di differenti generi, non era leggibile, e veniva definito come ambiguità, indecisione, come una fase transitoria, come perversione, o addirittura come falsa coscienza di chi non voleva assumersi la responsabilità politica e la visibilità di un’identità omosessuale. In realtà, invece, il comportamento bisessuale appare diffuso in moltissime culture e ha accompagnato la storia umana, essendo – secondo studiosi come Broqua e Kirkpatrick, ad esempio – addirittura più diffuso del comportamento esclusivamente omosessuale. Ancora più diffuso, secondo le indagini sociologiche, appare il desiderio bisessuale (indipendentemente dalla sua realizzazione). Più ridotta è invece la percentuale di uomini e donne che assumono un’identità bisessuale, “dicendola” a se stessi e alla società. Ciò – a mio avviso – è effetto di quella che viene chiamata bifobia, la discriminazione delle persone bisessuali messa in atto tanto dagli eterosessuali (come avviene contro gay e lesbiche) quanto – purtroppo – anche da persone omosessuali. Inoltre, il coming out delle persone bi, da una parte, comporta l’accesso a una “comunità” bisessuale strutturata solo in città molto grandi e, dall’altra, potrebbe complicare la vita sentimentale e sessuale: “dici che sei bisex perché non vuoi impegnarti con me in una relazione”, “hai il doppio delle possibilità di tradirmi, con gli uomini e le donne”, etc. Questa scarsa visibilità sociale è concausa di quella presente nel campo scientifico, nel quale si aggiunge anche un problema epistemologico: il concetto di identità di orientamento sessuale, che si fonda sulla stabilità, riesce al massimo a “vedere” (come un terzo orientamento sessuale, da aggiungere a etero e omosessualità) solo le forme di bisessualità in cui il desiderio si orienta, coerentemente e stabilmente, verso uomini e donne in egual misura, ma non “legge” tutte le altre forme di bisessualità – transitorie, “sbilanciate” verso un genere, situazionali, istituzionalizzate, etc. – che la storia umana conosce.
Lei, Professore, formula l’ipotesi che comportamenti, in realtà, bisessuali siano stati descritti come omosessuali. Quale approccio ha adottato per “rileggere” l’estesa letteratura scientifica già presente sull’omosessualità?
Studiare la bisessualità comporta il doversi scontrare innanzitutto (oltre che con la limitata visibilità sociale delle persone bi) con una grave penuria di studi su questo tema, rispetto ad altri. Per smentire quanti/e affermano che “la bisessualità non esiste” ho attuato una strategia di ricerca trasversale: rileggere la sconfinata letteratura scientifica sulle omosessualità cercandovi esempi di comportamento bisessuale, a partire dall’ipotesi che la concezione dicotomica (etero-omo) di cui dicevo poco fa avesse portato a etichettare come omosessuali comportamenti che in realtà erano bisessuali. Ho scelto poi di concentrarmi sulla sola bisessualità maschile, dato che questa mostra caratteristiche piuttosto differenti da quella femminile e dato che è più corposa la mole di studi che la riguarda. Dall’analisi delle varie tipologie di omosessualità maschile è così emerso come, ad esempio, nella pederastia greca ogni ateniese avesse – nell’arco della sua vita – un comportamento che oggi definiamo bisessuale. Quell’Atene del V secolo a.C. che solitamente viene descritta come una sorta di paradiso gay era in realtà popolata da uomini dal comportamento bisessuale, dato che l’omosessualità esclusiva vi era stigmatizzata (ad esempio, nelle commedie di Aristofane). Anche quelli che la medicina dell’Ottocento definiva “invertiti” lungi dal fare sesso con altri invertiti, avevano come partner uomini dal comportamento bisessuale. Anche lo sciamanesimo costituisce un esempio di comportamento bisessuale e sappiamo pure che alcuni dei gay contemporanei possono saltuariamente avere rapporti soddisfacenti con donne (anche se ovviamente con una netta prevalenza di partner maschili). Anche nei luoghi di incontri all’aperto, dove fanno il cosiddetto cruising uomini che consideriamo gay, una ricerca di Ramello ha individuato tra i frequentanti – oltre a quelli che si identificano appunto come gay – anche uomini che si identificano come bisessuali, eterosessuali o “normali” che sono in relazioni eterosessuali. Potremmo continuare a lungo, ma già questo basta ad affermare che esiste un dossier di esempi (storici, etnografici e sociologici) che ci autorizza ad affermare l’esistenza di uno “spazio” bisessuale finora misconosciuto.
Un dato incontrovertibile è la crescente sperimentazione sessuale praticata dall’eterosessualità maschile. Quali risultanze si possono ricavare, osservando desideri, pratiche e rappresentazioni?
L’eterosessualità è sicuramente il comportamento sessuale più diffuso ma, paradossalmente, risulta molto poco studiato. In particolare quella maschile è studiata solo in relazione alla violenza di genere e sessuale, alla fruizione di pornografia e sex work etc. Specularmente al lavoro fatto sulle omosessualità, ho allora condotto una ricerca sulle eterosessualità (anche queste al plurale), evidenziando come in spazi omosociali – come collegi, monasteri e carceri – abbiamo esempi di comportamenti omosessuali di soggetti che però definiremmo eterosessuali. Bisessuale è, poi, anche il comportamento di quei ragazzi che, ad esempio nel Maghreb, fanno sesso con i turisti europei (mantenendo un ruolo “attivo”) ma hanno anche rapporti con donne. Si tratta di quella “sessualità mediterranea” che ha reso in passato anche il nostro meridione meta del turismo omosessuale di Van Gloeden, Krupp, d’Adelswärd-Fersen, von Plüschow, Symonds, etc. Lo stesso comportamento sessuale ambivalente possiamo dire di molti sex worker (che