Antigone a Scampia

A Scampia, tra il 2008 e il 2009, cinquanta donne si sono riunite una volta al mese per ascoltare la storia di Antigone.
In qual misura un mito greco è vicino alla vicenda umana delle donne di Scampia?

Antigone è un’eroina della letteratura greca che rappresenta la lotta per la difesa dei propri diritti. E per questa sua forza può essere messa a confronto con le donne che lottano. Tutte le donne, ma in particolare quelle di Scampia, dove io ho fatto il laboratorio, sono donne che hanno molto chiaro e sviluppato il senso della famiglia, del legame di sangue, della discendenza e della conservazione del seme. Sicuramente altre donne in altre città o in altri quartieri hanno questa caratteristica ma io non lo so, può darsi. Sono certa però che qui è così.
A metà degli anni Trenta, Simone Weil aveva raccontato i miti greci agli operai e alle operaie di una fonderia francese.
Il Mito, ieri come oggi, è funzionale alla promozione dell’emancipazione delle masse popolari?

Direi di sì. Naturalmente non tutta la letteratura è adatta a questa o a quella situazione. Bisogna conoscerla, analizzarla e trovare le assonanze per piegarla ai nostri bisogni. Elettra per esempio è un’altra donna la cui storia è importante per riflettere sulla propria condizione di vita. Le storie che mettono in moto l’emancipazione sono le stesse storie di emancipazione e di lotta.
Scampia per trent’anni è stato un quartiere privo di identità e abbandonato al decadimento e alla noncuranza. I residenti possono reputarsi vittime e quali sono, a suo avviso, oggi, i bisogni a essi negati da soddisfare?
In linea generale direi di sì. Guardando la storia del quartiere sono chiare le enormi responsabilità dagli anni Ottanta, della politica e della società. Le persone sono state invitate, in qualche modo, a occupare il territorio in maniera non sempre legale. E tutti per anni hanno chiuso un occhio, o tutti e due. Riguardo alle occupazioni delle case, alla crescita e alla radicalizzazione della criminalità con i traffici di droga… e poi improvvisamente, grazie al libro di Roberto Saviano, ben dopo la fine della faida tra i Di Lauro e gli Scissionisti, Scampia si illumina: un faro s’accende sul quartiere portando allo scoperto ogni tipo di traffico che fino a quel momento aveva caratterizzato una parte sostanziosa dell’economia della zona.
E grazie a questo, in un certo senso comincia la pulizia. Pulizia che porta fondamentalmente allo spostamento della piazza di spaccio e alla crescita della povertà.
Il quartiere ancora oggi, nonostante sia molto cambiato, soffre. Le persone che vivono in alcuni Lotti, parchi, sono economicamente e socialmente svantaggiate.
Quali bisogni soddisfare? Investire di più sulla scuola, sull’educazione, sul terzo settore che spesso deve sostituirsi alla famiglia… l’educazione deve essere insegnamento di vita, deve insegnare l’alfabeto affettivo e quello per comunicare. È la cosa più importante su cui puntare. E non lo si fa abbastanza.
“Antigone”, così come “Elettra” o “Filottete”, possono essere interpretate quali opere paradigmatiche della resistenza all’oppressione esercitata dal potere?
Come dicevo sì, ma non solo riguardo l’oppressore. L’oppressore tante volte è la stessa persona oppressa. Oppressa da sé stessa, perché incapace di riflettere, di accrescere il proprio senso critico. Tante volte, la sofferenza viene vissuta come un dato di fatto che deve essere accettato, come un destino. E questo rende gli oppressi arrendevoli, incapaci di lottare, di cambiare rotta. Guardare come invece un eroe greco, un’eroina esce dalla propria condizione anche con la morte, dà loro forza e, come diceva la Weil, aiuta a riflettere e a ribellarsi al destino.
Il volume è corredato da un “Alfabeto Scampia”. Qual è la valenza territoriale delle ventidue parole esaminate con piglio antropologico?
Non lo so se quelle parole che io ho individuato e sulle quali mi sono soffermata abbiano una valenza territoriale. Io le ho scelte per descrivere il quartiere e l’ho fatto seguendo l’emozione che ognuna di quelle parole suscita in me: il parco per esempio è un luogo che mi commuove, con tutte quelle rose, gli alberi rari, e le rovine di un laghetto che un tempo aveva ospitato cascatelle e cigni. Mi piacciono i murales che raffigurano la Devis e Pasolini; mi danno speranza i bambini che danzano per le strada a Carnevale… Scampia è una piccola città in una grande città: si estende solo su quattro chilometri quadrati ma sopra questi chilometri ci abitano circa centomila cuori. E questo per me significa speranza e rinascita.

Serena Gaudino

Ha pubblicato racconti e storie per bambini, fra cui All’ombra delle due torri (Colonnese, 2005), il testo teatrale Antigone. Metamorfosi di un mito nella Miscellanea Teatrale (Artigogolo 2016), il reportage Alfabeto Stella, comparso in Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese, curato da Antonio Moresco (Mondadori, 2013) e Diario di bordo, in Cammina cammina (Effigie, 2012). Suoi racconti sono comparsi nelle antologie: In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma, Colonnese 2009; Turin tales, un caffè a Torino, Lineadaria 2009; Italiane (a cura di Gaudino Tessore), Lineadaria 2011. Scrive sul primoamore.com

Gaudino Serena Antigone a Scampia Effigie (2022) 9788831976336 15,00 €

In principio erano i mostri. Storie di entità orrifiche e minacciose nel mito dei greci e dei romani

