L’uovo di Colombo. Il metodo per capire bene e avere successo nello studio, nel lavoro e nella vita

Professoressa Milani lei ha ideato un metodo di insegnamento, di studio e di approccio generale alla complessità ma quanto i condizionamenti ambientali e sociali costituiscono variabili capaci di condizionare significativamente il processo d’apprendimento?
Ho scritto tutto un libro su ogni aspetto dell’ambiente e della società che condiziona l’educazione dei ragazzi. Si chiama “Maleducati o educati male? perché vuole dimostrare che il disagio, anche comportamentale, dei bambini e dei ragazzi è il risultato dell’ambiente familiare e sociale diseducativo in cui vivono. È un problema enorme, che ogni insegnante dovrebbe studiare a fondo por aiutare alunni e genitori.
La sua riflessione assume un’ottica chiaramente istituzionalista e libertaria. Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, incedere oltre l’idea di Linee guida, Indicazioni ministeriali, voti, verifiche?
La libertà di insegnamento è garantita dall’art. 33 della Costituzione («l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»). Il “Metodo per capire bene” che propongo, messo a punto in tutta la mia vita di studentessa e poi di docente, non solo rispetta, ma applica concetti importanti come “insegnare per competenze”, “flipped classroom”, “insegnamento individualizzato, che io applicavo già molto prima che si cominciasse a parlarne.
Il suo assunto pare essere che ciascuno studente sia unico. Chi deve assumersi la responsabilità etica di condurre lo studente alla scoperta della propria unicità?
Ciascuno Studente è unico. Ciascuna classe, di conseguenza, è unica. Ed è per questo che è molto importante seguire (da parte dell’insegnante, per progettare lezioni e programmi) e insegnare (agli alunni, perché ognuno possa essere aiutato a trovare la sua unicità), un Metodo come “L’Uovo di Colombo”, che a “insegna a capire bene”. E quando uno “capisce bene” è a un punto molto avanzato del percorso di apprendimento e del processo di conquista dell’autonomia.
Soventemente, si fa riferimento alla “pedagogia nera” quale pedagogia correzionale volta al condizionamento degli studenti. Quale alternativo mediatore pedagogico propone, affinché ciascuno acceda ad una profonda comprensione di sé stessi e dell’Altro?
Come ho spiegato ne “L’Uovo di Colombo”, ogni mia conquista metodologica è il frutto di tutta la mia vita di studio e si basa in massima parte su un’osservazione continua e instancabile della realtà in cui viviamo, e sull’analisi delle trasformazioni della società, della mentalità, delle criticità di tipo educativo e psicologico. Alla base di tutto quello che so e che faccio c’è un grandissimo punto fermo, che è il rispetto. Praticare il rispetto e insegnare che il rispetto è alla base di ogni aspetto positivo della vita: il rispetto per se stessi, per gli altri (tutti, nessuno escluso), per la natura, per la Legge, ecc. Il mio punto di forza è sempre stato questo, anche nei rapporti con gli alunni e con i genitori.
E il rispetto per gli alunni si deve tradurre nel rispetto della loro individualità: insegnare a studiare da soli rende gli alunni autonomi, aumenta la loro autostima e la loro capacità di autovalutarsi, insegna a capire e a rispettare anche il pensiero altrui, e a capire da soli dove e come orientarsi nella vita.
Lei analizza l’istituzione scolastica come un fenomeno sociale, politico, storico e culturale. Quanto lunga è la strada per giungere ad una pedagogia partigiana della vita?
È lunghissima, purtroppo. E passa da cambiamenti che sono prima di tutto politici ed economici. E non mi sembra che si vada nella direzione giusta per correggere la situazione. La Scuola – con tutti i Governi – è sempre stata la cenerentola della politica: tanti proclami e nessun vero miglioramento. L’unica speranza sono gli insegnanti. Ammesso che trovino la forza di ribellarsi attraverso un insegnamento che porti i ragazzi al pensiero critico.
Come è arrivata al suo “Metodo per capire bene”?
Il mio metodo parte da lontano. Sintetizzo quello che ho raccontato nel libro.
Quando frequentavo il liceo scientifico faticavo nelle materie scientifiche, perché non mi veniva mai spiegato perché stavo studiando quel certo argomento.
Così, mi sono posta l’obiettivo di spiegare sempre perché si studiavano i vari argomenti. Ho cercato di individuare che cosa impediva ai ragazzi di capire, e
qual era il momento in cui il ragionamento prendeva la strada sbagliata e si perdeva.
Quando sono diventata insegnante mi sono impegnata ogni anno scolastico per migliorare sempre di più il mio Metodo, e l’ho insegnato ai miei alunni. Tutta la mia didattica, i miei libri, i miei articoli, ma anche le mie decisioni più importanti si basano su questo Metodo.
Da anni osservo e studio quali sono i motivi per i quali ci sono insegnanti che non riescono a interessare i ragazzi, perché i ragazzi non riescono a capire quello che leggono, e perché nella società ci sono tanti analfabeti funzionali.
Sono arrivata alla conclusione che si insegna, si studia, si legge e si affrontano compiti e problemi in modo spesso inefficace o addirittura sbagliato.
Negli anni Ottanta (e per almeno i tre decenni successivi) era caratteristica diffusa quella di insegnare «come si è sempre fatto». E quindi la grande maggioranza non si interessava assolutamente di sperimentare altri metodi,
Il cosiddetto «metodo tradizionale», impostato sulla lezione frontale, era talmente diffuso che io, e quelli che, come me, cercavano nuove strategie didattiche, dovevamo giustificare, davanti a colleghi, dirigenti e genitori, quelle che venivano considerate «stranezze». Finché non saltavano fuori (di solito come «novità» dall’estero) le strategie che, personalmente, usavo da anni, senza averle mai studiate sui libri: il flipped teaching, l’insegnamento individualizzato, la didattica per competenze, l’utilizzo dei compiti di realtà, il brainstorming (individuale e di gruppo), il peer tutoring, ecc.
Credo che aver studiato al liceo scientifico abbia inciso sul mio modo di avvicinarmi alle cose che studiavo. Ho sempre prediletto un approccio scientifico anche all’Università, alla Facoltà di Lettere Moderne di Pisa.
Subito dopo gli studi universitari mi sono dedicata alla pubblicità, facendo esperienza della tecnica del brainstorming in un’agenzia pubblicitaria.
Ecco i motivi, dunque, per cui fin dal primo giorno di lezione e per ogni argomento ho sempre insegnato un metodo di studio. I primi anni, alle superiori, insegnavo agli allievi a capire da soli, in autonomia, attraverso l’esame diretto dei testi, per quale motivo, per esempio, si poteva affermare che Leopardi era pessimista. La lettura preliminare delle sue opere serviva ad analizzarle e a giudicarle in quanto testo poetico ecc. In sostanza, i miei alunni non studiavano (come in genere si faceva negli anni Ottanta e in parte si fa ancora oggi) sul manuale di letteratura, limitandosi a riportare le osservazioni
dei critici letterari, leggendo dopo i testi, ma viceversa. E questo era già l’inizio del Metodo.
Nel 2010 ho iniziato un blog, poi diventato il sito professoressamilani.it
Dal 2013 ho scritto tre libri, che, nell’insieme- sono un vero e proprio corso di formazione completo per insegnanti. L’Arte di insegnare dà molte istruzioni pratiche su come gestire le classi; Maleducati o educati male? rappresenta la base della conquista dell’autorevolezza, perché fornisce le risposte più importanti ai quesiti che portano ad essere autorevoli (e vale anche per i genitori, naturalmente). L’Uovo di Colombo è il mio Metodo per affrontare tutti i problemi.

L’autrice de “L’uovo di Colombo” dice di sé:
“ISABELLA MILANI” è lo pseudonimo che ho scelto quando ho iniziato per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei  miei colleghi.  In questo modo ciò che veniva descritto nel blog e nei libri non poteva essere ricondotto a nessuno.
Ho insegnato, studiato e sperimentato per più di trent’anni. Adesso ho scelto di andare in pensione anticipata perché credo che a sessant’anni chi è stanco debba lasciare il posto ai giovani. E perciò oggi posso rivelare il mio vero nome, che però vorrei che rimanesse confinato solo nella mia sfera privata.
Sono quindi un’insegnante, una blogger e da qualche anno una scrittrice, e mi dedico a tempo pieno a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori.

