MASCHILISMO ORECCHIABILE mezzo secolo di sessismo nella musica leggera italiana

 Dove sei stata, cos’hai fatto mai?/Una donna! Donna, dimmi:/ cosa vuol dire “sono una donna” ormai? Una canzone è solo melodia oppure può costituire un’occasione per un’indagine sociologica sui modelli culturali dominanti?

Ogni canzone è testo e melodia. In alcune conta di più la componente testuale, in altre quella ritmica. Ciò è vero a prescindere dal fatto che si parli di canzoni pop o di cantautorato. Ci sono canzoni pop in cui conta di più il testo (es. la canzone C’è un boa nella canoa di Andrea Mingardi, non avendo una melodia particolarmente godibile, punta tutto sull’ironia del testo… sebbene anche questa sia fondamentalmente ridotta alla rima – boa-canoa – e alla comicità un po’ nonsense, un po’ demenziale, del verso “speriamo che muoa”), altre in cui il testo consta di sole tre parole (“sole, cuore, amore”), cantate però in modo tale che si conficchino per sempre nell’orecchio. Similmente, ci sono canzoni di cantautorato dove il testo è tutto (si pensi a gran parte della produzione di Guccini) e altre in cui la musica val ben più della parola (es. Max di Paolo Conte). Ciò che differenzia una canzone leggera da una impegnata, semmai, è l’originalità: il cantautorato ha come obiettivo quello di andare al di là dell’intrattenimento; viceversa, chi ascolta una canzonetta sa di non dover affrontare un particolare sforzo interpretativo. È proprio per la sua costitutiva assenza di originalità che la musica leggera si presta a un’indagine sociologica: non avendo l’onere di dire qualcosa di nuovo, punta sul confermare ciò che già conosciamo. Dunque offre un utile fermoimmagine del pensiero medio (o perché no, dello “spirito del tempo”) della società che l’ha prodotta.

Oltre 170 testi di canzoni in voga dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Zero: qual è il tratto che le accomuna rispetto alla rappresentazione della donna?

Direi solo il genere (l’essere pop). Dopodiché il mio librino prova proprio a offrirsi come strumento per orientarsi nei diversi stereotipi con i quali viene rappresentata non solo la donna nelle canzoni leggere (che nelle categorie proposte può essere di tre tipi: “angelo”, che è fondamentalmente la musa descritta nelle liriche medievali; “immobile”, quella che è quel tipo di donna sempre pronta a dire un altro sì…; “circe”, e cioè la figura della tentatrice, della maga capace di sedurre e dominare ogni uomo), ma anche l’uomo (e le categorie sono “stalker”, “play boy” e “gran maestro d’amore”) e le relazioni (“quando lui lascia lei”, canzoni in cui ci si appella alla presunta naturale propensione alla caccia e quindi all’abbandono perpetrato dagli uomini; “quando lei lascia lui”, e quando c’è una lei che ha lasciato un lui, be’, di solito è una…). Otto categorie, otto stereotipi che in tutto il periodo preso in analisi non sembrano assolutamente essere cambiati.

Lei osserva e scandaglia le forme del linguaggio sessista nei testi delle canzoni pop. L’orecchiabilità delle stesse può veicolare contenuti tipici della meccanica della cultura patriarcale?

Può farlo. Per la semplice ragione che rispecchia la società. Se la società, di decennio in decennio, dovesse del tutto abbandonare certi stereotipi e abbracciarne altri, ecco che la musica leggera comincerebbe semplicemente a cantarli. Il concetto fondamentale da tenere presente è che la cultura pop rappresenta ciò che diamo per scontato e già conosciamo. E nel farlo ci dà conferme, ci rassicura.

Mediante l’uso della Parola (anche quella pop delle canzoni) è possibile educare ad usi, costumi e consuetudini civili? 

Se per “Parola” con la P maiuscola intendiamo in generale il linguaggio, certo. Sin dai primi istanti in cui veniamo al mondo (ma anche prima, nell’utero materno) sono le parole a formarci e indirizzarci verso usi, costumi e consuetudini della società in cui nasciamo. In questa accezione di “educazione” si ha a che fare con soggetti praticamente inermi (i neonati) e quindi senz’altro ben plasmabili con le parole.

La parola che come scopo ha quello di educare, però, non coincide con l’arte. Il fine ultimo dell’uso artistico della parola non è infatti l’educazione del fruitore, ma quello di suscitarne empatia, compartecipazione, appagamento… insomma, di stimolarne l’intelletto. E stimolare l’intelletto non significa necessariamente educare. Con il romanzo Lolita, Nabokov non ci educa alla pedofilia perché narra le passioni di un adulto per una ragazzina, ci pone semplicemente davanti a quello scenario. Uno scenario additabile come scandaloso da chi non possiede, davanti a un testo, altre capacità di lettura se non quella dell’interpretazione letterale. Come se le parole fossero strumenti sacri e quindi sempre destinati a dire il vero.

Penso che l’uso artistico pop della parola, invece, consista più che altro nell’intrattenere, nell’allietare, ma lo fa dando conferme, rassicurando; non vuole né innovare, né impegnare l’intelligenza molto oltre al piano letterale. Ma anch’essa non educa, tutt’al più rappresenta.

Stante il sessismo, è possibile porre un argine mediante l’opera del Legislatore, ovvero promulgando leggi?

Nel medioevo quando un re ariano si convertiva al cattolicesimo si considerava automaticamente convertito, insieme a lui, anche tutto il suo popolo. Già la cosa era un po’ meno automatica quando si trattava della conversazione di un re pagano. Voglio dire, per legge puoi stabilire, vietare, multare, e a volte questi sono effettivamente argini utili. Funziona bene anche con le mucche: se le metti in un recinto elettrificato tendono a non cercare di uscire. Non per questo, però, rinunciano alla voglia di andare a brucare dove l’erba è meno battuta.

Insomma, il Legislatore può provarci a mettere un argine al sessismo, se ha molta fantasia (avrebbe un bel da fare a descriverne ogni possibile forma e poi stabilire per ciascun tipo la sua ammenda!), ma il mio timore è che finisca per proibire la lettura di “Lolita”, anziché stimolare gli intelletti (che è ciò che immagino si stia auspicando nel porre questo problema).

Riccardo Burgazzi, filologo. Ha insegnato Letteratura latina medievale e Storia del libro all’Università Carolina di Praga, poi all’interno del master in editoria dell’Università di Verona. Autore di saggi e articoli, ha scritto anche due romanzi, Storia del Michelasso, che mangia, beve e va a spasso (2016) e Le primavere di Praga (2018), entrambi pubblicati da Prospero Editore.

