I vestiti che non metti più

Uomini e donne sull’orlo della perdizione, studenti squattrinati, scrittori precari, giocatori d’azzardo, genitori sciagurati e figli egoisti: in fondo, è la biografia di tanti. È il rinascimento degli invisibili?
Non ho mai avuto grande feeling per gli eroi, i cavalieri senza macchia o i superuomini. Trovo, infatti, che la normalità sia straordinaria, a patto che la si tratti con rispetto e la si racconti nella giusta maniera. Inoltre, trovo molto più onesto intellettualmente scrivere di ciò che conosco. Ecco che le tragedie e le banalità della vita, sapidamente mescolate con la sua irresistibile ironia e comicità, sono diventate humus fertile in cui far germogliare le storie qui contenute.
I protagonisti dei racconti che compongono la silloge compiono azioni apparentemente insignificanti.
Qual è il ruolo dell’immaginazione nel percepire chi è ignoto e vestirlo di realtà?
Il significato non sta tanto nelle scelte dei personaggi o nelle azioni intraprese, piuttosto nelle conseguenze che da esse scaturiscono. Effetti che ha volte hanno ripercussioni solo nella psiche dei protagonisti, altre volte sono invece tangibili nella realtà letteraria che fa da sfondo alle loro vicende.
Banalità, paure, sofferenze e speranze: da quando viviamo in una bolla e chi o cosa ci ha posti in uno spazio isolato ancorchè trasparente e fragile?
Le gabbie, quelle metafisiche, ce le costruiamo da soli. In molti casi, per fortuna, esiste sempre una scelta in grado di scardinarne la serratura e liberarci. Quando invece questo rigurgito escapista non ci riesce, finiamo ostaggi dei nostri demoni e la realtà circostante finisce col diluirsi anestetizzando le nostre capacità percettive. Ecco quindi che, a mio modesto avviso, nella ribellione, seppur minimale o solo all’apparenza insignificante, si pongono le fondamenta per la vera rivoluzione dell’uomo.
Una raccolta di outfit dimenticabili, certamente.
Cosa rende, invece, indimenticabili i nostri gesti e le nostre azioni?

Il cambiamento. Se in seguito ad un gesto, un evento o una nostra azione subiamo un cambiamento interiore, ecco che questo sviluppo diviene determinante. Ciò detto vale sia per le trasformazioni in positivo che in negativo. E se diventiamo altro in seguito ad un atto consapevole, con ogni probabilità ce lo ricorderemo per tutta la vita.
La sua narrazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne, a tratti ironica.
C’è un limite a ciò che si può narrare?

Mi piacerebbe rispondere che non ci sono limiti e che la scrittura debba essere scevra da regole e disciplina, ma in realtà lo è solo in parte. Mi spiego meglio: i confini dell’arte narrativa derivano anche dal gradimento del pubblico. Quindi l’originalità di un testo, la sua creatività e immaginazione deve scendere a compromessi col potenziale bacino di utenza a cui è rivolta (a meno che uno scrittore scriva solo e soltanto per sé stesso). Un testo quindi, seppure sperimentale e rivoluzionario, deve sempre conservare elementi che permettano al suo lettore ideale di decodificarne il contenuto e gli aspetti chiave.

Luca Murano, oltre a curare Vai come sai, il suo blog di scrittura, negli anni ha pubblicato diversi racconti su riviste letterarie indipendenti. Nel 2018 ha esordito nel mondo dell’editoria con Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano.

L’ASSURDA EVIDENZA. UN DIARIO FILOSOFICO

Lei esordisce con una chiara dichiarazione programmatica: “Questo libro è un diario, perché un saggio non può offrire un rendiconto credibile di ciò che penso”
Dove approda il suo viaggio esistenziale e filosofico?

Il mio viaggio approda dove parte, all’assurdo, ma con un vissuto diverso da quello della partenza. A cambiare non è in questo percorso filosofico non è l’approdo, ma le condizioni di arrivo: l’assurdo non viene più considerato un luogo di dolore ma al contrario di liberazione dalla sofferenza – d’altra parte come può esserci dolore dove non c’è alcun senso?

Enigmi, esperimenti mentali, illustrazioni, citazioni e paradossi. Quali sono le peculiarità della scrittura filosofica secondo la sua interpretazione?

La scrittura filosofica ha molte strade e possibilità; un po’ come in narrativa ogni filosofo e filosofa ha un suo stile di scrittura. Ultimamente la filosofia ha un po’ perso la sua varietà stilistica, limitando il suo campo al saggio accademico. È stata abbandonata la forma dell’aforisma, del diario, del dialogo, la confessione, la poesia, nonostante siano stili che hanno fatto la storia della filosofia, con autori e autrici come Weil, Platone, Cioran, Nietzsche, Zhuangzi, Laozi, Kierkegaard, Zambrano, S. Agostino, Parmenide… nel mio libro ho provato a ritornare a questa varietà, anche se molte sue parti sono esplicitamente saggistiche.

Il filosofo può intendersi come paradigma dell’umanità?

Direi di no. Tutte le persone sono diverse, al netto di vari tratti in comune, e chiunque assurga a paradigma di qualcosa crea pericolose generalizzazioni. Chi fa filosofia non è paradigma nemmeno di “persona saggia”, o “colta”, o “intelligente”, perché tutte queste caratteristiche hanno molte declinazioni e non sempre (anzi quasi mai) coincidono in una persona. L’esempio recente di Giorgio Agamben è sintomatico: un grande filosofo scivola su informazioni errate in un ambito che non è il suo, la scienza medica. Sbaglia chi segue il suo errore “perché è un grande filosofo” e sbaglia chi sostiene che abbia perso il suo smalto intellettuale – anzi, ultimamente ha scritto un bellissimo libro. È solo una persona che ha fatto un errore in un ambito che non conosce, capita.

Lei ci narra la sua esperienza di pensiero che spazia in modo autentico dalla filosofia occidentale al pensiero buddhista e Zen. Perché, a suo avviso, l’approccio alla Filosofia continua ad essere meramente teorico?

La filosofia è una disciplina in gran parte teorica, ma dalla teoria nasce spesso una pratica – senza teorie scientifiche non avremmo l’attuale tecnologia, per dirne una. Nella filosofia l’aspetto pratico viene più facilmente ignorato, perché è più interno che esterno; si declina in stili di vita, approcci all’esistenza e alla conoscenza del mondo. Non è una misinterpretazione del pubblico però, anche chi si occupa di questa disciplina dovrebbe sottolinearne più spesso i risvolti esistenziali.

Lei è di formazione filosofo ed artista visivo. Qual è il valore delle illustrazioni, appartenenti alla serie Meditazioni, che arricchiscono il suo scritto?

Queste illustrazioni sono un mix tra assemblaggi di opere già esistenti (libere dal copyright) e di mie integrazioni, e sono state sviluppate dopo delle sessioni di meditazione. Da questo punto di vista si tratta di una proiezione visiva del processo di costruzione e decostruzione di senso che avviene durante la meditazione, e che mi ha accompagnato nella stesura di questo libro. Ne sono, in un certo senso, la traduzione visiva.