hanno una loro vita sessuale con donne) e di alcuni attori porno eterosessuali che performano anche scene omosessuali e che per questo vengono detti “gay for pay”. In sociologia è poi ormai emerso il profilo dei “prevalentemente etero”: uomini che hanno un orientamento sessuale e sentimentale diretto verso le donne ma, occasionalmente, si dedicano al sesso con ragazzi per finalità esclusivamente ludiche e di godimento. Oltre a questi uomini – che vengono definiti anche eteroflessibili o bicuriosi – è stato studiato poi il cosiddetto Dude Sex, gli incontri – spesso concordati su piattaforme online – tra uomini che si identificano come eterosessuali, si dichiarano distanti da quello che definiscono lo stile di vita gay (talvolta sono anche schiettamente omofobi) e che affermano di cercare con uomini il sesso che sognano dalle donne: certo, diretto, senza corteggiamento e senza preliminari. Abbiamo poi esempi di comportamento bisessuale in adolescenza, età tradizionalmente associata alla sperimentazione, che oggi appare sempre più caratterizzata da una scanzonata fluidità sessuale. E non bisogna infine dimenticare tutte quelle attestazioni antropologiche in cui uomini dal comportamento eterosessuale (così li definiremmo noi occidentali) hanno comportamenti omosessuli limitati però a specifiche occasioni festive e rituali. Tra le pieghe dell’eterosessualità maschile, così come in quelle dell’omosessualità, è insomma rinvenibile una serie di esempi di un comportamento che non possiamo non definire bisessuale. Tale dossier, che ho raccolto in Fuori binario, spinge a ripensare le nostre categorie teoriche a partire da quella di orientamento sessuale.
Data questa opportunità di ampliare il concetto stesso di orientamento sessuale, quali compiti ritiene che debba affrontare il movimento LGBTIQA+?
È in realtà proprio grazie al concetto di orientamento sessuale che il movimento LGBTIQA+ ha ottenuto in alcuni Paesi occidentali alcuni diritti. La legge sulle unioni civili è ad esempio figlia di questa concezione che vede l’omosessualità non più come un vizio, un peccato o una malattia ma come un desiderio innato, stabile e coerente che non può essere modificato. Ciò ha però contemporaneamente portato all’invisibilizzazione di altri desideri che non presentano queste caratteristiche. Anche oggi, ad esempio, io non sarei in grado di elencare le istanze politiche del movimento LGBTIQA+ italiano che esprimono attenzione ai bisogni delle persone bi. E alcuni bisessuali lamentano poi discriminazioni anche all’interno di questo movimento. Ciò dipende dal fatto che le/gli/lu attivist* non possono non avere inconsapevolemente interiorizzato, almeno parzialmente, gli stereotipi e i pregiudizi presenti in una società caratterizzata da un pensiero fortemente dicotomico. Il senso comune individua infatti solo due sessi (ignorando le persone intersex), due generi (tormentando le persone trans, specialmente se non binarie) e due orientamenti sessuali (cancellando le persone bi). Sulla base della critica al binarismo, è secondo me allora possibile pensare una sorta di alleanza teorica e politica tra persone intersex, trans e bisex, un’alleanza che potrebbe portare a un allargamento e a un rinnovamento dell’agenda politica di un movimento che già oggi è sempre più inclusivo, sempre più capace di riconoscere le istanze di una fluidità di genere e sessualità che sempre più sembrano caratterizzare le giovani generazioni.
Professore, perché, nonostante le dichiarazioni d’“apertura”, soprattutto a seguito di dolorosi fatti di cronaca, la morale sessuale è uno degli aspetti in cui la nostra civiltà è progredita di meno negli ultimi 4000 anni?
In campo morale non userei termini come progresso o regresso, data la difficoltà teorica di trovare parametri di riferimento che non siano mutevoli dal punto di vista storico, sociale e culturale. Sicuramente, la morale sessuale che le istituzioni politiche e religiose, nonché alcuni intellettuali e alcuni partiti di destra, affermano di difendere appare sempre più lontana da quelli che le indagini scientifiche ci dicono essere gli effettivi comportamenti sessuali nella nostra società. Quelle che spesso appaiono posizioni da “sepolcro imbiancato” appaiono però trovare un collante politico in una concezione che vuole affermare la superiorità di un’eterosessualità normativa su tutte le altre forme di sessualità, che stigmatizza il ruolo sessuale ricettivo privilegiando quello insertivo, che non tollera le persone che non si conformano a ruoli maschili o femminili stereotipati, che vede l’identità di genere come effetto necessario, come conseguenza meccanica del sesso genitale (colpendo così le persone trans e ogni varianza di genere), che vede nel lesbismo una minaccia al fallocentrismo e che, per tornare al nostro tema, non può accettare comportamenti che non ricadano nelle categorie oppositive di etero o di omosessualità. Questo coacervo fobico e intollerante di pregiudizi, che spesso si trasformano in discorsi e crimini d’odio, dovrebbe essere l’oggetto di un auspicabile processo educativo ed autoeducativo che coinvolga la società in direzione di una sempre maggiore inclusività. Molta appare però la strada ancora da fare, se pensiamo – ad esempio – che nel nostro Paese non esiste alcuna forma di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole, o che ogni tentativo di discutervi temi relativi al genere e ai desideri viene ostacolato dallo squadrismo organizzato dei gruppi cosiddetti no-gender, nonostante il fatto che le rilevazioni scientifiche ci dicano che le questioni di genere e sessualità risultino al primo posto tra i bisogni formativi che gli studentu individuano come disattesi.