Pasolini: La città dei sensi

«Lo sguardo di Pasolini dentro la città ha una connotazione precisa e sempre uguale: la fascinazione, ovvero l’ipnosi, la rarefazione dell’immagine nello sguardo magnetizzato.”
Reputa che Pasolini nelle sue molteplici esperienze artistiche abbia puntato all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Quello di Pasolini è un occhio vivente che effettua la ricognizione sulla città: nei film, ovviamente; nei romanzi; ma soprattutto nella poesia, in particolare nei poemetti de Le ceneri di Gramsci. Nel Pianto della scavatrice dopo aver vagato per Roma, il poeta si imbatte nell’opera di demolizione di un palazzo per farne sorgere uno nuovo. È lì che si sommano il “dolore della distruzione”, come lo definisce, allo stupore per il nuovo che avanza, la modernità. “Piange ciò che muta anche per farsi migliore”, scrive in uno dei passaggi più alti del poemetto. In queste ricognizioni all’interno della città, l’occhio che guarda subisce la fascinazione di quello che vede: tra la luce che abbaglia e lo scuro della percezione. È la contraddizione dei due opposti che sono sempre legati nella sua poesia: è lo “scandalo del contraddirmi” che Pasolini rivendica a ogni passaggio. E questa convivenza dei termini opposti è spesso giocata tra luce e buio (in questo c’è la lezione di Roberto Longhi, il grande critico d’arte di cui Pasolini fu allievo e che gli fece scoprire i segreti del Cristo del Mantegna, di Masaccio, di Caravaggio…), dove lo sguardo che attraversa le cose è spesso abbagliato. “Ma a che serve la luce?”, si chiede ne Le ceneri. Quindi non è il mistero o la malìa, piuttosto è la percezione dei sensi che forma e investe il racconto. Per questo ho voluto intitolare il libro La città dei sensi: nella descrizione della città ci sono gli odori, i sapori, i suoni, la tattilità che ogni strada gli rimanda. E quella percezione racconta una città che si trasforma in metropoli, dove si perde ogni punto di riferimento, dove i sensi si perdono.

Pier Paolo Pasolini giunge a Roma con sua madre il 28 gennaio 1950. Hanno dovuto lasciare la loro casa di Casarsa, è un periodo di profonda miseria, ciononostante Pasolini s’innamora perdutamente della città: “Roma è divina” sostiene.
Quanto il sottoproletariato che vive in miseri sobborghi, le borgate hanno contribuito a definire l’uomo, i suoi incontri entusiastici, i suoi disincanto politici, i suoi amori, il suo radicalismo, i suoi attimi di avaria e di fuga?

Pasolini a Roma è lo “straniero friulano”, e già nelle prime prove poetiche in dialetto friulano racconta un mondo al confine, un punto di congiunzione tra l’Italia e la mitteleuropa: scrive di soggetti sulla soglia di un mondo in divenire, che hanno una creaturalità arcaica, contadina, pura: incontaminata. Quel mondo lo cerca dentro le borgate romane, la cintura tra la campagna e la città, il luogo dove “la borghese storia non entra”, come scrive ne Le ceneri di Gramsci. Cerca dentro quel luogo magmatico fatto di baracche e fango, di palazzoni in costruzione e prati al confine della città un’umanità in transito, come la definisce, che aspira a diventare altro. Cerca in quei soggetti quella purezza non contaminata dal consumismo, dalla storia borghese, dai bisogni materiali che aveva lasciato nel Friuli del dopoguerra. Ma non è così, sono due mondi profondamente diversi e Pasolini mitizza un’umanità che è molto più elementare nelle aspirazioni: il sogno è quello di entrare dentro la città, dentro i palazzi popolari che sorgono come mura di un moderno medioevo dentro le periferie. È la storia di Mamma Roma, insomma.

“Ragazzi di vita”, “Una vita violenta”, “Comizi d’amore”, “Accattone” e “Mamma Roma”: si potrebbe discorrere di un atteggiamento “naturalista” di Pasolini verso la sessualità?

Indubbiamente l’elemento naturalista dà forma ai soggetti che racconta e verso la stessa sessualità di cui peraltro, al contrario di quello che si può credere, non c’è moltissima traccia nei versi, almeno fino agli anni settanta. Ma in Pasolini quel naturalismo è una forma di neorealismo, cioè la restituzione della realtà attraverso le sue forme e la percezione del reale. Può sembrare un paradosso (e, come ho detto primo, la forma della contraddizione è il suo stilema preferito), ma quell’universo sporco, fangoso, violento è colto in una creaturalità religiosa che non ha nulla di mistico ma molto di umano. Divinamente umano: Il Vangelo secondo Matteo è un film di uno spessore religioso immenso, così come La Ricotta, e quella religiosità si esprime proprio attraverso l’approccio creaturale e “naturalista”. Il tormento del poeta è l’essere “con te e contro di te: con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere”. È questo l’eterno stato della sua poetica: le buie viscere e il cuore che è luce. Ovvero la ricognizione diurna dentro la città alla ricerca della comprensione di un mondo che si sta trasformando (ed è il racconto della città), e il vagabondare notturno con la macchina alla ricerca del sesso. Ma sarebbe fuorviante leggere la poetica di Pasolini nell’ottica della sua sessualità, così come è fuorviante leggere la vita di Pasolini attraverso l’imbuto della sua morte.

La vista, l’olfatto, il tatto. Sono i sensi il passaporto per evitare filtri ideologici e scavare nelle liriche pasoliniane?
Sì, come ho detto i sensi restituiscono la visione del mondo così come è percepito. Che non è una forma mai neutrale, è sempre un punto di vista forte sulle cose (e sappiamo quanto questi punti di vista forti sulle cose abbiano pesato nell’immagine di Pasolini). Del resto Passione e ideologia è una delle raccolte di scritti più nota e più importante. Pasolini non è mai distante dalle cose che racconta, ne è testimone e spesso soggetto che le esplora e le vive. Bisogna calarsi dentro con il suo punto di vista, attraverso i suoi sensi per farci investire dalla lucidità del suo racconto. Anche, direi soprattutto, in versi. Pasolini non è mai neutrale nel restituirci gli scorci che percepisce e che illuminano un universo più grande: quando nei poemetti de Le ceneri di Gramsci descrive gli odori e la luce di Testaccio, racconta un mondo che si trasforma in un modo che non gli piace. E non ne fa mistero. Quando in Mamma Roma o Una vita violenta, in Ragazzi di vita o Accattone racconta e filma le borgate e l’umanità “in transito” che ci vive, racconta con la percezione dei sensi la fine di un mondo che sta diventando altro e non per questo migliore. L’ingresso “dentro Roma” è l’ingresso dentro la Storia che Pasolini definisce borghese e tragica. E quella mutazione antropologica dell’Italia che descrive e che lo terrorizza è tutta dentro la percezione dei sensi e della realtà.

Può offrirci un ricordo personale aderente alle ragioni che l’hanno indotta allo studio ed all’approfondimento dell’opera pasoliniana?

