L’ isola degli dei. Procida capitale della Diacultura

Nel 2022 Procida diventa Capitale italiana della Cultura. Il titolo del suo delizioso divertissement reca Δία, accusativo di Ζεύς.
Ci spiega cosa s’intende per Diacultura?

Parto da lontano; ho scelto da un po’ di anni un modo di lavorare sui testi antichi anche sul versante della invenzione letteraria (teatro, monologhi, racconti ecc.), per puro divertimento, ma con l’intento di far riflettere comunque sul pensiero, anzi sui pensieri antichi, in comparazione con le nostre esperienze di uomini e donne (di qualsiasi età) degli anni duemila. Non mi sono accontentato della ‘riscrittura’, almeno di quella tradizionale, in cui si prende un mito e lo si trasferisce in un altro contesto, manipolandolo in vari modi; ho tentato di far vivere nello stesso contesto temporale passato e presente, con tutti i loro linguaggi; dando quindi anche ai personaggi antichi o mitici la possibilità di vivere nel nostro presente e di usare le nostre categorie e le nostre conoscenze (cinema, letteratura ecc.). Nel mio precedente volumetto (sempre per Liguori editore e per la cara amica Maria Liguori), dal titolo Il segreto del Tuffatore. Vita e morte nell’antica Paestum (2020), ho fatto sì, per esempio, che il narratore, uno degli amici del tuffatore effigiato sulla famosa tomba scoperta nel 1968, conoscesse i romanzi di Murakami o un film di Paolo Sorrentino. Avevo, quindi necessità di un nome che indicasse questo metodo di scrittura e ho pensato a un sapere che percorre, che attraversa i secoli, accumulando conoscenze e usandole in sincronia: la preposizione greca διά (che indica anche la percorrenza, l’attraversamento, e non solo) si prestava bene al compito, quindi diacultura. Poi, nel volume di cui parliamo, ho giocato su Δία, con cambio di accento, accusativo di Ζεύς, per quello che mi serviva nel racconto. Preciso solo che nel riscrivere, manipolare, intrecciare passato e presente, cerco di salvaguardare una conoscenza professionale del mondo antico mai banalizzata.

Lei, Professore, pone personaggi del mito e della storia letteraria sull’isola di Procida, tessendo incroci davvero originali.
Su quali rapporti cronologici ha fondato il suo sguardo dialogico?

Non rispetto le compatibilità cronologiche, proprio per il metodo ‘diaculturale’ scelto, o almeno fin quando non creino rapporti troppo stridenti. In qualche modo, cerco di rendere le incompatibilità, come si dice oggi, sostenibili, cioè capaci comunque di stimolare riflessioni, acquisizioni culturali. Quanto alle incompatibilità spaziali, vale lo stesso criterio, purché, di nuovo, alcuni mitemi (cioè singoli frammenti di un mito) possano essere incastrati come tessere di un mosaico, in questo nuovo racconto. L’occasione di Procida capitale della cultura 2022, unita al mio amore per quest’isola che si distingue da quelle cugine (o sorelle) di Capri e Ischia, molto diverse, mi ha spinto a ripercorrere molti luoghi procidani cui sono legato per collocarvi personaggi del mondo antico.

Gli dei durante un’assemblea si accorgono che “per loro è finita (…) perché sono troppi e con troppe specializzazioni”, così dal porto alla Chiaiolella, dal faro a piazza Olmo gustano la “la lingua di bue” oppure incontrano Gaber. Quali sono i reciproci apporti?

Insisto su un tema della mia prima risposta, andando più a fondo. Gli/le antichisti/e, o i/le docenti di lettere e lingue classiche in genere, hanno il compito di interpretare e portare alla conoscenza di alunni e alunne (a scuola e all’università, ma anche, con seria divulgazione, ad aree più ampie di pubblico), la cultura antica, creata, praticata e diffusa da persone in carne e ossa, anche se da noi lontane e non più interrogabili. In qualche modo abbiamo un debito con loro, dovremmo conservare l’onestà intellettuale di raccontarli per come erano realmente e per loro stessi, senza usarli per nostri fini particolari. Visto che questo è possibile fino a un certo punto (proprio per l’impossibilità di un dialogo diretto, ma solo utilizzando scritti o monumenti, che però siamo sempre noi a interpretare e tradurre) allora ho aggiunto la possibilità di fornire loro esplicitamente i nostri strumenti e la nostra cultura, perché si notino meglio le differenze fra le rispettive culture e siano loro stessi a sottolinearle. Questo, lo ricordo, in un procedimento di fantasia letteraria, ma non escludendo di poter dare qualche utile insegnamento alla nostra professione di antichisti, per svolgerla al meglio in un mondo così diverso da quello del secolo scorso, in cui molti di noi si sono formati/e.

Lei ripercorre una storia ininterrotta, che va dalla narrazione mitica ed arriva fino ad oggi.
Cosa ha inteso illuminare, sottraendolo al buio della nostra dimenticanza?

In primo luogo, il fatto che abbiamo a che fare sempre con uomini e donne che hanno agito, vissuto, scritto (più gli uomini che le donne), tentando di costruire comunità, affrontare avversari, ponendosi il problema della vita e della morte e dell’oltreumano. E quindi che anche noi dobbiamo trovare con e fra i nostri contemporanei la soluzione ai tanti problemi; io avverto un forte disagio quando sento qualcuno dire che ha imparato dagli antichi, per esempio da Platone, o da Seneca o da Cicerone. Come se li avesse come compagni di viaggio nel presente e fossero in grado di capire il presente, così diverso dal loro presente. Si tratta, evidentemente, di una finzione, di un modo di affermare che ci sono verità eterne, che resistono alla prova del cambiare dei tempi e delle mentalità, e delle persone stesse. A me pare un’affermazione di comodo, a volte anche un po’ elitaria (in realtà solo chi ha fatto il liceo classico o è un lettore informato potrebbe usufruire di tali insegnamenti). La storia, invece, ci fa capire che tutto è sempre più complesso, più variegato, più soggetto a tanti punti di vista, e che prima di emettere un giudizio, prima di formulare un’affermazione categorica, sono tante le analisi da fare (penso soprattutto alla rapidità della frase da social, sempre giudicante, sempre perentoria). Ecco, per ricordare questo compito di intelligenza critica ben vengano i racconti diaculturali, che abituano a pensare e analizzare prima di parlare.

Può indicarci un particolare della “sua” Procida, un elemento per lei inconfondibile?

Io sono legato, per la storia del mio primo approccio all’isola, al faro, che è contemporaneamente vicino e lontano dal porto di approdo dei traghetti. E poi il faro ha una scogliera e un fondale sempre nuovi da scoprire; la lunga e stretta strada che porta al faro mi è spesso sembrata come il tracciato di un nostos, dalla mondanità e dai rumori del centro dell’isola al silenzio dell’incontro col mare. Magari per altri sarà differente, ma quando arrivo a Procida col traghetto e intravedo il faro; poi, con piccola deviazione, raggiungo il Porto, so che c’è ancora la strada del nostos, quel tratto da percorrere mentre i pensieri sono ormai dentro l’isola, protetti. E al faro ho fatto arrivare Filodemo, il primo autore antico che ho studiato a fondo sui papiri ercolanesi: a un faro che non era il faro che lui cercava, ma forse lo appagò di più.

Gigi Spina ha insegnato Filologia Classica all’Università Federico II di Napoli ed è stato Chaire Gutenberg 2009 all’Università di Strasburgo; è stato segretario dell’Associazione Antropologia e Mondo Antico.

L’isola degli dei. Procida capitale della Diacultura

Linguinsta

Tullio De Mauro asserì “La lingua è una cassetta degli attrezzi.”
Può commentare siffatta osservazione?

La similitudine di De Mauro è di un’efficacia incredibile se pensiamo a quanto del nostro mondo viene “costruito” con la lingua. I nostri rapporti sociali si strutturano in gran parte sul modo in cui utilizziamo le parole e perfino la nostra percezione della realtà passa in misura considerevole dai termini che usiamo.
Un esempio, molto dibattuto negli ultimi anni, è offerto dai nomi delle professioni in relazione al genere sessuale delle persone che le esercitano. Nel romanzo che ho scritto, il protagonista Lorenzo deve affrontare una visita dall’otorino e rimane sorpreso nel trovarsi di fronte una donna. Otorino non viene mai usato al femminile e insinua così nella nostra mente l’“automatismo cognitivo” che a controllarci orecchie, naso e bocca, sia sempre e solo un uomo.

Padroneggiare gli strumenti linguistici significa essere in grado di scegliere, in qualsivoglia situazione, il registro linguistico più adeguato ad essa.
Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservazione delle norme grammaticali da “grammarnazi”?