Giuseppe Burgio, professore associato di Pedagogia generale e sociale all’Università degli Studi di Enna “Kore” e Graduated Sylff Fellow della Tokyo Foundation for Policy Research, è direttore del CIRQUE (Centro Interuniversitario di Ricerca Queer). Tra i suoi volumi ricordiamo: Mezzi maschi. Gli adolescenti gay dell’Italia meridionale (2008) e Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità (2017), quest’ultimo vincitore del Premio nazionale della Società Italiana di Pedagogia.

50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti

Paste sfoglie, lavatrici, rubinetti pieni di calcare, supermercati; cavatappi, scarpa da donna col tacco alto, tazza con la faccia di Mafalda, barattolo dei pelati, mazzo di chiavi «auto casa furgone cancello», guinzaglio del cane, busta frigo dell’Ikea.
Lei scrive versi che narrano una quotidianità quasi atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.
La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

Quasi tutte le poesie dell’ultimo libro sono ambientate in un tempo presente e continuo che si srotola e stende come pasta sfoglia appunto già pronta, detto cotto, all’interno di un contesto domestico anonimo e per questo riconoscibilissimo, famigliare, d’uso comune e di facile consumo. Una quotidianità che si interrompe solo nella violenza del gesto per poi riprendere come se nulla fosse successo, basta una passata- tutto lucidato, con un ritmo uguale a se stesso e per questo riproducibile all’infinito, riprodotto da chiunque con qualsiasi oggetto a disposizione, dal souvenir di villaggio vacanza alla bottiglia di shampoo. Un presente che si ripete come merce in fila sugli scaffali, centinaia di marchi e colori uguali, profumi, linee, confezioni facilmente maneggiabili, grandi sconti e infiniti sgravi.
“aprire casseforti e cassapanche/provare gonne di due taglie più piccole/rifare uguali spezzatini”
Pensando all’essere una poetessa con lo sguardo rivolto alle donne, ravvede una specificità di punto di vista esclusivamente muliebre; un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della Poesia declinata al femminile?

Credo che far parte di una minoranza mi abbia permesso di toccare i limiti di una condizione, quella femminile, che si porta addosso i segni di una guerra culturale, sociale e politica condotta sul suo corpo, i suoi corpi.
Una lettura fatta a mano delle cicatrici inferte da un sistema patriarcale che ha condizionato qualsiasi espressione vitale con lo stigma del “partorirai con dolore”: la sofferenza e il sacrificio imposto per poter stare al mondo. Un mondo ristretto, intimo, che ha il raggio d’azione di un braccio: prega, cucina, allatta, stira, lava. Da questo personalissimo è necessario uscire per raggiungere una dimensione sociale e socializzata, dove la questione delle problematiche cosiddette “femminili” diventa questione politica, necessità di cambiamento.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?
Credo, come ho già accennato nella risposta precedente, che la poesia possa essere altro rispetto al conforto, che possa diventare lotta quando incontra una violenza che è trasversale, non riguarda il singolo ma la collettività, ci ri-guarda più e più volte dallo specchio del soggiorno, alla pagina social a quella di cronaca di Repubblica. Non si tratta di poesia di denuncia ma di spogliare il quotidiano dai suoi stereotipi, le frasi fatte, i preconcetti, le condizioni date e di ridurlo all’osso, alle falangi e falangette che tengono il coltello, rendere visibile l’invivibile.
La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne, a tratti ironica. C’è un limite a ciò che si può narrare?
Non c’è limite a quanto accade né a come viene narrato nelle pagine dei giornali, nei social, nelle conversazioni in televisione o al bancone di un bar. Lavoro usando stralci di articoli, post su facebook, pezzi di sentito dire: copio la realtà e vado a capo, innesco rime e strofe. Il chiacchiericcio quotidiano, nel conforto e nel confortevole dei mezzi di comunicazione ufficiale, depotenzia la portata di atti violentissimi perpetrati e perpetuati all’interno delle mura domestiche con gli abusi su donne e bambini, in strada su malate di mente e prostitute. Ora si fa e si dice con una violenza maggiore, si commenta, vi do espone con il pollice alzato, puntato. La poesia decontestualizza questo dire, lo mette in riga e in rima sul bianco del foglio riconsegnandogli la potenza che gli spetta.
Le parole che inanella in versi appaiono sensibilmente refrattarie al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?
Tornare alla base, ad un lingua comune. Alla lallazione del primitivo, del primo trauma, primo umano.