Nel 1996 Cohen individuò sette tesi per uno studio del mostruoso applicabili a culture e periodi storici differenti tra loro. Oggi, guardando al lessico del “mostruoso”, l’idea dell’universalità proposta da Cohen è ancora accoglibile?
Non del tutto. Come spiego nell’introduzione del libro, per mettere in evidenza le peculiarità di modelli culturali differenti dai nostri senza incorrere in facili anacronismi, è sempre necessario tenere conto delle categorie vicine all’esperienza degli antichi. Vocaboli come pelor, teras o lo stesso latino monstrum non sono perfettamente sovrapponibili al nostro ‘mostro’. Pelor può indicare anche oggetti di grandi dimensioni, compresi gli dèi olimpici, che, in quanto garanti dell’ordine cosmico, tutto sono fuor che ‘mostruosi’; teras può essere usato per gli aborti e i feti malformati, e il latino monstrum porta sempre con sé un’accezione divinatoria e sacrale che copre un largo spettro di fenomeni prodigiosi e miracolosi che non necessariamente sono riferibili a creature orrifiche, ibride e polimorfe. Ciononostante, io credo che possiamo continuare a usare termini lontani dall’esperienza antica, come ‘mostro’ e ‘mostruoso’, ma solo a patto di ricordarci della loro valenza interpretativa. Cerco di spiegarmi meglio facendo ricorso ad un esempio usato dall’antropologo cognitivista Dan Sperber, che ricorda che quando un antropologo sta parlando del ‘matrimonio’ di un popolo come gli Ebelo non sta effettivamente pensando che gli Ebelo abbiano un’istituzione identica a quella del matrimonio degli occidentali; sta semplicemente traducendo e interpretando, per mezzo di un vocabolo che condivide una certa aria di famiglia con il nostro ‘matrimonio’, un termine come kwiss che si riferisce, nella prospettiva degli Ebelo, a una unione approvata dagli dèi. La difficoltà per chi studia il mondo antico risiede nel trovare il punto di equilibrio fra il ‘vicino-a-noi’ e il ‘lontano-da-noi’. È in fondo, qualcosa di simile a quello che Clifford Geertz chiamava il ‘dialogo interpretativo’ fra le categorie delle culture ossservate e le categorie della cultura degli osservatori.
Lei discute dei mostri delle origini del cosmo, dei mostri declinati al femminile, dei mostri delle periferie del mondo. Quali sono le ragioni per le quali non ha incluso Invidia e Fama, così cari alla cultura romana d’età augustea?
Banalmente, si tratta di ragioni di spazio e, per così dire, di cautela. Benché la maggior parte dei testi cui faccio riferimento siano dei testi letterari, il mio obiettivo era quello di raccontare storie di ‘mostri’ la cui rappresentazione è comunque radicata in una memoria collettiva antica che prescinda dalle sole rappresentazioni letterarie. Il mio piano era cioè quello di esplorare ‘credenze’ radicate nell’immaginario antico. Fama e Invidia, invece, hanno tutta l’aria di essere invenzioni autoriali – di Virgilio e di Ovidio –, che certo, dal momento in cui fanno la loro apparizione, hanno un grande peso nella memoria dei poeti e nel sistema letterario. Proprio per questo però meritano forse una trattazione a parte e strumenti ben più complessi di quelli che ho utilizzato per la stesura del libro. So che la mia scelta può essere considerata arbitraria. E in parte lo è. Diciamo che è un modo di rimandare ad altre sedi la trattazione di queste due figure.
Taluni mostri personificano l’essenza stessa del femminile: affascinano gli uomini per poi consumarli oppure mangiarli avidamente. E’ possibile reputarli quali attentatori del corpo maschile interpretato quale metafora del corpo sociale della città oppure ipotizza che debbano essere pensati come immagine dell’ordine costituito?
Ogni mostro femminile esplicita diverse funzioni, ed è, per così dire, la proiezione di diverse paure che ci concentrano sul corpo e sulla psicologia femminili. Una cosa comunque non esclude l’altra. Nel mondo antico l’ordine costituito della città è pensato e stabilito dai maschi, che garantiscono anche la formazione del corpo sociale. Pensiamo, ad esempio, che in tutte le teorie antiche della riproduzione l’apporto del maschile è sempre identificato – in Aristotele, ma in fondo anche in Ippocrate – come quello più rilevante e ‘forte’, e i figli sono sempre ‘figli di padre’ molto più di quanto non siano ‘figli di madre’. Questo non significa ovviamente che i mostri antichi siano soltanto una proiezione del femminile. Ci sono mostri – come i Centauri o Polifemo – che hanno attributi decisamente maschili e anomici. Semplicemente, il modo di agire dei mostri femminili rimanda a terrori atavici che sono riconducibili alla sfera della differenza di genere: il terrore da parte degli uomini di essere sedotti, smembrati e uccisi, il terrore – da parte delle donne – di vedere i propri figli divorati, e così via.
I mostri dei Greci e dei Romani sono creature orrifiche e devastanti, ibride e poliforme, informi e bizzarre. Cosa ci sussurrano circa le culture che li hanno generati?
Sicuramente ci danno l’idea di paure e terrori profondi: in un mondo in cui il dominio sulla natura è spesso incerto e periclitante – si pensi ad esempio al topos della guerra giusta contro gli animali, che ho trattato altrove (qui) –, in cui gli uomini e le loro società sono così pesantemente esposti agli agenti atmosferici, agli attacchi delle fiere, il timore profondo è che la natura non sia mai dominata del tutto, e che faccia ritornare ogni cosa nel caos primigenio. Nel libro non è stato chiaramente esplicitato, ma una lettura eco-critica delle storie mostruose degli antichi è possibile. Siamo davanti a un modello che vede nell’avanzamento dell’antropizzazione l’unica forma possibile di ordine e di benessere e che, nelle storie dei mostri, lascia intuire lo sgomento creato dall’ambivalenza stessa della natura e dei suoi elementi.
Leggendo il suo volume, ci si trova, a mio avviso, anche di fronte all’elaborazione di una filosofia dell’orrore. Ce ne descrive i termini in relazione all’Uomo?
Lo confesso: non era nei miei intenti. Il mio tentativo è stato piuttosto quello di riflettere sulle categorie che usiamo per descrivere le culture antiche e di cercare, per così dire, di ‘classificare’ ciò che per sua essenza stessa tende a sfuggire a ogni forma di classificazione, ovvero il mostruoso. Per essere più precisi, la mia è un’analisi tipologica delle rappresentazioni e delle funzioni ricorrenti nel mito greco e romano.
È chiaro che, ora che me lo fa notare, degli spunti per una filosofia dell’orrore sono presenti nelle storie antiche di ‘mostri’. Un passo ulteriore potrebbe essere quello di spostarsi sul versante della ricezione. Ad esempio, in che misura l’immaginario occidentale è debitore della mitologia antica? In che termini il topos dell’esclusione e della rimozione del mostruoso ha influenzato il modo di agire e di pensare delle culture post-classiche?
Sicuramente spunti interessanti vengono dalla cultura ellenistica, che per la prima volta ha tentato di ‘umanizzare’ i mostri scavando nel loro passato problematico e mettendo in evidenza – per così dire – i loro ‘traumi’: penso alla Scilla che, prima di finire a distruggere imbarcazioni sullo stretto, era stata vittima della gelosia di Circe, o a Medusa che, prima di diventare un mostro, aveva subito la violenza di Poseidone. Il fatto stesso che le umanizzazioni del mostruoso avvengano spesso al passato, però, la dice lunga su quali sono i limiti stessi di una mitopoiesi che, tutto sommato, salvaguarda le versioni – e le paure – tradizionali.
Ma pensiamo anche a tutta una serie di mostri che vivono in spazi marginali – gli inferi, l’Occidente estremo, gli stretti –, ma che non sono rimovibili o eliminabili. Sono cioè una presenza da cui gli umani non possono liberarsi: Cerbero, ancora Scilla, con Cariddi, le Erinni, le Arpie rappresentano un limite al di là del quale neanche gli eroi come Eracle possono andare, come ad avvisarci che il mostruoso.
A mio avviso, poi, una domanda importante potrebbe essere la seguente: “è possibile ri-pensare i mostri liberandoli dalla categoria della violenza necessaria?”. È chiaro che la cultura post-moderna contemporanea si pone già domande simili. Il punto è cercare di capire come e in che misura la riflessione sull’antico possa dare un contributo in questo senso. Fin qui, la scelta che ho fatto è stata semplicemente quella di raccontare e mettere in evidenza. In futuro, chissà…

Pietro Li Causi è dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina ed è stato assegnista di ricerca e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo, dove ha insegnato Cultura latina e Lingua e letteratura latina. Attualmente insegna materie letterarie presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro” di Palermo e fa parte, in quanto membro aggregato, del network “IRN Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquité-Moyen Âge)”. Autore di numerosi contributi sulla storia della letteratura e sull’antropologia del mondo antico, si è occupato di autori come Aristotele, Plutarco, Ovidio, Plinio il Vecchio, Seneca, dell’etno-zoologia e della paradossografia dei Greci e dei Romani e di antropologia del dono nel mondo antico. Ha curato, assieme a Roberto Pomelli, L’anima degli animali (Einaudi 2015) e, per i tipi della Palumbo, ha pubblicato Sulle tracce del manticora (2003), Generare in comune (2008) e Il riconoscimento e il ricordo (2012). Le sue pubblicazioni più recenti sono, per i tipi de Il Mulino, Gli animali nel mondo antico (2018) e, per Inschibboleth, In principio erano i mostri (2022).

La sottile differenza

Lo spazio dei sentimenti è un territorio sismico: il grattacielo dei legami familiari è perennemente in bilico perché i legami familiari, così come intesi da Euripide, sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
Un territorio sismico è per sua natura insicuro e così anche lo spazio dei sentimenti. La tranquillità di certi legami può essere spazzata via in pochi secondi, rasa al suolo da eventi, imprevedibili nella loro manifestazione, ma sempre possibili. Questo vale anche per quei legami familiari che apparentemente si presentano solidi ma che spesso hanno fondamenta fragili appoggiate su terreni altrettanto insidiosi.
Eppure, la famiglia che “funziona” è forse l’esempio perfetto di comunità, l’ambito che dovrebbe garantire una circolarità affettiva senza incrinature; ma è in questo ideale di perfezione che sta la sua fragilità, perché tutto ciò che sembra perfetto nasconde comunque un punto di debolezza, quello che mi piace definire il “punto di rottura”. Gelosie, risentimenti, spesso anche solo la pesantezza di certi silenzi rappresentano quelle scosse telluriche (per rimanere alla metafora iniziale) capaci di minare alla base qualsiasi costruzione, anche quella ritenuta più solida.
“La sottile differenza” fa riferimento alle piccole increspature dell’anima.
Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Sono convinto che ogni spazio che si crea nella dimensione personale di ognuno di noi vada letto come un’apertura, la traccia di un sentiero che non conoscevamo ma che può portarci verso la scoperta di qualcosa di nuovo.
Non si tratta solo di fare tesoro delle esperienze che la vita ci riserva, quanto di interpretare certi segni come strumenti per una crescita interiore.
Per risanare una crepa su un muro non è sufficiente chiuderla con una buona stuccatura, ma è necessario aprirla, allargarla, far sì che si allenti la tensione che ha contribuito a provocarla. Questo vale anche per noi. Ogni crepa, ogni incrinatura che segna il nostro essere richiede un intervento riparatore che metta in luce ciò che c’è intorno, che ci aiuti a comprendere non solo il perché della frattura ma anche e soprattutto cosa quel segno significhi per noi.
Le ferite guariscono, le cicatrici restano: dovremmo imparare a rendere uniche le nostre crepe, usare l’arte del kintsugi per dare loro nuova vita, ricostruire dove sembra impossibile.
Alle facili convinzioni, alla morale imperante, al comunemente detto quale atto di rivolta propone?
Credo che la più grande rivoluzione sia avere il coraggio di essere se stessi. In una società che mira a uniformare e a omologare, che tende a limitare il confronto critico e la curiosità della scoperta, difendere la propria unicità è l’unica lotta alle quale riservare le nostre migliori energie.
Con “La sottile differenza” chiedo al lettore di fare una scelta di campo, di decidere tra la libertà, anche quella di essere crudeli con se stessi, o l’adesione a stereotipi imposti dalla morale comune.
Non rinnego la famiglia come convenzione sociale, rivendico però il diritto di scegliere quali legami familiari accudire e quali recidere, come un buon giardiniere che sa quali rami potare e quali lasciare liberi di svilupparsi e che capisce quando non vale la pena sprecare energie dietro a una pianta destinata inesorabilmente a seccare.
Tra vivere la vita e lasciarsene solo attraversare, tra pensare di non avere alternative e scoprire una nuova strada: quale riflessione per chi, pur avvertendo la scossa che può modificare il corso della vita, presidia legami per senso di responsabilità?
Credo si debba distinguere tra responsabilità e coraggio. Ognuno è libero di scegliere se mettere a tacere la scossa che può cambiare il corso della propria esistenza o assecondarne l’onda cavalcandola con temerarietà.
Si vive meglio con un rimorso o con un rimpianto? Purtroppo, non esiste una risposta valida per tutti. Il coraggio è istintivo, impossibile da imparare, mentre il senso di responsabilità è qualcosa che ci viene insegnato; ecco perché la gran parte di noi compie scelte che si adeguano a convenzioni che la nostra cultura ci ha trasmesso come giuste e onorevoli. Il coraggioso, quello capace di modificare la propria vita seguendo la scintilla che illumina un sentiero nascosto, è una mosca bianca che rischia pure di essere emarginato quando certe scelte si dimostrano fallaci.
Le strade più belle sono quelle sconosciute, ma chissà perché tendiamo sempre a percorrere sentieri già battuti: anche questa è la sottile differenza tra vivere la vita e lasciarsene solo attraversare.
“Ho capito che l’amore non si pretende. Non si compra. Non può essere il prezzo di un riscatto.”
Cos’è l’amore?