Il contesto è essenziale e mi spiace constatare in continuazione come questa consapevolezza sia poco diffusa, soprattutto in quei luoghi dove si dovrebbe insegnare a utilizzare la lingua in modo efficace. Pensiamo a un esempio estremo, quello degli insulti; ci sono contesti in grado di neutralizzare l’effetto offensivo, quella che negli studi di pragmatica è la perlocuzione, di una parola come imbecille. Eppure, se pronunciata fra due amici, una parola del genere invece di offendere, sottolinea l’intimità e l’affetto. E pensiamo anche a quanti si scandalizzano per la scarsa aderenza dei testi delle canzoni alle norme della sintassi dell’italiano standard – «sono un ragazzo fortunato perché non c’è niente che ho bisogno» canta Jovanotti -, ignorando che proprio quei testi da un certo momento in poi mirano a riprodurre essenzialmente il parlato quotidiano, che tutto è fuor che “grammaticato”.

Molti evidenziano un generale atteggiamento verso l’italiano di pigrizia o timore che ne comporta un uso monco e parziale. Può individuarne le motivazioni?
Resto nell’ambito delle citazioni musicali e mi sento di cantare «a parlare bene l’italiano comincia tu». È una battuta, ovviamente, ma che serve a capire che siamo sempre pronti a puntare il dito sulle mancanze linguistiche degli altri, salvo poi non accorgerci delle nostre. Dovremmo tenere sempre presente che sulla lingua non si smette mai di imparare e che ognuno di noi ha sensibilità diverse che ci portano a prestare attenzione ad alcuni aspetti della lingua – che sì, sono molti e non si limitano alla ricchezza lessicale o alla competenza sintattica – piuttosto che ad altri. Una persona che ama davvero la lingua cerca di capirla, non di giudicarla, tanto più se si tratta della bocca altrui.

Ripercorrendo la quotidianità linguistica, ossia abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, si apre una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?
Io non sono convinto che esistano situazioni in cui tutti possano identificarsi totalmente. Le parole sortiscono anzi interpretazioni il più delle volte difformi, in alcuni casi addirittura divergenti. E se un potere civico esiste nelle parole, lo scorgo semmai nella volontà di una persona di capire – nel limite delle energie che in quel momento specifico ha a disposizione – le possibili interpretazioni e i possibili effetti che quello che dice o scrive potrà avere sui destinatari, che in alcuni casi abbracciano tipologie di persone molto diverse fra loro.

Lei è altresì un romanziere. Ha recentemente pubblicato Incantato: Dentro gli attacchi di panico. La narrazione può possedere un potere soterico?
A proposito del non si smette mai di imparare sulla lingua, ho dovuto cercare il significato di soterico, che non conoscevo. Mi viene istintivamente da usare il sinonimo, per me più accessibile, salvifico. Ecco, io non ho scritto un romanzo pensando di guarire, di salvare i possibili lettori, ma spero con tutto me stesso che “Incantato” possa aiutare chi soffre di un disturbo d’ansia a cambiare – in positivo – il proprio punto di vista su ciò che sta vivendo; spero anche che permetta a chi ama una persona che sta soffrendo per una psicopatologia di crearselo, un punto di vista, su una malattia di cui si parla davvero troppo poco. Però, tolti questi due ambiziosi obbiettivi, mi sento di dire che nel caso di “Incantato” non si tratta di un romanzo terapeutico, se non, forse, per il suo autore.

Michele Razzetti si è formato come linguista e da oltre dieci anni lavora nel mondo dell’informazione, sia come giornalista sia come professionista delle relazioni pubbliche.

Digital Bovary

La questione del desiderio è intrinsecamente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Ebbene, cosa vuole una Digital Bovary?

Non so se la questione del desiderio sia inestricabilmente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Ci sono diverse teorie e posture politiche in merito, e io non ho un’idea definita su questo tema. Intendo il desiderio tramite la psicoanalisi, e cioè come struttura dell’inconscio, che certo si lega anche alla performance del genere, in quanto essa determina (insieme ad altri fattori) la posizione del desiderante. Le donne, storicamente, hanno desiderato da una posizione subalterna e condannata all’immobilità. Emma Bovary lo dice chiaramente nel libro, il suo desiderare si innesca a partire dal sentire che una certa esperienza le è preclusa, che una certa parte del mondo le è inaccessibile. Digital Bovary desidera nella posizione di chi, potenzialmente, potrebbe avere tutto. L’immaginario amoroso digitale si articola attraverso la logica dell’accumulazione, che riprende un aspetto strutturale del desiderio, cioè la sua metonimia e la necessità di riprodursi, ma nel farlo lo riduce in frammenti. Le dating app sono un esempio perfetto: ci propongono oggetti del desiderio discreti e virtualmente infiniti, attraverso lo ‘swipe’ passiamo da uno all’altro, ogni profilo ci porta immediatamente al successivo, con la percezione che siano illimitati. Questo tipo di affordance ci permette di avere a che fare con il desiderio, di riprodurlo tecnicamente, ma si tratta di un desiderio la cui capacità generativa si mortifica nella frammentazione. Ciò che ci prende in ultima analisi è il gesto stesso dello swiping, dello scorrere dal segno di una possibilità al segno identico di quella successiva, e diventa difficile ‘fermarsi’. Quindi, in un certo senso potremmo dire che Digital Bovary vuole tutto – vuole scorrere tutti i profili, vuole piacere a tutti gli utenti, vuole provare tutte le app – ma non desidera niente. Più precisamente, il desiderio si riproduce ma senza potersi agganciare ad un altro corpo che lo (ri)generi. È un desiderio esausto.

Lei mescola sapientemente personal essay, psicoanalisi, filosofia e sociologia, cinema e cultura pop: qual è l’attuale senso dell’equazione «il personale è politico»?

Ecco, io credo davvero che il personale sia politico. Questo principio dell’epistemologia femminista mi guida nella ricerca di un metodo che permetta di superare la barriera tra esperienza e teoria, mettendo in dialogo l’astratto con il vissuto. E poi significa prendere sul serio temi tradizionalmente considerati osceni, e cioè fuori dalla scena, appartenenti alla sfera privata, all’òikos anziché alla polis. Come appunto l’amore e il sesso, non in quanto categorie del pensiero filosofico ma proprio come esperienze incarnate. Le donne (non solo, ma soprattutto) se ne sono occupate da sempre, c’è tutta una storia di chiacchiere leggere, conversazioni accorate, speculazioni interpretative, giudizi morali, che però non è stata scritta. (Certo, è stata in parte scritta nei romanzi, ma soprattutto da uomini, e non senza un certo scherno, un’evidente eccezione è Jane Austen, Pride and Prejudice può essere letto quasi come un trattato in forma romanzata dell’amore all’epoca vittoriana). Ad ogni modo, con la mia ricerca io vorrei partire da quella storia orale per farne metodo e scrittura.
Probabilmente oggi la frase ‘il personale è politico’ potrebbe anche esserci utile per guardare in controluce la sfera pubblica digitale, monopolizzata dai social media. Ci aiuterebbe a capire che in quel caso non si tratta né di personale, né di politico. Piuttosto di ‘individuale’ e ‘pubblico’. Insomma, una questione di pubblicità, nel senso di rendere pubblico e fruibile, dunque di promuovere, alcuni aspetti della vita e del pensiero individuale, che si fa così capitale da investire. I social media hanno a che vedere con l’idea che le nostre esperienze, capacità, bugie, fallimenti, imprese, possano essere messe a valore. Questo per dire che si tratta di una logica imprenditoriale che non ha nulla a che vedere con l’equazione ‘il personale è politico’ per come è stata proposta dal pensiero femminista.

Blaise Pascal, Jean-Jacques Rousseau, Arthur Schopenhauer, Michel de Montaigne, Ortega y Gasset…con il supporto di tali pensatori potremmo essere indotti a riflettere sull’uso del like sempre più simile ad una capsula antidepressiva. Lei trova che siamo tutti avviluppati da una rete di autoinganni digitali?

Io direi che siamo tutti avviluppati da una rete di autoinganni. E credo che questi abbiano preso anche la forma dei media digitali. Ma non penso che prima dei media digitali fosse possibile accedere a una qualche forma di verità immediata. Certo, ogni mezzo ha un suo messaggio, per parafrasare McLuhan, quindi il modo particolare in cui le tecnologie digitali ci permettono di ingannarci è un soggetto di studio interessante.

“Il filosofo Alain Badiou cattura questo aspetto dello spirito del tempo con l’espressione love without the fall: amare senza cadere, senza perdere il controllo.” Siamo stati tutti riprogrammati emotivamente ad opera dei social media?