Questo libro arriva da lontanissimo. All’Università ho studiato con Biancamaria Frabotta, una poetessa straordinaria e una docente universitaria rara. Per puro caso abitavo a Pietralata, il quartiere dove Pasolini ambienta la storia di Tommaso Puzzilli, il protagonista di Una vita violenta. Pietralata era ed è ancora un quartiere di Roma abbastanza comodo per raggiungere l’università La Sapienza. Non è vicinissimo come San Lorenzo, ma già allora San Lorenzo era un quartiere più fighettino e per studenti squattrinati come me Pietralata era più consono alle mie possibilità. Frabotta mi fece leggere Pasolini e ne rimasi folgorato per la forza del racconto soprattutto in versi della città di Roma. Una cartografia umana che mi parlava. Così mi laurai su Pasolini e Biancamaria dopo la laurea fece il mio nome a Laura Betti, la vestale di Pasolini e creatrice del Fondo Pasolini, quando le chiese uno studente da portare a Venezia per la retrospettiva sul cinema di Pasolini e la Betti voleva ci fossero una ventina di studenti o neolaureati. Dopo Venezia andai a lavorare per due anni al Fondo Pasolini con Laura, conobbi ogni carta, ogni fotogramma, ogni dettaglio di Pasolini. Poi iniziai a fare il giornalista e Pasolini restò sempre per me un nume tutelare. Tre anni fa mia figlia si laurea in architettura, parliamo molto di urbanistica e forma della città. Riprendo in mano cose dimenticate e ci lavoro. Grazie a Flora Fusarelli gli do un ordine, un percorso, un senso compiuto. Ne viene fuori La città dei sensi. Ho un dolore enorme legato all’uscita del libro. Dovevo chiamare Biancamaria Frabotta con la quale ero rimasto sempre in contatto in tutti questi anni e dirle “ho pubblicato il libro su Pasolini, devo dartelo anche perché c’è il ringraziamento a te e al tuo stimolo in tutti questi anni”. Dovevo chiamarla, ho rimandato e una settimana prima che il libro fosse stampato Biancamaria è morta. Senza che fossi riuscito a darle il libro, nemmeno a parlargliene.

Giommaria Monti
Giornalista e autore televisivo, è autore del programma di RaiTre Agorà. Ha lavorato con Michele Santoro ai programmi Annozero, Il Raggio Verde, Circus, Moby Dick e si è occupato per La7 di Omnibus, Niente di personale, Tetris. È autore di diversi libri, tra i quali ricordiamo Falcone e Borsellino: la calunnia, il tradimento, la tragedia, Francesco De Gregori. Dell’amore e di altre canzoni e La notte brucia ancora (con Giampaolo Mattei), Hina. Questa è la mia vita (con Marco Ventura).

NON SEI IL TUO SENSO DI COLPAriflessioni contro il mito della “supermamma”

Una madre perfetta è: sorridente, organizzata, ben vestita, in carriera, attenta all’ecologia e alla cucina sana. Quanto i social media hanno contribuito all’edificazione di quest’immagine?
La costruzione dell’immaginario femminile viene da lontano, si pensi alle pubblicità degli anni ‘50 e alle rappresentazioni cinematografiche con protagoniste donne sorridenti e figli sorridenti, con il grembiulino e i capelli all’ultima moda intente a preparare la cena per il marito e i figli.
Negli ultimi decenni si sono aggiunti i social media, che hanno cambiato il linguaggio e che hanno permesso alla quotidianità di divenire modello. Da iniziale spazio di evasione stanno rischiando di trasformarsi in spazio di frustrazione. È difficile confrontarsi con i modelli che si trovano scorrendo i propri feed, spesso si incappa in modelli materni che appaiono perfetti: corpi perfetti a poche settimane dal parto, madri aggiornate su tutte le più recenti linee guide (alimentazione, sicurezza, ecologia, etc…) e pronte a metterle in pratica nella vita di tutti i giorni, tavoli ricchi di proposte educative stimolanti per i figli, famiglie sempre in viaggio o impegnate in gite fuoriporta super accattivanti, etc… Tale confronto sicuramente rischia di condurre tante madri, alle prese con le difficoltà della vita di tutti i giorni, verso un profondo senso di frustrazione, di colpa e di inadeguatezza. Ma credo che sia importante riportare l’attenzione sul verbo “apparire”: ciò che viene proposto è un montaggio di momenti felici della giornata, si ha la percezione che le stories caricate siano tutto il vissuto, ma non è così! Tutte le famiglie attraversano momenti di difficoltà, momenti di frustrazione e devono fare i conti con i litigi con i propri figli…solo che si sceglie di non mostrare questo pezzo di realtà e ciò è dannoso, perché sembra non esistere.
Preoccupazione, tristezza, frustrazione, senso di colpa, paura e rabbia: per quali ragioni l’immaginario collettivo non riesce a contemplare che la nascita di un bambino e la nascita come madre non portano solo emozioni di felicità?
A parer mio ci sono molteplici risposte a questa domanda: da una parte, si tema che l’associare la maternità a sentimenti contrastanti (come paure, delusioni, incertezze e molto spesso anche rabbia) possa spaventare e porterebbe così le donne a non scegliere questo percorso tanto difficile sia fisicamente che emotivamente. Dall’altra, una madre arrabbiata o triste spaventa in quanto sembra arrabbiata o triste verso il proprio figlio, verso quella creaturina per cui dovrebbe provare solo amore incondizionato. Ma dar spazio a questa differente narrazione permetterebbe di capire quanto il problema non sia nel rapporto madri-figli, quanto in quello madri-società. E ammettere che esse si trovino in difficoltà nel condurre il proprio ruolo a causa di una società che non le sostiene, ma che le mette costantemente sotto pressione, ci farebbe capire quanto il modello di vita proposto sia sbagliato e nocivo.
Elisabetta Franchi ha recentemente asserito che non assume in ruoli dirigenziali donne prima degli “anta”, “perché se poi rimangono incinte è un casino”.
Non trova che abbia dato voce ad un pensiero che è di molti, donne comprese? Come si scardina un’opinione così vetusta?

Purtroppo, ancora oggi, nel 2022, una donna che si assenta dal luogo di lavoro per maternità viene vista come una lavoratrice che porta un danno all’azienda di cui è parte.
Storicamente ci è stato insegnato che la donna è più utile all’interno delle mura domestiche e che essere madri sia una condizione che va a discapito della carriera, perché bisogna sacrificare un pezzettino di noi stesse e scegliere se avere figli felici o soddisfazioni lavorative.
Il cambio di mentalità potrà avvenire quando si riconoscerà che avere madri felici e appagate porti ad avere anche nuove generazioni più serene. Nel momento in cui un bambino riconosce i traguardi raggiunti dai propri genitori e ne condivide i successi sarà parte di una famiglia felice e potrà così essere un adulto propositivo. Infatti, il pensiero che la propria madre abbia dovuto dedicarsi alla prole in toto rinunciando a soddisfare le proprie aspirazioni non è sano nemmeno per i figli, conduce a nuovi sentimenti di colpa irrisolti.
Inoltre, una donna quando diventa madre sviluppa e affina molte capacità che saranno una risorsa preziosa anche sul luogo di lavoro, quali: il problem solving, l’essere multitasking, la capacità di rimanere lucida anche in un momento di crisi e di forte stress, l’apertura al dialogo e all’ascolto, il miglior utilizzo del tempo e così via.
Martina Borsato lo ha mostra nel suo contributo “Un’altra storia”: essere più “cose”, rivestire più ruoli nella vita non è un handicap, ma una risorsa che ci permette di migliorarci in molteplici direzioni, anche in quella lavorativa.
Molti reputano che la maternità comporti una diminuzione delle facoltà intellettive e lavorative della donna. Qual è la sua idea in merito?
Nonostante ci siano ricerche scientifiche che dimostrano quanto il cervello di una neomamma “perda pezzi” per potersi allineare ed empatizzare con più facilità con quello del proprio bambino, sono estremamente convinta, come spiegavo nella risposta precedente, che di rimando ci siano capacità che nascono e che si sviluppano e che sono risorse estremamente preziose per la famiglia, per il lavoro e per la società in generale.
Inoltre, credo che troppo spesso le donne vengano catalogate come inferiori quando poi spetta a loro l’arduo compito di accudire e crescere le nuove generazioni, ovvero gli adulti di domani.
Il libro raccoglie i contributi di diverse professioniste (alcune madri, altre no) su diversi aspetti della maternità, dalla sociologia alla sostenibilità, dal baby wearing alla pedagogia. C’è un filo rosso che le inanella?
Il filo rosso che collega i diversi saggi presenti nel volume è la volontà condivisa di far spazio a un’altra narrazione materna, diversa da quella mainstream con cui ognuna di noi ha dovuto fare i conti nel proprio privato e nella quale abbiamo fatto fatica a riconoscerci. L’esperienza della maternità è talmente personale che non dovrebbe essere racchiusa in stereotipi, ma dovrebbe tener conto delle diversità di ciascun individuo (madre o padre che sia) che la affronta.
Il senso di colpa di cui parliamo è quello causato dal non riuscire o dal non volere o ancora dal non potere soddisfare gli standard che ci sono stati proposti e che ci hanno fatto sentire sbagliate, mancanti, frustrate.
Il nostro è un racconto corale al femminile, che parte dalla nostra esperienza in quanto donne, madri e professioniste, che vuole proporre una differente visione e una narrazione autentica lontana da falsi miti. Speriamo, così, di creare momenti di condivisione e confronto per permettere a tante altre di riuscire a nominare le proprie emozioni negative, di fare i conti con la propria situazione, di chiedere aiuto quando serve e di smettere di sentirsi sbagliate solo perché è la società a farcelo credere.