Wonder Woman. Un’amazzone tra noi

Wonder Woman possiede una storia “così frammentaria da rendere praticamente impossibile per un lettore libero da ossessione filologica seguirne il percorso.”
Per quale ragione la sua frammentarietà è “ontologica”?

È un interrogativo complesso (non più complesso dell’intricata parabola editoriale di Wonder Woman, intendiamoci). Il virgolettato che citi appartiene all’ottima prefazione di Boris Battaglia al libro: in un quel passaggio, si riflette sulla discontinuità diegetica con cui l’Amazzone ci è stata nel tempo restituita; una discrasia che vale tanto per noi (viziata dall’enorme ritardo divulgativo con cui vennero importate in Italia le icone supereroistiche) quanto per gli Stati Uniti. In ottant’anni di storia, Diana è stata infatti sottoposta ad un profluvio di riletture e stravolgimenti, tali da rendere difficile circostanziarne un unico profilo biografico e, per l’appunto, ‘ontologico’. Da quel lontano dicembre del 1941, anno del suo esordio su carta, tante sono state le evoluzioni e le involuzioni ad avvicendarsi. A dirla così sembra controintuitivo; del resto la nona arte, e i suoi paladini, vivono di continue rivisitazioni. Ciò che però rende, a mio avviso, paradigmatico il cammino di Wonder Woman è la sua straordinaria permeabilità con le istanze sociali; l’aver saputo cavalcare e intercettare i conflitti e le insorgenze che innervavano il dibattito pubblico contemporaneo. Il che la rende un’eroina sorprendentemente radicata nell’oggi, molto più di quanto si immagini (da qui il sottotitolo, a lungo ponderato con l’editrice Mara Bevilacqua, Un’Amazzone tra noi).
Wonder Woman è “un archetipo i cui elementi costitutivi hanno come fondamenta una continua contraddizione.”
E’ forse questa la ragione per cui è stata sottoposta ad assidue riletture e reinterpretazioni nel corso dei suoi otto decenni di vita?

La sua auto-contraddittorietà è stato senz’altro il motore di diversi riadattamenti. A proposito di ‘frammentazione ontologica’, non sottovaluto che la serie originale, al netto delle sue ambiguità tematiche, si predisponesse da subito a svariate rielaborazioni (tra loro spesso dissonanti). La prima grande contraddizione di Diana viene dalla cornice storica che l’ha battezzata: La Seconda Guerra Mondiale e, più precisamente, l’attacco a Pearl Harbor; una fase di profondo soft power, dove la macchina della propaganda era più che mai in azione. Pochi mesi prima di Wonder Woman, con la sua gonna a fondo blu, irrorata di stelle, e il corpetto rosso con un’imponente aquila impressa, la Timely Comics aveva già arruolato il suo ‘eroe-vessillo’: Steve Rogers, aka Capitan America. Ironia vuole che, per amore di un altro Steve (l’aviatore Trevor), Diana abbracciava la causa statunitense, lasciandosi alle spalle l’isola Paradiso per assurgere a protettrice degli umani.
Già da questo primo tassello possiamo addurre una doppia lettura. Da una parte è paradossale che gran parte dell’equipaggiamento fisico e morale di Diana venga, già dalle prime pagine, messo al servizio di un bisogno maschile: in questo caso, la guerra (per parafrasare Virginia Woolf ne Le tre ghinee). Dall’altro lato, è evidente il valore del suo ‘espatrio volontario’: transitando dalla sua Herland (un lido utopico, deistico e privilegiato) alla dimensione caduca dell’umanità, l’eroina sceglie deliberatamente il suo percorso, ridefinendo i topoi dell’eroismo tradizionale, aspetto per l’epoca non scontato.
Strutturato in cinque capitoli – A Woman in Wonderland, L’isola della sorellanza, Wonder Woman for President, La dea della verità, Back to the future! – il suo racconto si profila come un tour nel tempo. Ebbene, in qual misura la rappresentazione di Wonder Woman è stata influenzata dagli accadimenti storici e culturali coevi?
Della sua epopea i femminismi ne furono l’indubbio detonatore. Il viaggio di Diana si dispiega quasi simmetricamente ai moti e ai fermenti di ciascuna ondata. Le sue stesse origini si intersecano a un doppio filo con l’attivismo statunitense del primo ‘900. Molti sarebbero i nessi e i rimandi da enunciare. Basterebbe anche solo scandagliare i retroscena dei suoi padri o delle sue madri di pennino (da William Moulton Marston, personaggio controverso, accreditatosi teorico del femminismo liberale, passando per Olive Byrne, figlia di Ethel Byrne e nipote di Margaret Sanger, due storiche militanti dei diritti riproduttivi, fino all’irreverente calco del disegnatore Harry G. Peter, da sempre vicino alla causa suffragista, e via seguitando).
Va detto che la continuity narrativa di Wonder Woman non godrà sempre della stessa verve rivoluzionaria. Come accennavo, nella sua storia si parla di evoluzioni ma anche di ‘involuzioni’. Sulle tavole del Secondo Dopoguerra cominceranno ad insinuarsi infatti delle tinte conversatrici: Diana diverrà d’un tratto una principessa docile e morigerata, più sollecita al matrimonio, alla via domestica o a dispensare consigli amorosi alle lettrici, piuttosto che a decostruire da dentro le storture della ‘Terra di Lui’ (il mondo patriarcale). E questo sarà solo il preludio di un lento restyling regressivo, culminato poi nel 1968. Nel decennio successivo, l’eroina tornerà però a vivificarsi, complice l’importante lavoro di retrospettiva compiuto da Gloria Steinem (si pensi alla sola scelta di inserire l’Amazzone sulla prima copertina di Ms. Magazine). Più in generale, saranno i neofemminismi a dare una decisiva sterzata: mutuando le loro pratiche di ridefinizione dell’immaginario, Diana giungerà nel tempo a scoprirsi e narrarsi da nuove posture. Questo spirito rinnovativo diverrà un tratto caratteristico, destinato a palesarsi sotto l’influsso delle successive forme di lotta e aggregazione (non ultimo, l’approccio intersezionale). A queste spinte ‘sabotatrici’ si alterneranno comunque riletture complesse e, spesso, problematiche, figlie per metà dello stuolo di autrici e autori che si sono susseguiti (ognuno con diverse prospettive).
“Agli uomini si presenta come una figura forte e primaria, capace di soddisfare i piaceri più reconditi e le aspettative amorose inespresse; alle donne si propone, al contrario, come fulgente esempio di giustizia, leadership e carisma femminile”
Wonder Woman come la quintessenza del femminile e del femminismo?
La frase da te menzionata è un riferimento ai primordi editoriali dell’Amazzone, e a come veniva mostrata al pubblico di massa. Il sottofondo erotico di quelle tavole, nella sua eccezionalità storica, destò non poco scalpore (parliamo di albi che, ricordiamolo, erano distribuiti a lettori e lettrici per lo più adolescenti). I coniugi Marston e il loro team creativo videro inoltre nella loro ‘Atena contemporanea’ la possibilità di redimere voci e battaglie a lungo sopite. Ciò accadeva in anni in cui le donne sperimentarono un protagonismo pubblico del tutto inedito. Oggi è difficile sbilanciarsi sull’effettiva aderenza dell’eroina a un senso lato del ‘femminile’ e, soprattutto, del ‘femminismo’. Citando Judith Butler, non esiste un solo modo di definirsi ‘femminista’, ma ‘uno per ognuna’. Per il resto è chiaro che, essendo la sua identità frutto di tante rielaborazioni, si sia interpretato il messaggio in maniera cangiante e discontinua. Per tre quarti di secolo, Wonder Woman è stata amata, esecrata, rivaluta e discussa. Nel ’72 non tutte accoglievano faustamente la sua riapparizione su Ms. Magazine; molte avrebbero preferito vedere una personalità più ‘down-to-earth’, e meno iperbolica. Alcuni anni fa l’eroina è stata addirittura nominata ambasciatrice onoraria dall’Onu, rendendo omaggio a uno dei suoi ruoli più ricorrenti negli albi. Inutile a dirlo, la scelta non è stata assolta da dubbi e polemiche. A fronte della frammentarietà ‘ontologica’ su discussa, mi sento di dire che la Principessa di Themyscira custodisce in sé tante anime e vocazioni. Nominarla sotto termini assoluti è praticamente impossibile.
“Bella come Afrodite e saggia come Atena, con la velocità di Mercurio e la forza di Ercole”
Quanto ha inciso Wonder Woman sulla cultura dell’immagine?