No, non credo. Sarebbe una posizione viziata dal determinismo tecnologico. Piuttosto direi che le tecnologie digitali ancora una volta ri-mediano e ri-producono la struttura del sentire di una certa cultura, e allo stesso tempo vi agiscono. Il rapporto tra tecnologia e cultura è un tema complesso, una di quelle domande senza risposta definitiva, ma di sicuro ha la forma di una dialettica complessa e ambivalente. Io penso che l’idea di amare senza cadere sia tipica di una sensibilità post-romantica, che ha generato ed è costantemente ri-generata dalle tecnologie digitali ma la cui origine non si esaurisce in esse. Una breve genealogia ne rintraccerebbe l’origine in una sessualità libera perché liberata dai precetti della tradizione, ma presto sussunta dall’ideologica neoliberale che vede l’individuo come unità fondativa del vivere comune, e nella scelta autonoma il dispositivo principe dell’emancipazione. L’ingiunzione non è più – e per fortuna, non mi si fraintenda – quella di amare chi ci dice l’Altro (la famiglia, la chiesa, etc.) limitando le nostre scelte alla geografia ristretta del luogo di nascita, piuttosto ci viene chiesto di cercare dappertutto, tra tutti e tutte, e trovare ciò che va bene per noi. E ‘l’andare bene’ si valuta a partire dalla realizzazione individuale. L’innamorato infelice al giorno d’oggi non ha che sé stesso da biasimare, e questo può essere terribile. Non che prima la sofferenza non ci fosse, anzi, ma stiamo parlando di come il ‘mal d’amore’ possa prendere diverse forme a seconda dei paradigmi culturali di riferimento. Oggi l’ostacolo è l’individuo: l’individuo che non può compromettersi. L’amore e il sesso allora devono essere empowering, e cioè mantenere l’ego integro, potente, indistruttibile. Questo segnala un cambiamento forte rispetto a un’idea d’amore come abbandono del sé, dissoluzione dell’io nell’altro, quell’unione di anime che trova nell’atto sessuale il suo correlativo incarnato. Questo è il tipo di caduta che si vuole evitare. E, come abbiamo scritto io e Arturo Bandinelli in un articolo per la rivista Psychoanalysis Culture and Society, i media digitali supportano questo tipo di economia libidinale, dando al soggetto la possibilità di avere a che fare con fantasie amorose senza metterci il corpo, senza rischiare di cadere, avendo sempre di fronte il simulacro di mille altre opportunità.

E’, dunque, immaginabile un rapporto tra “bovarismo”, nelle sue molteplici accezioni e desiderio digitale?

Sì, è quello che abbiamo cercato di immaginare io e Giorgia Tolfo in Digital Bovary. I media digitali supportano la fantasia, come delle stampelle. Quando ci annoiamo o ci sentiamo soli, o qualcuno ci ha rifiutato, possiamo sempre accedere alle possibilità virtuali, compiacerci di un match. Quando avvertiamo l’ingiunzione di dover ‘fare la scelta migliore’, possiamo comparare diversi profili attraverso le dating app o i social media, provare a mandare un messaggio, e se non va bene passare al prossimo. Possiamo parlare di sesso e amore, possiamo costruirci la reputazione di “gente che piace”, che ha molti appuntamenti, e possiamo parlarne alle feste, alle cene. Insomma, possiamo accedere alla dimensione sociale del dating, senza metterci il corpo, senza ancorarci a un altro essere umano. Senza cadere, appunto. In questo senso possiamo pensare ai media digitali come tecnologie che ri-scrivono i codici dell’amore post-romantico.

Carolina Bandinelli è Associate Professor of Media and Creative Industries all’Università di Warwick. Si è laureata in filosofia all’università di Siena, per poi trasferirsi a Londra dove ha conseguito un dottorato in Cultural Studies al Goldsmiths College. La sua ricerca si interessa di cultura digitale e desiderio. Negli ultimi anni, ha contribuito al dibattito culturale, dentro e fuori dall’accademia, con interventi su lavoro creativo, impresa sociale, e amore digitale.

L’ultima notte di Raul Gardini

Enrico Cuccia, Antonio Di Pietro, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Carlo Sama, Sergio Cusani, Luigi Bisignani, Gabriele Cagliari: le monetine del Raphaël, le dirette TV, i suicidi da titoloni: quanto, oggi, la piazza (reale o virtuale) decide dove va la politica?
Apparentemente molto. In realtà credo molto meno. L’impressione è che si lanci l’osso, ma poi… È decisiva invece riguardo al successo di un prodotto (e per prodotto intendo anche un “personaggio”).
Il 23 luglio 1993, Raul Gardini, a capo di un impero finanziario con ramificazioni in tutto il mondo, viene trovato in un lago di sangue nella sua camera da letto a Palazzo Belgioioso. La maxitangente Enimont è sospesa come una spada di Damocle sull’intera classe politica italiana.
Lei, giornalista d’inchiesta, propende per il suicidio o l’omicidio?

Nel romanzo le due ipotesi, omicidio o suicidio, restano in bilico fino alla fine. Di certo il protagonista, Marco Rocca, è convinto che si sia trattato di omicidio, e seguendo quella pista arriva a una possibile ricostruzione dei fatti. Ma per sapere quale dovete leggere il libro, non posso certo dirvela qui. Ho cominciato a scrivere il romanzo senza sapere dove mi avrebbe portato. A poco a poco si è fatta strada un’idea…
“Traducendo Brecht” di Franco Fortini recita “Fra quelli dei nemici; scrivi anche il tuo nome”. Quanto ha inteso disturbare la falsa coscienza di tutti noi mediante una narrazione così poco rassicurante e confortevole circa una pagina davvero nera della Repubblica italiana?
Bella citazione e interessante domanda. Gardini era un visionario, un personaggio carismatico, a suo modo un genio: ma è stato anche la rovina di sé stesso. Non c’è dubbio. Non ci si può mettere contro tutti. Si va a sbattere. Ma come si fa a mettersi contro sé stessi?
Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato, nella fattispecie politico?
I conti con il passato non si chiudono mai, lo sanno bene gli storici. Io poi continuerò a scavare su questa vicenda, dal momento che mi occuperò di sceneggiare, insieme ad altri, la serie Tv che verrà realizzata dal mio romanzo.
La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?
Sì, la mia scrittura è sempre stata caratterizzata da una contaminazione di linguaggi. Questo romanzo poi l’ho scritto pensando al film che avrebbe potuto ispirare, usando quindi una scrittura fortemente per immagini, per sequenze e salti temporali, ma facendo in modo che tutto ciò non nuocesse alla immediatezza e alla comprensione. Grazie per le interessanti domande.

Gianluca Barbera collabora con le pagine culturali de “il Giornale”. Ha lavorato per anni in campo editoriale e ha pubblicato racconti su riviste e in antologie, oltre a diversi romanzi, tra cui ricordiamo Magellano (2018) e Marco Polo (2019), entrambi editi da Castelvecchi e vincitori di numerosi premi. Per Solferino ha scritto Il viaggio dei viaggi (2020) e Mediterraneo (2021). I suoi libri sono tradotti in varie lingue.

Rosso ulivo

Il percorso della protagonista, Tinuzza, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
La memoria è fondamentale. Non solo nell’economia del racconto ma anche nella nostra vita. La memoria è il fulcro attorno al quale ruota il presente, è essa stessa maestra del presente, ci insegna a dipanare le matasse odierne sia personali che sociali, ci permette di confrontare il passato con il presente. La memoria misura la distanza tra quello che è stato e quello che è, misura i passi in avanti nello sviluppo di una parità di genere (non ancora raggiunta) o nella sostenibilità ambientale, per esempio; i metri percorsi per evolverci come individui, come esseri umani; il cammino verso una coscienza più profonda di noi stessi. Con la memoria i ricordi vengono mantenuti presenti alla nostra coscienza e ci assicurano identità, e continuità. Se non avessimo memoria non sapremmo chi siamo.
Non credo si possano mai chiudere definitivamente i conti col passato, perché la memoria ci riporta a quanto accaduto. Ed è importante che sia così, poiché i segni e i ricordi lasciati nella nostra storia personale, se siamo attenti nell’ascolto del nostro io, spesso sono capaci di guidarci nelle scelte del presente.

Il suo racconto rievoca una drammatica vicenda avvenuta anni prima in uno sperduto paesino della Sicilia montana. Lei fa riferimento alle piccole increspature dell’anima.
Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Prima di tutto tengo a precisare che la drammatica vicenda raccontata nel mio romanzo è tratta da una storia realmente accaduta.
Io penso che i solchi di un’anima segnata rimangano cicatrici interiori che si intrecciano nel cammino della nostra vita, iniziano a far parte di noi sin da subito e si incollano al nostro destino. Sta a noi trovare in noi stessi la capacità di comprendere tali crepe e coltivarle con amore, per trarre le migliori lezioni da poter imparare. Perché le cicatrici vanno curate bene , altrimenti si rischia che un evento possa riaprire le ferite con maggiore dolore. L’ unica cura efficace è la consapevolezza di ciò che è accaduto senza più nasconderlo o negarlo perché significherebbe allontanarsi dall’obiettivo insito in ciascuno di noi di raggiungere e vivere una vita serena e felice.

L’ascolto interiore dalle sue righe pare configurarsi come elemento focale per la riscoperta dell’amore verso se stessi.
Come si coniuga con la fatica del quotidiano?

Lavorandoci. C’è bisogno di impegno e di costanza non solo di tempo. Bisogna anche sviluppare la capacità di ascoltarsi. Chiaramente nel racconto i personaggi sono impegnati nelle attività quotidiane primarie e non hanno né la cultura, né il tempo, né la consapevolezza di dover approfondire la conoscenza di sé per migliorare il proprio io e il proprio stato d’animo. Purtroppo, tale era la condizione del popolo contadino. Oggi esiste una netta e profonda differenza con il passato. Oggi siamo chiamati ad essere molto più attenti ai nostri bisogni, ai nostri desideri, ai nostri valori. Viviamo inoltre, circondati in un mondo che ci stimola costantemente e ci porta a interrogarci (a volte anche in maniera estenuante) su noi stessi. Siamo portati a metterci in discussione costantemente. Dobbiamo però imparare a placare questa velocità anche di pensiero per riuscire ad ascoltarci più serenamente. Insomma, tanti passi si sono fatti verso una maggiore consapevolezza del proprio io, ma tanta strada deve essere ancora percorsa per imparare ad ascoltarci e ad amarci veramente.
Tinuzza e Mimmo: legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente.
Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?