Alice Brioschi è laureata in Cultura e storia del sistema editoriale, ha lavorato per anni come organizzatrice di eventi culturali per poi approdare in una casa editrice indipendente.
Oggi gestisce una libreria a Milano. È specializzata nel settore degli albi illustrati e alla letteratura per l’infanzia.

Famiglia nucleare

E tenue nel presente/ qualcosa ognuno tira/ a sé per dire noi.
Lei fornisce alla fine della raccolta gli strumenti informativi utili a contestualizzare, tuttavia scrive versi che narrano una quotidianità quasi atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.
La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

A questo proposito, mi piace ricordare la citazione in esergo a Minima moralia di Theodor Adorno: “la vita non vive”. Parto da questo frase per tentare una risposta alla complessissima domanda che mi viene posta. L’esperienza quotidiana è inevitabilmente inserita in un intrico di forze individuali e sociali. Le persone non vivono in condizione di anonimato, ma sicuramente di ridotto arbitrio. Arbitrio che è a sua volta funzione di fattori sociali come la ricchezza economica e il potere politico. Credo che l’atemporalità dei miei testi che lei rileva sia da considerarsi nella misura in cui alcune dinamiche storico-sociali possano essere considerate costanti. Esistono da secoli le violenze, i soprusi, lo sfruttamento, l’odio e il risentimento. Le epoche storiche si definiscono a loro volta in base alle diverse gradazioni che le dinamiche precedentemente descritte assumono. L’intento di Famiglia nucleare è fare poesia dell’attualità (da qui i riferimenti inseriti alla fine della raccolta) ponendosi però in una postura contemporanea, mantenendo quindi presente l’idea del divenire storico-sociale delle dinamiche che ispirano i testi.
In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?
Ho un profondo rispetto per chi considera la poesia (e tutte le modalità artistiche ed espressive) come una pratica capace di lenire i conflitti. Preferisco una postura più cauta. La poesia è accorgersi dello stato delle cose attraverso un linguaggio capace di veicolare un immaginario, che viene espresso con diversi codici linguistici. Se esiste una capacità lenitiva da parte della poesia, quella è probabilmente la possibilità di essere inseriti in una rete, a volte una comunità. Il pubblico della poesia, fatto da persone fruitrici e creatrici di poesia, è l’unico elemento di parziale salvezza della poesia, a mio avviso.
Lavoro, migrazioni, famiglia sono alcuni dei temi che emergono dai versi. Ebbene, quanto ha influito nella sua versificazione la sua formazione sociologica?
La mia formazione sociologica rappresenta uno dei filtri per interpretare il mondo e quindi quello che scrivo. Questo ha portato inevitabilmente a una versificazione poco strutturata e non in linea con una serie di canoni tematici e stilistici in voga oggi. Lo dico con una punta di rammarico, perché credo che se avessi studiato in modo più strutturato la letteratura, sicuramente sarei stato un poeta migliore. Lavoro, migrazioni e famiglia fanno parte della mia esperienza individuale, ma sono anche dinamiche sociali del mio tempo. La sociologia mi fa capire che quello che vivo non è interamente frutto delle mie scelte, ma è determinato anche da forze che non controllo.

Cosa suggerisce l’aggettivo “nucleare” posto accanto a “Famiglia”, proprio ora che il discorso pubblico è investito da un acceso dibattito intorno alla famiglia?
L’aggettivo ha una molteplice valenza.
In prima istanza è un felice ossimoro della sociologia, in quanto il nucleare potrebbe far pensare alle monadi, mentre la famiglia richiama inevitabilmente un aggregato di persone.
In seconda istanza, l’aggettivo contiene un riferimento alle armi di distruzione di massa. In questo senso, la famiglia può essere intesa come un’istituzione in crisi, destinata alla sparizione, ma anche a essere utilizzata come baluardo, da opporre ad altre conformazioni sociali pericolose.
Il terzo significato fa riferimento non tanto alla distruzione ma alla fissione nucleare. Sappiamo che l’energia atomica si basa su un controllo degli scontri. In tal senso, molti gruppi sociali definiscono la propria identità a partire dalla contrapposizione con altri gruppi, molto spesso individuando nemici o capri espiatori.
Lei ha da poco ripreso l’attività del Trento Poetry Slam di cui è anima e fondatore. Un torneo di lettura e interpretazione di testi poetici può essere un vettore di diffusione della Poesia?
Il Poetry Slam è un contenitore che con successo propone un intrattenimento di qualità in situazioni sociali conviviali a vari gradi. Per questo motivo, penso che ci sia soprattutto come effetto positivo per il pubblico l’essere esposti a uno spettacolo molto insolito rispetto all’offerta culturale maggiormente presente, almeno in Italia. Sono però scettico sulla portata poetica di tante esibizioni che trovano luogo durante i Poetry Slam. Il punto è che chi partecipa a questi eventi dirà di aver ascoltato o letto della poesia. Questo ci fa capire che nel panorama culturale e intellettuale, la poesia reclami un suo spazio. Dispiace che da parte del mercato editoriale di peso e da parte della scuola questo ruolo non sia compreso a pieno. Il rischio è infatti che prevalgano unicamente espressioni poetiche eccessivamente semplificate oppure eccessivamente spettacolarizzate.

Adriano Cataldo, originario del Cilento, è nato nel 1985 in un Paese che non esiste più: la Repubblica Federale Tedesca. Dal 2008 ha iniziato a pubblicare su blog, riviste e collettanee di poesia contemporanea. Ha precedentemente pubblicato una raccolta (Liste Bloccate, 2018) e due autoproduzioni (Amore, morte e altre cose compostabili, 2019; Come poter dire alla fine, 2020). Organizza reading ed eventi di promozione della poesia in Trentino e Campania, partecipando alle attività del Trento Poetry Slam e dell’Università Popolare del Cilento. È stato tra gli ideatori del festival Poè di Trento. Ha creato il movimento Breveintonso, di cui ha curato la pubblicazione della raccolta Poesie il cui titolo è più lungo della poesia stessa (2017). È stato tra gli autori de La Trento che vorrei (Helvetia, 2019) e Le parole e il consenso (Castelvecchi, 2021).
Cura la rubrica radiofonica Il pubblico della poesia su Sanbaradio ed è membro della redazione del blog letterario Poesia del nostro tempo.
Ha ideato il progetto di poesia e musica Electro Montale e Subalterna.