Alessandra Carnaroli ha pubblicato: una silloge in 1° non singolo (sette poeti italiani) con una nota di A. Nove (Oèdipus, 2006), Taglio intimo (Fara editore, 2001), Femminimondo, con una nota di T.Ottonieri (Polimata, 2011), Elsamatta, collana «Syn. Scritture di ricerca» diretta da M. Giovenale (ikonaLíber, 2015, finalista al Premio Pagliarani 2016), Primine, con una nota di A. Cortellessa (edizioni del verri, 2017, finalista al Premio Marazza 2018, finalista Premio Pagliarani 2017) ed Ex-voto, collana croma K diretta da I. Schiavone (Oèdipus, 2017, primo classificato Premio Bologna in Lettere – Dislivelli, 2018, finalista al Premio Montano 2018 e al Premio Città di Trento-Oltre le mura 2018), Sespersa, con una nota di H. Janeczek (Vydia editore, 2018) finalista al Premio Trivio 2018, In caso di smarrimento / riportare a, con prefazione di Silvia De March, (Il Canneto editore, 2019), finalista del premio Fortini 2019. Poesie con Katana (Miraggi Edizioni 2019) è la sua pubblicazione più recente. È stata finalista del Premio A. Delfini nel 2005 con la raccolta Scartata e nel 2013 con Annamatta e del premio Miosotis 2011 (d’If edizioni) con Prec’arie. Prose e racconti sono inclusi in diverse antologie, riviste e pubblicazioni online. Una sezione monografica sul suo lavoro è stata pubblicata sul n. 65 de il verri (ottobre 2017).

Abbecedario del postumanismo

“Postumanismo” e non “Postumanesimo”. A cosa si riferisce il “post”?

Innanzi tutto credo sia fondamentale spiegare perché si è scelto il termine “post-umanismo” e non “post-umanesimo”. Infatti ciò che si vuole criticare non è l’umanesimo tout court ma un certo tipo di atteggiamento che si è tradotto nell’umanismo. L’umanismo infatti è quel movimento di pensiero che ha posto l’uomo* (nel nostro testo si spiegherà la scelta di utilizzare la parola “uomo” accompagnata da un asterisco, per questo, anche qui sento l’esigenza che assuma questo aspetto) al centro dell’universo e che lo ha proclamato quale essere superiore, ponendo tutti gli altri viventi in una condizione di subordinazione e di assoggettamento all’umano. Facendo ciò ha dimensionato l’essere umano in una condizione di completo distacco dalla realtà che lo circonda producendo una serie di dicotomie – la più esplicita è quella di natura-cultura – come se l’uomo* potesse fondare la propria esistenza iuxa propria principia e quindi in chiave completamente autonoma rispetto al restante. Questo tipo di visione ha trovato particolare sviluppo in un certo tipo di filone di pensiero, l’antropologia filosofica, che considerava la condizione umana “eccentrica” e per questo del tutto indipendente e impermeabile alla realtà in cui era inserita. Il postumanismo vuole all’opposto riposizionare l’uomo* all’interno di una condizione ecologica, sbarazzandosi di una visione piramidale dell’evoluzione e smettendo di valutare homo sapiens (utilizzo appositamente la lettera minuscola giacché proprio nell’Abbecedario illustriamo il senso di questa scelta simbolica nei riguardi dell’identificazione della nostra specie) come essere speciale, ma considerandolo uno dei tanti esseri specializzati presenti nel pianeta. L’approccio umanista ha inoltre introdotto una categoria dannosa che è il concetto di “normalità”: tutto ciò che prescinde da un canone specifico – che è stato identificato nella figura del maschio bianco, occidentale, normodotato, eterosessuale, dotato di linguaggio – viene di fatto scartato da uno scenario politico influente. Il postumanismo non vuole quindi sminuire l’umanità in quanto tale, ma rileggerla secondo una prospettiva differente e quindi riposizionandola all’interno di una dimensione di relazione con ogni altra forma di esistenza e, facendo ciò, ricomprendendo ogni minoranza all’interno del paradigma dell’esistenza, sia essa umana, animale o vegetale. “Post”, come ci ricorda anche Francesca Ferrando, filosofa presente come autrice nell’Abbecedario, non simboleggia una rottura radicale con il nostro passato e con il pensiero che ci ha condotto fino ad oggi, non possiamo prescindere dalla nostra storia, sia essa di natura evolutiva o narrativo-culturale, ma rappresenta un punto di continuità e al contempo di superamento. La consapevolezza che le scienze biologiche ci hanno offerto impongono una rilettura della posizione dell’uomo* nell’universo: egli non deve essere più posto al centro quale fosse misura di tutte le cose, ma come organo periferico dotato quindi di una visione parziale e non omnicomprensiva della realtà. Questo passaggio è fondamentale giacché significa riconoscersi parte di un insieme e al contempo in grado di dare un’interpretazione specifica e non assoluta della realtà.