La mia idea principale è solo una: l’amore non ha tempo. Esso è un sentimento che esiste da sempre e quando è puro, come quello che racconto tra Tinuzza e Mimmo, si riconosce e fiorisce anche in una società primitiva e spietata come la società contadina del passato. La storia non è stata volutamente collocata in un preciso momento storico. Potrebbe essere ambientata nel primo dopoguerra come nel secondo o ancora dei primi anni del Novecento. È una storia senza tempo proprio perché l’amore vero, appunto come quello tra i protagonisti, non credo possa avere collocazione storica. Mimmo e Tinuzza sono figli di un mondo dove l’amore è privo di slanci vitali , non ha voce, si manifesta solo con passionalità o brutalità, e dove spesso sfiora la tragedia, la dolorosa rinuncia.
Le sue pagine conservano un’impostazione laica, tuttavia il focus attentivo è puntato sulla spiritualità, vettore di un’umanità positiva.
Cosa l’ha indotta a valicare i confini del pudore che protegge, solitamente, l’animo umano, nella fattispecie muliebre?

All’interno del mio romanzo è possibile individuare sia personaggi legati visceralmente alla fede e alla professione della religione cattolica come Palmina, sia figure che non ricercano nessun dialogo religioso, come rappresentazione del mondo che ci circonda tutt’oggi. Al contrario la natura e la sua potenza evocativa è fonte di ispirazione, meditazione e spiritualità. Un romanzo ambientato in un contesto rurale si ritrova immerso in un microcosmo intriso di piccoli miracoli, partendo dal fiore che sboccia sino all’ulivo secolare che vive, resiste e protegge. Quindi non potevo far altro che sottolineare questa connessione spirituale e l’osservanza che hanno i personaggi del tempio natura.
Per ciò che concerne le caratteristiche peculiari delle mie figure femminili, le ho volute connotare come donne reali, donne che quindi possano avere la capacità di fronteggiare le avversità, le circostanze sfavorevoli, gli atteggiamenti e i soprusi maschili. Grazie ad una spavalderia e una forza d’animo, a volte celate, a volte palesi ma che, quando gli avvenimenti e le situazioni lo richiedono, riescono sempre a fare emergere.

Lella Seminerio è nata e vive a Catania dove esercita la professione di docente a tempo indeterminato da oltre trent’anni. Si è sempre interessata di narrativa, teatro e poesia. Ha frequentato la scuola del Teatro Stabile di Catania e sin da piccola ha coltivato il sogno della scrittura. E’ iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2008 e collabora da oltre un decennio con diversi periodici a diffusione regionale, occupandosi di diverse rubriche. Con la sua penna arguta e vivace combatte con forza la violenza sulle donne. Appassionata da sempre di letteratura, svolge un lavoro diretto di ricerca delle tradizioni siciliane, orientando in particolare la sua attenzione sulla figura femminile. Il suo romanzo d’esordio, “La Casa del Mandorlo”, è stato candidato tra i dieci testi selezionati al prestigioso premio letterario “Brancati” di Zafferana Etnea 2014. Il libro è stato poi scelto tra i quattro finalisti, risultando anche il testo più votato dalla giuria popolare. Il 26 Marzo 2014 è stata invitata dall’Associazione Acmid – donna onlus, presso la sala Mercede della Camera dei Deputati di Roma, in qualità di scrittrice, per la consegna del premio al generale del SISMI Nicolò Pollari. Nel dicembre 2015 Lella Seminerio ha vinto la 2^ edizione del premio letterario “Tito Mascali” sezione “autori esordienti”, con la seguente motivazione: “Per aver dato una voce in più alle donne”. Il suo primo romanzo, giunto alla quarta ristampa, ha riscosso notevole successo di pubblico e di critica, collezionando parecchie recensioni molto favorevoli.
Tra queste:
“Una storia d’amore d’altri tempi, una vicenda tutta siciliana, un focus sulla condizione della donna. Una vicenda d’amore che è anche un inno alla libertà”. Omnibus – La Sicilia – Catania – 28 giugno 2013
“Leggendo La casa del mandorlo è soprattutto a Verga, a Capuana, a De Roberto che si pensa, alla loro Sicilia, ai loro quadri scenografici, descritti dalla nostra con tanta forza e tanta sostanza”. Antonio Iacona – Il Convivio – Catania – Luglio/Settembre 2014
“Un romanzo che profuma di Sicilia, di quella campagna in cui, negli anni trenta, più di mille leggi valeva quella non scritta. Quella per cui alle piccole donne non era consentito istruirsi”. Anna Claudia Dioguardi – Quotidiano di Sicilia – Catania – 28 agosto 2014
“Un racconto fedele della vita della Sicilia di un tempo ormai lontano, che non ci appartiene più, ma che mai come adesso possiamo sentire tanto attuale se ci rapportiamo alla condizione in cui vivono tantissime donne, che appartengono a culture diverse da quelle occidentali”. “Elisabetta Gallozzi – Almaghrebiya- Roma – 24 gennaio 2015

” Lella Seminerio ha ottenuto un grande successo di pubblico e di lettori, avendo raccontato una storia che descrive la forza delle donne, in particolare di quelle siciliane”. Omnibus – La Sicilia – Catania – 29 dicembre 2015.
Dal 2016 è Presidente di Giuria del premio letterario “Tito Mascali”.
Il 3 giugno 2018 le è stato consegnato il Premio “Donna Siciliana 2018” con la seguente motivazione: “Per la sua arguta arte nello scrivere”.
Il 1° febbraio 2019 vede la luce il suo nuovo romanzo dal titolo “Rosso Ulivo”, accolto con grande favore dal folto pubblico di lettori che seguono la scrittrice. Il romanzo, che è andato diverse volte in ristampa, ha suscitato notevole interesse nell’ambiente teatrale e cinematografico. Il book-trailer del libro è visibile sulla piattaforma Youtube.
Il 2 febbraio 2020 le è stato consegnato il premio “Agata come noi: il coraggio delle donne”.
Lella Seminerio ha partecipato in qualità di relatrice a diverse conferenze, seminari e salotti televisivi siciliani, per discutere del suo ultimo romanzo e della sua tematica portante: la ricerca delle radici dell’increscioso fenomeno della violenza sulle donne.

EDUCAZIONE COME LASCIAR ESSERE

Le idee di “normalità” ed “anormalità” intessono un legame con il binomio “salute-malattia”. Quanto i condizionamenti ambientali e sociali costituiscono variabili capaci di rendere disabile una persona?

Partiamo dalle parole di Flavia Monceri per rispondere a questa domanda, l’autrice, introducendo il suo libro “Ribelli o condannati” si riferisce alla disabilità in questo modo:
Nella prospettiva che propongo in questo libro, l’unica strategia per evitare che ciò avvenga, consiste in un attacco frontale al concetto di disabilità, mostrandone il carattere artificiale e soltanto presuntivamente corrispondente a una qualche “realtà” o “natura” che ne costituirebbe il criterio discriminante. […]. Detto altrimenti, in questo libro parto dal presupposto che la ‘disabilità’ non esista nei fatti ma che sia piuttosto il risultato di un giudizio di valore emesso su alcuni corpi concreti cui viene imputata la ‘colpa’ di non corrispondere ai canoni usuali in base ai quali la comunità in cui sono inseriti definisce la loro ‘salute’, ‘armonia’, ‘funzionalità’: in una parola la loro ‘normalità’.
Nonostante mi rendo conto di quanto possa suonare estrema questa considerazione, poggia esattamente sulle basi teoriche e filosofiche del mio libro che, a grandi linee, la ingloba e giustifica. Accettato il fatto che la salute non è una condizione statica e immutabile, e che ognuno di noi esperisce la condizione di malattia in forme diverse e in momenti diversi della nostra vita, il passaggio da corpo anomalo (a livello fisiologico, inteso come menomazione o alterazione delle funzioni vitali) diventa corpo anormale con un intervento CULTURALE, e quindi non riscontrabile nella realtà come evento fenomenico naturale. Questo passaggio è estremamente importante per la comprensione di quanto e come il concetto di disabilità sia socialmente costruito. Se inseriamo infatti l’anomalia all’interno di una cultura che è stata costruita DA normodotati PER normodotati, quella norma sarà l’ago della bilancia per scindere due categorie nette di persone: quelle abili, appunto, e quelle disabili. Se ci spogliamo dalla norma abilista e riuscissimo a vedere come ogni persona su questo pianeta, per il solo fatto di essere, è una persona che ha lo stesso diritto di esprimersi di chiunque sia in “perfetta salute”, ci accorgiamo che l’habitus mentale della società in cui è inserita e le conseguenti scelte politiche e architettoniche risultano costruite su standard che non permettono la stessa espressione di ognuno. Altrimenti avremmo un mondo dove la LIS, Il braille, La CAA, le tecnologie, le strade, le scuole, i servizi funzionerebbero PER PERMETTERE A TUTTI l’accesso, e non solo ad alcuni. Invece siamo ingabbiati in una concezione dove la norma è rappresentata da un mondo che funziona solo per chi ha una spiccata intelligenza linguistica o matematica, determinate caratteristiche fisiche e comportamentali, e qualsiasi unicità che si discosta dal dogma diventa disabilità se inserita in un contesto sociale e culturale creato sui criteri che favoriscono solo alcuni tipi di funzionamento. Ricordiamo che la società è una conseguenza della comparsa dell’uomo sulla terra e rappresenta la declinazione e la manifestazione del modo di ragionare antropico, riflette dunque un pensiero costruito dall’uomo. Quando però una categoria di uomini non riconosce il potere che ha nella strutturazione del concetto di società (in questo momento storico l’uomo abile, normodotato, verbale, corrispondente ai canoni di bellezza greca e in grado di provvedere da solo al suo sostentamento) non si accorge che sta creando un mondo che funziona SOLO per alcuni uomini, e non per TUTTI. È la società che deve adattarsi alla vita, e non la vita ad una società discriminante.
In base a questa riconsiderazione andrebbe riformulato, a mio avviso, ogni aspetto sociale, civile ed educativo nella società.