L’amore è come l’acqua, si adatta al recipiente che lo contiene. Così fa con noi: riempie i nostri vuoti, colma cavità, si prende tutto lo spazio disponibile. O trascina con sé ogni cosa, quando rompe gli argini che non sappiamo rinforzare. È una forza dirompente e aggressiva. Un sentimento tirannico e totalitario.
Eppure, non sappiamo farne a meno: lo cerchiamo, lo bramiamo, a volte ce lo inventiamo. E allora è anche la scintilla che può farsi falò oppure incendio, che può dare calore o bruciare tutto ciò che abbiamo intorno.
L’amore è un sentimento libero che non può essere confinato tra recinti e steccati. Diventa sterile se tenuto in cattività.
L’amore è ognuno di noi quando smette di pensare a sé.
L’amore è una risposta difficile.

Federico Fabbri
Dopo gli studi tecnici e qualche anno di lavoro nelle aziende di famiglia, inizia la sua carriera nel settore finanziario; attualmente si occupa di gestioni patrimoniali presso una private bank fiorentina svolgendo la sua attività lavorativa tra Firenze e Prato.
Lettore onnivoro e curioso, ha una passione per i documentari televisivi, la musica leggera italiana e il tennis (che pratica a livello molto amatoriale).
Ha esordito con il romanzo Maledette ortensie (LuoghInteriori, 2015), finalista dell’edizione 2014 del Premio Letterario Città di Castello e vincitore del IX Premio Nazionale di Poesia e Letteratura La Tavolozza (Pontedera, 2016).
Il suo secondo lavoro, La verità ha bisogno del sole (AmicoLibro, 2017), finalista della X edizione del Premio Città di Castello ha vinto, nella sezione “Romanzi inediti”, l’edizione 2016 del Premio Letterario La Ginestra di Firenze e, nel 2017, il Premio Memorial Giovanni Leone.
I suoi racconti L’anima gemella, Il lato buio del cuore, La magia del Natale, La neve ha un suono sottile, hanno ricevuto riconoscimenti in concorsi a carattere nazionale, così come il racconto breve Satelliti, vincitore di puntata della trasmissione radiofonica Radio1 Plot Machine, inserito poi nell’antologia edita da RaiEri, dedicata all’edizione 2017/2018 del concorso.
Il racconto Una storia semplice ha invece vinto l’edizione 2018 del “Premio Racconti nella Rete” e i premi “Giubbe Rosse Inediti” (2017), “In Cento Righe” (2018), “Lo Scrittoio” (2018) e “Xilema – Racconta le parole” (2018).
Tutti questi scritti sono stati riuniti nella raccolta La strada verso casa (LuoghInteriori, 2020).
Il suo ultimo romanzo, La sottile differenza, secondo classificato nella sezione “Narrativa” alla XIV edizione del Premio Letterario Città di Castello 2020, è uscito a luglio 2021 per la casa editrice LuoghInteriori.

Sguardi sul teatro contemporaneo. Interviste di Fabio Francione

Lei dialoga con Josep Maria Miro ed Ascanio Celestini, Massimo Popolizio e Tiago Rodrigues, Pascal Rambert e Romeo Castellucci, oltre che con i fondatori di alcune delle compagnie d’avanguardia più importanti degli ultimi anni, da Anagoor alla Compagnia della Fortezza, dal Teatro delle Ariette a lacasadargilla. Ebbene, è rintracciabile un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime dell’Arte così come declinata dalle voci del teatro contemporaneo?

Sono molteplici i fili rossi intrecciati in questo libro. Nemmeno troppo scherzando mi sono trovato a dire di recente, a Modena nell’incontro di presentazione con Stefano Tè, il regista del Teatro dei Venti, che sotto sotto il filo rosso che lega tutti i nomi si divide nei celebri sei gradi di separazione. Ma, facendo cadere lo scherzo, i fili rossi che legano questi artisti sono quasi sempre soggettivi. Nel senso che la selezione effettuata a monte, nella progettazione del libro, ha tenuto conto delle mie esigenze, predilezioni, anche amicali con alcune compagnie che pedino criticamente da molti anni, nondimeno la ricerca non è stata esente dal tenere a mente il format della collana e le richieste editoriali. Non vi è stata opera di mediazione né di diplomazia. La scelta dei nomi da intervistare ovviamente era molto più ampia, altrettanto ovviamente ci sono nomi che non sono riuscito a raggiungere, ma vado orgoglioso di aver allargato il format di 12 interviste a ben 14.

Le opere teatrali si confermano quali testi archetipici del pensiero ad ogni latitudine, contemporanee ad ogni epoca.
Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della Teatro di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Non vedo fratture, ma continuità e contiguità temporali nel teatro. D’altronde se sopravvive da più di 3 mila anni, qualcosa vorrà dire tanto che nemmeno le nuove tecnologie l’hanno scalfito al pari del cinema più di cento e più anni fa. Tanto che quest’ultimo si è diluito in schermi di qualsiasi dimensione e piattaforme digitali che hanno dissolto il luogo in cui è sorto. La sala cinematografica ormai si va dissolvendo dall’immaginario collettivo restando solo nel languore nostalgico di qualche critico. Lo spettatore ha rinnovato il suo sguardo, i film ancora non del tutto. Mentre il teatro è un po’ come il tirar calci a un pallone, un posto lo trova sempre per potersi esprimersi ecco perché risulta inscalfibile all’incedere del tempo e dunque dall’alternarsi di epoche di crisi e auree.

La ricerca di distrazione ed evasione per scordarsi per qualche ora delle contingenze quotidiane in qual misura hanno inciso sulla recentissima produzione teatrale?

Credo per niente. Lo spettacolo inteso nella più larga accezione del termine è intrattenimento che può essere intelligente o meno, ma pur sempre di intrattenimento si tratta. Il teatro, pertanto, è soggetto a tali regole. Dipende poi come lo si vuol far passare. Ma anche il più smaliziato dei registi e dei drammaturghi sa che giocare sulla versatilità degli attori più che sui testi consente di allargare la sua platea. Di certo siamo sempre in zone marginali se non della cultura, già di per sé tenuta zitta e buona dalla politica, del dibattito nazionale.

La pandemia da COVID-19 ha investito con particolare aggressività il settore delle arti dello spettacolo: i precari si sono ritrovati disoccupati. Qual è lo stato dell’Arte, ad oggi?

Discorso lungo e complesso a cui di sguincio ho dato una risposta in precedenza. Il teatro nel dibattito nazionale non appare quasi mai. Nemmeno nel colore e nel pettegolezzo. Appartiene a pochi anche se è in crescita il numero degli spettatori. Ma il creare un nuovo pubblico è più di un imperativo. Però ci si dimentica troppo che il comparto spettacolo era già in sofferenza molto prima della pandemia. Ad ogni modo le chiusure di questi due anni hanno fatto sì che si progettasse molto di più di prima. I risultati cominciano ora a vedersi.

“Sguardi sul teatro contemporaneo” si chiude con la voce del grande maestro del teatro mondiale Eugenio Barba. Qual è il suo monito?

La presenza di Barba ha una sua ragione specifica nell’economia del libro. Da un lato lo status di maestro lo volevo mettere in evidenza, dall’altro però manca un pezzo che lo avrebbe consegnato ancor più alla sua già grande statura di uomo di teatro. Originariamente le due ali del libro, in apertura e chiusura, avrebbero dovuto essere consegnate alle interviste a Peter Brook e appunto a Barba. Purtroppo, Brook è scomparso durante il work in progress del libro e la figlia, Irina, contattata all’indomani della morte del padre, non si è sentita di raccontare ciò che le avevo chiesto: di dire qual era l’eredità che lasciava alle nuove generazioni Brook. Dunque, il libro è come un quadro scorniciato da un lato. Immagino che ora sia il lettore a tenere in piedi quella parte che non c’è. Reinventandola di volta in volta con le sue riflessioni.

Fabio Francione – giornalista e scrittore, collabora con “Il Cittadino” e “Alias”, inserto culturale de “il manifesto”. È curatore di numerose pubblicazioni di argomento teatrale, nonché autore di diversi contributi apparsi in atti di convegni e riviste di settore; ha inoltre ideato e curato la mostra e il relativo catalogo Paolo Grassi… senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione, Milano 2019 tenutasi al Piccolo di Milano in occasione del centenario di Paolo Grassi.

Le divine della Belle Epoque

La Bella Otero, Lina Cavalieri, Coco Chanel, Marie Curie, Eleonora Duse, Franca Florio, Mata Hari, Maria Montessori, tra le tantissime altre. In qual misura contribuirono a creare la “più affascinante delle illusioni”?