Azzardando una sintesi, qual è l’idea chiave del “postumanismo” capace di porre in discussione le radici umanistiche del pensiero occidentale?

Se dovessi pensare, proprio sulla scia del lavoro di rilettura terminologica che abbiamo condotto nell’Abbecedario, a quali possano essere le parole simbolo del postumanismo direi che potremmo identificarle in antropocentrismo ed ibridazione. Antropocentrismo proprio perché è stato quell’atteggiamento che ha influito maggiormente alla formazione del pensiero occidentale e sulla messa a terra di una serie di comportamenti etici e politici che ci hanno guidati verso la realtà che oggi, purtroppo, abbiamo ben presente. Considerare ciò che ci circonda come mezzo al servizio della realizzazione della dimensione umana ci ha condotti a saccheggiare il pianeta come se ogni ecosistema non fosse in qualche modo direttamente interconnesso con la nostra stessa possibilità di sopravvivenza. L’hybris che ha guidato l’uomo* – incapace di riconoscere la bellezza della diversità – in un progetto di sviluppo costante, di controllo, di gestione ha distrutto ogni possibilità di “gesto spontaneo” di amore, di cura – altra parola a mio avviso particolarmente significativa nella rilettura offerta dal postumanismo – nei confronti di ciò che è solo apparentemente altro. Ed ecco perché il concetto di ibridazione risulta fondamentale, si tratta infatti di un passaggio da un ottica dicotomica (uomo*-mondo) a un prospettiva relazionale: ogni essere si dà nella relazione. Sulla scia di una visione immanentista ogni forma di vita è consustanziale. Il postumanismo supera radicalmente una visione essenzialistica sostituendo ad essa un’ontologia relazionale e per questo fedifraga. Non esiste l’essere puro ma una dimensione di superamento costante di ciò che si è per andare verso il mondo, per realizzarsi per mezzo di esso giacché ogni vita trova il suo senso solo superandosi. La gettatezza è quindi una condizione di costante superamento e di meraviglia nei confronti della realtà, di relazione, ibridazione là dove, incontrando il mondo l’essere riscopre sé stesso.

Il postumanismo, quindi, è, tra l’altro, una metamorfosi del nostro modo di interfacciarci col mondo. E’ questo il senso della ricerca di un nuovo vocabolario per nuovi concetti?

Noi esseri umani abbiamo sviluppato una specifica forma di comunicazione che è appunto il linguaggio. Ci tengo a ricordare che il linguaggio è una delle molteplici forme di lettura della realtà e non la sola, sicuramente essa è quella che homo sapiens ha prediletto. Proprio questo lavoro, infatti, vuole spingere a riflettere riguardo la parzialità del linguaggio: il linguaggio non è la rappresentazione del mondo, non coglie la realtà per intero ma è unicamente una delle lenti attraverso cui possiamo cogliere le cose. Su questo mi è molto cara l’asserzione di Wittgenstein secondo cui il linguaggio è il limite del nostro mondo. Proprio da questa asserzione, espressa nel Tractatus, infatti, ha preso vita la nostra riflessione – quella che ho condotto assieme alle altre due curatrici dell’opera Elisa Baioni e Lidia María Cuadrado Payeras – sulle parole e i concetti. Parole, concetti non sono affatto qualcosa di innocuo bensì celano una pre-interpretazione della realtà. Difficile è usare alcune parole, per fare un esempio “uomo”, senza che l’intera tradizione antropocentrica ci travolga. “Uomo” non indica solo l’animale umano ma insieme ciò che non è animale, l’essere umano maschile, una dimensione tra l’altro abbastanza specifica di questa stessa. E la parola “uomo” è solo un piccolo esempio ma potrei citarne molte altre appunto contenute nell’Abbecedario. Questo ci ha convinte del fatto che fosse necessario tentare di interpretare secondo coordinate nuove il linguaggio che stavamo utilizzando, certe che nessun cambiamento fosse possibile senza che avvenisse prima una attenta riflessione sulle parole che stavamo utilizzando. Al contrario quindi di quanto la politica di oggi voglia farci credere le parole non sono affatto innocenti, non vi è nulla – per noi umani – di così tanto potente, come ricorda anche Emily Dickinson. Il linguaggio è dunque al contempo parziale – è solo una delle forme di rappresentazione del mondo – ma, essendo quella che homo sapiens privilegia, estremamente potente giacché direziona il nostro approccio interpretativo e di conseguenza etico alla realtà.
L’Abbecedario è quindi una mappa, una guida attraverso cui addentrarsi all’interno di questo cambiamento di prospettiva epocale là dove, però, ciò che spero è che questa svolta non sia solo teoretica e lessicale ma soprattutto etica e pratica.