La sua riflessione assume un’ottica chiaramente istituzionalista e libertaria. Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, incedere oltre l’idea di inclusione?

La norma è definita i base al tempo e allo spazio, e quindi in grado di essere cambiata, di mutare come qualsiasi fenomeno culturale. La finalità ultima è di creare una norma a livello sociale (che automaticamente si declina nel contesto scolastico, in quanto uno è il riflesso dell’altro) che abbia al centro non l’uomo abilista, adultocentrico, ma la vulnerabilità come concetto che davvero accomuna il genere umano in ogni sua sfaccettatura.
Charles Gardou parla a tal proposito di una rivoluzione culturale.
Per rispondere in modo meno astratto, posso affermare che al momento la scuola non sembra pronta a questo cambiamento. Ma il mio discorso è consapevolmente toccato da una grande delusione che suscita in me l’osservazione del corpo docenti, pigramente adagiato sull’ignoranza pedagogica e attivista.
Sono sicura che basta cercare bene, le menti illuminate e le loro visioni del mondo possono dare inizio a questa rivoluzione.

Il suo assunto è che ciascun bambino sia unico. Chi deve assumersi la responsabilità’ etica di condurre il bambino alla scoperta della propria unicità’?

Gli adulti. La società tutta. La scuola è solo uno dei luoghi deputati a questa responsabilità ma da sola, senza una vera sinergia con il mondo esterno, non può rappresentare l’unico appiglio. Per fare questo l’adulto deve a mio avviso aver compiuto un processo di analisi che lo renda libero da dinamiche manipolatorie di cui molto spesso nemmeno si è consapevoli. Parte tutto dalla propria persona, se io mi costruiscono come persona consapevole dei miei condizionamenti, evito di trasmetterli alla generazione futura.
Questo aspetto, soprattutto nella scuola è un purtroppo un grande tabù.

Lei fa riferimento alla “pedagogia nera” quale pedagogia correzionale volta al condizionamento dei bambini. Quale alternativo mediatore pedagogico propone, affinché ciascuno acceda ad una profonda comprensione di sé stessi e dell’Altro?

Senza volerlo ho risposto nella domanda precedente. Un percorso di analisi per accedere alla comprensione più profonda di sé stessi. Ma la soluzione non è solo personale, abbiamo bisogno di servizi, di gruppi sociali che siano orientati a creare un’educazione alla diversità non in modo arbitrario e trasversale ma in modo intenzionale e mirato. Anche questi aspetti, in una scuola che promuove soprattutto ancora conoscenze e contenuti, vengono considerati superflui o ingestibili.

Lei analizza la disabilità come un fenomeno sociale, politico, storico e culturale. Quanto lunga è la strada per giungere ad una pedagogia partigiana della vita?

Non voglio scoraggiare chi legge questa intervista, rispostando i fallimenti che sto incontrando nella mia carriera scolastica come insegnante.
Io credo che si possa fare la differenza, dipende dall’idea di mondo che abbiamo. Innamorarsi della vita, della libertà però non è un’azione spontanea per tutti, soprattutto per chi è cresciuto in un clima di manipolazione, di stereotipi e di dogmi. Fare breccia, fare comunità, creare reti di dialogo su quanto sia importante diventare consapevoli del valore di una vita di qualità è l’unico modo che immagino possa funzionare per condurre alla creazione di una pedagogia partigiana della vita.
La strada è lunga, tortuosa e impervia, ma da qualche parte bisogna pur cominciare: io sono una maestra.

Elisa Catapano, laureata in Scienze della Formazione Primaria ed appassionata di pedagogia, si interessa criticamente delle dinamiche educative e didattiche contemporanee. È coautrice di “Didattiche a confronto” in Marrone G. (a cura di), Maestri e Maestri d’Italia. In 150 anni di storia della scuola, Edizioni Conoscenza, II ed. 2018.

Roma nera. Viaggio nel cuore del movimento Neonoir romano

Da scrittori come Fabio Giovannini a registi e sceneggiatori come Antonio Tentori. Giganti del genere black. Storia personale e storia professionale serrate in intimo connubio.
Reputa che abbiano plasmato il Neonoir a propria immagine
e somiglianza?

Massimo OnzaOltre che ottimi narratori, Fabio Giovannini e Antonio Tentori sono gli ideologi principali del movimento Neonoir che hanno tracciato un perimetro all’interno del quale si potesse sviluppare un certo tipo di riflessione sul genere nero, lasciandone tuttavia l’interpretazione alla libera visione di ogni singolo membro o partecipante alle iniziative del cenacolo romano. Sarebbe sbagliato dire che hanno creato il Neonoir a loro immagine e somiglianza, ma hanno invece costruito un reale contesto operativo nel quale una molteplicità di voci potesse interpretarne i cardini concettuali a seconda delle proprie necessità espressive. E questo è stato uno dei tanti punti di forza del movimento che ne ha permesso una determinante e longeva efficacia.

Roma, luglio 1993. Al tavolino di un bar di Trastevere, all’aperto, siedono Dario Argento ed un gruppo di giovani scrittori, registi e sceneggiatori.
Da quell’incontro come si è evoluto un movimento letterario e culturale destinato evidentemente a durare oltre un decennio?

Massimo OnzaQuell’incontro è stato momento zero della nascita del movimento Neonoir, un composito gruppo di scrittori, registi e sceneggiatori uniti dalla comune volontà di riattualizzare il genere nero per farlo tornare a essere un reale momento di rottura, come fu il Noir storico degli anni ’30. Il nome deriva da una delle ispirazioni principali del gruppo, ovvero il maestro del cinema thriller e horror Dario Argento. Il termine neonoir fu infatti utilizzato nel 1991 da Maitland McDonagh per definire la poetica argentiana e fu adottato dal movimento, oltre che per l’affinità con il regista, anche per la sua efficacia nel marcare la distanza dal romanzo nero nella sua accezione tradizionale.
Sono quindi ante le prime antologie letterarie, lo spettacolo teatrale Il vampiro di Londra, andato in scena al Teatro Elettra di Roma nel 1993, due trasmissioni radiofoniche (Appuntamenti in nero su Radio Città Aperta e Nuovi Magazzini Criminali su Radio Città Futura), presentazioni e incontri con il pubblico come la serie Appuntamenti in Nero e persino alcuni film e corti cinematografici. A questo va aggiunto anche un sito web che, agli albori della diffusione di internet in Italia, diffondeva contenuti riguardanti il movimento, ma anche originali riflessioni su generi, cronaca nera e su tante altre questioni dell’immaginario. Il sito è anche servito a lanciare alcuni cantieri di scrittura per rintracciare nuove voci che sapessero interpretare la visione del cenacolo romano, iniziative poi concretizzatasi in antologie letterarie. Tutti elementi che hanno hanno sviluppato ulteriori iniziative e produzioni.

Il Neonoir si è espresso mediante numerose antologie, collane editoriali, trasmissioni radiofoniche, spettacoli ed eventi. Quali sono le peculiarità del metodo creativo del genere black, stante l’assenza di un manifesto programmatico?