Francesco D’Isa, di formazione filosofo e artista visivo, ha esposto internazionalmente in gallerie e centri d’arte contemporanea. Dopo l’esordio con la graphic novel I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato saggi e romanzi per Hoepli, effequ, Tunué e Newton Compton. Il suo ultimo romanzo è La Stanza di Therese (Tunué, 2017), mentre per Edizioni Tlon è uscito il suo saggio filosofico L’assurda evidenza (2022). Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

Quintetto d’estate

Il maestro del conservatorio “Santa Lucia” di Siracusa seleziona 5 ragazzi di 20 anni per un viaggio in camper a Riga. Quintetto d’estate è la narrazione di un viaggio. Può costituire oggetto di riflessione il viaggio velato sempre di un alone di mistero, pur se concepito come spostamento in un luogo noto, laddove la realtà tecnologica in cui siamo immersi ci impone di non passare inosservati, puntando proprio sul dato noto e visibile?
Per quanto accurate e sofisticata, la tecnologia non riesce mai a eliminare del tutto la componente misteriosa del viaggio. Posso conoscere con precisione le coordinate di qualunque posto attraverso il GPS, i percorsi stradali con più traffico o meno traffico grazie ai servizi di Google, le foto dei luoghi che voglio visitare e le recensioni dei ristoranti che troverò lungo il percorso tramite Wikipedia e TripAdvisor, ma non posso prevedere gli incontri né posso scrutare la mente e il cuore delle persone che incontrerò. Il viaggio è e rimane imprevedibile nella sua porzione più ampia, altrimenti non si spiegherebbe perché affascina così tanto, da Ulisse che brama il ritorno a Itaca fino al più annoiato lavoratore che sogna di interrompere la propria alienazione con una vacanza esotica. Sono le persone e gli incontri che rendono speciale ogni viaggio, e di riflesso l’esperienza che se ne ricava. Persino i viaggi in solitaria mantengono questo fascino, perché si ha l’opportunità di incontrare sé stessi ed esplorare parti sconosciute del proprio io.
Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
Credo che la giovinezza sia il punto di vista privilegiato per osservare e comprendere le contraddizioni della realtà, e anche per provare a superarle. La tendenza a ribellarsi è il segno che qualcosa non va, ma anche l’ago della bussola che punta verso una possibile soluzione. Chi non è più giovane, a mio avviso, ha due compiti: guidare la scontrosità degli adolescenti, per incanalarne l’energia in modo costruttivo e sano, e lasciarsi guidare dalle loro proteste per cogliere quello che l’eccesso di maturità ha reso ormai invisibile o scontato. Tutti i giovani, con cui sono a stretto contatto nell amia funzione di docente, vogliono delle relazioni interpersonali meno tossiche, un ambiente più pulito, una società più equa, un rispetto reciproco nelle relazioni interculturali. Insomma, senza scomodare Greta Thunberg, i ragazzi vogliono una società più equilibrata, che non spinga le persone a scontrarsi nelle amicizie o nel lavoro, che accolga le diversità, che eviti lo scontro amato per dirimere le questioni internazionali e che non lasci ai posteri un ambiente invivibile e avvelenato. Vedendo i grandi disattendere tutto ciò, è normale che i giovani siano scontrosi, disubbidienti, inquieti.
Incursioni nella commedia, nella favola, nel realismo, nel romanzo di formazione. Quanto ha attinto ai generi codificati dalla letteratura ed in che misura il suo romanzo ne diverge?
In senso lato, tutti i romanzi sono romanzi di formazione. Che tristezza se un personaggio non si evolve, non matura, non diventa migliore. In poche parole: non dà forma al cambiamento interiore. Sia chiaro, quando dico migliore non do giudizi morali. Un romanzo che ha per protagonista un assassino diventa piacevole se, alla fine, il l’assassino si mostra più abile e più astuto nel mettere in atto i suoi piani criminali. Quindi, ben venga l’etichetta di romanzo di formazione per il mio Quintetto d’estate: la accetto volentieri. Anche l’etichetta di romanzo di viaggio è da me ben accetta: esistono dei capolavori assoluti nella letteratura di viaggio, a partire dall’Odissea fino a certe gradevoli storie moderne, come Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig, Latinoamericana di Che Guevara, Le voci di Marrakech di Canetti… tutte storie che ho amato e che mi hanno divertito e fatto riflettere. Direi che nel mio romanzo sono presenti chiare incursioni sia nel Bildungsroman che nella letteratura di viaggio, ma non è solo un viaggio fisico, è anche un viaggio nel tempo, nella cultura classica, dalla quale si attinge per esplorare nel presente alcuni elementi del profondo umano, che restano immutati nei secoli. Nel mio romanzo, questi elementi sono spesso rivelati al lettore in coppie di opposizioni, come paternità e genitorialità, promiscuità e nudità, amicizia e competizione, cultura e istinto, istruzione e docenza.
Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi.
In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Il viaggio è il percorso che porta alla conoscenza, la conoscenza di sé e degli altri, dei sentimenti, delle aspirazioni, del future ma anche della tradizione. La conoscenza coincide con il punto di partenza del viaggio e si compie con il ritorno, per cui il mio libro affronta il più classico dei topoi, ovvero il “Nostos”, il ritorno a casa dell’eroe. La partenza che innesca l’allontanamento è un evento necessario per guardare la propria origine da lontano, per osservare sé stessi da una prospettiva inedita, e cogliere quegli elementi sapienziali che si ignoravano fino a un istante prima di partire. L’umiltà consiste nel lasciare arricchirsi dalle diversità che si incontrano lungo il cammino (la promiscuità ha un valore positivo per i miei personaggi); poesia ed empatia entrano a stretto contatto nell’ammirare la diversità dei luoghi visitati, ma anche nel ricordare con affetto il luogo da cui si è partiti. Nessun luogo viene mai profanato, proprio perché si rispetta ciò che si incontra lungo il viaggio e se ne fa tesoro nel compararlo con il proprio luogo d’origine.
Sono tante le rispondenze e gli accorgimenti di carattere musicale presenti nell’intera architettura della sua narrazione. Reputa che la musica si riferisca al puro calcolo di rapporti numerici o rispecchi la verità dei sentimenti dell’animo umano?
La musica è matematica applicata ai suoni: altezze, intensità, timbri, durate, intervalli… tutto questo si può misurare oggettivamente e con precisione. Lo aveva già fatto Pitagora mezzo millennio prima della nascita di Cristo, studiando il monocordo e le relazioni tra suoni e lunghezza della corda, gettando le basi per l’armonia. Il mondo è armonia. Le relazioni umane sono basate sulle leggi dell’armonia. Quando si spezza qualcosa e non si va d’accordo, l’armonia è sparita. Calcolo matematico e sentimenti dell’animo umano si fondono dunque nell’armonia della musica, che, mancando di uno spessore semantico, riesce a veicolare insegnamenti ed emozioni pressoché universali. Intanto perché la musica rievoca tali emozioni con efficacia e poi perché avvicina gli essere umani invitandoli a sintonizzarsi sulla stessa frequenza mentre suonano insieme, proprio come fanno i miei personaggi: intonano gli strumenti, prendendo fiato nello stesso momento, assecondano il medesimo ritmo della composizione. Loro costituiscono un quintetto, ma il quintetto è più grande della somma dei singoli musicisti, perché nell’insieme si materializza l’armonia, dimensione concreta nella musica e metaforica nella vita.

Quintetto d’estate

Giuseppe Raudino dal 2009 insegna materie inerenti a comunicazione, antropologia culturale e ricerca sociale all’Università di Scienze Applicate a Groningen, Paesi Bassi.

Maria Che Danza Sulle Antenne Di Un Calabrone

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

Introversione, inquietudine e brama di emancipazione caratterizzano il ventenne Berto, il protagonista del mio romanzo. Sono anche la conseguenza delle sue difficoltà a rapportarsi al mondo che gli appare duro e ingiusto. E forse del suo rappresentare, com’era nelle mie intenzioni, la banalità del bene che lo porta a interiorizzare le conseguenze negative dei suoi rapporti familiari. Il suo agire tuttavia è determinato dal difficile rapporto con il padre, perché Berto è un ragazzo che porta sulle spalle il fardello di un padre che non lo riconosce.