Il postumanismo è, altresì, un ampio ragionamento sul rapporto tra techne e realtà. Oggidì, tutto si fonda sull’efficacia e l’efficienza. Un mondo post-antropocentrico potrebbe reggersi su creatività e sentimenti?

Trovo molto rilevante questa domanda giacché coglie in pieno lo snodo centrale del pensiero postumanista. Esso, infatti, si configura in termini oppositivi al transumanesimo che crede in un futuro guidato direttamente dall’uomo* e dalla tecnica, convinto che proprio l’uomo* sia al timone della “macchina tecnologica”. Per spiegare meglio il concetto vorrei citare Ernst Jünger il quale nel Trattato del ribelle (1980), in maniera del tutto antesignana, utilizza l’immagine del Titanic per descrivere la direzione che il mondo stava prendendo in quel momento: nulla vi era di più certo del fatto che il transatlantico si sarebbe andato a schiantare contro l’iceberg. L’uomo* non poteva fare niente giacché non era al timone, l’unica cosa che avrebbe potuto fare, l’ultima speranza rimasta era quella di sabotare il sistema dall’interno. Ma come? Attraverso l’azione del Ribelle che, riscoprendo principi come l’amicizia, l’amore poteva sfuggire dal sistema di controllo della “macchina tecnologica” ricongiungendosi alla propria libertà.
Credo che sia questa la questione fondamentale che l’essere umano della nostra epoca deve affrontare: non è al timone di nessuna “macchina tecnologica” giacché essa ha vita propria; non per questa ragione dobbiamo temere la tecnica ma avere nei riguardi di essa una consapevolezza differente. Essa non sarà l’elemento per mezzo del quale potremo potenziare la nostra specie allo scopo di raggiungere mete fantascientifiche, essa non andrà a lenire nostri limiti, ma ci spingerà a percepirne di nuovi; ciò proprio perché la tecnica, come ogni altra forma di alterità, amplifica i nostri predicati e la nostra “fame di mondo”; per spiegarmi meglio: non sentivamo la mancanza del cellulare prima che esso entrasse nelle nostre vite, oggi sembra impossibile potersi destreggiare nella realtà se ne fossimo privati. La tecnica non può quindi essere lo specchio attraverso il quale sondare la nostra identità per sentirla sempre maggiormente inadeguata – come ci insegna saggiamente Günter Anders – ma deve divenire arciere di nuove consapevolezze riguardo ciò che siamo. Essa, al pari di ogni altra forma di alterità, ha forgiato la nostra essenza in termini virali, non avendo quindi una funzione probiotica, quanto infiltrativa. Ma, essa è imprevedibile, quanto lo è ogni forma di vita, la tecnica non si piega al controllo umano, essa è sempre pronta a sfuggirci di mano. Ecco che decade per l’ennesima volta quella convinzione che l’uomo* – presunta misura di tutte le cose – possa controllare il percorso della realtà. L’essere umano può infatti porsi come parte del tutto, come membro di un sistema infinito ma non come dimensionatore della realtà. Riposizionare l’uomo* all’interno di una condizione ecologica significa anche far decadere il suo intimo desiderio di controllo. Assistiamo oggi a una dimensione di “controllo totale” che passa dalla burocrazia, al lavoro, arrivando anche all’intrattenimento, allo svago, ai desideri, ai sentimenti in una sorta di morbo che sta annientando ogni forma di spontaneità e per questo di creatività ed emozionalità. Mi sto occupando proprio di questi aspetti nel libro che sto scrivendo adesso convinta che, solo riscoprendo la nostra dimensione animale e per questo spontanea, libera, creativa ed emotiva, sia possibile operare quel passaggio salvifico verso l’universo del postumano. Heidegger dice che l’animale non umano non può morire ma solo cessare di vivere giacché mai interamente presente alla vita. Non vi è nulla di meno vero. Oggi è l’essere umano che non sa più vivere e che per questo, forse, non sa neppure più morire (ricordo che una delle finalità del transumanesimo è proprio il superamento della morte).

“Abbecedario del postumanismo” è un’opera corale in cui convergono le firme maggiormente rappresentative del postumanismo italiano ed europeo. Quali sono le specificità della “corrente” italiana gravitante intorno al Centro Studi Filosofia Postumanista, fondato nel 2002 dal filosofo Roberto Marchesini?