Nel nostro immaginario la Belle Epoque porta alla mente feste, frivolezza, euforia, ma in realtà non è stato così.
Il protagonista del periodo è stato il progresso, che ha investito tutti i campi, come ho scritto “uomini e donne videro le prime automobili, i dirigibili attraversare i cieli, i grandi transatlantici solcare gli oceani e, novità sorprendente, era sufficiente un click per avere le case illuminate.”
Accanto a questo aspetto ho cercato di raccontare un’epoca attraverso alcune delle donne più rappresentative del periodo. L’emancipazione femminile, la regolamentazione delle leggi sul lavoro e il suffragio universale erano temi all’ordine del giorno. Ho narrato la vita di regine, attrici, ballerine, scienziate e nobildonne, perché nei periodi di grande fluidità sociale il desiderio di affermazione cresce. Per questo credo che con la loro tenacia siano riuscite a dare un esempio e a rendersi protagoniste “della più affasciante delle illusioni”.

Antonio Gaudí, Peter Carl Fabergé, Alexandre Gustave Eiffel. Qual è la ragione sottesa allo spazio che dedica agli uomini che indirizzarono la stagione della Belle Époque?

Il testo è nato in seguito all’invito di un’amica soprano, Angelica Cirillo, a scrivere un testo adatto a raccontare la Belle Epoque che si sposasse con un concerto. Musica, parole e moda, visto il coinvolgimento di Barbara Borsotto, direttrice artistica del Museo della Moda di Sanremo, e titolare della Maison DAPHNÉ. Il mio impegno è stato quello di creare un testo breve, che toccasse gli aspetti più significativi del periodo e per questo è stato giusto dare spazio ai grandi protagonisti anche maschili. La genialità e il talento non hanno genere.

La dedica del volume recita: ”A tutte le donne emancipate, forti e intelligenti che gettarono le basi per le rivendicazioni dei diritti di tutte le donne”. E’ ancora dura la salita?

La dedica molto significativa è stata data da Barbara Borsotto che ha ideato un foulard, una linea di maglie e un profumo ispirato alle parole del libro.
Pensiamo che le conquiste nel giro di un secolo siano state impressionanti e le generazioni di oggi debbano essere grate ai sacrifici e alle battaglie di tante donne coraggiose, di ogni estrazione sociale.
Certo ci sono ancora disparità, ma i traguardi raggiunti devono dare il giusto ottimismo, soprattutto alle nuove generazioni.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate.
Quale messaggio ci offrono?

Ho raccontato donne dalla personalità marcata e seducente, come Mata Hari e la Bella Otero, dal talento fuori dal comune, come Coco Chanel ed Eleonora Duse, dalla genialità straordinaria, come Marie Curie, dal coraggio di Matilde Serao. Il messaggio che ho voluto lanciare è di credere nelle proprie potenzialità, nel progresso. La parola che ha usato lei, Giusy, inarrendevolezza, racchiude in un solo vocabolo l’essenza del libro! Le ultime pagine sono dedicate alle riflessioni, perché il piccolo libro taccuino possa essere personalizzato.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi e i ruoli stereotipati delle donne, mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere. La sua storia personale può documentare ostacoli dovuti alla sperequazione di genere?

Penso che ogni donna abbia affrontato il pregiudizio. Quanta fatica per affermare ciò che desideriamo essere!
Sono laureata in giurisprudenza, ho lavorato nel campo assicurativo, ho un passato tra ufficio, baby sitter, conciliazione dei tempi di lavoro. Sono una delle tante donne che ad un certo punto ha detto basta. Sono ripartita dall’università e mi sono specializzata nel campo del diritto del lavoro, con particolare attenzione alla storia della legislazione del lavoro femminile. Il diritto del lavoro è lo specchio dei tempi, in continua e necessaria evoluzione. Se ho avuto ostacoli? Si purtroppo. Mi sono sentita dire: sua figlia ha un mese, è grande, può tornare a lavorare a tempo pieno. Vorrei che mia figlia, che oggi ha diciotto anni, non dovesse sentire una frase del genere.

Raffaella Ranise si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Genova. Ha collaborato alla cattedra di Diritto del lavoro della stessa Università presso il polo imperiese. Da alcuni anni si dedica alla scrittura. Ha pubblicato, insieme a Giuseppina Tripodi, Rita Levi-Montalcini: aggiungere vita ai giorni (Longanesi) e, per Marsilio, Noi un punto nell’universo. Storia semplice dell’astronomia (con la collaborazione di Francesca Matteucci) e I Romanov. Storia di una dinastia tra luci e ombre.

L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana

La “Garzantina della radio” edita nel 2003 ed il suo “L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana”: è possibile stabilire un confronto?
La Garzantina è un’opera di indiscusso valore ma è aggiornata al 2003, presenta in ordine alfabetico trasmissioni, personaggi radiofonici e questioni tecniche in ordine alfabetico. I miei due volumi seguono invece un ordine cronologico dall’inizio del ‘900 (i primi esperimenti di Guglielmo Marconi, la nascita dell’Araldo Telefonico e dell’Unione Radiofonica Italiana, l’Uri, l’antenata della Rai) fino al 2022 con gli attuali 14 canali della Rai ai quali si aggiungono una ventina di network nazionali privati ed innumerevoli radio locali e webradio. E’ una storia d’Italia (si parla anche di eventi politici e di cronaca, nonché di costume) attraverso le trasmissioni, i conduttori, i registi, gli autori che hanno caratterizzato la storia della radiofonia italiana: da Maria Luisa Boncompagni (la prima annunciatrice della radio italiana) a Luca Barbarossa (a parer mio il miglior speaker radiofonico attuale), passando per Nunzio Filogamo, Nicolò Carosio, Silvio Gigli, Corrado, Mike Bongiorno, Sergio Zavoli, Alberto Sordi, Enzo Tortora (tutte persone che poi passeranno in televisione, ma quasi tutti i grandi dello spettacolo hanno iniziato con la radio). Il primo volume ha inizio con l’Italia giolittiana e i primi esperimenti di Marconi, passando per la radio di Mussolini e per quella dell’immediato secondo dopoguerra e degli anni ’50 del secolo scorso. Una radio culturale, pedagogica, ma anche di intrattenimento (non a caso nasce in questo periodo il Festival di Sanremo che originariamente era una trasmissione radiofonica). Botta e risposta, il Giornale Radio, Tutto il calcio minuto per minuto, Ciak, Sorella Radio ed altre trasmissioni entrate nella storia.
Il secondo volume di apre con la radio degli anni ’60 ed arriva fino ai nostri giorni (con il ritorno in radio di Renzo Arbore e di Fiorello). Erroneamente data per morta con l’avvento della televisione, la radio non solo resiste (negli anni ’50 la tv non è ancora presente nelle case di tutti gli italiani) ma ha un rilancio grazie ad illuminati dirigenti come Leone Piccioni, Luciano Rispoli e Maurizio Riganti. Nascono trasmissioni come Bandiera gialla, Per voi giovani, Supersonic, Popoff, Gran varietà, La corrida, Batto quattro, Il gambero, Hit parade, Dischi caldi, Alto gradimento, Chiamate Roma 3131. Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Paolo Giaccio, Mario Luzzatto Fegiz, Andrea Camilleri, Maurizio Costanzo, Paolo Limiti, Enrica Bonaccorti, Mina sono fra i protagonisti della radio degli anni ’60 e ’70. Con la seconda metà degli anni ’70 nascono le prime radio libere, il monopolio Rai (già in parte interrotto da Radio Montecarlo e Radio Capodistria) finisce, il pubblico giovanile si sposta sulle emittenti private, la Rai mantiene i propri ascolti grazie all’informazione (settore nel quale nessuna emittente privata è mai riuscita, e mai riuscirà, a battere la Rai), per recuperare l’azienda radiofonica di Stato fa nascere due canali in stereofonia (Raistereo1, Raistereo2) e Raistereonotte, proprio mentre stanno per nascere i grandi network privata, la radio degli anni ’80 non era mai stata analizzata a livello storico. Infine analizzo sempre attraverso eventi politici e di costume, le trasmissioni e i conduttori della radio degli ultimi trent’anni. La radio è stata ancora una volta erroneamente data per morta con l’avvento di internet, ma invece ha saputo rinnovarsi ed adeguarsi ai tempi: il Dab, lo streaming, i podcast, l’interazione con i social, la radiovisione. Tutto questo ha fatto si che oggi questo media, ormai centenario, viva un momento felicissimo.
Da dieci anni lei conduce la trasmissione “Stile italiano”, la storia della canzone italiana raccontata dai suoi protagonisti: quanto, oggi, l’ascolto della radio può agevolare la conoscenza musicale?
La radio ha sempre contribuito al successo dei brani musicali, e in parte ancora ha questa funzione. In merito alla conoscenza musicale esistono trasmissioni che fanno conoscere la storia della canzone italiana: Il mio Stile italiano, pur avendo intervistato quasi tutti i grandi che hanno fatto la storia della canzone italiana è piccola cosa rispetto ad alcuni programmi di Radio Rai, purtroppo non tutti i network privati hanno questo obiettivo e preferiscono adeguarsi alle nuove tendenze musicali trascurando la storia e la conoscenza della musica del passato.
La radio ha segnato i tempi della storia, ha comunicato per prima vicende di portata epocale. La radio del nuovo millennio: la nascita di Gr parlamento, di Isoradio, Radio3 Classica: quali sono gli effetti dei media sulla politica e sul costume italiano?
Si è passati da un unico canale radiofonico strumento del potere politico durante gli anni del fascismo, ad un’offerta variegata sia a livello informativo che di generi radiofonici. Per diversi anni ho collaborato con la rivista Millecanali, nata negli anni ’70, allora era un’utopia arrivare a mille canali radiofonici. Oggi fra radio pubblica, network privati, radio locali, webradio, radio straniere, e grazie alla rete, l’ascoltatore può avere centinaia di migliaia di alternative ed un’offerta variegata. Sono tantissimi gli eventi di portata epocale annunciati in anteprima dalla radio, basti pensare all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, al comunicato di Titta Arista (speaker dell’allora Giornale Radio) che annunciava le dimissioni di Mussolini e la nomina del Maresciallo Pietro Badoglio, alla fine della seconda guerra mondiale (annunciata da Corrado). E, ancora, tanto per citare alcuni eventi del secondo dopoguerra: il rapimento e l’assassino di Aldo Moro, le stragi di Via Capaci e via D’Amelio, il crollo delle torri gemelle e la recente invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. Molti eventi di cronaca, morti di personaggi nazionali e internazionali le abbiamo apprese ascoltando la radio, quando ancora non c’erano i telefonini e la rete.
La radio pubblica italiana nel 2024 festeggerà il proprio centenario: c’è un filo rosso che lega la sua storia, quantunque i naturali cambiamenti?
Il filo rosso è senz’altro la compagnia che ha la radio ha fatto (e fa) alle persone, oltre ad informare, istruire e dettare tendenze musicali. E’ cambiato il modo di ascoltare la radio e sono cambiati gli stessi apparecchi riceventi: si è passati dai radioloni dell’inizio della prima metà del secolo scorso davanti ai quali la famiglia si radunava per ascoltare le trasmissioni, ai transistor, alle autoradio, alla radio ascoltata tramite i cellulari o il pc, è cambiato il modo di fruirla ma la radio è sempre una grande amica.
Lei ripercorre la quasi centenaria storia della radio italiana attraverso i suoi conduttori, i programmi che ne hanno fatto la storia, le canzoni lanciate dalla radio, i funzionari con uno sguardo interno: ci regala un ricordo?
I ricordi e gli aneddoti sono tantissimi sia personali, sia dei personaggi radiofonici intervistati, ne cito uno inerente Gran varietà una delle trasmissioni più longeve della storia di Radio Rai. Gran varietà era uno show radiofonico in onda la domenica mattina, basato sull’alternanza di sketch comici e canzoni, che ebbe come conduttori personaggi del calibro di Jonny Dorelli, Walter Chiari, Mina, Raffaella Carrà ed altri, con la partecipazione di tutti gli attori e cantanti oggi entrati nella storia dello spettacolo italiano. Diventò un rito ascoltare la trasmissione in attesa del pranzo in famiglia e con il pensiero rivolto al pubblico in diretta “dall’Auditorium A di via Asiago in Roma”. Salvo poi scoprire, anni dopo, io tramite le mie ricerche storiche, altri, come il prof. Umberto Broccoli (autore della prefazione), Michele Mirabella e lo stesso Luca Barbarossa, lavorando in Rai, che il pubblico in sala non c’era. La trasmissione era infatti registrata a blocchi, il geniale regista Federico Sanguigni inseguiva le star e faceva recitare la loro parte di fronte a un registratore, nei luoghi più impensati (in treno, nel bagno del camerino ecc. ecc.). Poi, a Roma, montava tutto con gli applausi, sbobinando e incollando centinaia di metri di nastro… La radio è anche questo…