Il suo romanzo narra di un di un ragazzo, Berto, e di sua nonna Pina, agli antipodi tuttavia legati da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Con Maria che danza… ho voluto parlare di famiglia proprio per riuscire a rispondere a questa domanda. Ho voluto parlare in particolare di famiglia patriarcale cui ho contrapposto il mito della Sacra famiglia che ho rappresentato con i protagonisti della seconda parte del mio romanzo, Pino e Maria. Un mito straordinariamente attuale e molto vicino al sentire dei nostri tempi a mio parere. Come quella del Vangelo, anche la famiglia di Pino è una comunità basata sull’amore e sul rispetto, dove nessuno appartiene a qualcuno, dove i genitori insegnano con l’esempio la responsabilità e l’etica del lavoro ai figli. E dove questi ultimi seguono i genitori anche se sono figli di Dio.

Il suo romanzo esemplifica un viaggio lungo l’Italia, da Milano a San Severo, che è anche un iter formativo il cui sbocco è la precarietà come status esistenziale, quindi permanente, calcificato. Tale condizione è individuale o generazionale?

Temo che la precarietà esistenziale sia una condizione umana più che generazionale. Con questa premessa posso aggiungere che la precarietà di Berto ha origine, ancora una volta, nel difficile rapporto con il padre e che ha nome preciso: ignavia. Perché, seppur inconsciamente, finisce per vivere la vita voluta dal padre. “Non era mai stato vivo, come diceva Dante. Lui era uno spettatore della vita e correva anche lui dietro bandiere che non significavano nulla”, scrivo in un passo della parte finale della storia. L’ignavia è il suo peccato originale. E forse anche quello della nostra generazione che più delle altre si è conformata alle indicazioni della società dei consumi, della pubblicità e dei modelli di vita proposti dalla cultura dominante senza seguire il proprio cuore. Per ritrovarsi poi in una vita che non ci rispecchia.

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Sì, con il mio romanzo volevo parlare di nonni. E parlare di nonni significa parlare di memoria. Memoria come strumento “per colmare i crateri della morte e della solitudine” e memoria come strumento di giustizia. Ma attenzione, non è sufficiente ricordare per chiudere i conti con il passato, soprattutto se parliamo di memoria collettiva, se parliamo del nostro passato fascista di cui racconto attraverso la nonna. Per questo occorre un passo ulteriore. Occorre il coraggio di aprire un dibattito sul passato come è accaduto in Germania negli anni Sessanta con il Vergangenheitsbewältigung, quella riflessione cioè sul periodo nazista e sull’Olocausto realizzata con l’obiettivo di definire una visione del passato ampiamente riconosciuta dalla società.

Per conto della sua società, Ubisoft, lei racconta ai ragazzi italiani i brand che hanno fatto la storia dell’industria dei videogiochi. Il suo è anche un romanzo di formazione ed in che misura, se lo è, diverge dal genere codificato dalla tradizione?

Sì, Maria che danza… è anche un romanzo di formazione. Non era nelle mie intenzioni iniziali ma la figura della nonna me lo ha imposto. Penso anche che risponda a tutti i canoni propri del Bildungsroman. Anche se forse appaiono diluiti tra altri elementi di altri generi che lo rendono un po’ romanzo d’amore e un po’ saga familiare, con al centro il magico e l’irrazionale che irrompono nella vita del protagonista come uno spartiacque.

Alberto Coco ha lavorato a contatto con tutto il mondo occupandosi di marketing e di comunicazione, di licensing e publishing. Per conto della sua società, Ubisoft, racconta ai ragazzi italiani i brand che hanno fatto la storia dell’industria dei videogiochi. Maria che danza sulle antenne di un calabrone è il suo primo romanzo.

Pene d’amore. Manuale illustrato di sopravvivenza agli ex

Il suo è un formidabile campionario di esemplari di maschio. Da dove ha attinto notizie ed elementi per compilare tanto riccamente un bestiario straordinario altresì esilarante?

Pene d’amore è stato il mio lavoro di tesi all’Istituto Europeo di Design di Roma, dove mi sono diplomata nel 2007. In quel momento era molto difficile trovare un editore per un progetto di satira così forte e audace. Ma ho creduto sempre moltissimo in questo libro, e così diversi anni dopo, servendomi delle nuove competenze acquisite, ho fatto un intero restyling al progetto e mi sono messa in cerca di un editore. Con immensa soddisfazione la Baldini+Castoldi ha deciso di pubblicare il libro, con la prefazione di Selvaggia Lucarelli. Nel frattempo mi sono resa conto che un libro così, sarebbe stato utile a molte donne: la risata come strumento catartico per superare il dolore, la fine di una storia. Seppure si tratta di una risata amara, sono convita che l’ironia sia una grandissima risorsa e all’occorrenza possa essere un’ottima forma di autodifesa.
Sono partita dalle mie storie e da quelle delle mie amiche, ma in fondo sono le storie di tutte noi.
Sono le nostre interminabili telefonate con le amiche in cui cerchiamo disperatamente di capire perché sia finita quella relazione, perché il telefono non squilla mai, perché non richiama se gli ho lasciato il mio numero? Perché?! Siamo consapevoli che l’universo maschile e femminile siano agli antipodi, ma cerchiamo con tutte le nostre forze di fare incontrare questi due mondi. Ci tengo comunque a sottolineare che Pene d’amore non è un libro di genere, è un libro sull’amore e sulle sfighe amorose, un libro sui sentimenti. Io ho raccontato il mio universo e quello più vicino a me, ma i sentimenti sono sentimenti così come le persone sono persone. Oltretutto, le relazioni disfunzionali e certe dinamiche malate, si innescano in una coazione a ripetere che non tiene assolutamente conto del sesso.

Il vampiro energetico, il mammone, il vanesio, l’infante, il passivo, il seriale. Parecchi esemplari raccontati rispondono a dei cliché. È inevitabile l’incontro?

In effetti gli esemplari descritti rispondono a dei cliché. Questo è proprio il gioco della satira, che servendosi di oggetti di uso comune, di elementi noti e riconoscibili da tutti, dei cliché appunto, attraverso un’ironia feroce e irriverente, racconta la sua storia. Nel tempo, approfondendo l’argomento, mi sono resa conto dell’aspetto sociologico e generazionale della questione e dell’esistenza di un problema di fondo, legato alle relazioni e alla mia generazione: una generazione narcisista ed ego riferita, che trova sempre meno spazio per l’altro e ha sempre meno volontà di costruire una relazione.
Sicuramente i social hanno contribuito parecchio a questo fenomeno, considerando anche soltanto la facilità con cui entri nella vita di qualcuno e la stessa facilità con cui ne esci, magari con un sorrisino.

I racconti sono intervallati da Sante votate al supplizio dagli ex: Santa Pazienza, Santa Astinenza, Maria Addolorata. Ebbene, le donne come materiali indistruttibili, capaci di assorbire gli urti senza rompersi?

Le mie sante, rappresentano l’emotività femminile. Sappiamo essere fragili e remissive, e alle volte purtroppo, persino votate al martirio. Ma siamo anche combattive e indistruttibili. Ho voluto rappresentare attraverso le sante, la ricchezza e la complessità dell’essere femminile, un focus sulla nostra parte emotiva, anche quella più oscura e malsana. Ad esempio quando siamo consapevoli che sia il caso di mollare, di lasciare andare qualcuno e invece ci accaniamo perché “Un giorno cambierà”. Insomma, anche noi donne abbiamo le nostre responsabilità.

“Pene d’amore” si pone come un manifesto postfemminista?