Che fine ha fatto Romolo?

Roma, aprile 2018. Nei pressi di Via del Corso avviene un fatto straordinario anche se nessuno, o quasi, sembra essersene accorto: Romolo è riemerso dalle viscere della terra.
Quale significato culturale assume la presenza di Romolo nel tempo presente?

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Le viscere di Roma finalmente hanno partorito il suo fondatore sebbene in forma di fantasma.
La persistenza stessa di Roma attraverso i millenni ha fatto sì che il mito del suo fondatore non tramontasse mai. In età antica, come nel medioevo e nella modernità, ci si è sempre dovuti confrontare col mito di Romolo, anche soltanto per negarne la veridicità. Io ho voluto ribaltare la prospettiva dando a Romolo la possibilità di osservare con i suoi occhi la città attuale.

Il romanzo si svolge in scenari cronologicamente diversi: l’VIII a.C., la prima metà dell’Ottocento e la Roma contemporanea. E’ da notare che i luoghi geografici non mutano.
Quali sono le ragioni sottese a tale stratigrafia?

Facendo svolgere il romanzo in tre epoche diverse ho cercato di raccontare la città. Nel romanzo non c’è solo Romolo ma anche un brillante archeologo della prima metà del XIX secolo: Antonio Nibby. Ho voluto mettere la città al centro del racconto: la Roma di adesso assieme ad altre Romae che l’hanno preceduta. A questo proposito torna in mente il passo di Freud dove si paragona la stratigrafia di Roma all’inconscio umano:
“Facciamo ora l’ipotesi fantastica che Roma non sia un abitato umano ma un’entità psichica dal passato similmente lungo e ricco, un’entità dunque in cui nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso, in cui accanto alla più recente fase di sviluppo continuano a sussistere tutte le fasi precedenti…”

Plutarco, Tito Livio, Dionisio di Alicarnasso hanno tramandato un excursus della vita di Romolo.
Qual è stato il suo punto di riferimento ed in qual misura se ne è discostato?

Senza dubbio Plutarco: nel romanzo Romolo ricorda e rivive la sua vicenda umana tornando nei luoghi che lo videro protagonista di eventi straordinari. Il racconto plutarcheo è ricco di pathos ed è stato un ottimo canovaccio da cui partire, anche se ho inserito qualche fatto riferito da altri autori e alcuni particolari di fantasia.

Qual è stato il contributo dell’archeologia moderna ed in particolare di Antonio Nibby alla vicenda di Romolo?

Antonio Nibby ha dedicato alla fondazione di Roma poche ma illuminate (quanto dimenticate) pagine, nella prima parte del suo monumentale Roma nell’anno MDCCCXXXVIII. Si tratta di una corretta ed equilibrata disamina delle fonti antiche sull’argomento, preceduta da una puntuale descrizione di quanto si poteva conoscere della topografia della Roma arcaica. Ma a dire il vero non ho scelto Antonio Nibby come coprotagonista del romanzo per questa ragione. Ho ritenuto che lui sarebbe stato un perfetto medium, o se vogliamo un Virgilio, per accompagnare Romolo alla scoperta della città contemporanea, e questo non solo per la sua grande conoscenza di Roma, ma anche perché la città l’aveva vissuta dal basso. Antonio apparteneva ad una famiglia di salumari proveniente da Amatrice, ed il romanzo inizia proprio con lui bambino nella bottega che suo nonno Gaspare aveva in piazza della Montanara.
Se parliamo del contributo della archeologia moderna alla vicenda di Romolo è ovvio che il pensiero va ad un grande archeologo dei giorni nostri Andrea Carandini, che ha trovato importanti riscontri al mito nei suoi scavi sul Palatino.

Scorrendo le pagine si avvertono i sussurri del Gadda di “Quel pasticciaccio brutto de via Merulana”.
Quali elementi della scrittura “gaddiana” l’hanno coinvolta particolarmente?

La ringrazio per questa domanda, perché amo moltissimo Gadda e sono arrivato fino al punto di rubargli un personaggio di Quel pasticciaccio brutto di via Merulana: Ines Cionini, anche lei in forma di fantasma.
Il racconto di Romolo e il racconto di Roma che ho cercato di fare in questo libro non è soltanto legato alla materialità dei luoghi e del reale, ma anche alle narrazioni della città che si sono stratificate nei secoli.

Sergio Fontana, archeologo di formazione, ha pubblicato numerosi studi scientifici sulla ceramica di età romana, sulle antichità dell’Africa del Nord e la stratificazione archeologica della città di Roma. Dopo aver lavorato per molti anni nell’ambito della ricerca sul campo, si occupa di prodotti multimediali di divulgazione sul mondo antico e di ricostruzioni virtuali di ambienti storici. Ha realizzato le applicazioni Colonna Traiana (Mondadori Electa 2013), Imperial Fora (Sema 2015), Mostri Mitologici (Sema 2017). È autore dell’iBook “Colonna Traiana” (Mondadori Electa 2013) e del libro per ragazzi Mostri Mitologici (Scienze e Lettere 2017). Ha scritto i romanzi H – Memorie di Eracle (Edipuglia 2019) e Fibula. Confidenze di un oggetto parlante (Edipuglia 2020).

Sentenza Zidane. Empireo e tenebra di un 10 in rivolta

Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin.
Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Zinedine Zidane?

Zidane rappresenta il prototipo dell’integrazione africana nel tessuto sociale occidentale. Diversi sociologi transalpini sono concordi a sostenere che “ha fatto più lui con i suoi dribbling per l’inclusione degli immigrati che vent’anni di politiche d’integrazione dei vari governi francesi”. Un concetto che all’apparenza può sembrare fuori luogo, in realtà nasconde una sorprendente verità: è stato un uomo di sangue algerino a regalare il primo mondiale alla Francia, tra l’altro giocato in casa, con due gol da urlo al temuto Brasile di Ronaldo. Ciò è stato riconosciuto fin dal primo momento: il condottiero sportivo della nazione è il figlio della sofferta ex colonia. Grazie ai successi di Zidane, è a partire dallo sport che il Paese ha compreso quanto l’assorbimento di talenti di origine straniera, cresciuti, formati al di là delle Alpi, fosse importante per rigenerare tutti i settori della struttura economica e delle differenti sovrastrutture. Possiamo definire Zidane un ambasciatore degli stranieri in Francia, che diventano guida e ispirazione dell’intero popolo.
Ripercorrendo la storia del fuoriclasse francoalgerino, lei giunge fino alla testata a Marco Materazzi durante i Mondiali del 2006. Quel gesto richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale.
Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?