Massimo OnzaBisogna fare un po’ d’ordine terminologico in questo senso. Per Neonoir si intende un movimento specifico che ha avuto una storia ben definita e certo metodo che, per quanto liquido e aperto, aveva una sua specifica volontà concettuale e comunicativa. Cosa da non confondere con un più largo genere black, con il quale invece di solito dovrebbe intendersi qualsiasi tendenza del nero in sé; e nemmeno con il neonoir scritto in minuscolo, che si riferisce più generalmente a un sottogenere contemporaneo. Le tre parole non sono interscambiabili e proprio una storica polemica del Neonoir è stata quella contro l’utilizzo della definizione noir a sproposito e nei contesti più disparati, e che nella stragrande maggioranza delle volte poco avevano a che fare con il noir vero e proprio.
Per quanto riguarda specificatamente il Neonoir, si tratta di un gruppo aperto, autodefinitosi appunto movimento-non movimento, che, anche senza aver mai redatto un manifesto programmatico, aveva pur alcuni cardini concettuali. Prima di tutto adotta il punto di vista di Caino, ovvero sceglie di raccontare attraverso la prospettiva del carnefice le storie di assassini seriali, alienati, psicopatici e personalità borderline. Una prerogativa mutuata in parte dalla classica soggettiva del cinema di Dario Argento, in cui l’atmosfera disturbante raggiunge l’apice proiettando lo spettatore nelle situazioni più cruente attraverso le mani e gli occhi dell’esecutore del delitto. Altro elemento fondamentale del cenacolo romano è la riscrittura e l’ibridazione dei generi al fine di trovare nuove prospettive di lettura della realtà ma anche ulteriori dimensioni del narrare. Il tutto attraverso un forte influsso multimediale capace di intrecciare letteratura, cinema, fumetto e ipertestualità nel senso più generale. Il terzo elemento fondamentale è il transrealismo, il Neonoir si installa per sua definizione nella zona transrealista, una sovrapposizione di realtà e immaginario che parte dalla prima ma per superarla con le armi della creatività. Infine, privilegia le situazioni estreme con la consapevolezza che queste possono verificarsi nella realtà delle relazioni quotidiane. Un elemento che ha permesso al gruppo romano sia di non essere mai rassicurante, a differenza del giallo classico, che di evitare falsi perbenismi.

Per quale ragione Roma è emblematica della rinascita stilistica e concettuale del genere nero?

Massimo OnzaRoma è una città bellissima, e tanto complessa e contraddittoria. La capitale dell’arte e della cultura mondiale, ma anche del potere politico e teatro di atroci storie criminali. Sicuramente può essere stata un’ispirazione per i membri del movimento, ma per il Neonoir credo sia stato decisivo il raccordo di alcune menti creative con la necessità di costruire una nuova critica del presente attraverso il genere nero. Questo ha permesso di far nascere un unicum che in parte prescinde dalla città in sé. Un incrocio di forze intellettuali il cui nucleo fondamentale si è ritrovato, appunto, a Roma.

Omologazione intellettuale e condizionamenti commerciali imperanti. Il Neonoir può costituire una strategia controculturale?

Massimo Onza Oltre alla mia passione per il genere e nello specifico per le produzioni Neonoir, la cosa che mi ha spinto ad analizzare attentamente il movimento romano è stata proprio la sua complessa ed efficace strategia comunicativa come anche la sua cruda critica del presente. Il Neonoir ha realmente costruito una strategia controculturale attraverso un metodo capace di far emergere le contraddizioni della realtà nel modo più spietato possibile e ben distante da ipotesi rassicuranti. Basti pensare in questo senso ad alcune antologia come Italian Tabloid, dedicata ai crimini dello stato, L’orrore della guerra o ancora Famiglie Assassine. Tutte pubblicazioni che attraverso al letteratura analizzavano dei problemi caldi dell’attualità in modo tanto spietato da metterne atrocemente in luce le più impensabili zone d’ombra: una sorprendente capacità critica che è la base per ragionare in modo serio e sensato sulle storture della contemporaneità. Per forza di cose, anche una circostanza indigesta all’omologazione culturale e ai condizionamenti del mercato, ma che si è espressa in modo altrettanto efficace, e sicuramente anche più libero, attraverso la consapevole scelta di indipendenza.

Massimo Onza, laureato in Comunicazione, è studioso di letteratura e immaginario di genere. Non-musicista, critico e produttore musicale, nei primi 2000 ha creato la fanzine punk sperimentale Mammamiaquantosangue, pubblicazione autoprodotta su musica, libri e fumetti indipendenti.

Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie. Intervista a Sara Sesti

Maria Gaetana Agnesi e Maryam Mirzakhan, Vera Rubin e Jocelyn Bell-Burnell, Joan Robinson e Elinor Ostrom, Marie Curie e You-you Tu, Margherita Hack e Rita Levi Montalcini: più di cento biografie di scienziate, un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Hai nominato scienziate vissute nell’antichità e altre ancora viventi: non esiste uno “stereotipo di scienziata”, tanto meno quello tramandato dalla letteratura romantica di “una donna poco femminile, troppo di testa e quindi poco di cuore, a volte stravagante e magari un po’ ridicola”. Le scienziate che hai citato hanno saputo trasformare i propri sogni in realtà e abbattere i luoghi comuni, di cui il percorso di crescita femminile è disseminato sia in famiglia, che a scuola e nella società. Il tratto che le accomuna è la fiducia in se stesse, caratterizzata dalle loro scelte contro tutto e tutti. Credo che l’autostima sia quel carburante che spesso manca oggi alle ragazze che non osano affrontare lo studio e la carriera nelle discipline STEM (Science, Technology, Engeenering and Mathematics) e che invece non è mancato alle grandi scienziate. E’ importante quindi fare in modo che le ragazze acquistino fiducia fin da piccole.

I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per navigare attraverso i secoli?

Ho adottato un criterio cronologico scegliendo scienziate vissute dall’antichità a oggi e privilegiando sia le studiose le cui opere e scelte di vita erano bene documentate, che le ricercatrici che hanno dato importanti contributi alla scienza, ma anche coloro che ci sono sembrate particolarmente significative per la storia delle donne, come Mileva Maric che ha sacrificato la sua autonomia scientifica all’amore per il marito Albert Einstein, tanto che il suo lavoro è stato totalmente assorbito da quello dello scienziato e non è più ricostruibile con certezza. C’è un prima e un dopo nella storia delle donne di scienza, costituito dall’apertura delle università alle studentesse, avvenuta nel 1876 al Politecnico di Zurigo, l’università dove Mileva e Albert studiarono insieme. Questa data rappresenta uno spartiacque perché, senza un’istruzione superiore, non è possibile dare un contributo alla ricerca. Prima di allora le scienziate che riuscivano ad affermarsi provenivano per lo più da famiglie facoltose e colte ed erano quasi sempre affiancate da una figura maschile molto importante, in grado di fornire loro l’istruzione che veniva negata dalle istituzioni. Ricordo le coppie formate da Ipazia e dal padre Teone, il grande matematico, da Caroline Herchel e dal fratello Wilhelm, pionieri dell’astronomia, dalla Marchesa du Châtelet e dall’amico Voltaire, o dai coniugi Lavoisier, fondatori della chimica moderna. Dopo l’apertura delle università, le donne si sono rese autonome negli studi e le ha accomunate solo la loro sincera passione per la ricerca.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?

Le donne sono state pioniere in molti settori della scienza e della tecnologia, ma sono state escluse dal loro campo di ricerca appena l’ambito si consolidava e otteneva riconoscimenti e investimenti. Uno sgambetto avvenuto anche nel settore dell’ informatica, nonostante, all’alba della rivoluzione del computer, le donne avessero dominato la programmazione: Ada Byron scrisse il primo algoritmo di programmazione nella metà dell’ Ottocento, un’epoca in cui la macchina era solo un progetto visionario e, quando, nel 1943, fu realizzato il primo calcolatore elettronico, la sua programmazione venne affidata a un gruppo di sei giovani matematiche, le “Eniac’s girls”. Fino alla metà degli anni Sessanta gli uomini realizzavano l’ hardware e le donne si occupavano del software. Gli stereotipi sessisti che oggi le escludono, allora le avvantaggiavano: chi dirigeva il personale delle aziende tecnologiche riteneva infatti che avessero più pazienza e attenzione ai dettagli, requisiti fondamentali per un programmatore di successo. Ma negli anni successivi avvenne una svolta: gli scienziati capirono che la programmazione era centrale e la trasformarono gradualmente in una disciplina scientifica maschile e dallo status alto, predisponendo autentiche barriere antifemminili, come i titoli di studio avanzati. Molte scienziate sono riuscite tuttavia a superare i vari ostacoli, apportando miglioramenti e innovazioni: per esempio la diva hollywoodiana Hedy Lamarr ha posto le basi per le telecomunicazioni senza fili, Wi-fi, Blutooth e GPS, e la tecnologia da lei inventata è stata scelta a metà degli anni Ottanta come base per l’odierna telefonia cellulare. L’ ho scelta per la copertina del libro “Scienziate nel tempo” perché la sua storia contraddice un altro stereotipo che ancora pesa sulle donne: il luogo comune secondo cui “se sei bella non puoi essere intelligente”. E sono frutto di ricerche e invenzioni femminili molte delle operazioni che compiamo quotidianamente, come collegarci a Internet, scegliere un carattere in un programma di scrittura, guardare un’immagine sullo smartphone, cliccare sulle icone.