Il primo aspetto che caratterizza la corrente italiana legata la Centro Studi di Filosofia Postumanista è porre la relazione come fondamento di ogni identità considerando l’ibridazione il principio di ogni ontologia. Per questa ragione uno dei concetti cardine della rivoluzione posta in essere dalla corrente marchesiniana di postumanismo è l’eco-ontologia; essa si fonda sulla convinzione che ogni ontologia non è mai completamente definita ma sempre in balia delle influenze apportate del rapporto con ciò che ci circonda. Non siamo esseri “risolti” ma sempre in costante mutamento e per questo fedifraghi nei confronti di noi stessi, un cantiere aperto ad influenze esterne siano esse di natura ambientale, animale o tecnologica. Un altro aspetto sicuramente molto importante è l’interdisciplinarità. Intendo dire che il Prof. Marchesini ha smesso di pensare in termini specificamente settoriali ponendo in costellazione tutti i saperi e dando ad essi pari dignità. Abbiamo assistito per anni a una filosofia che poneva l’uomo* su di un piedistallo senza sapere nulla di cosa effettivamente fosse l’universo animale o vegetale, pensando che si potesse parlare di ciò che definivamo “altro” senza un genuino desiderio di avvicinamento. Il presidio metodologico che stiamo cercando di mettere in atto è quindi quello di conoscere prima di sviluppare delle teorie, nella convinzione che la conoscenza non abbia confini ma germogli in quel terreno fecondo ed indefinito che è la “soglia”. Per questo l’Abbecedario ha avuto bisogno di più di cinquanta autori, si è nutrito delle differenze di ognuno, ha iniziato a vivere di vita propria coltivato dalle differenze di prospettive e di specializzazioni.
Voglio inoltre sottolineare un ultimo aspetto: L’Abbecedario del postumanesimo non si propone come qualcosa di “definitivo”, non è l’immagine stentorea di un risultato ottenuto, esso vuole imparare a “sillabare” una nuova realtà; non a caso l’abbecedario è quello strumento attraverso cui si impara a leggere. Questo lavoro quindi funge da segnavia di un percorso che spinge verso una strada differente e per questo irta, perturbate, complessa che potremmo metaforizzare con l’immagine del bosco. Il bosco perché proprio in una dimensione selvaggia e libera da ogni controllo è possibile riscoprire la vita oltre la vita e pensare quello che ad oggi è rimasto ancora impensato: il futuro. Proprio il futuro non abbraccia nessuna dinamica legata al progresso quanto un ritorno al sempre stato, uno sbarazzarsi del peso di questa presunta e presuntuosa superiorità dell’essere umano riconnettendosi con emozione, creatività, spontaneità.
Una sola parola basta per descrivere tutto questo: animalità.

P.P.PASOLINI: L’ossimoro vivente

Pasolini è noto, per lo più, per aspetti massmediatici e politici piuttosto che per i riverberi sentimentali, lirici e pirateschi di un individuo che ha speso la sua vita nel combattere una rivoluzione sia estetica che linguistica. Per quale ragione, ancora oggi, risulta prevalente l’interesse per le polemiche civili, giornalistiche, letterarie ed, infine, per l’assassinio?
Anni di televisione (come Pasolini aveva previsto), di gossip culturale e cattivo giornalismo culturale hanno annientato il ruolo dell’intellettuale, dei filosofi e dei poeti in questa società dell’immagine e del marketing culturale a scapito dei valori, della cultura e della poesia. Si è più attenti ai like e ai titoloni dei media che ai contenuti purtroppo. Tutti citano Pasolini ma pochi lo leggono e lo conoscono davvero. Nel mio libro ho cercato semplicemente di leggere le sue opere e interpretare i suoi film, oltre lo scandalo e il chiacchiericcio omofobo-fascista. Ho cercato di rivelare Pasolini come poeta, forse il più grande poeta Italiano dopo Leopardi.
Lei scrive “Pasolini è stato a mio avviso un ossimoro vivente…scriveva poesie ma faceva anche film, adorava viaggiare ma anche starsene per giorni in un mutismo creativo, era marxista ma inseguiva la religione.”. Qual è stata la sua più grande lezione?
Più che di grande lezione parlerei di lezioni…La sua è stata la lezione di un grande poeta eretico, coraggioso e libero da condizionamenti, un grande sperimentatore di linguaggi che era cosciente della sua disperata vitalità. Un uomo malinconico e solo fino alla fine, un grande corsaro della verità.
Pasolini ed i suoi tre corpi: fisico, mentale e poetico…” e trasversali in contaminazione con altri due corpi, quello sociale e quello poetico cosmico”
Per quali motivazioni scrive di “corpi” ed in quale rapporto sono tra loro?

Perché Pasolini ha avuto il coraggio di mettere la sua faccia e il suo corpo nella lotta, e alla fine hanno fatto scempio del suo corpo, non potendo assassinare la sua anima, la sua cultura e la sua poesia.
Lei, Donato, ha impiegato tre anni per stendere questo testo. Quanti di studio ed in quali direzioni?
Studio Pasolini da oltre 40 anni, da quando giovane cominciai a interessarmi di poesia seriamente. Seguivo le riviste dell’epoca (Salvo Imprevisti, Valore d’Uso, Lengua, e altre) e in particolare Officina e poi Rendiconti, decisi di conoscere di persona Pasolini, Roversi e Fortini. Pasolini lo assassinarono e non feci in tempo, Roversi l’ho conosciuto a Bologna nella sua mitica Libreria Palmaverde, e amato fino alla fine, e divenne il mio maestro di vita e di poesia. Con Fortini che conobbi a Milano, non scattò quel feeling umano che mi aspettavo. Lui era un professore impegnato nei suoi studi e io un giovane alla ricerca di un mio stile, linguaggio e rapporto con il mondo.
Pasolini sul Corriere della Sera scriveva ”…perché come sanno bene gli avvocati, bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza…”.
Cosa non gli veniva perdonato?