Direi che Pene d’amore non si pone come un libro femminista, ma alla fine è un libro femminista. Intanto perché è scritto da una donna, e dà voce all’universo femminile. Inoltre affronta temi che ancora oggi purtroppo sono dei tabù, come per esempio l’autoerotismo femminile. Non si pone come un manifesto postfemminista perché vuole essere inclusivo con gli uomini, cosa che secondo me è alla base di qualunque sano femminismo. Voglio dire che bisogna parlare anche e soprattutto agli uomini. Con questo libro mi sono resa conto di quanto ci sia ancora molto da lavorare, e anche del fatto che ci dichiariamo emancipati, pensiamo di aver superato molti dei nostri limiti e invece siamo ancora incastrati e schiacciati da certe dinamiche patriarcali dalle quali non riusciamo a venire fuori.

Il suo memorandum di esperienze sentimentali è illustrato. Qual è il valore dell’immagine in un libro sulle difficoltà di amare ed il desidero di amare?

L’illustrazione ha un valore fondamentale. Intanto perché io sono prima di tutto un’illustratrice, è con questo libro che ho iniziato anche a scrivere, e mi diverto moltissimo! L’illustrazione ha il medesimo compito della scrittura, quello di comunicare. Nel caso di un libro illustrato, testo e illustrazioni coesistono in un equilibrio magico, e hanno entrambi la stessa importanza. Sia il disegno, che la scrittura, sono mezzi di espressione. A mio parere, un testo illustrato rafforza la capacità comunicativa, perché mette in campo due mezzi di comunicazione, invece che uno soltanto.

Amalia Caratozzolo (in arte AmaliaC) è illustratrice e scrittrice, vive a lavora a Roma. Si è diplomata nel 2004 in Fumetto alla Scuola Internazionale di Comics e nel 2007 in Illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design di Roma, dove ha insegnato Incisione su linoleum dal 2010 al 2017.
Dal 2013, è illustratrice per il «Corriere della Sera». Nel 2020 pubblica per Baldini+Castoldi un libro di satira illustrato dal titolo “Pene d’amore, manuale illustrato di sopravvivenza agli ex”, con la prefazione di Selvaggia Lucarelli. Nello stesso anno inizia la collaborazione con Il Fatto Quotidiano: autrice di una rubrica di satira amorosa, scrive e illustra per la newsletter A parole nostre. Nel 2021 illustra per Lunaria Edizioni un libro per bambini di Lorena Dolci, dal titolo “Mostro del Pisolino”.
Ha lavorato per Baldini+Castoldi, Castelvecchi Editore, Corriere della Sera, Edizioni Anicia, Elliot Edizioni, Guanda Editore, Istituto Europeo di Design, Il Fatto Quotidiano, La Stampa.

Io, combatto

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

La giovinezza è per ognuno di noi una sorta di terreno ignoto su cui seminare ma dove anche si nascondono trappole e buche. La mia giovinezza ha dei tratti molto simili a quelli che, ad un livello diverso, hanno caratterizzato quella di mio figlio: buttarsi nelle esperienze, uscire dai ranghi, mostrare una natura che non rientra nelle classificazioni. Tutto ciò spinti da un bisogno di capire, di sondare il fondo degli abissi alla ricerca della luce. Io credo che, sebbene in un modo estremo e drammatico, mio figlio stia cercando la sua strada, così come io da ragazza, dopo anni di ritiro quasi ascetico, mi buttai nelle esperienze della mondanità, a volte rischiando di sporcarmi. La differenza è che lui è incappato in un terreno dei più viscidi e pericolosi, quello della droga.

Al centro della narrazione non solo la storia di suo figlio Giacomo ma la necessità di potenziare le Rems e la vera attuazione della riforma che ha chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari. Qual è lo status dei diritti dei detenuti affetti da disturbi psichiatrici?

La riforma deve continuare il suo iter e trovare risposte al vulnus legislativo che le caratterizza e la recente sentenza della Corte Costituzionale, invita il governo a trovare soluzioni entro un anno. Intanto le Rems, che sono residenze dove davvero si lavora al recupero dei pazienti, sono ancora troppo poche per la richiesta attuale. I dati più recenti parlano di 98 pazienti psichiatrici destinati alla Rems, trattenuti in carcere per mancanza di posti. Sono oltre 700 quelli in lista d’attesa in tutta Italia. Una persona con problemi psichiatrici, sebbene abbia commesso un reato, non deve stare in carcere e il ricorso alla Cedu che abbiamo recentemente vinto, ne è una prova.

La cronaca segnala, soventemente, episodi di inaccettabile violenza compiuta da o tra giovanissimi. Possono la brutalità, la sopraffazione, l’abuso essere percepiti dagli giovani come curativi rispetto all’indicibile dolore provato?

Non sono in grado di dare una risposta netta. Devo però dire che nessuno mi toglie dalla testa, l’idea che nella maggior parte di questi episodi violenti, ancor più terribili e scioccanti vista la giovane età degli autori, siano scatenati dall’uso di sostanze la cui composizione chimica diventa sempre più letale, soprattutto per il delicato e non ancora formato, sistema nervoso degli adolescenti.

Il suo impegno sociale ha trovato alleati nelle Istituzioni o si è scontrata con l’inadeguatezza degli strumenti sanitari, legislativi ed istituzionali?
Inizialmente ho cozzato con numerose mancanze e situazioni paradossali. Non mi sono lasciata abbattere e ho deciso di denunciarle, anche sulla stampa. Questo ha generato un virtuoso fenomeno di supporto spontaneo da parte di diverse figure, anche istituzionali, che hanno abbracciato la mia causa: in primis la garante dei detenuti del Comune di Roma, Gabriella Stramaccioni. Chi ci legge e si trova a dover seguire un familiare a “doppia diagnosi” come mio figlio, e che quindi deve affrontare il doppio problema della tossicodipendenza e dei disturbi psichici, mi scriva a movimento.mdd@gmail.com.

Può offrirci un ritratto di Giacomo da un punto di vista squisitamente materno?

Un gigante buono, di una sensibilità ed intelligenza estrema, tanto forte fisicamente, quanto fragile interiormente. Lo vedo tutt’ora, alla soglia dei 30 anni, come il mio cucciolo da sbaciucchiare e proteggere ma… non è più il tempo, il mio amore per lui, che resta infinito, è dovuto maturare. Resto ad osservarlo nel suo gestire la sua vita e la sua ricerca di un equilibrio, con tanta fiducia ma anche con necessario distacco.

Loretta Rossi Stuart, è attrice e coreografa. Alla seconda prova come autrice.

Il Varcaporta

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder tipico della fantascienza classica?

Il senso della meraviglia è esattamente lo scopo di questo tipo di storia. Desidero portare chi legge altrove e immergerlo completamente in un contesto che chiede moltissimo alla sospensione di incredulità ma che dona altrettanto. Perché è proprio attraverso lo stupore per una narrazione in bilico tra fantascienza e fantasy, e che vuole omaggiare Jules Verne, che passano emozioni e un doloroso sospetto: si parla di un mondo alternativo, di un’epoca vittoriana mai veramente esistita o, piuttosto, si parla di noi e della nostra epoca?