La sua traccia c’è e resterà. Si potrebbe quasi stilare una monografia su tutte le emuli di Wonder Woman (anche quelle inconsapevoli); figure che attraversano tra l’altro più estetiche e stili narrativi: Da Buffy l’Ammazzavampiri, passando per la saga di Hunger Games, fino alla principessa ribelle di Brave dei Pixar Studios, e tante altre. Nel perimetro della cultura popolare contemporanea potremmo quasi ritenerla un canone, una precursora dal potenziale tutt’ora in esplorazione. Resta da capire se il suo afflato politico, quella sua stessa forza eversiva, sia oggi rintracciabile in tutte le sue ‘simili’. Francamente non ne sarei così certo.

Francesco Milo Cordeschi si interessa di cinema e arti visive. Dopo la laurea al DAMS dell’Università Roma Tre, si è specializzato in editoria e giornalismo. Fino al 2019 ha curato contenuti e iniziative del magazine Opere Prime, dedicato agli esordi registici italiani ed esteri. Attualmente collabora con il Gruppo Editoriale GEDI. Wonder Woman. Un’Amazzone tra noi è il suo primo libro.

Linfe di grafia e altri racconti

Il periodo storico che attraversiamo è ambiguo, rasenta l’illogicità, incute avvilimento e suscita sconforto. A suo giudizio, merita dignità letteraria?
Viviamo dentro un periodo altamente distopico. Mi viene da pensare che George Orwell, attraverso il suo libro 1984, non fosse semplicemente uno scrittore visionario, bensì un viaggiatore nel tempo venuto in soccorso al genere umano prima che tutto crollasse irrimediabilmente. Penso che se non avessimo tuttora lo strumento della scrittura, questa umanità sarebbe ancor più alla deriva. Nonostante faccia di tutto per utilizzare le parole a uso e consumo senza un briciolo di dignità, soprattutto per ciò che riguarda l’informazione cosiddetta “mainstream”. Responsabile di spingere, le già poche risorse cognitive rimaste a troppe persone rassegnate e chiuse dentro il loro microcosmo, verso l’accettazione del verosimile che è altra cosa rispetto alla verità. Alle persone manca sempre più la coscienza critica, ma soprattutto la volontà, il desiderio di ricercarla e applicarla quotidianamente. Tutto dev’essere fast, consumabile il prima possibile per poi passare ad altro senza troppe risorse da destinare all’ingombrante memoria.
I suoi racconti paiono proporre un’intensa riflessione sul senso della scrittura come resistenza in questo incerto presente.
Può offrircene una sintesi?

Cercherò di essere il più sintetico possibile, anche se qui, proprio qui, avrei moltissimo da dire. Spero, innanzitutto, che dalla mia scrittura, oltre che ovviamente dai contenuti, traspaia il rispetto verso l’uso della parola. Abbiamo una lingua immensa, dolcissima, piena di termini che possono meglio avvicinarsi o essere perfettamente calzanti con il nostro sentire e su ciò che vogliamo trasmettere. Ecco, io desidero che tutto questo abbia una forma, una sinuosità quasi musicale. La scrittura è anche ricerca, secondo me, senza scivolare nel banale o più semplicemente nel suo elementare utilizzo e comprensione. Forse è anche questo sinonimo di talento, di unicità. Penso sia davvero importante, per un autore, avere uno stile differente, riconoscibile da altri. Soprattutto per chi, come me, scrive dentro l’universo infinito, variegato dei moti dell’anima, che sono un flusso inarrestabile, alcune volte imprevedibile.
Linfe di grafia e altri racconti: ci spiega l’esigenza di dedicarsi alla narrazione di breve respiro?
Non vorrei apparire presuntuoso, ma ci vuole una certa capacità per poter “rastremare” condensare, in passaggi abbastanza brevi, tutto il costrutto di cui si intenda narrare. Anche per me questo è uno dei tanti misteri cui non credo riuscirò mai a dare risposte certe. Siamo il prodotto del nostro vissuto e questo è un fatto, ma ci sono percorsi interiori, inesplorati che affiorano durante la scrittura che non sapevamo di possedere soltanto un minuto prima, ma proprio per questo straordinari e che ci fanno comprendere con esattezza quasi millimetrica la profonda appartenenza alla scrittura. Molti scrivono, ma il numero di persone capaci di arrivare, attraverso le parole, alle emozioni del lettore, si riduce drasticamente. Forse è anche meglio e giusto così.
Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sulla vita, un’immersione nella contemporaneità talvolta spietata e disillusa.
Esistono balsami per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Come è scritto nella quarta di copertina, molti di questi racconti sono dovuti agli ascolti quotidiani. Nei vari luoghi di possibili aggregazioni. Altri mi sono stati narrati soltanto in piccole parti, ma sufficientemente adeguate a innescare un processo di immaginazione e desiderio di condividere riflessioni nonché visioni sulle problematiche che attraversiamo più o meno tutti nel nostro percorso di esistenza. “Il principio d’infusione”, a me molto caro, è il meccanismo propulsore del mio desiderio di trasferire nel sentire altrui le emozioni. Soprattutto per quelle persone che si sentono sopraffatte dai loro travagli interiori e non posseggono strumenti adatti per poterli combattere, risolvere o almeno comprendere. È questo il senso, lo scopo della mia scrittura, senza presunzione aggiunta. Ci tengo molto a precisarlo. Si può aiutare in molti modi il nostro prossimo, ognuno con i propri mezzi. Fondamentale, però, che siano sinceri. Credo fermamente che uno scrittore, soprattutto se scrive di argomenti così delicati e personali, abbia il dovere morale di assomigliare il più possibile a ciò che vuole trasmettere agli altri. L’unico balsamo per lenire le asperità della vita è quello di cercare di rimanere presenti a se stessi e di avere il coraggio di scegliere… sempre. Scegliere, spesso, è doloroso e quasi mai a costo zero, ma è sempre meglio che attendere che qualcun altro lo faccia per noi e senza diritto alcuno.
Lei tesse una prosa che narra quasi d’una atemporalità, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge. La vita umana vive una costante condizione di anonimato?
Credo che ogni periodo storico abbia dei contesti specifici, ma altri assolutamente reiterati e presenti in ogni epoca. La natura umana è complessa, spesso impaurita, ma anche furba e vincolata alle piccole necessità che non danno profondità all’anima, ma fanno vivere la condizione dell’effimero come un bisogno. Viviamo un certo tipo di solitudine dovuta anche alle menzogne della politica, alle istituzioni che fanno delle chiacchiere vuote, ripetute come un mantra la loro primaria fonte d’ispirazione. Si susseguono governi a mitraglia, ma molte delle questioni irrisolte rimangono e rimarranno tali chissà ancora per quanto tempo. L’attenzione scivola cinicamente sul problema appena sorto, qualsiasi esso sia, accantonando o dimenticandosi, come per incanto, del precedente. Non esiste dignità in politica e, francamente, anche nel genere umano, che si è chiuso all’interno del suo piccolo universo di futili certezze e va avanti senza volontà di aggregazione, di sforzo quotidiano verso il bene comune. Se così non fosse, il “potere” non avrebbe tutto questo spazio di manovra. Purtroppo, l’umanità impara, qualche volta, ma si dimentica presto delle lezioni “vitae”. In questo senso la vita è indirizzata verso l’anonimato, cognitivo soprattutto. Proprio per ostacolare la forza delle masse, indirizzandone il pensiero con gli strumenti della paura, della precarietà e dell’inganno.