Sostengo con piacere e convinzione che il calcio è il mito vestito da viandante. Tutti noi ci ritroviamo a leggere durante la scuola dell’obbligo, fin dalla tenera età, i miti greci con le avventure di Ulisse e Achille, il mito romano con la fuga di Enea e ancora gli scritti epici cavallereschi che rimandano a Carlo Magno con la morte di Orlando, o a Re Artù e via dicendo. Ebbene, noi abbandoniamo quelle storie di superamento di difficoltà, di guerra, d’amore tormentato, avendocele sempre presente. Le ricerchiamo inconsapevolmente nel cinema, nei libri e nello sport. La carriera di Zidane è una tragedia sublime: la testata a Materazzi determina la fine della sua professione in campo, portando una morte veloce, dolorosissima, inspiegabile all’Olympiastadion in mondo visione. Una morte metaforica, che ricorda i finali pieni di pathos delle tragedie di Eschilo, Euripide e Sofocle. Zidane non è morto fisicamente, ma è morto l’artista del tappeto verde con quel gesto così istintivo, così folle. Un’uscita di scena violenta, ma per la sua istintività, sublime. Solo lui poteva essere capace di tanto nell’evento più seguito nel pianeta: è tornato bambino nei campi polverosi della periferia di Marsiglia.
Lei ha redatto un libro rigoroso, avvalendosi di una serie di testimoni. Alcuni di essi provengono dalla narrazione sportiva vivente: Francesco Repice, Riccardo Cucchi, Bruno Pizzul, Roberto Beccantini e Max Callegari
Ha incontrato accessi aperti o muri invalicabili a testimonianza della vicenda umana e sportiva di Zidane? Il calcio è un “sistema” a chiusura ermetica?

Chi lo ha gustato in campo, parla sempre con grande piacere di Zidane. Anche coloro che sono legati a lui da ricordi dolorosi, come Bruno Pizzul, che ha commentato le eliminazioni beffarde dell’Italia contro la Francia del dieci nel 1998 e nella finale di Rotterdam degli Europei del 2000. Repice e Beccantini, dall’alto della loro capacità di descrivere in maniera avventurosa e poetica l’evento sportivo, sono riusciti addirittura a farmi notare dei lati che non avevo preso in considerazione prima. Cucchi ha commentato la tragedia sublime della finale dei mondiali del 2006 e nelle sue parole ho ritrovato una sorta di pietà cristiana, mista a incredulità per quello che ha visto. Callegari è un esperto dello Zidane allenatore, da molti sottovalutato rispetto alla figura da calciatore, invece, la sua analisi dimostra come il campione francoalgerino sia forse l’unico ad avere rivoluzionato come stile il modo di essere in panchina rispetto a quello che era in campo: se uniamo lo Zidane calciatore, estro, istinto, e lo Zidane allenatore, pragmatismo, posatezza, abbiamo l’essenza del calcio in una persona sola. Per rispondere alla domanda, la risposta è no, il calcio non è chiuso all’interno di un salotto, anzi, è accessibile, la differenza la fa le intenzioni di chi vuole raccontarlo. I protagonisti posso mettersi a disposizione se non si parla di gossip o si vuole fare polemica gratuita acchiappa clic.
Altre meravigliose suggestioni provengono Albert Camus, Charles Baudelaire, Louis-Ferdinand Céline, Jacques Brel e Caravaggio. Il suo intende costituire anche un omaggio letterario?
Zidane è un rivoluzionario del pallone. Zidane è un poeta che declama a centrocampo. Zidane è un narratore divorato dall’istinto. Zidane è un cantautore che canta quello che gli passa dalla testa. Zidane dipinge calcio con il chiaroscuro. Era semplice accostare la sua figura carismatica a quella di intellettuali, uomini di ardente cultura, che sembrano entrare in contatto con lui. Qualora l’avessero conosciuto di persona, si sarebbero sentiti indubitabilmente in sintonia: essi sono gli Zidane dei loro rispettivi mezzi espressivi. Sì, questo libro è un omaggio letterario al calciatore caratterialmente più amano, fisicamente più divino, della storia di questo sport. È insieme fragilità e onnipotenza: uomo del popolo costernato dalle difficoltà, che reagisce da persona comune, come reagiremmo noi alle provocazioni, con mezzi atletici e tecnici da divinità dell’Olimpo. La maggior parte dei calciatori, conoscendone vita, carriera, vizi e virtù, alla lunga sono noiosi. Zidane non può annoiare: è l’imprevedibilità fatta umano.
Lei ripercorre i “21 frangenti infernali e paradisiaci della leggenda franco-algerina”. Ci offre un ricordo personale?
Ci sono nel libro degli aneddoti, uno su tutti spiega la mia passione per questo calciatore. Certi legami non si scelgono: nascono in maniera volontaria e spesso sono loro a scegliere te. Racconterò molto brevemente un aneddoto che non è nel libro. A nemmeno sette anni avevo una bici rossa, con la quale facevo delle gare “clandestine”. Una scheda telefonica tra i raggi per imitare il rombo di una moto, sul telaio c’erano attaccati un sacco di adesivi della Ferrari, di Dragon Ball e qualche donna nuda. Erano dei porta fortuna. Un giorno, prima di Pasqua, alla fine di una gara su una strada di campagna contro dei miei amici, ho preso una buca, volando altissimo dalla bici. Ho sbattuto con il mento cadendo al suolo, procurandomi una ferita da nove punti. Un mio amico con la maglia della Juve si è avvicinato, ha tirato fuori una figurina panini di Zidane alla Juventus e l’ha attaccata sulla parte frontale della mia bici. “Ecco”, mi ha detto con sicurezza, “quando ci sono delle corse difficili rivolgiti a lui, a me ha portato sempre fortuna”. Da tifoso juventino quale era, ho capito il messaggio che voleva darmi: quando la mia squadra è in crisi si appoggia sulle spalle di Zidane: è un faro nel buio, un uomo che può cambiare gli eventi di una sfida. Ecco cos’è stato Zidane per la mia generazione, i millennials: il decano del carisma, della sicurezza.

Annibale Gagliani
Docente di lettere e d’italiano per stranieri, giornalista pubblicista, scrittore. Si è formato al Nuovo Quotidiano di Puglia. Scrive per Treccani, L’Intellettuale Dissidente e Contrasti – SportMediaset. Collabora con Atenei nazionali studiando l’evoluzione della Linguistica Italiana. Lavora come sceneggiatore per la casa di produzione cinematografica Cattive Produzioni. Ha pubblicato il saggio Impegno e disincanto in Pasolini, De André, Gaber e R. Gaetano (2018) e il romanzo breve Romanzo caporale (2019), libro consigliato dal portale on line del Governo e dal Ministro delle politiche agroalimentari Teresa Bellanova.