La mattanza riguarda, ovviamente, i poveri, i diseredati che pullulano nelle grandi città inglesi e del cui destino nessuno si preoccupa. 
Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Oh sì. Non potrebbe essere altrimenti. Il percorso che ho iniziato con la serie “Diario vittoriano” (in quattro volumi, edita da goWare), prosegue senza soluzione di continuità con “Il Varcaporta” (Dark Abyss Edizioni). L’epoca vittoriana, nel senso storico e reale del termine, ha sdoganato il concetto di operaio = materia prima. Una società in cui bambini di otto anni venivano impiegati in fabbrica con turni di lavoro di dodici/quattordici ore è stata una realtà cui oggi ci permettiamo di guardare con raccapriccio. Ignorando che tali situazioni esistono e si perpetuano nelle zone più sfortunate del mondo. Non amo i libri che pretendono di catechizzare chi legge. Ma se la sorte dei bambini nelle vicende de “Il Varcaporta” causerà ripulsa e sofferenza, forse lo sguardo cambierà anche incrociando, nelle nostre strade, piccoli mendicanti e persone costrette a vivere in strada.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che lo “steampunk” possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Amo l’accostamento tra un’epoca storica ormai lontana e un progresso tecnologico immaginato in chiave vintage. Ho sempre pensato che cambiando la prospettiva e lo sfondo sul quale i personaggi sono chiamati a muoversi, certe dinamiche, certi riflessi condizionati, un modo di pensare cui ormai siamo assuefatti, acquistino maggior spessore mettendo in luce i difetti e le criticità proprio del modo in cui l’umanità si pone nei confronti del mondo, delle risorse energetiche, dell’esercizio del potere. Il bassorilievo cui ormai non facciamo più caso si eleva al livello di vera e propria scultura. E le deformità balzano in primo piano.

Astrea, Aster Paul, Zachary Tucker e Devereux Willoughby. Lei srotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legata?

Sono miei figli, tutti. Li ho voluti imperfetti, confusi, spesso deboli. Così come ho voluto infrangere lo stereotipo del “prescelto” rendendo tale un ragazzo non ancora ventenne, Devereux, il cui unico vero potere è l’empatia, il rendersi conto delle sofferenze degli altri, la capacità di sentirsele addosso e di volerle sanare, anche a costo del più grande dei sacrifici.

Ambiente, progresso tecnologico, il prezzo in vite umane dell’energia. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Il nesso è sostanziale, in questo caso, o non è. Se il prezzo per mantenere uno stile di vita cui siamo abituati è, alla fine dei conti, perdere ciò che la rende degna di essere vissuta, per cosa stiamo lottando? Per cosa stiamo assistendo, indifferenti, alla distruzione dell’ambiente? Il progresso per come lo abbiamo inseguito, a partire dalla rivoluzione industriale in poi, non ha nulla delle “magnifiche sorti e progressive” di cui ironizzava la lungimiranza di Giacomo Leopardi. Abbiamo ottenuto una tecnologia inimmaginabile fino a pochi decenni fa, interagiamo con i nostri device elettronici e lasciamo che ci informino su crisi umanitarie e climatiche, su disastri annunciati e cambiamenti climatici. Senza riuscire a trovare il bandolo della matassa. Il bello di un romanzo è che all’autore viene permesso di immaginare una soluzione. E di realizzarla. Non è un caso se la soluzione de “Il Varcaporta” non passa attraverso un macchinario o una scoperta scientifica. Il solo potere è, ancora una volta, ascoltare la sofferenza dei fiori che appassiscono in un inverno innaturale, degli uccelli che cadono dal cielo, stroncati dal gelo, degli animali che fuggono spaventati e degli esseri umani che non sanno più a chi rivolgere preghiere. Un ascolto che diventa azione. Azione che si rivela salvifica, sì, ma il prezzo è altissimo. E saranno i migliori a pagarlo.

Laura Costantini nasce a Roma ed è una “boomer” rea confessa. Amante della scrittura da sempre ha rincorso e raggiunto l’obiettivo di svolgere la professione giornalistica. E di pubblicare romanzi spaziando tra generi ed epoche. Ha pubblicato tredici romanzi a quattro mani con Loredana Falcone (amica e socia di scrittura) e nove titoli (tra cui un saggio) firmando da sola. Di questi fanno parte i quattro volumi della serie “Diario vittoriano” (goWare) cui si aggiungono tre contenuti speciali sempre legati alla serie.
Molto presente su Facebook e Instagram, ama scoprire libri e autori senza lasciarsi guidare dalle classifiche delle vendite.

La distruzione dell’amore

Amore, abbandono, dolore, gelosia: una girandola di sentimenti; i temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

Io sono il risultato delle mie letture e di chi mi ha detto qualcosa, di idee collettive, di Neruda, Lorca, Prevèrt, Eluard, Dickinson, Masters, Carver, Candiani, Szymborska, Mari, Rodari, sono talmente piena di punti di riferimento che arrivo a perdermi.

L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento non possa assumere carattere salvifico?

Amore è un dio. E quando arriva, sai, senti che è un’eccezione, un lusso, un miracolo.
Tanto è potente nella salvezza, quanto è terribile nella dannazione, perché cadi da molto in alto e ti farai tanto male, perché parte da troppo dentro per non straziarti. Ma se ti è successo anche una sola volta, te ne ricordi, sai che accederai alla beatitudine e difficilmente abdicherai a questo in ragione di un’eventuale perdita.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

La poesia, quando è vera poesia, ti fa rallentare, ti prende alle spalle, non sai perché ti viene da piangere, non sai perché vedi quello che vedi, le parole non sono usate come tali, ma come suoni alchemici che creano cose, messe in quell’ordine ti soffiano addosso, senti gli odori. Non so se lenisca, ma sicuramente da voce, luce, aiuta l’integrazione tra raziocinio e emotività.

Nevrotica, ossessiva, iper-reattiva, spelacchiata, rauca e bianca fosforescente, addirittura desiderabile mi vede. La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne. C’è un limite a ciò che si può narrare?

Si può narrare tutto. Ho scritto racconti sulla defecazione, sulla masturbazione, sulla malattia. Il come è il punto. Come tu dici le cose le fa diventare o increscioso voyerismo o poesia, ricerca, arte.

Le protagoniste della sua versificazione sono omosessuali. Ebbene, trova che in Parlamento, laddove astrattamente dovrebbe essere assisa l’élite culturale del nostro Paese, resista ancora una dura riottosità a sancire alle cosiddette “minoranze sessuali” la piena affermazione dei loro diritti?

Dare diritti significa rinunciare a qualche privilegio, a qualche risorsa, a millenarie aristocrazie apparentemente eterne. Bisogna lottare, per ottenere diritti, perché non esistono diritti senza sottrazione. Il governo è riottoso. Ma una volta gli ebrei erano nei ghetti per legge, i neri erano schiavi per legge, le donne non potevano né studiare né votare né girare liberamente, per legge. Facciamo passi così piccoli che sono gocce nel mare. Ma il mare è fatto di gocce.

Anna Segre è medico, psicoterapeuta, ebrea, lesbica, mancina.
Tra le sue opere ricordiamo Monologhi di poi (Manni) e Lezioni di sesso per donne sentimentali (Coniglio Editore), Il fumetto fa bene. Letture come terapia (Comicout). Con Elliot ha pubblicato: Judenrampe. Gli ultimi testimoni (curato con Gloria Pavoncello), Biografia di una vita in più di Fatina Sed (curato con Fabiana Di Segni), 100 punti di ebraicità (secondo me) e 100 punti di lesbicità (secondo me).

Il Pianeta delle Occasioni Perdute

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda. Linguaggio e descrizioni deviano, soventemente, dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder tipico della fantascienza classica?