Roberto Anzaldi scrive di sé
Da autore ho pubblicato nell’aprile 2006 con la casa editrice Liberodiscrivere, il racconto per bambini “Cornelio”. All’interno del secondo volume (A mezz’aria) della trilogia intitolata: “Fantagraphia”, presentata per la prima volta al Salone internazionale del libro di Torino nello stesso anno. Nel 2008 ho collaborato con un mio racconto (Un punto rosso) alla silloge: “La mano che scrive vale la mano per arare”. Un progetto letterario privato – nato in rete tra utenti di un sito di scrittura creativa – con la finalità di raccogliere fondi destinati alla associazione Parada.
Un romanzo finito e in attesa di pubblicazione, molti racconti, come la stesura di un nuovo romanzo, sono attualmente mia linfa vitale e in costante cammino. Come dico sempre per farmi coraggio: “Cammino la vita con impegno e continuo incanto, in attesa di poter realizzare nuovi progetti legati alla scrittura, così come il vedere davvero concretizzato il suo straordinario sogno…”
https://robertoanzaldi.it nella sezione “Pubblicazioni”.

Le storie degli altri

“Le storie degli altri” compone una sinfonia di sentimenti e generi: indaga nella vita di una coppia, scandaglia le relazioni famigliari, rovescia la realtà.
Quale funzione assume la categoria “tempo” in questo excursus?

Io credo che il tempo rappresenti un elemento essenziale nella percezione della nostra vita. Noi ci muoviamo sempre nel tempo e nello spazio, sono le due misure di riferimento che organizzano la nostra limitata esistenza. Il tempo è il metro con cui misuriamo non solo la quantità ma, e forse soprattutto, l’evoluzione della nostra vita, anche la più intima.
Joseph e Miriam: innumerevoli contraddizioni ed un dolore che serpeggia sottocutaneo. Qual è l’antidoto alla sofferenza?
Una bella domanda!… una risposta scontata porterebbe a dire “l’amore”, ma personalmente sono più propenso per la “serenità. La serenità è data dall’equilibrio e dall’integrazione di tutte quelle parti di noi che quando scisse e frammentate provocano sofferenza. In ultima analisi si tratta sempre di stare bene con sé stessi, accettarsi in toto con tutte le nostre contraddizioni, le nostre fragilità, le nostre caratteristiche, anche le più intime, che spesso, errando, vorremmo eliminare. In fondo è la forma di amore più importante, L’amore per sé stessi.
Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti per il mistero d’una morte. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria”? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
No Mai! Il passato è parte fondante della nostra identità. So chi sono perché conosco la mia storia. L’autocoscienza di sé non può essere possibile senza memoria, senza la storicizzazione della propria vita. Lo vediamo spesso nella sofferenza delle persone che per trauma o malattia si trovano a dover affrontare i terrori senza nome delle amnesie retrograde.
Joseph e Miriam: legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente.
Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?
Le relazioni sono tutto ciò che abbiamo a disposizione per costruire la nostra identità. Noi ci ri-conosciamo nella relazione con l’Altro, ri-confermiamo o ri-mettiamo in discussione la struttura più profonda del nostro Sé. È così che l’individuo matura, può crescere, può riconoscere e integrare le proprie parti più nascoste perfino a sé stesso.
Cosa l’ha indotta valicare i confini del pudore che protegge, solitamente, l’animo umano?
Ma è proprio questo “pudore” che spesso genera disagio, malattia. Questa specie di vergogna da nascondere che inevitabilmente ci allontana anche da noi stessi. Che ci fa sentire colpevoli, giudicati…e condannati. Questo pudore/vergona che ci impedisce di chiedere aiuto all’Altro, all’amico come al terapeuta e ci costringe a trasportare a vita questo pesante fardello e che impedisce spesso appunto la relazione con l’Altro.
Forse questo è stato uno dei motivi più “urgenti” che mi ha spinto a scrivere, in forma romanzata, un libro che intende mostrare una psicologia “spendibile” e non un mero esercizio intellettuale.

Giuseppe Ruiz de Ballesteros nasce a Napoli il 2 gennaio del 1955. La sua infanzia e adolescenza è marcatamente segnata da numerosi cambi di città relativi agli sviluppi della carriera del padre ingegnere. Napoli, Genova, Roma, Madrid, a diciannove anni, stanco di questi trasferimenti, lascia la famiglia paterna per trasferirsi in Umbria dove fin da bambino trascorreva le vacanze estive in casa dei nonni paterni e che lui sente come casa sua. L’Umbria diventa così la sua patria adottiva dove tuttora vive e lavora come psicologo clinico.

Rebis

La Napoli del Settecento fu amica delle arti, dei commerci, delle scienze; fu straripante di turisti e viaggiatori. La Napoli del Settecento fu altresì misera, pullulante di indigenti, corrotta e meschina.
Queste due anime, probabilmente vivono tutt’oggi, fanno da potente scenografia al suo romanzo. Quali motivazioni l’hanno indotta a scegliere i palazzi, le vie, i cortili napoletani quali luoghi della sua narrazione?

Io sono un autore napoletano trapiantatosi lontano dalla propria città d’origine. Ho iniziato a scrivere di e su Napoli solo in una prospettiva di lontananza; prima non mi era mai stato possibile, per una sorta di oscuro blocco psichico. Da lontano mi sono riavvicinato al mio luogo d’origine. E’ paradossale, è così. L’ho fatto, il più delle volte, mantenendo una certa distanza temporale. Intendo dire: attraverso la forma e la visuale del romanzo storico, mettendo fra me e Napoli il Passato. In ultima analisi, articolare nel corso di questi vent’anni narrazioni su Napoli è stato funzionale ad un processo di riappropriazione: della città e di me stesso. Non per nulla, scrivere è anche un modo di fare i conti con quanto non torna. Provare a dare una forma, un senso, un ordine. L’ordine del racconto (la vita è il racconto che ne facciamo, in effetti non dovremmo dimenticarlo mai).

Corruzione e manipolazione, nobiltà e massoneria si intrecciano in un intrico di passioni, desideri, ambizioni inseguite a qualsiasi costo. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia, etnografia, alchimia?
L’antropologia culturale e la storiografia hanno sempre figurato fra i miei principali interessi culturali. Fatalmente lo sguardo del narratore si è incrociato con quello dell’antropologo e del cultore di storia; diciamo che, com’è inevitabile, la concreta attività narrativa si è nutrita con gli interessi del narratore. Impossibile che ciò non avvenga. Resta il fatto che le discipline a cui facevo cenno devono avere un ruolo ancillare, strumentale rispetto alla visione narrativa.
Don Raimondo di Sangro, principe, alchimista e massone. Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
La mia risposta è una naturale prosecuzione della precedente. La ricerca storica ha un ruolo servile rispetto al racconto, di mero supporto. Ancora di più: quando la veridicità storica entra in conflitto con la resa narrativa ed espressiva, la veridicità va sacrificata senza esitazioni. Non bisogna mai confondere ricerca storica e invenzione narrativa. Un romanzo storico è un romanzo, il sostantivo prevale largamente sull’aggettivo. Lo storico ricostruisce un mondo, il narratore costruisce mondi. Il fatto che il romanziere voglia conferire una patina di credibilità a quei mondi non altera la differenza radicale che esiste fra le due attività. Fra i due mestieri, vorrei dire. Il romanzo deve essere il regno della libertà espressiva e inventiva. Il romanzo storico può e deve prendersi delle libertà rispetto alla storia, se ciò è funzionale rispetto alle finalità estetiche ed espressive. Ne consegue che Raimondo di Sangro, in REBIS, è un personaggio romanzesco. In questo rivendico in pieno il primato dell’invenzione. Il romanzo storico non è un libro si storia più gradevole. E’ un’altra cosa.
Sfogliando Rebis, ci si imbatte in un romanzo storico ed, al contempo, in un thriller. E’ una contaminatio generis casuale?
No, assolutamente. Rebis nasce intorno ad un luogo ricco di doppi significati, di allusioni e illusioni quale, appunto, la Cappella Sansevero e i suoi sfuggenti capolavori. Era quindi nell’ordine delle cose, nella natura stessa dei materiali ispiratori che una verità nascosta fosse il filo conduttore della storia. In fondo thriller, gialli, noir sono sempre, appunto, la storia di una ricerca, la ricerca di una verità negata, travisata, occultata. E’ il lato affascinante di quei generi: raccontare come si arriva ad una verità. Rebis, da questo punto di vista, nasconde una sorpresa che vorrebbe minare alla base le convenzioni del genere letterario. Chi vorrà potrà scoprirlo da solo.
Il suo romanzo narra di spietati intrighi di Corte, donne di irraggiungibile bellezza, cattivi maestri, giudici corrotti e seducenti ermafroditi. E’ possibile ravvisare un momento catartico, purificatorio, volto a mondare il corpo e l’anima da ogni contaminazione?
Io ritengo che il romanzo sia sempre un procedimento per espellere da noi le ossessioni, dando loro un corpo, una forma, una storia, una catarsi finale. Romanzare credo che voglia dire proprio questo: liberarsi delle proprie ossessioni per trasmetterle al lettore, dopo averle plasmate in una forma estetica che le renda esteticamente utilizzabili. Lo scopo? Una doppia catarsi: dell’autore, del lettore.