Amore ai nostri tempi

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni in un romanzo che tange quello di formazione?
La scontrosità, l’inquietudine e la trasgressione le vediamo anche in alcuni dei personaggi adulti ritratti nel libro e non solo nei ragazzi. Ed appaiono una sorta di effetto delle insoddisfazioni avvertite, in cui all’origine c’è sempre uno scarso utilizzo nei rapporti umani di Eros, il dio dell’Amore che ai nostri tempi, quello del narcisismo, latita. Le coordinate quindi, per prevenire malesseri e conseguire una certa serenità, sono quelle che concernono, a mio parere, il riconoscimento delle proprie paure e il tentativo di superarle sviluppando la capacità di instaurare profonde, affettivizzate relazioni.
Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti e le emozioni, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?
L’idea è quella che siamo naturalmente portati per compartecipare con i nostri simili, e il nostro benessere passa proprio attraverso l’espansione di questa istanza innata e pertanto a condividere i codici della comunità cui apparteniamo e a contribuire all’evoluzione della stessa cooperando affettivamente con l’Altro. Una linea direttrice che al momento pare sostituita da più autocentrati, devitalizzati comportamenti che concorrono a generare vuoti e diffuse forme di disagio.
L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento possa assumere carattere salvifico?
Certo! Anche in psicoanalisi, ciò che favorisce la “guarigione” dell’assistito, non è tanto il sapere nozionistico dell’analista, ma la sua capacità di entrare in empatia con lui e perciò, come diceva Adler: “vedere con gli occhi, ascoltare con le orecchie e vibrare con il cuore del paziente”. Amore è la forza che ricuce ferite e aggrega tutte le componenti organiche e psicologiche nell’individuo e lo unisce agli altri, generando benessere.
Il suo romanzo narra altresì di un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia. Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
Ogni persona è al contempo tremenda e sublime, quindi anche i genitori e i figli. Non esistono pertanto legami privi di ambivalenze, la distruttività o meno di queste ambiguità è connessa a come l’individuo ha equilibrato dentro di sé questi opposti. E la forza che li armonizza è sempre Amore.
I “nostri tempi” sono quelli di Narciso. Ebbene, quantunque Narciso, Amore si manifesta?
Nel narcisismo patologico Amore si manifesta soprattutto in maniera egoica, la persona crede di essere unico e speciale e di poter conseguire mete di grandezza in cui il limite viene per lo più esautorato. In questo stile di vita, pertanto, non c’è empatia nei rapporti umani e le relazioni sono sviluppate solo con interessi manipolativi e utilitaristici.

GIACOMO BALZANO, psicanalista di orientamento adleriano. Fra le sue opere ricordiamo: Disagio Giovanile: storie di cambiamenti, Giovani del Terzo Millennio (volume che ha vinto nel 2006 il Premio Internazionale di saggistica “Città delle Rose”), I nuovi mali dell’anima, Oltre il disagio giovanile. Per Besa editrice ha pubblicato il romanzo Alessia e le sue tenebre (2011) e il saggio Alfred Adler e lo scisma della psicoanalisi (2014).

La Shoah oggi. Nel conflitto delle immagini

Nella cultura contemporanea la memoria della Shoah mantiene uno statuto speciale, che altri eventi storici non hanno. Per quali ragioni, a suo avviso?
Lo dimostra esemplarmente l’attenzione letteraria, cinematografica, artistica -non solo storiografica, dunque – di cui dal 1945 a oggi è ininterrottamente oggetto la Shoah. Basti pensare che ogni anno escono varie centinaia di romanzi in tutto il mondo il cui intreccio (avventuroso, sentimentale o noir) trova il proprio epicentro nella Shoah, adoperata come pura risorsa tematica.
Lei mostra come la centralità della Shoah, in particolare nella cultura letteraria e visuale, da Levi, Améry, Celan, Sebald a Lanzmann, Godard e Boltanski, ruoti intorno al “conflitto delle immagini”.
E’ l’immagine che si fa strumento?

La Shoah è caratterizzata da un conflitto tra due modalità opposte di intendere l’immagine. All’aspirazione, da parte dei nazisti, di annullare, sopprimere, “demolire” – per adoperare un termine caro a Levi – ogni immagine che sia diversa dalla propria si oppone, invece, da parte delle vittime, la strenua rivendicazione dell’immagine, anzi del più ampio ventaglio di immagini, quale unico antidoto agli effetti nichilistici di un potere totalizzante.
La Shoah è stata oggetto di innumerevoli rielaborazioni. Le reputa tutte necessarie?
No, assolutamente. Gran parte di queste rielaborazioni, alle quali accennavo nella prima risposta, sono tutt’altro che necessarie, dal momento che non apportano alcun incremento conoscitivo a ciò che già sappiamo della Shoah, tuttavia, nella loro sostanziale futilità, dimostrano come la Shoah costituisca ancora un nodo cruciale del nostro presente.
Quali differenze scorge tra l’immagine intesa durante gli anni dell’olocausto e la coeva rappresentazione visiva della guerra in corso in Ucraina?
La Shoah costituisce di sicuro un’esperienza irripetibile, espressione di un assetto storico-politico oramai tramontato. Eppure – ecco il rischio sottolineato vigorosamente dal mio libro – sono sempre vive le pulsioni dirette a un potere totalizzante, perché, come ha ribadito Elias Canetti, sono radicate in uno strato antropologico primario.
I suoi interessi, Professore, si sono rivolti in prevalenza alla letteratura e all’estetica italiana ed europea ottocentesca e novecentesca. Dov’è volto il suo sguardo in questo momento?
Direi che sono rivolti a una post-Shoah: a quell’espropriazione della quale è oggetto la nostra corporeità prodotta, paradossalmente, dall’illimitata “liberazione” attiva oggi, come nuova frontiera del sapere e della prassi politica, nei campi più diversi: dall’immaterialità digitale a gran parte delle tematiche ambientali, fino alle nuove espressioni della sessualità.

Arturo Mazzarella è Professore ordinario di Letterature comparate nell’Università Roma Tre. I suoi interessi si sono rivolti in prevalenza alla letteratura e all’estetica italiana ed europea ottocentesca e novecentesca (con numerosi volumi e contributi su Novalis, Leopardi, D’Annunzio, Valéry, Nietzsche, Musil, Hofmannsthal e sull’intera costellazione della décadence). Ha dedicato un’ ampia ricerca alla fenomenologia della finzione nella cultura otto-novecentesca (La potenza del falso. Illusione, favola, sogno nella modernità letteraria, Donzelli 2004). Da tempo lavora a una ricognizione di alcuni nodi cruciali dell’immaginario estetico contemporaneo. In tale ambito si segnalano i seguenti volumi: La grande rete della scrittura. La letteratura dopo la rivoluzione digitale (Bollati Boringhieri 2008); Politiche dell’irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib (Bollati Boringhieri 2011); Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea (Bollati Boringhieri 2014); Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo (Bollati Boringhieri 2017). Dal 2003 al 2012 è stato Presidente, del Collegio didattico di Scienze e Tecnologie delle Arti, della Musica e dello Spettacolo (DAMS) dell’Università Roma Tre. E’ membro del Comitato scientifico delle riviste “L’illuminista”; “Between” (organo dell’Associazione italiana di Teoria e Storia comparata della letteratura); “Parola e immagine”; della collana “Scritture”, pubblicata da Kainos Edizioni.