La mia raccolta di racconti è stata definita “romanzo diffuso”, credo lei alluda a questo concetto parlando di romanzo. Ogni racconto segue le vicende di uno o più personaggi, ma l’ambientazione generale delle storie è la stessa, con uno sfasamento temporale minimo. In effetti il mio testo potrebbe appartenere al new weird, per un disallineamento con molti dei cliché della fantascienza tradizionale, per i contenuti allegorici di tipo socio-politico e filosofico, ma soprattutto per la presenza di temi misticheggianti e magici. Si collega a un filone diventato, alla fine, ormai “classico” che avvicina il fantasy alla fantascienza. L’esperienza di Arami nell’assumere nella sua interiorità la conoscenza universale tramite un insight; l’esistenza di maghi che rendono invisibili le nastronavi, la saggezza esoterica di Narin e tanti altri elementi ne sono prova. Il sense of wonder è affidato alle trovate narrative. Spero che il lettore si stupisca di scoprire che il grande palazzo della biblioteca sia molto più grande all’interno che all’esterno (il tardis del Doctor Who docet). Pur amando follemente “La trilogia della Fondazione” di Asimov mi rifaccio piuttosto alla tradizione di Bradbury, che abitava i pianeti (come Marte) di terrestri e inventava piccole fiabe filosofiche. Leggo e rileggo Borges che ha saputo unire poesia, filosofia e letteratura in modo sublime. Mi piace pensare a Italo Calvino, più che allo scrittore de “Le cosmicomiche”, al narratore – poeta de “Le città invisibili”. Iris, la teratopoli, non potrebbe essere forse un’immensa “città invisibile”? Leggendo il mio libro si rimane spiazzati subito dai neologismi, molto frequenti nel testo. Si tratta di una lingua inventata “a posteriori”, che riguarda soprattutto il lessico. Non ho stravolto la sintassi e la morfologia dei passaggi, ma credo di aver creato un’atmosfera “nuova” e “fantastica” accostando parole – aggettivi, verbi – già esistenti nella lingua italiana, mutando radici o desinenze, risemantizzando parole conosciute. L’uso della parola inventata stimola l’immaginazione, alterando leggermente la percezione di chi legge, è poetico e trascinante. Il vocabolo “uovocasa”, che indica una delle abitazioni maggiormente utilizzate nel futuro aggiunge alla parola “casa” la parola “uovo”. Evoca semplicemente la sua forma? O richiama il concetto di uovo cosmico?

“Iris, la «teratopoli» del pianeta, attrae e affascina, i suoi abitanti sembrano essere gli ultimi rimasti con una predilezione naturale per il dialogo e la comprensione”.

Il suo sguardo ha implicazioni morali?

Gli dei mi salvino dall’indebolire la mia scrittura con la trappola della morale. Dare indicazioni moralistiche e rigidamente prescrittive all’interno di un testo lo rende tedioso e demodé già dal momento in cui viene pubblicato. Certamente, come scrittrice trasferisco la mia visione del mondo in ciò che scrivo. La scrittura per me non sarà mai pura esercizio formale, è stata e sarà sempre collegata profondamente al il mio . Sono legata a una visione etica, non morale della vita; credo nel potere salvifico della scrittura, penso che possa incidere nella trasformazione spirituale di un lettore per me ideale. Attenzione: ho scritto “possa incidere”; non deve farlo necessariamente. Provo a lasciare per chi legge, sempre, ciò che la Karen Blixen chiamava “la pagina bianca”. I miei racconti di fantascienza sono comunque da includere nella categoria dei racconti “ottimisti”, non sono storie a soluzione negativa e catastrofica; aspirano sans doute a cercare, a trattenere un senso di umanità che oggi o fra tremila anni può essere messo a rischio dalla tecnologia avanzata o da un’insensata ricerca della perfezione.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che lo “steampunk” possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Nel primo racconto, mentre viaggia alla volta del Pianeta delle Occasioni Perdute, un terrestre desolato guarda una lettera di ferro arrugginito, un materiale non più utilizzato nella sua epoca. Nel futuro, probabilmente, non esisteranno libri nel modo in cui li conosciamo, ma non posso rinunciare a citarli continuamente accostando la semplice parola particella al lemma “libro”. In nessun punto del testo spiego esattamente di cosa siano composti i particellalibri e che forma abbiano fra migliaia di anni. Nelle mie storie il passato della terra riemerge tramite la rievocazione di oggetti e tecniche obsolete. In un mondo in cui la malattia è quasi scomparsa del tutto, Mirab usa per un vezzo antichissimi occhiali a lunetta. Proprio a causa di quegli occhiali incontrerà una terrestre e suo figlio, un evento fondamentale che darà una svolta decisiva alla sua esistenza. Perderà quegli occhiali nel momento della sua “metamorfosi” come persona. Alterno un senso di rimpianto per il passato (che nell’ultimo racconto, per Irazènis, diventa fatale) a un sentimento di distacco dagli oggetti e dalle tecniche scientifiche del passato della terra, da tutto ciò definisco” arcazoico”. Nella radice del termine arca – si annida anche, però, l’idea di qualcosa che deve essere salvato e protetto a tutti i costi. Omar Veris usa la rapsocarta, che da secoli non ha più una funzione sulla Terra, per ritrovare la sua ispirazione perduta.

Chef interstellari, predatori delle galassie, poeti, amanti, forme di vita extraterrestre, artigiani dello spazio. Lei srotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legato?

Ho scritto i racconti del libro “Il Pianeta delle Occasioni Perdute” fra il 2019 e il 2020. Uno dei personaggi che ritenevo minori, in quel periodo, “il figlio della serva”, Mirab – protagonista dell’ottavo racconto – acquista via via nel tempo, ai miei occhi, un significato profondo. Inizialmente affidavo tutta la mia simpatia a Omar Veris (che resta una star di questa narrazione, il suo cuore pulsante) e al Pirata Beruk, che ancora oggi credo sia il mio personaggio migliore, all’interno del racconto più riuscito della raccolta. Con il perfido Beruk ho potuto dar sfogo a una nota di crudeltà, è la voce e il riscontro di centinaia di letture e visioni del genere “avventura” di (fra tanti altri) Salgari in primis, Dumas, Conan Doyle, innumerevoli film e serie tv del genere. Ma il terrestre Mirab con la sua vocetta sottile e testarda mi persuade maggiormente, a lungo termine. Non a caso affido al racconto “Le catene di Mirab” le riflessioni più vicine a un’analisi antropologica di tutto il testo complessivo. Mirab non è un personaggio vincente. Invidioso dei suoi colleghi, ruvido e sfuggente, non ha mai agito completamente le sue emozioni. Dovrà atterrare su Iris per cominciare a cambiare. Non è un caso, alla fine, che solo sul Pianeta delle Occasioni Perdute gli umani possano ritrovare la propria integrità interiore. Sarà perché credo nella sconfitta dei tentativi di evolversi di chi resta legato e relegato alla pura dimensione bidimensionale. A questo punto non può non venirmi in mente un narratore in musica e parole come Franco Battiato. Non a caso questa raccolta ha preso il via dall’ascolto della canzone “La via Lattea”. Alla fine credo anch’io che il fantastico in letteratura sia stato e sarà una via iniziatica che si spinge a indagare le radici biologiche e spirituali della condizione umana. Non vuole evitare la riflessione della realtà, ma rappresenta tramite immagini metaforiche e poetiche la nostra esistenza nel mondo (o nei mondi). Penso anche a Paul Auster, soprattutto quando racconta il significato delle sincronicità e del destino. “Il Pianeta delle Occasioni Perdute” si situa in un possibile futuro della nostra civiltà incredibilmente avanzata in contatto con gli alieni, ma è una metafora della vita di oggi. Solo aprendo la percezione e mettendosi fortemente in discussione si può tentare di compiere “il salto quantico”, ascoltando gli insight, seguendo la strada tracciata da Jung, che è stato anche un grande mistico, e non solo dal suo maestro Freud. C’è tanto anche di loro nel sottotesto.