Vladimiro Bottone
Ha pubblicato i romanzi L’ospite della vita (1999, selezionato al Premio Strega 2000), Rebis (2002), giunto alla seconda edizione, e Mozart in viaggio per Napoli (2003). L’ultimo suo libro è Vicaria (Rizzoli, 2015; BEAT, 2017). Collabora alle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno e de L’Indice dei libri del mese.

QUESTO È IL CORPO. RITUALE DEI GIORNI NUOVI

Ovidio, Tiresia, Kafka, Ermafrodito, Ifi, Ceni narrano o sono essi stessi casi di “metamorfosi” che minano e demoliscono ciò che è la certezza, l’edificio stabile su cui si accomodano gli esseri umani.
Questo è il corpo. Rituale dei giorni nuovi è raccontato da una voce narrante di genere non binario.
Quali sono le ragioni sottese alla sua scelta narratologica?

Ogni voce narrante è un punto di vista, ogni punto di vista un mondo. La letteratura può e deve fingere, ma deve mantenersi autentica e onesta circa il punto del mondo da cui allunga il proprio sguardo, e dunque circa la direzione verso cui guarda. Io, da persona non binaria, dovevo tentare questa strada per non fare un’operazione disonesta. Perché mai avrei dovuto fare una scelta differente? E poi la letteratura rivitalizza linguaggi e immaginari: se c’è una possibilità di rompere il perimetro opprimente dell’italiano e renderlo uno strumento adatto a più ampi spazi, a più ampi futuri, questa possibilità è da esplorare attraverso la letteratura. Non avevo sentieri battuti da seguire, così ho dovuto tracciarli io scavando e rovesciando nella lingua.

Il corpo potrebbe, oggidì, essere reputato un «fatto sociale totale» atto a decodificare dinamiche culturali di carattere più generale?

Il corpo è oggi e sempre un campo di battaglia, ma anche di esplorazione e scoperta. È con il corpo che codifichiamo la nostra significazione sociale, e in questo flusso comunicativo ininterrotto che è la nostra esistenza politica ed ecosistemica i corpi sono al contempo significanti e significati: tutto ciò che facciamo con e del corpo per comunicare una verità nostra è sempre un atto che ha proprio il corpo come suo contenuto primo e più vero. Ogni corpo è un ecce homo: dov’è il mistero profondo di Cristo, se non nell’aver affermato il corpo per il corpo, senza alcuno scarto tra significato e significante? È ciò che resiste alla violenza e alla privazione, il corpo, al controllo e all’umiliazione, a tutte quelle pratiche di dominio che il potere mette in atto. Se ci levano tutto, il corpo resta. Per questo i corpi hanno il potere di liberare e risignificare gli spazi. Per questo è una violenza così profonda e pericolosa se i processi narrativi della cultura dominante impediscono la relazione stessa, intima e semiotica, della soggettività con il suo proprio corpo. È ciò che avviene alla voce narrante del romanzo, che privata di uno strumento linguistico per significare la relazione con il proprio corpo questa relazione la perde, e così ogni relazione di reciprocità con il mondo. La sua verbosità senza confini è il tentativo disperato di riagganciarsi alle cose, di non dissolversi nel puro suono della lingua.

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder tipico della fantascienza classica?

È proprio il processo di straniamento a produrre la meraviglia. Che è poi un senso del sacro. Il senso del sacro è la meraviglia ed è attraverso lo straniamento radicale che esperiamo il sacro. Non tocco questi concetti per sviare. In Questo è il corpo l’ecosistema paesano è attraversato da tensioni che decentrano la posizione dei paesani rispetto al loro micromondo: nuove specie animali, nuove specie vegetali, individui alloctoni – umani e non – che fanno venire meno il senso di centralità attraverso cui le comunità si raccontano. Questo è il senso di questa ambientazione tropicalizzata che porto in scena: il mondo sembra sempre in procinto di crollare, eppure il suo equilibrio si rinnova, e allora chi siamo noi, rispetto alle trasformazioni del mondo? Se ci apriamo ai mutamenti, se ci lasciamo creolizzare dal mondo che abitiamo, nasce in noi una meraviglia che è l’esperienza estetica del sacro. Un’esperienza che ci chiede chi siamo, e cosa ci rende umani. Sono le stesse domande che si pone la fantascienza. E come la fantascienza, anche la tensione del sacro in Questo è il corpo è una tensione verso il futuro, la possibilità di immaginarci nel futuro. Parrocchetti, Sante e Matrone sono lì a invitarci ad aprirci allo spazio vasto e ignoto in cui i futuri si contaminano. Ci offrono una possibilità di sopravvivenza, l’unica.

Un capannone occupato, ai margini di una città ormai del tutto votata al turismo e popolata da un’umanità meschina, che risponde con violenza e sdegno a ogni ombra di novità. Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Ogni sguardo ne ha, poiché ogni sguardo si muove fissando principi di bene e male per orientarsi. Ma questi principi sono mobili, è l’interesse personale a spostarli. Il mio interesse è nella liberazione. Personalmente, credo che il bene sia in quel processo di creolizzazione e decentramento di cui ho parlato nella precedente risposta. È il reale gesto rivoluzionario di compassione che ci permette di abbandonare il nostro arroccamento per incontrarci in spazi comuni con autenticità.

Ambiente, progresso tecnologico, il prezzo in vite umane dell’energia. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Chi siamo, cosa facciamo, perché e come lo facciamo, e dove andiamo. Queste domande sono tutte legate, e la risposta è una sola. Tutto è mosso da interessi materiali di sopravvivenza e prosperità. Tutto vuole prosperare. Un paesaggio porta nella sua manifestazione i segni di scelte e interventi dettati dagli interessi materiali delle comunità che lo hanno informato. La conformazione sociale e spaziale di una comunità è il risultato di interessi materiali, e questi a loro volta sono determinati da quella struttura. Chi legge potrebbe domandarsi: che c’entra questo con la storia di violenza ed emarginazione? C’entra tutto: poiché i criteri di integrazione delle soggettività nel consesso sociale sono anch’essi dettati da interessi materiali. Si marginalizza per sfruttare e depredare: così storicamente è avvenuto con tutti i gruppi sociali minorizzati. Dunque, è evidente che ragionare su queste tensioni è ragionare sulla nostra posizione nell’ecosistema sociale, economico, ambientale: e da questo ragionare nasce un pensiero ecologico che ci mette in relazione con ogni altra cosa ed è un ripensare l’umano, continuamente. E un pensare il Bene: uno spazio vasto e libero, in cui ogni esistente possa prosperare.