Massimo Emanuelli
Docente e speaker radiofonico, da oltre 30 anni conduce la trasmissione radiofonica L’angolo della scuola, da dieci anni conduce anche la trasmissione Stile italiano, la storia della canzone italiana raccontata dai suoi protagonisti. È l’organizzatore del Premio Gigi Vesigna (intitolato alla memoria dello storico direttore di Tv Sorrisi e Canzoni) che ogni anno premia un personaggio del mondo dello spettacolo.

L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana. Vol. 1

Diari di viaggio. I racconti di viaggio di Melville per la prima volta integralmente in italiano

“Le luci della strada viste dall’alto si accendono nel colmo della malinconia. Un’immagine del genere si potrebbe vedere dalla loro finestra, se uno dei due potesse sciogliersi dall’abbraccio, accostarsi al davanzale e odorare una parte intera dell’estate.” Henri Meschonnic adopera “il tradurre” , Georges Mounin usa le locuzioni activité traduisante oppure opération traduisante. Ebbene, come si disambigua il termine “traduzione”?
Ho una certa difficoltà a cercare una definizione del tradurre. Certamente, è un’operazione infinita e destinata all’insuccesso, nel senso che non possiamo mai riportare interamente un testo da una lingua all’altra. Lungi, però, dall’essere un limite, questa mancanza apre spazi a possibili arricchimenti ermeneutici. Tradurre, confrontarsi, perdersi e ritrovarsi. Dal fallimento alla vittoria. Sicuramente, nel processo traduttivo si evince quanto afferma Meschonnic, ovvero “all’identità non si arriva se non attraverso l’alterità”. Credo che il grande traduttore sia colui il quale nella sconfitta trionfa svelando altro. Infine, la vita è traduzione. Il “naufragio dell’esistenza”, di cui parlava il filosofo K. Jaspers, ci porta sulle spiagge assolate del silenzio, proprio come la parola poetica naufraga sempre davanti alle sponde del silenzio-limite: da qui, ogni ri-velazione è possibile.
Nella rappresentazione contemporanea della figura traduttiva, è stata fortemente voluta anche dagli organi istituzionali l’introduzione della codifica di mediatore. Lei ha tradotto i racconti di viaggio di Melville. Ritiene di essere dotato esclusivamente di un talento traduttivo linguistico o di essere anche un mediatore culturale?
Se ho avuto talento lo lascio dire ad altri! Posso affermare che prima di tradurre ho riletto le opere maggiori di Melville, quindi nella “trasformazione” in italiano delle sue lettere mi sono immerso non solo nei ricordi di un uomo, ma ho anche viaggiato in un secolo differente dal mio. La mediazione culturale l’ha prodotta il testo, io semmai l’ho accompagnata, vivendola. Aggiungerei un dettaglio: i confini tra testo e traduttore, quando si affronta un grande autore quale appunto Melville, reclamano sicuramente la conoscenza di due culture e di un bagaglio tecnico, ma è, infine, il testo ad avere la meglio perché ne diventiamo parte, ne siamo assorbiti. Il lettore, l’ultimo a completare la traduzione, con la sua “presenza in scena”, completa il rapporto trinitario di mediazione e di rivelazione. Questa traduzione mi ha cambiato, è stata simile a una seduta psicanalitica, mi ha portato in un luogo sconosciuto da cui ho compreso che ogni mediazione è possibile se si trova già nell’altro qualcosa di nostro. Penso al famoso simbolo bianco e nero dello yin e dello yian, il tao.
I diari di viaggio di Herman Melville palesano al lettore ricordi, percezioni ed esperienze basilari per intendere la biografia irrequieta di uno dei più grandi scrittori del Novecento. Crepe, interstizi di assurdo che compromettono il linguaggio medesimo. Quali sono le peculiarità della narrazione di Melville?
La cosa più sorprendente, in un testo non destinato alla pubblicazione, e quindi plausibilmente più spontaneo e libero, è stato registrare una scrittura incredibilmente accurata, proprio come per un romanzo da pubblicare. Ciò che Melville racconta produce un grande impatto emotivo. Mi sono trovato spesso “accanto a lui”, come se fossi un suo compagno di viaggio. Se c’è un tratto nella sua scrittura è certamente la potenza nell’evocare energie interiori sconosciute o poco nitide. Alcune crisi interiori dello scrittore sono diventate mie, certi pensieri del sottoscritto li ho ritrovati fra epistole dal profondissimo tratto lirico. In Moby Dick scrive: “O natura, o spirito dell’uomo! Quanto sono inesprimibili le analogie che vi legano! Non il più piccolo atomo si agita o vive nella materia senza avere il suo bel duplicato nella mente.”- l’energia della sua narrativa, così terrestre, produce nella mente echi straordinari.
I diari sono accompagnati da un’introduzione che ne illustra la figura storica ed artistica dalle prime lettere giovanili sino alla corrispondenza del 1850. A suo avviso quanto incidono le specificità storiche sulle tipicità linguistiche?
Incidono, eccome, ma non per i motivi che potremmo pensare. Non si tratta infatti di registrare un “semeion”, un segno, o l’atmosfera di un’epoca all’interno di un testo. Ciò che colpisce è realizzare quanto quel mondo sia presente in noi, valichi i confini spaziotemporali, ci parli dell’oggi. I grandi romanzi, le grandi scritture non sono mai nel passato, ma nel presente e nel futuro. Ci raccontano del domani.
Lei ha scelto di tradurre i racconti di viaggio di Melville. Ci racconta un aneddoto legato proprio alla scelta?
Difficile sceglierne uno in particolare. Posso dire, in assoluta sincerità, che alla fine è stato Melville a tradurmi. Oggi avverto una nostalgia di quella scrittura, e credo lui mi manchi come manca un vecchio amico che non si vede da parecchio tempo. Penso che dovrò riprendere qualche suo testo per tradurlo e incontralo di nuovo! Quando, dopo parecchie ore di lavoro, spegnevo il computer e mi dedicavo ad altro – per esempio fare una passeggiata – andavo in giro avendo addosso l’odore dei deserti intorno Gerusalemme, da lui frequentati, o guardavo la mia città con gli occhi stanchi per l’intenso bagliore delle Piramidi, così incredibilmente descritte. Se non è magia questa, non so cosa altro lo sia.