Il suo libro narra di scienziate impavide, coraggiose, colme di talento. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

La cancellazione di tante studiose e del loro operato dalla memoria storica, è attribuibile principalmente alla responsabilità degli storici, ma è stata favorita anche dal fatto che, quasi sempre, per essere prese in considerazione, le donne dovevano pubblicare col nome dei mariti o con uno pseudonimo maschile e che perciò, spesso le loro opere venivano attribuite ai maestri. Nei paesi anglosassoni questa sparizione è stata studiata dalla storica Margareth Rossiter che l’ha chiamata “Effetto Matilda”, dal nome di Matilda Gage, la prima suffragetta che aveva denunciato il fenomeno. Sophie Germain, nell’Ottocento si firmava “Monsieur Le Blanc” per poter corrispondere col grande matematico Louis Lagrange docente al Politecnico di Parigi e sottoporgli i suoi lavori sul calcolo infinitesimale. Paradossale è la vicenda di Trotula de Ruggiero, medica medioevale della rinomata Scuola di Medicina di Salerno. Nonostante firmasse le sue opere col proprio nome, nelle trascrizioni successive questo fu cambiato nel maschile Trottus. Molto probabilmente perché, per chi trascriveva, era impensabile che una donna avesse delle competenze in campo medico.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?

Credo che il libro contribuisca a smantellare una cultura costellata di pregiudizi contro le donne. Nel testo cerco di evidenziare quanto la loro assenza dai libri di testo e dalla documentazione in generale, sia grave e assurda. Leggendo le loro biografie si scopriranno le difficoltà che le donne hanno dovuto superare e i successi raggiunti. E si potrà riflettere su come sarebbe diversa oggi la società in cui viviamo se nei secoli passati le opportunità fossero state distribuite equamente. Credo che dar voce alle grandi donne del passato e del presente possa invitare bambine e ragazze a guardare sé stesse e la propria vita senza limitazioni di sogni e desideri, e bambini e ragazzi a considerarsi non i depositari di privilegi sociali e culturali ma una metà dell’umanità: con gli stessi diritti e gli stessi entusiasmi dell’altra.

Sara Sesti, docente di Matematica e ricercatrice in storia della scienza, fa parte dell’Associazione “Donne e Scienza”. Ha curato per il Centro di Ricerca PRISTEM dell’Università Bocconi, la mostra “Scienziate d’Occidente. Due secoli di storia”, il primo studio italiano sulle biografie di scienziate. Ha pubblicato con Liliana Moro il libro “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, Ledizioni, Milano, 2020. Collabora con diverse riviste di divulgazione scientifica e cura la pagina Facebook “Scienziate nel tempo” che ha ricevuto il premio “Immagini amiche” istituito dall’UDI con il patrocinio del Parlamento Europeo, per “premiare la comunicazione, che costruisce un’immagine positiva, senza stereotipi di genere e senza immagini sessiste”.

Donne tremende

Ogni libro della serie Donne Tremende presenta una protagonista: un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Molte donne, soprattutto dopo i trenta, sono molto frustrate riguardo ai rapporti con gli uomini perché li trovano indefiniti, irrisolti, inconsistenti.
Fra queste ce ne sono alcune che, dopo aver accumulato un certo numero di esperienze negative, perdono la pazienza e decidono di essere liberamente antipatiche e fregarsene di quello che pensano gli altri; in modo particolare gli uomini che potrebbero rivestire il ruolo del loro interesse amoroso.
Con questa scelta perdono tanto, come la possibilità di infatuarsi spesso, però guadagnano moltissimo in termini di coerenza con se stesse.
Lo hanno fatto anche le Donne Tremende dei miei libri. Hanno deciso di non compiacere più nessuno e di mostrarsi per quello che sono. Concedono al mondo che le circonda, quindi, una visione non edulcorata né filtrata dei propri difetti.
Questo le rende difficili da approcciare per qualsiasi uomo desideri conoscerle. E non è un problema, visto che le mie protagoniste vogliono tenere a distanza proprio gli uomini che molto spesso in passato sono stati all’origine delle loro sofferenze.
Ovviamente però uno solo fra questi – un uomo abbastanza speciale da capire cosa si trova dietro la cortina di vaffanculo che ogni Donna Tremenda oppone al primo tentativo di invasione – potrà, dopo lungo, penoso e persuasivo corteggiamento, avere l’onore di stabilire un contatto profondo e intimo con queste Donne.
Naturalmente, per la Donna Tremenda in questione, l’esibizione della propria verità senza sotterfugi è un miglioramento rispetto alla condizione precedente ma non è il punto di arrivo né la guarigione della sua visione del mondo e delle relazioni.
Anche lei dovrà superare i propri limiti e, solo dopo averlo fatto, potrà scoprire che esiste un modo per recuperare la fiducia nell’altro e il desiderio di esplorare la vita condivisa con qualcuno che a lei piace tanto.
Alla fine lei stessa riceverà un bellissimo premio: il risveglio dei sensi e il trasporto su un piano in cui la sessualità non ha niente a che vedere con quanto esperito in precedenza.
Il sesso diventa infatti un portale che permette a entrambi di accedere a un senso di compenetrazione e di completezza altrimenti inarrivabili.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate.
Quale messaggio ci offrono?

Il messaggio che io ho ricevuto dalle mie stesse Donne Tremende è questo: nel dubbio fra seguire il tuo istinto o compiacere qualcun altro scegli sempre di dare retta a te stessa.
Dobbiamo riprendere il contatto con la saggezza interiore di cui siamo dotate ma che, per molte di noi, è sconosciuta e distante.
Questo può accadere solo se liberiamo il campo dal superfluo (e, ahimé, l’uomo è davvero superfluo in alcune fasi della nostra vita. Be’, un certo tipo di uomo lo è sempre, diciamolo ) e se ci permettiamo di interpretare le nostre sensazioni mano a mano che accadono i fatti.
Sentiremo quanto fantastico sia stare in contatto con il nostro sé profondo solo facendo quelle azioni dettate da esso che vanno in contrasto totale con ciò che, a cose normali, avremmo fatto.
Solo se vediamo un risultato positivo in queste particolari condizioni prenderemo fiducia e ci abbandoneremo sempre di più a contattare la sorgente della saggezza.
Le Donne Tremende usano questo strumento, prima per scacciare gli uomini e ritrovare se stesse, e poi anche per navigare in modo costruttivo nel mare del rapporto di coppia: mare che può diventare turbolento ma che riserva anche sorprese magnifiche.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?

Domanda molto interessante. Devo fare una premessa: per me il femminismo non dovrebbe mai generare l’effetto di rendere ‘uomo’ la donna.
Mi spiego meglio: avere equivalenza di diritti non deve per forza significare che la donna debba comandare, ambire al potere o, addirittura, vivere il potere come farebbe un uomo.
Equivalenza di diritti per me significa che è giusto che la donna possa scegliere di perseguire qualsiasi strada, anche quella del potere se rientra nei suoi sogni autentici.
Però poi mi aspetto da una donna un adempimento del suo compito molto diverso da quello dell’uomo.
Purtroppo non sono sicura che siamo pronti per questo. Non lo è il mondo ma non lo sono nemmeno le donne che vibrano sul desiderio di governare, per esempio.
Fare esperienza e sbagliare sarà, comunque, l’unico modo per aggiustare il tiro e portare le donne a un successo vero i cui effetti siano molto diversi da quelli visti in passato e che siano soprattutto osservabili e riconoscibili da parte della collettività.
L’esempio si potrebbe traslare chiaramente su tutti gli aspetti della vita.
Però le mie Donne Tremende, arroccate come sono su una posizione inospitale nei confronti del maschile, spesso rischiano di risultare poco femminili.
Ma la femminilità è solo sopita, non è mai rinnegata. Quindi poi possono riscoprirla e scegliere di usarla.
E, quando lo faranno, saranno non solo donne ma femmine. E, come tali, meravigliose esponenti di un percorso femminista al quale vorrei tanto aderire.

A quale genere letterario si ascrivono i suoi romanzi e quanto ha attinto allo sterminato patrimonio della commedia cinematografica in una scoppiettante contaminatio fabulae?

Il mio genere è il rosa contemporaneo. In ogni forma di intrattenimento, anche quella cinematografica, se ne trova una produzione vasta e spesso molto ben fatta.
Io fruisco tantissimo di questi tipi di prodotti. Le mie letture, i film e le serie TV sono incentrate quasi sempre su una storia d’amore.
Sicuramente ci sono elementi che, a partire da quello che leggo, vedo e vivo planano nella mia realtà e influenzano il processo che poi mi porta a creare nuove storie.
Però, fra i tanti input, preferisco seguire quello che viene dalla sorgente inafferrabile e generosa di cui parlavo poco fa.
Quando scrivo perdo conoscenza (quasi) e mi riprendo solo alla fine di un percorso che dura, di solito, molte ore.
Questo è il modo in cui preferisco passare il mio tempo mentre faccio da tramite per le storie che vengono a trovarmi: in stato alterato di coscienza, vuota e pulita, priva di pregiudizi e pronta ad accogliere chiunque si presenti e a concedergli la libertà di vivere a modo proprio le sue tribolazioni e i suoi trionfi.