Simone Marcelli Pitzalis scrive e milita in versi e in prosa. Tra i suoi lavori poetici, Archivio privato (Zona, 2018), vincitore del Premio Nazionale Elio Pagliarani. Suoi racconti sono usciti in numerose testate e webzine, e pubblicati nell’Almanacco 2017 (Quodlibet) e nella raccolta La Grande Estinzione del collettivo TINA (Aguaplano 2021). È redattore della rivista «Menelique».

Gli Asburgo. Da Sissi a Zita

Elisabetta, Sissi, imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria e Zita di Borbone-Parma, moglie dell’ultimo imperatore Carlo.
Un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Elisabetta e Zita sono due figure molto interessanti, sebbene molto diverse tra loro.
Entrambe bellissime, hanno saputo lasciare una traccia nell’immaginario collettivo. Sissi, o, meglio Sisi come sarebbe più corretto chiamarla, è andata sposa giovanissima a Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria. Il giorno del matrimonio incantò Vienna con la sua bellezza acerba e i modi fanciulleschi, ma appena quindici giorni dopo, scriveva il suo disagio, sentendosi già prigioniera in una gabbia dorata.
Divenne madre di tre figli nel giro di quattro anni, sperimentò il lutto per la morte della primogenita e il dolore per i tradimenti del marito. Reagì cercando se stessa e fuggendo da Vienna, sempre.
Zita, al contrario, sentiva di dover partecipare attivamente al ruolo di regina e il marito Carlo concordava con lei ogni decisione. Non si lamentò mai, non fuggì mai, ma accettò con dignità l’esilio e la difficoltà dopo la morte di Carlo a soli trentaquattro anni.
Un aspetto, però, unisce queste due donne così diverse: la fedeltà alla Corona, che anche Sissi, a differenza di quanto si possa pensare, osservò per tutta la vita.
I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per veleggiare attraverso la storia d’Europa?
Amo raccontare la storia con accuratezza, ma nello stesso tempo in modo accattivante, studiando e raccontando i personaggi femminili, illudendomi di conoscere e incontrare le persone al di là del personaggio.
La passione per la storia delle grandi dinastie è nata quasi per caso, in seguito alla visita a un museo privato di storia della moda. Accarezzare abiti, cimeli, lettere di un tempo lontano ha fatto nascere il desiderio di raccontare quel mondo.
Sono partita da “I Romanov” pubblicato nel 2018, perché, quel giorno, nel museo era in corso una mostra dedicata celebre dinastia e ho deciso all’istante quello che avrei voluto raccontare.
Devo ringraziare la casa editrice Marsilio che mi ha proposto di raccontare un’altra casa regnante e ho scelto Gli Asburgo, limitandomi, però, agli ultimi anni della dinastia. Solo per studiare settant’anni ho impiegato tre anni e mezzo!
Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?
I miei libri hanno come punto di unione la forza delle donne: è stato così per il libro Rita Levi Montalcini: aggiungere vita ai giorni, ancora più forte è stato il messaggio che traspare nel breve saggio scritto assieme a due carissime amiche, Donatella Alfonso e Laura Amoretti, dal titolo Destinazione Ravensbrück. E’ il nome di un campo di sterminio, situato a ottanta chilometri a nord di Berlino, che è stato definito “la più terribile prigione femminile della storia”.
Il testo racconta l’esperienza di vita di donne, prigioniere, amiche, eroine spesso senza nome, che hanno cercato di dare una risposta al male, riuscendo a sopravvivere.
Le donne che possiamo leggere tra le pagine lanciano un inno alla vita e una non comune forza di volontà.
La ringrazio per aver compreso il messaggio che in prima persona ricerco in ogni storia.
Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?
Nel libro dedicato agli Asburgo, tra le figure dell’Ottocento e primi Novecento, ho faticato a trovare vere battagliere dell’emancipazione femminile. Mi sarebbe piaciuto scorgere tra i comportamenti di Sissi una vicinanza alle donne, che in quegli stessi anni stavano lottando per il diritto al voto, per le prime tutele del lavoro femminile e minorile. Purtroppo non è stato così. Era una donna dalla personalità troppo complessa e inquieta e concentrata sui suoi fantasmi. Peccato davvero.
Zita non ha avuto il tempo per battersi per le donne e mi piace pensare, o forse, sperare, che lo avrebbe fatto, proteggendo le madri lavoratrici.
Un pensiero va alla nostra regina Elena che nel 1908 ha inaugurato in Campidoglio il primo Congresso delle donne italiane, mandando un messaggio chiaro, almeno dal punto di vista formale.
Il suo romanzo ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
La ringrazio per avere accostato il mio testo ad un romanzo, perché il mio obiettivo è proprio quello di raccontare la storia fruibile e appassionante.
Il libro sulla dinastia degli Asburgo ha comportato un lavoro di ricerca tra più di cinquanta testi e nello stesso tempo di sintesi. La parte della ricerca è sicuramente la più affascinante, soprattutto quando si ha la fortuna di trovare testi nella versione originale di molti anni fa.
Per correttezza storica ho eliminato ogni fonte che non fosse comprovata, ma basata sul semplice sentito dire, anche se riportata in biografie conosciute.
Ho cercato di riportare dettagli della vita di ogni giorno, per rendere questi personaggi più vicini a noi, evitando però di sottolineare dettagli scabrosi, utili solo a creare scalpore ma poco rispettosi delle persone. Insomma, ho cercato di comportarmi con lealtà.

Raffaella Ranise si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Genova. Ha collaborato alla cattedra di Diritto del lavoro della stessa Università presso il polo imperiese. Da alcuni anni si dedica alla scrittura. Ha pubblicato, insieme a Giuseppina Tripodi, Rita Levi-Montalcini: aggiungere vita ai giorni (Longanesi) e, per Marsilio, Noi un punto nell’universo. Storia semplice dell’astronomia (con la collaborazione di Francesca Matteucci) e I Romanov. Storia di una dinastia tra luci e ombre.