Andrea Comincini, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica all’University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Helm-Everett Fellow presso la Indiana University. Ha pubblicato: Itinerari filosofico-letterari, Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, con prefazione di Valerio Evangelisti e con un contributo di Andrea Camilleri; Voci dalla Resistenza, una collezione di testimonianze sulla vita dei partigiani; L’anima e il mattatoio (poesie);Le ragioni di una congiura, ancora su Sacco e Vanzetti; La persuasione e la retorica di C. Michelstaedter, edizione critica.; Nefes. Piccolo trattato sull’esistenza infranta (Tangram edizioni scientifiche). Ha tradotto e curato vari testi di letteratura angloamericana (Fitzgerald, Bennett, Melville) collabora con varie riviste filosofiche e letterarie.

Atlante dantesco. I luoghi di Dante e della Divina Commedia

L’Italia fra il Duecento e il Trecento, da Firenze alle città, ai castelli e ai paesi dell’esilio, fino ai luoghi vivacemente descritti d’Inferno, Purgatorio e Paradiso: quello di Dante è un itinerario reale o letterario?
“In Atlante dantesco” racconto i luoghi reali e quelli immaginari. La Firenze medioevale, un mondo ormai sommerso, ma all’epoca molto sanguigno e vitale: violento ma anche percorso da grandi forze creatrici, dall’arte alla filosofia e alla teologia. Quella di Dante era una Firenze internazionale, se consideriamo che le banche fiorentine si erano largamente diffuse in Europa, nel Nord Africa, nel Vicino Oriente, e che il fiorino d’oro, al valuta pregiata di Firenze, era un po’ come l’euro o il dollaro di oggi, veniva cambiato ovunque.
Il percorso che traccia si avvia dai luoghi reali vissuti o attraversati da Dante nel corso della sua vita, snodandosi da Firenze alle colline toscane e romagnole, da Bologna a Verona e a Ravenna.
Il suo Atlante dantesco si potrebbe seguire anche come una guida di viaggio?

Il libro si può leggere come un romanzo o consultare come una guida di viaggio. È un affresco sul medioevo e sul mondo di Dante, raccontato attraverso i luoghi, gli amici, le passioni, la letteratura. Ma è anche un libro storico-geografico sull’Italia di ieri e su quella di oggi, in comparazione. Vi sono riportati gli itinerari percorsi da Dante, i suoi viaggi, i suoi soggiorni, tutto ciò che ha visto e raccontato. Perciò può essere utilizzato per ripetere quegli stessi itinerari sulle sue orme. Alcune cose non esistono può, altre sono cambiate, altre ancora sono quasi come allora.
Le descrizioni delle località e dei territori d’Italia sono minuziosamente descritti, creando spazi davvero affascinanti.
Li ha effettivamente visitati?

Sono stato in quasi tutti, e il fascino rimane: solo l’idea che Dante sia passato per quei luoghi, che si sia soffermato a osservarli coi propri occhi, mette in moto l’immaginazione. Basti pensare che ogni anno milioni di turisti provenienti da tutto il mondo giungono a Firenze anche solo per provare l’emozione di calcare lo stesso suolo calpestato dai suoi calzari. Firenze, Venezia, Padova, Treviso, Verona, Bologna, Ravenna, Forlì, Milano, Pisa, Lucca, Siena, Roma, Napoli, il Casentino (Poppi, Romena e Porciano), la Lunigiana, il Mugello, San Benedetto in Alpe, San Godenzo, San Gimignano, Fiorenzuola di Focara, Brisighella, Pomposa, il Polesine, le Valli di Comacchio. La Consuma e il passo dell’Ommorto, l’Orrido di Botri, le cascate dell’Acquacheta, Fonte Avellana, il Castello di Fosdinovo, la Rocca di Gradara, Giovagallo, Castelnuovo Magra. L’elenco è sterminato. E poi i tre regni immaginari, Inferno, Purgatorio e Paradiso, descritti però con una tale precisione di dettagli e vividezza da renderli tangibili, perfino riconoscibili.
L’itinerario che tesse sulle orme del sommo Poeta è notevolmente denso anche per quanto attiene la Firenze medievale. Quali sono le ragioni per le quali è tutt’oggi poco conosciuta?
La Firenze medioevale è stata sommersa, come dicevo, da quella rinascimentale e dagli stravolgimenti delle epoche successive: ai tempi di Dante il Duomo era in costruzione, e così il Palazzo Vecchio e Santa Maria Novella, insomma era una Firenze del tutto diversa, il cui cuore erano il Battistero, che è più o meno quello che vediamo ora, e la Badia Fiorentina. Le numerose torri che svettavano sulla città, simbolo delle famiglie e delle faide caratterizzanti la sua epoca, sono state abbattute nei secoli o inglobate in edifici più tardi. Ne restano in piedi ancora parecchie, molte suggestive, che trovate descritte e raccontate nel mio libro e che potete ammirare: basta saperle individuare, cosa niente affatto semplice, se non avete con voi una guida adeguata.
Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi danteschi.
In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Viaggiare nello spazio fisico e geografico si accompagna sempre a un viaggiare dell’anima, a un misurarsi con sé stessi. Perciò, raccontare le peregrinazioni di Dante è al tempo stesso un confrontarsi con il mistero dell’uomo e della sua anima, e prima ancora ovviamente con sé stessi. Il viaggio va affrontato, a mio giudizio, non come sfida ma con occhi incantati, con la capacità di accogliere ciò che ci viene incontro, perennemente mossi dalla curiosità e dal desiderio di “entrare” nelle cose in profondità, sempre con lo spirito del viandante, dell’ospite. Ovviamente senza mai mettere da parte la prudenza. Quello che racconto nel mio libro è un viaggio che, una volta concluso, ti induce a ripeterlo da capo. Non vi dirò pertanto “buon viaggio”, ma “buon ritorno”.

Gianluca Barbera collabora con le pagine culturali de “il Giornale”. Ha lavorato per anni in campo editoriale e ha pubblicato racconti su riviste e in antologie, oltre a diversi romanzi, tra cui ricordiamo Magellano (2018) e Marco Polo (2019), entrambi editi da Castelvecchi e vincitori di numerosi premi. Per Solferino ha scritto Il viaggio dei viaggi (2020) e Mediterraneo (2021). I suoi libri sono tradotti in varie lingue.

Girl. L’universo femminile nella vita e nelle canzoni dei Beatles

Cynthia e Yoko, Jane e Linda, Michelle e Lucy in the Sky, Pattie e Olivia, Dear Prudence, Maureen e Barbara Bach, ma anche Astrid, May Pang, Nancy Andrews, Francie Schwartz, Heather Mills e Polythene Pam, Julia Stanley e Mary McCartney e tante altre, fino a Nancy Shevell, attuale moglie di Paul.
Ai Beatles per raggiungere la perfetta armonia e completare un universo altrimenti pieno solo a metà sono state necessarie le donne?