Ambiente, progresso tecnologico, il prezzo in vite umane dell’energia. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Recentemente ho letto l’opera di fantascienza di una grande scrittrice come Doris Lessing, ma questa volta è stata maestra in negativo. La sua elegante narrazione di alto livello nei romanzi di fantascienza della serie “Canopus in Argos” è intervallata spesso da analisi e chiose. Un testo narrativo però non è un trattato, e i famosi “spiegoni” che segnano e appesantiscano alcuni romanzi o racconti non giovano alla loro riuscita. Lo accennavo nella risposta precedente, il sottotesto dei racconti fa trapelare a tratti la mia formazione. Sono stati determinanti per me, soprattutto, gli esponenti della scuola di Francoforte, Foucault, lo psichiatra filosofo Wilhelm Reich, ma soprattutto Pier Paolo Pasolini. Per questo ho raccontato come un personaggio non possa fare a meno di intessere rapporti con le piccole comunità per recuperare un senso di appartenenza, e di conseguenza recuperare la totalità del suo essere. Per questo Omar Veris ritrova un grande senso di integrità corpo-mente nella piccola comunità di Ardesia, sul magico Pianeta. Stellar Maris compie un percorso di rinascita passando dalla chiusa desolazione della sua stanza alla messa in gioco di tutto sé stesso in rapporto con la scoperta di un Altro diverso da sé. Nel racconto “Le catene di Mirab”, che citavo in precedenza, in un passaggio esplicito il dettato dell’importanza degli incontri reali fra persone, del corpo a corpo fra “umani” e “alieni” che non possiamo eliminare dalle relazioni. Arami, dopo l’esperienza formativa sul Pianeta delle Occasioni Perdute con un bibliotecario non convenzionale, Swen, partirà per restituire agli abitanti delle galassie l’occasione di ritrovarsi e di scambiare conoscenza ed esperienza.

Patrizia Caffiero dal 2006 ad Anzola dell’Emilia lavora al Servizio cultura del Comune. È laureata in Lettere e Filosofia (Università del Salento) con una laurea dal titolo “Pasolini e il Potere. Linee per un’interpretazione storico-politica.” S’interessa di cinema, teatro, letteratura; fra i suoi scrittori preferiti Maeve Brennan, Truman Capote, Henry James, Marguerite Yourcenar, Paul Auster, Ray Bradbury, Juan Rulfo, Stephen King. Il suo film preferito è “Prima della pioggia” di Milčo Mančevski. È telefilm addicted, in particolare delle serie tv “I Soprano” e “Dottor Who”. Ha pubblicato per Miraviglia editore, nel 2007, il romanzo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te”; per Fernandel, un racconto per l’antologia “Quote rosa” (2007) e un racconto per l’antologia “Fobieril – soluzione MANIAzina” (Jar Edizioni) nel 2009. Nel 2017 è uscita la raccolta di racconti “Incredibili vite nascoste nei libri” per Musicaos editore. Ha scritto il suo primo romanzo (una ghost story) in collaborazione con la Scuola di Scrittura Omero di Roma. Scrive poesie.

La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani

Professor Traina, nel suo libro La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani lei difende l’importanza della storia romana. Di recente, il ministro Cingolani ha dichiarato che sarebbe meglio studiare più scienza e meno guerre puniche. Lei che ne pensa?
In un recente intervento televisivo, il ministro Roberto Cingolani ha chiamato effettivamente in causa le guerre puniche. Per lamentare le scarse competenze scientifico-tecnologiche dei nostri scolari, il titolare del dicastero della Transizione Ecologica ha osservato che i tre conflitti tra Roma e Cartagine verrebbero riproposti ben quattro volte nel corso del curriculum scolastico, togliendo spazio alle materie scientifiche e tecniche. A prescindere dall’effettiva ricorrenza di Annibale e Scipione negli attuali programmi, continuo a chiedermi perché un ministro della Repubblica ritenga utile non dico ignorare, ma di certo trascurare proprio un momento così importante della storia del Mediterraneo antico, i cui complessi equilibri geopolitici ed economici permettono di comprendere meglio anche il presente. Voglio almeno sperare che la storia romana non sia il suo unico bersaglio, e che più probabilmente consideri le guerre puniche come un caso esemplare di zavorra umanistica di cui si può fare a meno per far posto alle competenze scientifiche: per dire, avrebbe potuto prendersela con i Sepolcri di Foscolo o con le dodici battaglie dell’Isonzo, lasciando a italianisti o contemporaneisti il compito di insorgere in difesa delle rispettive discipline.
A questo punto, il problema non è tanto spiegare perché, ma come dobbiamo studiare le guerre puniche. Per questo non posso condividere del tutto il documento emesso dalla CUSGR (la consulta dei docenti universitari italiani di storia greca e romana) in reazione alla suddetta alzata d’ingegno del ministro. I miei colleghi hanno affermato che “la conoscenza del passato non può essere merce di scambio, tanto più quando essa, come gli eventi della storia romana evocati dal ministro Cingolani, è così direttamente legata all’identità culturale di ogni cittadino italiano”. Comprendo le ragioni di questa vibrata dichiarazione, ma vorrei precisare che, nel caso particolare del lungo conflitto mediterraneo fra le potenze di Roma e Cartagine, le identità coinvolte sono molteplici: oltre alle potenze belligeranti, la lista è lunga e comprende iberici, berberi, celti, macedoni. Non si tratta infatti di spiegare ai nostri scolari di origine cinese o moldava (per non parlare dei discendenti tunisini di Amilcare e Annibale) l’importanza delle guerre puniche per l’identità culturale dei piccoli italiani.

Allora è proprio vero che l’antica Roma sta diventando una disciplina di nicchia anche in Italia?
I nemici della mia disciplina non sono solo i tecnocrati: c’è anche il fuoco amico, che identifico negli umanisti semicolti, un ossimoro (occhio all’accento, cade sulla seconda “o”) solo in apparenza. L’espressione non ha pretese sociologiche o sociolinguistiche: non mi riferisco infatti ai soggetti semianalfabeti, o tantomeno a quelli “semieducati” privi di spirito critico (halbgebildete), analizzati dal filosofo Theodor Adorno. Nella mia definizione personale, del tutto empirica, gli umanisti semicolti sono dei soggetti che hanno frequentato il liceo, leggono e scrivono correttamente (qualcuno è diventato anche professore universitario), e a differenza degli halbgebildete sarebbero in grado di elaborare un pensiero critico.
Fin qui tutto a posto, ma il problema sorge quando gli umanisti semicolti presumono di stabilire una gerarchia delle discipline umanistiche. Complici alcuni insegnanti che non hanno saputo o voluto appassionarli ai tempi della scuola, e di qualche autore di libri di storia “in una situazione complicata” con la propria lingua, i nostri eroi si dilettano di arte, filosofia o letteratura, dando però poco peso alle discipline storiche, e a maggior ragione alla storia antica, ridotta a un pacchetto di date, personaggi, e naturalmente battaglie: tutto poco interessante rispetto all’Arte povera, i cronopios di Cortázar, la biopolitica di Foucault (e mettiamoci pure quella di Agamben), o altri rimedi infallibili per brillare in società, o meglio sui social. Insomma, festeggiare il Bloomsday il 16 giugno è in, mentre deporre dei fiori il 15 marzo in memoria di Cesare è inequivocabilmente out. Un atteggiamento già ricorrente ai tempi di Flaubert, che tra le voci del suo Dizionario dei luoghi comuni aveva incluso anche “Antichità e tutto quel che la riguarda. Banale, seccante”. 
E c’è di peggio: al fuoco amico contribuiscono gli stessi cultori e appassionati del mondo antico. Per quanto possa sembrare strano, anche loro possono fare a meno della storia romana. Magari perché si concentrano sul mondo greco (dopo Alessandro Magno il diluvio), o addirittura perché ritengono più utile studiare i romani dal solo punto di vista antropologico, qualsiasi cosa significhi. Salvo poi offendersi quando li chiami umanisti semicolti. Chiedo scusa per i toni sopra le righe, ma quando ci vuole ci vuole.