Pulsa de nura. La maledizione di Berenice di Cilicia

Il 24 giugno del 79 d.C. Tito Flavio, generale che aveva saccheggiato e distrutto il Tempio di Gerusalemme, diviene Imperatore di Roma e ripudia la regina Berenice di Cilicia. Quali furono le motivazioni sottese a tale atto?
Esistono differenti versioni. La più accreditata è quella della ragion di Stato che ha ispirato i due massimi drammaturghi francesi del Seicento, Jean Racine e Pierre Corneille. Tito, sebbene molto innamorato, avrebbe rinunciato forzatamente alla donna amata per compiacere il Senato e il popolo che non approvavano la sua relazione con una donna straniera e dalla reputazione poco conforme alle virtù romane, come sembra testimoniare una celebre pagina di Svetonio dove è annotato: “Allontanò Berenice da Roma, con rincrescimento suo e di lei”. Qualche maldicente ha insinuato che Berenice, ormai una donna di cinquantadue anni, non possedesse più le grazie della giovinezza e che l’Imperatore guardasse altrove, forse alla cognata Domizia Longina.
Tito dovette fronteggiare l’eruzione del Vesuvio, un’epidemia a Roma e il terribile incendio di Campo Martio, prima di morire in circostanze improvvise e poco chiare. Furono questi eventi, disastrosi e funesti, legati alla terribile maledizione ebraica, la pulsa de nura, invocata dai rabbini per placare la collera di Berenice?
Il principato di Tito fu, in effetti, costellato da diverse sciagure ma gli storici del suo tempo ne danno un giudizio positivo; “felice nella sua brevità” lo definirà in maniera più moderata Ausonio. La pulsa de nura è un espediente letterario per raccontare il clima politico del tempo caratterizzato da congiure di palazzo, smanie di potere e anche da un inevitabile risentimento dei giudei colpiti nei loro simboli religiosi e culturali: la distruzione del Tempio di Gerusalemme, lo scioglimento del Sinedrio, la diaspora e la schiavitù, la soggezione a Roma. Un artificio narrativo per rievocare avvenimenti storici e vicende avventurose che, tuttavia, ha fondamento negli antichi testi giudaici. In tempi contemporanei, la pulsa de nura, la quale più che una maledizione è un’invocazione all’angelo della vendetta affinché punisca chi si è macchiato di una grave colpa verso il popolo d’Israele, è stata spesso invocata contro personaggi politici israeliani: contro Yitzchak Rabin prima del suo assassinio, contro il primo ministro Ariel Sharon poi morto improvvisamente per una grave malattia, contro gli organizzatori di una parata Pride e, recentemente, contro un membro del ministero della Salute che ha fornito consulenza sulle vaccinazioni anti Covid ai bambini.
La Campania Felix e dei Campi flegrei, rappresentati nello splendore architettonico delle ville patrizie, nella magnificenza dei templi e nella vivace quotidianità di plebe e mercanti. Usi, costumi e consuetudini d’un mondo davvero remoto. Quali sono le difficoltà insite nel lavoro di chi redige un romanzo storico?
Innanzitutto, trovare una documentazione seria e facilmente accessibile e, in questo, oggi il WEB aiuta molto. Grazie alla digitalizzazione d’intere biblioteche, articoli, atti di convegni, è possibile ottenere una grande quantità d’informazioni che fino a qualche decennio fa riuscivo solo a recuperare andando fisicamente in biblioteca o in emeroteca, collezionando giornali e riviste. In questo modo la Storia diventa non un semplice fondale delle vicende ma una coprotagonista. La ricostruzione degli avvenimenti permette di conoscere meglio le vicende del passato ma anche il carattere e le abitudini dei personaggi che si muovono all’interno di un periodo governato dalle sue particolarità politiche e sociali. Le avventure di Rectina, di Cassia Livilla, di Valerio Pollio, non sarebbero potute accadere senza l’eruzione del Vesuvio, la spedizione di Plinio, gli ozi di Baia, la diffusione del culto di Iside e l’incendio di Roma dell’anno 80 d. C., allo stesso tempo le loro reazioni non possono prescindere dai costumi e dalla morale dell’epoca.
Cospirazione politica ed una struggente storia d’amore. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
L’unico metodo è leggere, studiare, confrontare le informazioni reperite nei saggi, negli articoli, negli studi degli specialisti, scegliere tra le tesi e le interpretazioni affinché le vicende storiche siano narrate nel modo più corretto possibile e quelle di fantasia siano coerenti e verosimili. Bilanciare “vero storico e vero poetico” è una bella sfida, difficile, insidiosa, ma terribilmente affascinante. Il Vesuvio distrusse Pompei, Ercolano, Stabia e la nube nera raggiunse Miseno come ci racconta Plinio il giovane ma cosa accadde in quei momenti cupi a Neapolis? La Storia ci ha tramandato che Berenice fu allontanata da Roma ma non ci sono documenti che narrano la sua sorte e i suoi sentimenti. Cosa poteva provare una donna ripudiata? Delusione, amarezza, rancore, nostalgia…Perché non rivolgersi al Dio d’Israele e al suo popolo umiliato per chiedere vendetta?
Lei amalgama l’incanto dell’epopea imperiale con le suggestioni dell’immenso patrimonio archeologico campano. Quali strategie auspicare per riscoprire e valorizzare i beni culturali e storici della “terra del mito”?
Sicuramente le strategie politiche non sono ancora in grado di valorizzare l’enorme patrimonio culturale e storico che possediamo, soprattutto nel meridione d’Italia, tuttavia, qualcosa sembra muoversi, e spero in adeguati investimenti e nuova consapevolezza. Da parte mia posso solo continuare a utilizzare, come faccio da sempre, il mezzo narrativo per puntare i riflettori su luoghi ed eventi. La scrittura, sia quella giornalistica sia quella letteraria, per me è uno strumento attraverso il quale tutto ciò che mi arriva dalla lettura, dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, contaminato con quel tanto di personale che hanno tutte le situazioni umane, deve tornare in circolazione. Parafrasando Italo Calvino, è per questo che scrivo. Per far si che la mia curiosità e quello che imparo, con un articolo o un romanzo, giunga ad altri e istilli lo stesso desiderio di sapere, di conoscere, di mostrare, l’amore per la Storia, il rispetto della memoria.

Fiorella Franchini
Giornalista pubblicista, collabora al quotidiano Il Denaro.it e alle riviste online Pannunzio Magazine e Verbum Press. Per oltre dieci anni è stata direttore editoriale del webmagazine napoliontheroad e ha pubblicato undici interviste nell’antologia Donna è Anima (Savarese editore). Ha esordito con i romanzi L’orchidea bianca (1995) e I fuggiaschi di Lokrum (1998), ispirati ad alcuni conflitti del secondo Novecento, seguiti poi dai thriller Nanhai (2002) e I fuochi di Atrani (2006). Di recente ha pubblicato i romanzi storici Korallion (2014) e Il velo di Iside (2018), Pulsa de nura, la maledizione di Berenice di Cilicia (Guida editore marzo 2022) ambientati nella Napoli greca e romana.

La donna che sconfigge la guerra. Lisistrata racconta la sua storia

Dopo la sua prima rappresentazione ad Atene nel 411 a.C., la Lisistrata di Aristofane scompare dal mondo letterario fino alla sua prima edizione moderna: Firenze 1516. Quali sono le ragioni dell’eclissi?

“Le ragioni sono diverse. Tra le commedie rimaste, i maestri bizantini (che sono stati i principali utilizzatori di questi testi per motivi didattici) ne prediligevano altre, o perché meno legate all’Atene di Aristofane, e quindi più facili da leggere (come il Pluto), o perché avevano tra i loro personaggi figure più famose (come le Nuvole, dove troviamo Socrate, o le Rane, dove troviamo Eschilo ed Euripide). È anche per questo motivo che le tre commedie cosiddette ‘femminili’ (le Donne alle Tesmoforie e le Donne all’assemblea) sono state poco copiate e studiate nella tarda antichità. E poi la Lisistrata è conservata integralmente da un solo manoscritto, il Ravennate, che non era a disposizione del curatore della prima edizione a stampa (Marco Musuro), uscita nel 1498 a Venezia dalla stamperia di Aldo Manuzio”.

Nel 411 Aristofane, massimo rappresentante della commedia attica “antica”, in un clima di rinvigorita ostilità, mette in scena Lisistrata, Colei che scioglie gli eserciti. Lisistrata è una donna ateniese, arcistufa, come tutte le altre concittadine, dell’inesauribile guerra che oppone la sua patria a Sparta. Proposta smaccatamente provocatoria o acre acrobatismo speculativo?

“Né l’una né l’altro, credo. Più semplicemente, un tentativo di far ridere (che in fondo è il principale dovere di un comico), ma in modo serio. Non credo che Aristofane credesse nella praticabilità di una simile ipotesi. Ma era un modo di vedere una questione molto importante da un punto di vista insolito”.

Idea unica in tutto il teatro comico, si eleva al ruolo di star nientedimeno quella fetta della società attica libera ma debole ed inascoltata, tuttavia partecipe tanto quanto gli uomini dei lutti e dei dolori della guerra.
Lisistrata racconta la sua storia: con quale obiettivo?

“Per chi crede nell’indipendenza ideologica e politica di Aristofane (che non è cosa da poco in un intellettuale), la risposta è che Aristofane la scrive con l’obiettivo di far riflettere i suoi concittadini sull’assurdità di una guerra così lunga e così disastrosa (nonché, come la maggior parte delle guerre, così inutile).
Per chi lo vede invece come un sostenitore del partito antidemocratico (una fazione la cui voce si stava levando sempre più forte ad Atene, per meri motivi di interessi personali), Aristofane l’avrebbe scritta con l’obiettivo di dare il suo contributo personale alla caduta del regime democratico (cosa che effettivamente avvenne)”.

Letteratura, cinema, musica ed arti figurative. Lisistrata traccia la progressiva riscoperta che l’ha fatta diventare la commedia più famosa di Aristofane. Cosa stuzzica la curiosità intorno a quest’opera? Forse, lo “sciopero del sesso”?