La serie “Donne tremende” gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Non so se alla fine vengono gettati sul fondo o se, piuttosto, sono dati per acquisiti.
Ogni relazione vissuta, ogni fallimento o successo in qualsiasi campo della vita, ci insegna molto di noi e del nostro rapporto con il mondo.
Nei miei libri, ai miei protagonisti, è richiesto di ‘allenare’ il muscolo della percezione di sé e dell’altro, di abbandonarsi alla passione, di recuperare il coraggio di desiderare, di avere tanto rispetto di se stessi da concedersi solo ciò che veramente rappresenta per loro un arricchimento. Alla fine di ogni storia immagino i miei personaggi continuare a vivere usando gli strumenti acquisiti senza più esitazioni né ripensamenti.
In effetti io credo che sia così anche nella vita reale: ogni tanto qualche vecchia paura può fare di nuovo capolino e la terra può tremare ma la conoscenza e la potenza acquisite ci salveranno, se ce n’è la volontà, dall’ennesimo patatrac e ci concederanno una bellissima forma di felicità.
Io trovo che ce lo meritiamo, fra l’altro.

Lisa Ghilarducci è un ex architetto. Oggi scrive romanzi e sceneggiature e, ogni volta che può, recita. Ama passeggiare con il suo bellissimo cane e coccolare la sua tremendissima gatta. Vive in Toscana in un luogo fatto di sole, di mare e dei tanti colori del Carnevale. La serie Donne Tremende è la prima a essere pubblicata con i titoli CON TE NO, DI QUA NO e COSI’ NO. Seguono, poi, due trilogie: quella della Notte e quella della Danza.

Pesto alla genovese. Tra lacrimogeni, molotov e sangue: la testimonianza diretta di un cronista a 20 anni dal G8

A Genova, nel luglio del 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.
Su quali temi politici, economici, sociali s’innesta la sua riflessione?

Il movimento delle “Tute Bianche” o “No Global” che ha sfidato e sfilato contro il sistema finanziario mondiale a Genova proponeva temi che purtroppo sono rimasti congelati nel freddo dell’inverno dopo le Torri Gemelle. Fino a quando nella storia recente sono state riproposte con foga da Greta, 20 anni dopo con una platea più sensibile ad ascoltare. Il movimento che insieme al forum di Porto Alegre si voleva fare carico di discutere (Un mondo diverso è possibile) di uno sfruttamento del pianeta meno invasivo, lo sviluppo con il rispetto dell’ambiente si è ritrovato a Genova per discutere parallelamente di questi argomenti mentre i grandi del pianeta parlavano di globalizzazione dell’economia, di manodopera a costi bassi e sfruttamento delle risorse. Dibattiti ed incontri ce ne sono stati diversi, interessanti e complessi come il periodo di cambiamento che si stava vivendo, ma si sono successivamente persi travolti dalla durezza dello scontro di piazza che portò alla morte di Carlo Giuliani ed a una reazione delle forze dell’ordine spropositata che costarono all’Italia una condanna da parte della UE (La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dei diritti umani). Dopo di che il diluvio: a settembre le Torri Gemelle ed il mondo cambio’ in peggio: si fabbricarono prove di armi chimiche (proprio come alla Diaz si fabbricarono prove contro i le persone ospitate all’interno) per attaccare i Paesi “canaglia” e chiudere contenziosi che duravano da diversi anni (come la pretesa di Saddam Hussein al risarcimento per avere bloccato l’Iran per conto degli USA) che ci sono costati 20 anni (da poco conclusasi con l’abbandono dell’Afghanistan nelle mani dei Talebani) di guerre nel pieno della rivoluzione digitale.

Il G8 di Genova è una parte di storia della Repubblica italiana. Un fatto nero che ha lasciato una traccia incancellabile. Due giorni di violenze. Una città messa a ferro e fuoco. Anni di processi, condanne, proscioglimenti, prescrizioni.
Quali strade ha percorso per acquisire informazioni utili al dipanarsi della sua narrazione?

Il mio è il racconto di un cronista che ha vissuto in diretta quei giorni ed a parte il mio vissuto personale ho attinto dalle cronache dei TG, dai giornali dagli atti depositati e pubblici e dalle ricostruzioni fatte successivamente dalla magistratura.

Piazza Alimonda, Carlo Giuliani, da una fotografia dell’agenzia Reuters, compare con il passamontagna ed un estintore sollevato sopra la testa. Intanto, una pistola spunta da una camionetta dei carabinieri. Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico, praticando un consenso ed un dissenso civile?

Intanto dovrebbero cercare di informarsi di più, che è faticoso, è un mestiere farlo bene, trovando nei media più appropriati, preparati e seri, i riferimenti sicuri per avere una informazione reale, non di parte, escludendo le notizie urlate ma senza basi di fonti sicure e quindi, come ho detto prima, istruirsi nel leggere le informazioni. Questo è faticoso ma si può ovviare trovando dei media e giornalisti di riferimento che siano indipendenti nello svolgere il proprio lavoro.

Carlo Giuliani fu definito dal subcomandante Marcos “Il ribelle di Genova” In qual misura Carlo è stato predittivo del disagio sociale, economico, culturale in cui ci barcameniamo?

Ogni periodo storico ha avuto le sue anticipazioni, i campanelli di allarme che suonano per farci capire che entriamo in una zona buia, pericolosa. Negli anni 70 e 80 altri ne hanno fatto le spese ma nonostante tutto nessuno ha poi mai cercato di trovare delle soluzioni all‘instabilità, al disagio sociale che passano soprattutto le nuove generazioni. I “ribelli” di Genova che io ho seguito anche in altri Paesi dicevano di frenare un poco per non ritrovarci a vivere senza più tempo. Adesso con la pandemia per esempio siamo sordi ad ascoltare le nuove generazioni su come questa assenza di tempo abbia penalizzato la loro vita e, quando scendono in piazza trovano ancora manganelli sulle loro teste.

Dalle tante testimonianze emergono complicità istituzionali. Una complicità trasversale che ha costruito le condizioni affinché a Genova saltasse tutto.
Dopo vent’anni reputate che vi siano ancora circostanze da chiarire in tal senso?

Dal mio punto di vista più che vedere complotti ho visto una macchina organizzativa inadeguata, farraginosa. Catene di comando inceppate tra le quali si sono inseriti magistralmente i black block, fino ad allora sconosciuti. Il livello di addestramento delle forze dell’ordine era tarato sui tafferugli da stadio, niente di più. Gli anni settanta con la durezza del confronto di piazza tra dimostranti e polizia era solo un ricordo. I processi, la costanza e l’onestà degli investigatori tutti hanno fatto si che le parti oscure di quei drammatici 3 giorni venissero tutte fuori. Con l’unica eccezione della uccisione di Carlo Giuliani per il quale non è mai stato istruito un processo e questo lascia l’amaro in bocca sia alle famiglie che alla pubblica opinione. Io credo che ha aiutato molto l’essere in Europa e quindi essere sotto osservazione di una federazione di democrazie che si fondono in un pensiero comune.

Luciano del Castillo, essere umano, inizia nel 1980 come giornalista ed in seguito fotoreporter a Palermo presso il quotidiano L’Ora. Nel 1987 si trasferisce nella Repubblica Federale Tedesca e lavora per l’agenzia giornalistica Action Press ad Amburgo da dove copre gli avvenimenti nell’Est Europa: Romania, Polonia, Ungheria, Jugoslavia. Nel 1986 e dal 1994 al 1996 cura dossier monografici d’attualità per la televisione catalana “Tv3”. A Roma dal 1994, lavora per il Corriere della Sera e realizza reportage per la Repubblica, Il Messaggero, La Stampa, L’Unità, Avvenire, Panorama, L’Espresso, Famiglia Cristiana, Diario, Avvenimenti; e per ANSA, The Associated Press, The Boston Globe, The Guardian, The Washington Post, International Herald Tribune, El País, La Vanguardia, El Tiempo, El Mundo, The Australian, Der Spiegel. Partecipa come relatore a convegni sul “Ruolo dell’informazione fotografica nelle zone di guerra”, organizzato a Torino dalla “Fondazione Italiana della Fotografia”. Dal 2000 alla fine del 2005 lavora principalmente all’estero, nelle zone di conflitto e di crisi, Paesi colpiti da disastri naturali, anche al seguito del Dipartimento della Protezione Civile italiana, del Ministero della Difesa ed Emergency di Gino Strada. Ha collaborato con l’Università degli Studi Roma Tre, e i corsi informativi del Ministero della Difesa in collaborazione con la Federazione Nazionale Stampa Italiana (Primo Corso per giornalisti inviati in zone di guerra). Nel 2008 ha contribuito alla realizzazione della prima rivista palestinese di fotografia “Wameed”. Per MAXXI A[R]T WORK collabora ad alcune edizioni del PCTO con una consulenza sul tema del giornalismo di immagine e la sua evoluzione (dal cartaceo al digitale, dalle piattaforme web ai blog, ai social network, dalle fotocamere allo smartphone). Trovare le fonti (come contributi audiovisuali) per le notizie ed accertarne la genuinità per la divulgazione. Dal 2006 è ritornato a lavorare al suo vecchio grande amore, l’America Latina, dove realizza reportage da Panama, Cuba, Mexico, Colombia, Venezuela, Perù, Uruguay. I suoi progetti sono diventati anche mostre itineranti ed ha esposto in Italia e all’estero e libri. Lavora come redattore per l’Agenzia Nazionale di Stampa Associata ANSA.