“Per l’altra metà del cielo” è la sfavillante dedica che Lennon inserirà come incipit al brano Woman, contenuto nel suo ultimo album, che è un’ode alla sua donna, ma probabilmente a tutte le donne del mondo.
L’evoluzione dei Beatles nel modo di guardare e rapportarsi alle donne è uno degli aspetti più importanti del mio nuovo libro. Bisogna tener presente che loro venivano da un ambiente tutt’altro che moderno o emancipato, la Liverpool del dopoguerra e del decennio successivo, quando la donna veniva identificata con la figura materna, la casalinga che la sera aspettava a casa il marito, oppure con le irraggiungibili dive di Hollywood che ti guardavano dai poster della tua cameretta – quasi sempre Brigitte Bardot. Di lì a poco, i quattro si trovarono catapultati – prima ancora di compiere vent’anni – nei malfamati quartieri a luci rosse di Amburgo, dove fecero una dura gavetta e dove sdoganarono tante cose, tra cui il sesso.
Nelle loro prime canzoni i personaggi femminili sono perlopiù semplici destinatari di dichiarazioni d’amore adolescenziali; presto però si trasformeranno in figure più complesse, alcune dal fascino letterario, come Eleanor Rigby o Girl. In sintesi, nel giro di qualche anno la visione beatlesiana del femminile evolverà verso una concezione più moderna, fino ad arrivare al femminismo rivoluzionario di canzoni come Woman is the nigger of the world. Va aggiunto che, tra le donne da te citate, ci sono mogli, amanti, compagne e altro ancora, ma la perfetta armonia verrà raggiunta solo con alcune e non subito. Uno dei capitoli del libro si intitola “Il club delle prime mogli”: va precisato che ho incluso anche la fidanzata storica di Paul, Jane Asher, con la quale però ruppe proprio alla vigilia del matrimonio e quindi non ha mai sposato. Queste “prime mogli”, tutte inglesi, lasciarono il posto a quelle con cui i Quattro avrebbero, stavolta davvero, completato il proprio universo: Yoko per Lennon, Linda per McCartney, Olivia per Harrison e Barbara Bach per Ringo. Curiosità: nessuna di loro era inglese!
Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio della musica dei Beatles, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica, forse, nella prima fase del consumismo?
Mi verrebbe da citare la celebre – e abusata – All you need is love, in questi tempi in cui sembra proprio che imperversi tutto tranne che l’amore; ma in verità, come nelle grandi opere d’arte, nelle canzoni dei Beatles ci trovi qualsiasi cosa e individuare un unico messaggio è un’operazione riduttiva.
Come in un gran calderone, a cominciare dai primi testi ingenui si arriva fino alle liriche universali o esistenziali, passando per storie inventate per raccontare la quotidianità della gente comune e per tematiche insite nella cultura e nella religione orientale.
Quanto al capitalismo e al consumismo, è la stessa vecchia storia applicabile a qualunque campo artistico: nel caso specifico, vieni dalla classe operaia del nord dell’Inghilterra e sei trasgressivo e arrabbiato, ma finirai con lo svenderti per arrivare al successo e, se ti va bene, solo dopo riuscirai a rivendicare il tuo credo; in sintesi, è ciò che ha fatto soprattutto Lennon nell’arco della sua esistenza. Ecco, mi piace pensare ai Beatles come una spina nel fianco dell’establishment, sebbene inizialmente fossero stati nascosti ad arte dietro una facciata perbenistica. A tal proposito, si pensi allo sberleffo di un ventenne Lennon che, davanti alla Regina, chiese ai reali di applaudirlo con il tintinnio dei loro gioielli. Erano ben sessant’anni fa!
Le groupies che entrano dalla finestra del bagno e la Pretty Nurse crocerossina di Penny Lane; eppure, emerge il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile. Il femminile declinato dai Beatles come speranza, illusione?
Ad entrare dalla finestra del bagno di casa McCartney non fu una groupie, quelle erano donne di tutt’altro genere che cercavano ben altro. Ad intrufolarsi tramite una scala nel giardino fu invece un gruppo di ragazzine – delle fan all’ennesima potenza – che piantonavano gli studi di registrazione e stazionavano davanti alle abitazioni nel tentativo di avere un autografo, di scattare una polaroid o anche solo di ottenere uno sguardo da uno dei loro idoli. Si pensi che rubarono magliette, pantaloni e fotografie e lasciarono al loro posto i gioielli e un quadro di Magritte.
La Pretty Nurse di Penny Lane, così come Lady Madonna o Lovely Rita, erano personaggi inventati per raccontare il quotidiano trascorrere dei giorni – nel caso di Lady Madonna si trattava dei problemi economici che assillano tutti i comuni mortali: quadretti della vita di ogni giorno di gente comune impegnata nel tran tran quotidiano, a volte impregnato di smarrimento e altre volte di un triste senso di vuoto, come capita a tutti. Emblematica è la storia dipinta in She’s leaving home, la ragazzina che non va d’accordo con i genitori e scappa di casa, tratta da un episodio realmente accaduto.
In altre occasioni, sì, la donna si trasforma in un simbolo di speranza, in un qualcosa di salvifico, una figura grazie alla quale crescere e migliorarsi (si vedano per esempio Don’t let me down, Something, Maybe I’m amazed o la già citata Woman) o in cui rifugiarsi (come in Let it be o Help!).
Da Girl e Eleanor Rigby: dove inzia la realtà e finisce la fantasia di testi impressi nella memoria collettiva?
Come capita spesso ad ogni artista che si rispetti, i personaggi inventati allo scopo di scrivere una canzone si intrecciano con riferimenti a persone realmente esistite e conosciute. Se Dear Prudence, che hai citato prima, è una persona reale utilizzata per scrivere una canzone stupenda, Eleanor Rigby è l’emblema della solitudine, è una sorta di poesia su una persona anziana che non ha più legami di parentela né di amicizia, che ormai vive nella sagrestia della Chiesa in cui raccoglie il riso dopo i matrimoni che lei non ha mai avuto e dove un giorno morirà dimenticata da tutti. È una figura che deriva dalle vecchiette a cui McCartney, da ragazzino, a volte tagliava l’erba o sbrigava piccole faccende per incrementare la paghetta. E curiosamente, oggi quell’emblema della solitudine ha una statua a Liverpool che non trova un attimo di pace perché è assediata dai fans a ogni ora del giorno! Girl, frutto della folle genialità di un Lennon poco più che ventenne, è invece una ragazza un po’ frivola, che l’autore ci descrive partendo da una canzone d’amore semplice solo in apparenza, che termina tra citazioni bibliche e spunti critici sulla religione cattolica: la ragazza è un po’ superficiale, e allora lui finisce per chiederle “tu che fai di tutto per farmi sentire un idiota davanti agli amici, ma te lo hanno mai spiegato che per arrivare al piacere bisogna prima soffrire? Ti sei mai chiesta cosa vuol dire che un uomo deve spaccarsi la schiena per meritarsi anche un solo giorno tranquillo?”. Il riferimento è al concetto cattolico secondo cui per star bene bisogna prima soffrire… e mentre il cantante si chiede il perché di tutto ciò, un ineffabile coro ripete Tit tit tit, cioè tette tette tette…
Ci racconta un aneddoto che rievoca con particolare nostalgia legato alla fruizione delle canzoni dei Beatles?
Qui la frase “colonna sonora della vita”, seppur assai trita, calza a pennello. I 45 giri – rigorosamente quelli lenti – infilati nel mangiadischi per ballare alle feste al buio o in riva al mare e poi colpiti con un furtivo calcetto per farli ripartire “automaticamente” in modo da durare di più (non per nulla, uno dei più gettonati era Hey Jude con quel suo lungo finale). E le ore trascorse a spulciare tra gli scaffali dei negozi di dischi alla ricerca della rarità… Sono tutte cose che oggi non esistono più e che i ragazzi dell’epoca digitale faticano persino a comprendere. Per fortuna però, anche per loro esistono ancora i Beatles.

Vincenzo Oliva da oltre mezzo secolo appassionato di musica e collezionista di dischi e libri dei Beatles (ma non solo), dice di essere scrittore solo per hobby e per passione, e intanto ha già pubblicato i seguenti volumi:
Paul McCartney – dischi e misteri dopo i Beatles, con Russino e Guffanti, Editori Riuniti, 2003
Help! Tutte le canzoni e gli album che i Beatles hanno realizzato con altri musicisti, Gremese, 2011
You may say I’m a dreamer, con Riccardo Russino, Arcana, 2014
Let it be – il concerto sul tetto e le sessioni della discordia, Tempesta Editore, 2018
John Lennon – canzoni, storia e traduzioni, con Riccardo Russino, Diarkos, 2020
Girl – l’universo femminile nella vita e nelle canzoni dei Beatles, Tempesta Editore, 2022

Amarsi. Seduzione e desiderio nel Rinascimento

Nell’Italia del Quattro e Cinquecento va in scena il gioco della seduzione. Erotismo è innanzi tutto gioco tra chi tenta di ottenere qualcosa e si espone, laddove l’altro si allontana. E’ indubitabile che si invita in tal modo il partner a concedere il suo corpo, ad essere il suo stesso corpo e ad offrirsi, non quale mera ed inconsapevole carne ma in quanto corporeità abitata da un individuo che è libertà.
Quanto deve l’erotismo al senso di curiosità, ossia al fascino sperimentato nei confronti di un corpo che non è il proprio, alla promessa di una coincidenza, interiore ed esteriore, con l’altro?

Nel nostro libro si parla di erotismo e di seduzione. Il testo si incentra proprio sul processo seduttivo che caratterizza il Rinascimento. Abbiamo seguito un percorso fatto da cinque tappe: guardarsi, privarsi, toccarsi, baciarsi, fare l’amore. La stessa letteratura ellenistica parlava di queste varie tappe, che poi sono state riprese nel Rinascimento a partire da Lorenzo de’ Medici in un suo canto per il Carnevale.
Lì la corporeità è un importante elemento di seduzione. Nel Rinascimento si vuole riproporre un modello che ha le sue basi nella classicità greca, nella tradizione dell’antica Grecia, dove il corpo era un valore, corpo inteso come immagine, come segno di coraggio e bellezza. La corporeità si riscopre dopo il Medioevo, dove era stata estremamente celata. La corporeità di cui noi parliamo nel nostro libro ha dimensioni diverse,perché la seduzione non è unicamente legata alla corporeità strettamente in senso fisico,ma anche ad altre dimensioni. Quindi, dall’abbigliamento con le donne che si vestono,acconciano i loro capelli in modo particolare come segno di seduzione,guardano al loro abbigliamento in modo raffinato, legato ai vari sensi al percorso che abbiamo identificato.
Quindi la vista, il tatto, il gusto, l’olfatto sono tutti elementi che portano all’attrazione, perché seduzione è appunto attrarre a sé. Ma il nostro libro parla anche di amarsi,che significa non solo capacità di sedurre, ma anche di lasciarsi andare, di lasciarsi percorrere dall’altro, di entrare in contatto con l’intimità dell’altro. Quello che abbiamo descritto, dunque, riguarda anche questo incontro con l’altro, questa unione tra soggetti diversi, che possono essere uomini con donne, dunque amori eterosessuali, ma anche di uomini che si innamorano di altri uomini, dunque amori omosessuali e anche di donne che si innamorano di altre donne.
Palazzi, piazze, alcove vibrano di un nuovo modo di amarsi e di concepire il desiderio. L’arte erotica rinascimentale palesa sia la prossimità e la vicinanza alla frenesia, all’eccitazione ed al desiderio di possesso fisico, sia la capacità di trattenersi, di rinunciare al possesso reale in favore dell’immaginazione.
Tale sublimazione possiede lo scopo di distaccarsi dalla sessualità oppure intende purificarne certi aspetti risultanti maggiormente difficoltosi, facendosi in tal modo arte, pura utopia?