Semplicemente di dire la verità sulle lotte civili e sociali, sugli scandali e le stragi , sull’assassinio di Mattei, e di non essere rimasto un intellettuale staccato dalla realtà, ma cominciò a scrivere “Petrolio” e sul Corriere delle Sera e nelle Interviste che lui sapeva i nomi, etc…insomma di far crescere una coscienza e memoria civile collettiva, che dava fastidio al poteri dominanti. A tale proposito voglio ricordare la poesia che gli ho dedicato:

Lampi di verità
a P.P. Pasolini e E. Mattei

         Lampo I°

E come voi restammo attoniti
Di fronte alla volgarità del potere
Doppio e Omertoso, vile e oscuro
E ossessionato dal petrolio.
Ma traboccava in voi
La ricerca della verità
Anch’essa doppia, della Storia e del Corpo
Che vi rese eterni “gemelli di libertà”.
Lampi di verità
In un’Italia piccola e impura,
Un’ Italia che stava già smarrendo
I bozzoli dell’utopia e della ragione.
Quell’ Italia sporca, vile e distratta
Quell’Italia economica e letteraria
Che fece di voi due fenici al rogo
Due vittime colpevoli di sé stesse

              Lampo II°

E invece voi eravate la preda
Sacrificale al festino dei sicari
E vittime delle iene del potere.
Una rondine esplosa in volo
Che volava in alto, troppo in alto
E un mare d’inchiostro
Rosso, di un’ ignobile mattanza di terra.
Due lampi di verità
Vostra sola grazia che volevate donare
A un popolo miserabile e solo.
Ma ora, finalmente avanza
Un popolo di uomini, soli e puri
Un popolo di poeti “donchisciotteschi e duri”.
Che cerca briciole di futuro e di memoria
Affinché la Storia ridiventi vita
E la vita finalmente poesia.

         Lampo III°

Noi cercheremo
Quella verità che sgorga dal vero
E quella poesia che fa sognare
Un nuovo mondo e un nuovo futuro.
Noi combatteremo
L’orgia dei poteri
L’orgia delle multinazionali
L’orgia delle mistificazioni
L’orgia dei silenzi
E le mattanze di uomini, cose e idee.
Noi saremo
Lampi di verità
Per vivere oltre le sirene catodiche
Oltre il bivacco amniotico degli stadi
Oltre il mercato delle stragi
Oltre i conflitti d’interessi
Oltre gli integralismi religiosi
Oltre i monopoli camuffati.
Noi saremo nuvole corsare
Per attraversare l’Utopia del corpo
L’Eresia delle parole
Lampi di verità.

Donato Di Poce – Milano, 1 Giugno 2006

Donato Di Poce, ama definirsi un ex poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici. Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo. Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività. Ha al suo attivo 23 libri pubblicati (tradotti anche in inglese, arabo, rumeno e spagnolo), 20 ebook pubblicati su Amazon e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di Taccuini d’Artista. Ha realizzato L’Archivio Internazionale di TACCUINI D’ARTISTA e Poetry Box di Donato Di Poce, progetto espositivo itinerante. (Vedi sito internet: http://www.taccuinidartista.it). Tra le numerose pubblicazioni di Poesie ricordiamo: ATELIER D’ARTISTA, I Quaderni del Bardo Edizioni, Lecce, 2020. ONDE GRAVITAZIONALI, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo (AN) 2020. ARTAUD: Il Poeta e il suo doppio, I Quaderni del Bardo Edizioni, di Stefano Donno, Sannicola (LC), 2019. LA POESIA DILATA I CONFINI Omaggio a Tomaso Kemeny, I Quaderni del Bardo Edizioni, di Stefano Donno, Sannicola(LC), 2018. LAMPI DI VERITA’, I Quaderni del Bardo Edizioni, di Stefano Donno, Sannicola (LC), 2017.
UT PICTURA POESIS, Dot.com Press, Milano, 2017. VITA, Poemetto, Il Sottobosco, Bologna, 2017. LABIRINTO D’AMORE, Lietocollelibri, Como, 2013. LA ZATTERA DELLE PAROLE” Campanotto Editore, Udine, 2005 e nel 2006 è stato ristampato e tradotto con testo inglese a fronte, con traduzioni di Daniela Caldaroni e Donaldo Speranza, sempre per la Campanotto Editore, Udine. L’ORIGINE DU MONDE, Lietocollelibri, 2004. Poemetto Erotico.
VINCOLO TESTUALE, Lietocollelibri, Como, 1998 “opera prima” in versi che era in realtà un’accuratissima scelta antologica, con testi critici di Roberto Roversi, e Gianni D’Elia.
http://www.donatodipoce.net