D’improvviso si è spenta la luce. Storie di stupri, lacrime e sangue

Dottoressa Ciaravolo, qual è il sentire comune rispetto allo stupro, oggi, stanti le campagne d’informazione promosse da stampa, istituzioni e social network?
Credo che ancora siamo lontani da un’informazione corretta e capillare sullo stupro e sul tema della violenza di Genere . Dobbiamo fare di più nell’ambito della scuola e della formazione di esperti. Trattare la violenza sessuale come più volte evidenziato nel libro, significa diventare per queste donne cestino , significa essere sfiorati da brutture indicibili e se non adeguatamente formati , si corre il rischio di colludere.
Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?
Nel libro è stato analizzato il tema del corpo femminile come costruzione culturale volta a dimostrarne l’inferiorità biologica che ha contribuito alla creazione di stereotipi . Un corpo e’ una persona da dominare. La donna viene deumanizzata e “cosìficata” oggetto di piacere e potere usato, consumato e gettato come carta straccia.
Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?
Il linguaggio è lo speculare delle strutture profonde sociali e cognitive che influenzano i modi di pensare e di essere. Linguaggi sessisti , razzisti che inferiorizzano umiliano”l’altra/o da sè fanno parte del circuito della violenza.
Quanto è responsabile la società nel suo complesso nell’avvalorare la cultura dello stupro?
Lo stupro come la violenza sono un fenomeno culturale e come tale vanno affrontati in senso multidisciplinare. Vale a dire attraverso una visione psicologica, antropologica, giuridica politica e legislativa. Nel libro mi sono avvalsa della collaborazione di esperti in varie discipline :Emerita Cretella , Stefania Ascari, Antonella Esposito, Nunzia Brancati, Valeria Fedeli, Luigi Riello, Alessandro Giuliano, Mauro Valentini.
A., una diciottenne a cui, in una giornata di sole, “d’improvviso si è spenta la luce” Qual è la sua storia?
Una storia dolorosa, come tutte quelle in cui si consuma una violenza che lascia come un terreno riarso , un buio improvviso dal quale sembra di non poter più uscire. Ma la forza della rinascita sta proprio in nella storia, in quel racconto che A ha volto donare per andare oltre quel buio. Mi auguro che questo ,insieme al lavoro terapeutico potrà far rinascere nuovi semi di speranza in una nuova alba di vita.

Virginia Ciaravolo

Psicoterapeuta- criminologa, Presidente dell’Associazione Mai più violenza infinita Onlus, si occupa prevalentemente di Donne e minori. Esperta in reati di violenza di genere, abusi, bullismo e cyberbullismo. Laureata in Psicologia, Psicoterapeuta specialista in infanzia, adolescenza ed età adulta. Nel 2010 coniuga la sua passione per la criminologia conseguendo la laurea in Scienze dell’investigazione e sicurezza, presso l’Università di Perugia. Formatrice in numerosi corsi sulle tematiche evidenziate, ha collaborato con la Questura di Napoli ed e’ docente/consulente esterno per il Dipartimento Pubblica sicurezza. Fa parte della task force del primo Osservatorio nazionale CNOP sulla prevenzione dei suicidi. Inoltre collabora al Tavolo tecnico su abusi minori in ambito sportivo, Dipartimento Sport Presidenza Consiglio dei ministri Autrice di numerose pubblicazione, l’ultima opera pubblicata luglio 2021 per Armando Editore “ La violenza di genere dalla A alla Z.”

Il ventre di Scampia. Poesie d’autore

Il periodo storico che attraversiamo è ambiguo, rasenta l’illogicità, incute avvilimento e suscita sconforto.
A suo giudizio, merita dignità letteraria?

Ogni epoca merita la letteratura, perché la letteratura è in ogni epoca.
Le sue liriche paiono proporre un’intensa riflessione sul senso della scrittura come resistenza in questo incerto presente.
Può offrircene una sintesi?

Non credo sia solo resistenza, ma anche volontà di conoscere.
Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sulla vita, un’immersione nella contemporaneità talvolta spietata e disillusa. Scampia, di certo, non è un Paradiso terrestre.
Esistono balsami per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Sul piano prettamente sociale, il balsamo è non illudersi di levigare la ruvidezza della realtà con soluzioni solo apparenti, perché si rivelerebbero tutt’altro che definitive.
La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Le sue parole puntano all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?
Non so a cosa puntano le mie parole, di sicuro il mistero è nella parola: la parola definisce, ma mai fino in fondo. E chissà se ci basterà una vita per intercettare quel determinato suono (quale è la parola poetica nel suo manifestarsi, sebbene non in senso assoluto) a quella data esperienza…
Ardito uso di forme quasi aderenti al prosimetro ed egregia commistione di italiano e napoletano. Cosa non le basta della lingua?
In realtà la lingua mi basta e le infinite espressioni della lingua, quando non frappongo limiti tra me e lei, avanzano sempre. L’errore è credere che una parola possa appartenere ad un solo contesto. Il plurilinguismo, che finora credo di avere adoperato in una forma solo abbozzata, ne è un esempio lampante, e non solo in una funzione parodistica. Il plurilinguismo è la rappresentazione di infiniti mondi.

Emanuele Cerullo
Le sue prime liriche sono apparse, nel 2006, su Fuga di notizie e su fuoricentroscampia e sono confluite nella raccolta Il coraggio di essere libero (2007) stampata dalla sua scuola media, l’Istituto Comprensivo Virgilio 4 di Scampia e ristampata nel 2009. Negli anni successivi, le poesie della raccolta sono state pubblicate su numerose testate (La Repubblica, Il Mattino, La Stampa) riscuotendo un buon successo di pubblico, pur non essendo state pubblicate presso una casa editrice.
Nel 2009 partecipa alla Staffetta di scrittura creativa promossa dalla BI.MED Edizioni, pubblicando il racconto Il professore alunno, presentato al Salone internazionale del libro di Torino.
Nel 2011 scrive e conduce, su RadioSca, On the beat, un programma radiofonico sulla cultura hip hop; nello stesso anno, è tra i protagonisti del film-documentario “(R)esistenza”.
Nel 2012 pubblica il web-album Prima di tutto.
Dal 2015 è autore del blog “Oltre le vele”.
Nel 2016 ha pubblicato la seconda raccolta di poesie Il ventre di Scampia, adottata in diverse scuole napoletane, oggetto di seminari nelle principali Università della regione (Suor Orsola Benincasa nel 2016, Università di Salerno e Università Federico II nel 2018), in Top 5 su “La Repubblica”. Il volume, inoltre, è stato presentato al Giffoni Film Festival 2018 e al Napoli Teatro Festival 2019 nell’àmbito della rassegna di Letteratura curata da Silvio Perrella. La silloge si è aggiudicata il Premio Minturnae 2016 ed è stata letta pubblicamente dall’attrice Isa Danieli.
Laureatosi nel 2018 in lettere moderne alla Federico II con una tesi su Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini e specializzatosi in filologia moderna presso l’ateneo federiciano con una tesi sul rapporto intercorso tra Dante e la città di Bologna (voto: 110 e lode), dal 2018 è membro della Commissione Giudicatrice (diretta dall’accademico della Crusca Luca Serianni) de “loScrittoio”, concorso letterario bandito dall’Università “La Sapienza” di Roma.
Nel 2019 è stato testimonial di Giugno Giovani, evento promosso dall’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli.
Nel 2019 è stato pubblicato il suo saggio Il sonetto misterioso di Dante, incentrato sul sonetto della Garisenda, che ad oggi risulta essere la più antica attestazione di una lirica dantesca.
Dal 2017 è promotore di laboratori di scrittura creativa nelle scuole secondarie di primo grado e in contesti di estrema marginalità. Emanuele Cerullo ha ricevuto, nel corso degli anni, numerosi premi speciali, tra cui il Premio Guido Giustiniano alla cultura, il Premio “Io sono per l’impegno culturale” e il premio speciale per l’impegno letterario e civile assegnatogli dalla Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia con la seguente motivazione: “con l’augurio che il Suo impegno letterario e civile diventi esempio per tutti i giovani della Campania”.