Il nostro libro pone l’accento sull’amore passionale, che nasce dall’attrazione, dalla seduzione che coinvolge la corporeità, ma vuole anche superare un dibattito tra l’amore profano, cioè amore legato ai sensi, e amore sacro, cioè amore che ha elementi di sublimazione, di contatto con la dimensione divina.
C’è un superamento di questa dicotomia, di cui parla anche Tullia d’Aragona, chiamata anche “cortigiana onesta”; precedentemente, si utilizzava quest’espressione per delineare donne che erano disponibili sessualmente sotto prestazioni in denaro, e che grazie a tali azioni avevano raggiunto delle posizioni sociali anche elevate.
Dunque, grazie alla loro professione di meretrici, godevano di grande liquidità e potevano comprarsi dimore sfarzose. Molto spesso capitava che fossero donne molto intelligenti, come Tullia d’Aragona, che seducevano non solo con la loro corporeità ma anche con la loro cultura. Tullia suonava il liuto, cantava divinamente, sapeva anche scrivere, era una filosofa. Nella sua opera pubblicata nel 1547 denominata “Infinità d’amore”, parla con Benedetto Varchi su cosa sia l’amore.
In un passaggio presente nel nostro libro, lei definisce l’amore fatto da due ragioni: una disonesta e l’altra onesta.
Il disonesto è proprio degli uomini volgari e plebei, cioè di quegli uomini che hanno un animo basso e vile e sono senza virtù e gentilezza, qualunque essi siano, di piccolo o grande lignaggio, volti solo a goder della cosa amata. Il suo fine non è altro che quello degli animali bruti, cioè di avere solo piacere senza curare più oltre.
L’amore onesto, proprio degli uomini nobili, chiunque essi siano, cioè poveri o ricchi, non è generato dal desiderio, ma dalla ragione, che ha per suo fine il trasformarsi nella cosa amata, tal che di due diventino uno solo. Per Tullia, appunto, il fine ultimo dell’amore, non è concepito come per Marsilio o come Giovanni Pico della Mirandola come unione mistica, bensì il fine è la compenetrazione tra corpo e spirito, che può portare anche a vette spirituali elevate,ma non prescinde mai dalla corporeità degli amanti. Una simile compenetrazione è sempre frutto del rapporto terreno tra amante e amato, cioè quella reciprocità dell’amarsi.
Nelle relazioni fra donne e uomini, in quelle omoerotiche, tra ceti diversi, la rivoluzione amorosa del Rinascimento cambia per sempre la società.
Il sesso e la sessualità, per rottura di livello ontologico, restano una forza di natura più o meno incerta, ovvero un tabù da censurare implacabilmente?

Bisogna distinguere tra ‘400 e ‘500, soprattutto nei primi decenni del ‘500, si verifica l’apoteosi di questa licenza sessuale, di questa apertura, anche riguardo la raffigurazione dell’amore, di questo percorso, del momento del guardarsi, del parlarsi, toccarsi, baciarsi, fare l’amore.
Ci sarà un momento, quando Pietro Aretino scrive i suoi sonetti e li illustra, illustrerà i vari modi di fare l’amore, le varie posizioni esplicite, erotiche, trasgressive, e questo libro è stato dato alla stampa, ma nel momento in cui è stato dato alla stampa c’è stata la paura da parte sopratutto delle autorità religiose che questo potesse avere una divulgazione molto ampia.
In seguito vedremo che ci sarà la Controriforma, con un periodo dove sarà presente una grande condanna della sessualità.
Le ninfe avvenenti di Botticelli, le opulente e discinte matrone di Tiziano, gli dèi lussuriosi, come il possente Marte che, pur vincitore di mille battaglie, soccombe alla bellezza di Venere.
L’uomo finito, centrato su se stesso, si sente spinto ad unirsi a qualcosa d’altro ed a rischiare così di perdersi negli altri, nella “comunità carnale”.
Il sentimento erotico preludente alla voluttà in qual misura ritiene che sia intrinsecamente associato alla finitezza a cui è destinato l’individuo?

Quando si parla di eros, bisogna sempre pensare ad una relazione dove si incontrano contraddizioni,ambivalenze,la paura del perdersi nell’altro,di essere abbandonati.
Ci sono sempre questi chiaroscuri,quindi abbiamo da una parte la finitezza e dall’altra l’eternità. Finitezza: il legame può essere anche di brevissima durata, passione momentanea, succedeva anche all’epoca, con donne sposate che si invaghivano di giovani, come si parla nella novella di Piccolomini sui due amanti. Per finitezza si intende anche unione, cioè che da due si diventa uno oppure quattro (amore generativo), come fatto riferimento con Tullia d’Aragona. L’amore è conoscenza e trasformazione di sé,ma anche forza creatrice. Pensiamo all’amore come capacità di creazione, pensiamo ai dipinti del Botticelli ispirati all’amore e alla passione, a quelli del Michelangelo. Possiamo anche pensare all’amore che vive Properzia de Rossi, primissima scultrice bolognese che secondo il Vasari avrebbe avuto un amore non corrisposto nei confronti di Antonio Galeazzo Malvasia. Grazie a questa lacerazione che lei vive, realizza questo grandissimo bassorilievo,
“Giuseppe e la moglie di Putifarre”, che si trova ancora oggi nella chiesa di San Petronio. Questo bassorilievo è arrivato fino a noi, finitezza, dunque, ma anche eternità.
Professoressa Greco, l’Apoxyómenos di Lisippo, datato al 340-330 a.C.; gli altorilievi dell’India orientale, raffiguranti molteplici posizioni sessuali; l’innumerevole arte ceramica greca del periodo arcaico con scene esplicite di pederastia ma anche i peni in erezione, collocati all’entrata di ville e dimore patrizie.
Perché è così difficoltoso avvicinarsi ai costumi, agli usi ed alle consuetudini delle trascorse civiltà che, soventemente, trattano l’erotismo e la sessualità con una buona dose d’umorismo?

Come mai è così difficile confrontarsi con le altre culture? Bisogna dire che nel nostro libro c’è un invito al lettore..la richiesta di immedesimarsi nel Rinascimento, con la consapevolezza però che è un epoca diversa dalla nostra.
Spesso ci fanno questa domanda: perché occuparsi del passato? Ci sono delle analogie con il presente? Sì, ci sono delle analogie, trovate attraverso indagini sociologiche sull’amore. Quello che avviene oggi è lo stesso di quello che avveniva agli antipodi, cioè nel Rinascimento. Oggi gli amori iniziano grazie a piattaforme digitali, ma le tappe dell’incontro sono le stesse che avvenivamo nel Rinascimento, cioè guardarsi, anche con una piccola foto che si vede nel proprio profilo; poi, si inizia a parlare scambiando le prime mail, è un incontro che avviene mediante lo scambio di pensieri e anche di poesie e poi lentamente dal guardarsi si incomincia ad uscire dall’ambito virtuale per poi arrivare al reale, ci si conosce e possono seguire dei momenti dove ci si sfiora, ci si tocca.
Ci sono elementi in cui oggi ci riconosciamo, però è fondamentale sforzarsi di entrare in un’altra epoca che non è la nostra, questo è il nostro invito. Ci sono tanti quadri, poesie, che portiamo degli autori dell’epoca, quindi un scivolare lentamente in un’altra epoca, che ha altri modi di vedere. Questo è molto importante, anche perché, solo conoscendo bene il passato, possiamo capire il nostro presente, ma anche perché si fa lo sforzo di conoscere sfaccettature diverse dalle nostre, si fa lo sforzo di comprendere la diversità storica delle nostre società ed interazioni.
Ciò al giorno d’oggi è un problema, perché cerchiamo sempre la banalizzazione, la semplificazione, ridurre con poche formule il nostro mondo. Però, se ci sforzassimo di vedere le peculiarità del passato, potremmo vedere tante cose, come anche il cambiamento del ruolo della donna nel Rinascimento, salvo alcune eccezioni, ci sono tantissime donne che sono estremamente soggiogate alla cultura patriarcale, relegate al ruolo di mogli e di madri e che quindi non hanno la possibilità di scoprire tutti gli ambiti della propria capacità di seduzione; questo ci fa diventare consapevoli di cosa abbiamo acquisito e che si può anche facilmente perdere, come ben sappiamo.
Lo stesso discorso è applicabile riguardo gli amori omosessuali. Come sappiamo, c’era stata un’apertura nel Rinascimento, ma poi c’è stata una grandissima condanna di questi legami amorosi, che oggi lentamente stanno emergendo, questo ci fa comprendere il nostro percorso, le nostre battaglie, le nostre conquiste.

Silvana Greco
Ha conseguito il dottorato di ricerca in sociologia all’Università di Milano e ottenuto l’abilitazione a professore in sociologia alla Technische Universität Dresden. Dopo aver insegnato in prestigiose università italiane, dal 2013 è docente di Sociologia del giudaismo presso la Freie Universität Berlin. È autrice di una sessantina di pubblicazioni sulla sociologia della cultura, dell’arte, dell’ebraismo. Tra i suoi volumi: Il Rinascimento parla ebraico (con G. Busi, 2019); Cibo, identità culturale e religione. Tra antico e contemporaneo (con G. Busi, C. Lambrugo, G. Curatola, M. Albanese, 2016); L’amicizia nell’età adulta. Legami d’intimità e traiettorie di vita (con P. Rebughini, M. Ghisleni, 2012). È Vicepresidente della Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio e curatrice di mostre d’arte.