Come è noto, la sigla SPQR sta per senatus populusque Romanus, “il senato e il popolo di Roma”, e designa lo Stato romano. Lei ha scritto “Quando calpestate i tombini di ghisa della Capitale con questa sigla, sappiate che state commettendo un crimen maiestatis, un oltraggio alla ‘maestà’, che il diritto romano puniva con la pena capitale ovvero, in alcuni casi, con la perdita della cittadinanza”. Può spiegarci perché?
Era solo un paradosso. Del resto, l’uso della sigla SPQR si deve ad Augusto, che se ne servì per rivendicare il potere imperiale, evidenziandone la presunta continuità con le istituzioni repubblicane; all’epoca era più rischioso prendersela con l’immagine del princeps, e quindi con le statue, i ritratti e le monete. Nel Libro dei sogni, Artemidoro di Daldi narra che un certo Stratonìco aveva sognato di dare un calcio all’imperatore. Uscito poi di casa, ebbe la fortuna di ritrovarsi sotto i piedi una moneta d’oro: “infatti non c’era nessuna differenza tra l’imperatore e la sua immagine, e tra dare una pedata e calpestare”. Non mi risulta che nessuno sia stato messo a morte per aver calpestato una moneta, ma durante la tarda Antichità l’argomento ricordato da Artemidoro fu utilizzato per punire con la pena capitale i falsari o chi limava le monete per recuperare del metallo pregiato: la violazione della moneta era infatti equiparata come un oltraggio all’imperatore. In ogni caso, non preoccupatevi: oggi, la sigla SPQR che orna i tombini capitolini indica semplicemente l’amministrazione municipale di Roma Capitale. Niente più pena capitale.

È vero che i romani, conquistando la Grecia, hanno inferto un duro colpo al sapere scientifico e filosofico?
È duro a morire il cliché che vede i romani come un popolo pratico ma, a differenza dei greci, poco creativo e incapace di elaborare un pensiero autonomo. Non solo, ma c’è chi si spinge oltre: nel suo nuovo libro, dal titolo significativo Il tracollo culturale, Lucio Russo si è cimentato con il particolare momento storico del biennio 146-145 a.C., che vide la distruzione di Cartagine e Corinto e l’inizio di una più forte ingerenza romana della politica dei regni ellenistici. Sostiene Russo che l’imperialismo romano avrebbe determinato la perdita della produzione filosofica ellenistica, e in gran parte di quella scientifica: di conseguenza, la cultura dell’Europa moderna esaltò il pensiero greco dell’età classica, trascurando invece le innovazioni “rivoluzionarie” della scienza ellenistica. Il ragionamento è suggestivo e ben strutturato, come è giusto che sia per un matematico come Russo. Ma è davvero utile ridurre l’affermazione di Roma nel Mediterraneo a una storia di distruzioni e imposizioni? Oltretutto, questa affermazione non aveva modalità troppo differenti da quelle su cui si fondavano i regni ellenistici. In ogni caso, giudicare una civiltà antica con le lenti dello scienziato di oggi comporta il rischio di cadere in alcuni anacronismi. Certo, anche lo storico cerca nel passato soluzioni utili alla lettura del presente. Ma limitarsi a vedere i romani come i “cattivi” del passato, trascurando gli aspetti più complessi della loro storia, mi sembra poco utile.

In definitiva, perché la storia romana è speciale?
La risposta dovrebbe essere evidente, ma a quanto pare non lo è. Quello che rende la storia romana così “speciale” è la coabitazione più o meno pacifica dei romani, con la loro ben definita identità culturale e giuridica, con le altre identità che vivono nel loro mondo. Gli antropologi del mondo antico ci invitano giustamente a guardare i romani “con i loro occhi”, ma è ugualmente importante definire come i romani a loro volta interagissero con un caleidoscopio di identità straniere: greci, berberi, celti, germani, egizi, aramei. Nei manuali tradizionali, ci si occupa degli stranieri quando si tratta di nemici esterni o di popolazioni sottomesse. In questo XXI secolo, dove è sempre più difficile distinguere i centri dalle periferie, sarebbe forse utile un approccio storico più “inclusivo”. Con buona pace dei nostalgici della passata grandezza di Roma (sui social non mancano vari esempi degni di nota), e soprattutto di quegli antichisti che guardano con sospetto a queste nuove tendenze della storia antica, temendo che contribuiscano a svilire ulteriormente gli studi classici, già minacciati da tecnocrati e umanisti semicolti.
Osserviamo semmai gli aspetti più interessanti, a cominciare da quel graduale processo di interazione (e anche di integrazione) che caratterizza il processo di “romanizzazione” che segue le conquiste durature. Sul piano giuridico-istituzionale, possiamo dire che il sistema della cittadinanza romana è davvero “speciale” rispetto al suo corrispettivo greco. E spezzerei una lancia in favore del povero Caracalla, che per il suo editto di estensione della cittadinanza (la cosiddetta constitutio Antoniniana, 212 d.C.) fu criticato già dai contemporanei: così, per lo storico Cassio Dione, l’editto sarebbe stato un espediente per tassare meglio i sudditi dell’impero.
In realtà, quello di Caracalla è invece un provvedimento per molti versi rivoluzionario, che trasformò radicalmente il sistema sociale e politico imperiale, promosso da un imperatore visionario e ben più colto di quanto non riportino le principali fonti del suo regno. Infatti, a dispetto dell’immagine di brutale guerriero che egli stesso volle diffondere, Caracalla aveva ricevuto un’ottima educazione. Il padre, Settimio Severo, discendeva da una famiglia di notabili nordafricani; la madre, Giulia Domna, era una nobile siriana che frequentava raffinati intellettuali greci e orientali. Non a caso, gli intellettuali nazisti stigmatizzarono queste origini, individuando nella constitutio Antoniniana una delle cause del “caos razziale” che avrebbe affrettato la decadenza dell’impero. O forse dobbiamo parlare di eterno ritorno del “tracollo culturale”? Scherzi a parte, quello che rende così speciale la storia romana è proprio la sua dimensione transculturale. Non è un caso se il papiro egiziano che riporta una versione greca dell’editto di Caracalla, conservato nell’università tedesca di Giessen, sia diventato patrimonio UNESCO per iniziativa del rettore Joybrato Mukhrejee, giovane ordinario di anglistica e figlio di immigrati indiani.

Giusto Traina (Palermo 1959) è ordinario di Storia romana a Sorbonne Université. Ha pubblicato di recente la nuova edizione francese (Fayard, Paris 2020) del suo libro più noto, 428 dopo Cristo. Storia di un anno (Laterza, Roma-Bari 2007, tradotto anche in inglese, spagnolo e greco); insieme ad Aldo Ferrari ha scritto Storia degli armeni (Il Mulino, Bologna 2020); infine ha pubblicato il libro qui discusso La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani (Laterza, Bari-Roma 2020; ed. francese Histoire incorrecte de Rome, Les Belles Lettres, Paris 2021). Ha curato inoltre il primo volume della serie Mondes en guerre (De la préhistoire au Moyen Age, Passés composés, Paris 2019) e, con Ricardo González Villaescusa et Jean-Pierre Vallat, il manuale Les mondes romains. Questions d’archéologie et d’histoire (Ellipses, Paris 2020).