“Senz’altro. È questa l’idea geniale (ancorché assurda, e nella realtà assai poco realizzabile – ma è un destino che Lisistrata condivide con altre trovate di Aristofane, come, negli Uccelli, la costruzione di una città a metà strada tra il cielo e la terra) dalla quale dipende lo straordinario successo della commedia, che cresce di pari passo con il cadere di certe prevenzioni di tipo censorio dovute al sottofondo erotico che la caratterizza”.

Lisistrata è una ribelle, una dissidente rispetto alle convenzioni sociali oppure questa è una lettura semplicistica di un personaggio da millenni esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica?

“Non è una ribelle (perché il suo obiettivo non è quello di cambiare la situazione delle donne nel mondo greco, ma semplicemente quello di tornare alla vita di tutti i giorni, caratterizzata dalla pace e dai suoi vantaggi), né una dissidente rispetto alle convenzioni (che comunque, tendenzialmente, rispetta). Si tratta di una lettura che ne sottolinea, a volte in modo anacronistico, alcuni aspetti. Ma le interpretazioni delle opere letterarie antiche sono sempre state influenzate dai modi di pensare moderni – e quindi a volte bisogna accettare gli anacronismi”.

Simone Beta insegna Lingua e letteratura greca all’Università di Siena. Ha scritto sul teatro (la commedia), sulla poesia (l’epigramma), sulla retorica e sul vino. Presso Einaudi ha curato i seguenti volumi: Terenzio, La donna di Andro (2001); Lirici greci (2008); Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone (2009). Ha pubblicato, sempre presso Einaudi, Il labirinto della parola (2016).

Napoli Purp Fiction: Da Mario Merola a Pino Mauro I 10 film da vedere almeno una volta nella vita

Lei racconta 10 pellicole di un filone che si sviluppa tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli Ottanta dello scorso secolo. Quale strada si percorre per uscire dall’universo dei B-Movie e diventare fonte di ispirazione per famosi cineasti negli States?
Quella che ti porta a guardare oltre gli schemi e le prigioni in cui il pensiero unico dominante, il pregiudizio, gli ingranaggi dell’omologazione hanno relegato quasi tutti gli aspetti dell’esistenza, tra cui la cultura e l’arte in generale. Per comprendere il valore di un’opera, e nel caso specifico riscoprirla, renderle giustizia, c’è bisogno di osservatori attenti, coraggiosi, liberi, che sappiano vedere oltre il filtro del perbenismo a guardia del sistema, che condanna senza processo, e senza alcuna possibilità di appello. Non è un caso se tra i primi a ispirarsi al genere che affronto in questo libro, e quindi a sdoganarlo, ci sia uno come Quentin Tarantino.
Mario Merola, Pino Mauro e Mario Trevi. Qual è il fil rouge sotteso a siffatti interpreti teatrali?
Senza voler nulla togliere alla carriera e all’elevato spessore artistico di Trevi, di cui pure parlo nel mio libro, raccontando un film da lui interpretato, va riconosciuto a Merola e a Mauro il titolo di massimi esponenti del genere. Assodato, dunque, che la sfida principale si è giocata sempre tra loro, parliamo dei due che meglio degli altri hanno saputo incarnare lo spirito dei personaggi che proponevano, riuscendo a farsi accettare a priori dallo spettatore e entrando con il popolo – come hanno sempre definito il pubblico – in connessione e simbiosi perfette. Sarà per il fatto che sia Merola che Mauro provengono da esperienze di vita importanti, per certi versi, leggendarie, che li hanno portati in maniera del tutto naturale a passare da semplici interpreti, nel teatro e nel cinema, a vere e proprie maschere della tradizione pop partenopea. Credo sia questa la caratteristica che li lega, oltre naturalmente alla indiscutibile potenza espressiva del loro canto.
La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. La filmografia che esamina ha recuperato il volgare, il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo.
La sceneggiata, pur indissolubilmente legata a Napoli, ha contribuito alla “deterritorializzazione” di Napoli stessa?

Se con il termine “deterritorializzazione”, che al di là del senso di crisi, di rottura, che porta insito già nella sua struttura, si intende l’abbattimento dei confini territoriali, e quindi, lato sensu, la facoltà di Napoli di eludere le frontiere e trasferire ovunque il suo messaggio rendendolo universale, la sceneggiata gioca sicuramente un ruolo fondamentale nell’influenza che la città e l’essere napoletano continuano ad avere sul mondo, per quel che riguarda l’aspetto filosofico, culturale, morale. A patto, però, che venga tenuta nel dovuto conto la sua essenza profondamente pop e non ci si fermi a relegarla nello spazio semplicistico della espressione artistica minore, né, ancora peggio, a chiuderla in uno spazio fisico.
Lei ha dichiarato: “Quei film cristallizzano una Napoli che non c’è più e recano dentro una sorta di proto-pulp.”
Ebbene, quei guappi vecchio stampo, quei contrabbandieri, quei motoscafi blu, quei “samurai partenopei” si possono reputare parte integrante del nostro patrimonio culturale?

Ci troviamo davanti, né più né meno, a delle maschere di vita, reali, quindi testimonianze di esistenza; di persone che la singolarità, lo spiccato “typos” ha inevitabilmente elevato a personaggi prima raccontati nelle storie, nelle novelle, nelle canzoni, e poi trasposti sulle tavole del palcoscenico e nelle pellicole cinematografiche. Nel bene e nel male, al di là del marchio, quasi sempre negativo, che la cosiddetta società civile ha lasciato sulla pelle ma fortunatamente, non nell’essenza di detti personaggi, fanno parte del nostro tessuto sociale, e di conseguenza entrano di diritto nel nostro patrimonio culturale.
Dieci titoli. Quale criterio ha adottato per operare la sua scelta tassonomica?
Va chiarito subito che la mia non è né vuole essere una classifica, né tanto meno un tentativo di classificazione o di critica, bensì un racconto di quelle pellicole. Nel percorso, certo, non facile, ho affrontato una mole elevata di titoli, e ho dovuto fare inevitabilmente i conti, prima di tutto, con la prospettiva soggettiva, con l’emozione che ho percepito vedendo e rivedendo quelle opere, con la veracità, il pathos, la realtà che trasmettevano. E ho provato a spiegare prima a me stesso, perché, a distanza di 50 anni, continuino ad esercitare tanto fascino e a focalizzare l’attenzione dello spettatore.

Giancarlo Tommasone
Vive e lavora a Napoli come giornalista. Si approccia alla scrittura da giovanissimo, componendo poesie, canzoni, e racconti. Ha all’attivo tre volumi, ‘Le scarpe di Connie’ (Boopen, 2011); ‘Torazina’ – Cartoline da Acidolandia (Esa, 2013); ‘Napoli Purp Fiction’ – Da Mario Merola a Pino Mauro. I 10 film da vedere almeno una volta nella vita (Stylo24 Edizioni, 2022). Collabora assiduamente con la Collana Vita da Cattivi in qualità di autore, dal 2007. Tra i lavori realizzati, una monografia di Pasquale Barra, elemento apicale della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che è contenuta nel libro ‘Nuova camorra organizzata, la vera storia dei cutoliani’ (2016); il reportage ‘Bambini di camorra’ (2018).
E’ autore di diversi racconti noir, tra cui ‘Next stop Frullone’ contenuto nell’antologia ‘Lavori in corso’ (Boopen Led, 2010) e ‘Core a destra’ contenuto in ‘Campania Ferox’ (Boopen Led, 2012). Ha pubblicato due raccolte di poesie, ‘Monologhi d’oltreporta’ (1998); ‘Versi sconnessi’ (2001). Altre sue poesie sono contenute in antologie, tra queste ‘Fiori del bene’ (AA.VV. 2009), e ‘Parole di rabbia’ (AA.VV. 2011).
Songwriter e cantautore, nel 2017, con lo pseudonimo di Hello Spunk ha pubblicato l’album ‘Radical shit’ per l’etichetta discografica Studio8.