L’amore per gli animali. Come la relazione con le altre specie ci ha cambiato

Il tema zoomorfo è senz’altro pervasivo.
E’ possibile pensare ad un orientamento elettivo dell’essere umano verso le altre specie?

Nel mio libro affronto il tema del desiderio nell’essere umano partendo da un’impostazione teologica. Come ho scritto nel libro Le radici del desiderio (Apeiron, 2021) le nostre passioni e i nostri orientamenti sono guidati da tendenze di base che sono presenti nella nostra specie, come la propensione a raccogliere, ad accudire, a imitare, a collaborare. Come il gatto è richiamato dal movimento e ama rincorrere, così l’essere umano è attratto dalle icone (per esempio: un fiore o una conchiglia) e ama raccogliere. Queste tendenze sono alla base delle nostre azioni e dei nostri giochi, sono come predicati verbali che ci caratterizzano e che ci calamitano verso certe cose che ritroviamo nel mondo. Di fronte a un cucciolo la nostra tendenza ad accudire – in etologia si chiama motivazione epimeletica – viene fortemente sollecitata dalle sue forme infantili, come la fronte bombata, gli occhi grandi e il muso schiacciato – ciò che viene definito baby schema – per cui proviamo tenerezza e voglia di adottare e proteggere. Gran parte del nostro rapporto con gli animali è sostenuto dalla motivazione epimeletica che nell’essere umano è molto forte; potremmo dire che è una tendenza spiccata, come nel gatto la motivazione predatoria che rende irresistibile tutto ciò che si muove. Ho dedicato nel mio libro un intero capitolo a questa disposizione perché sta alla base del processo di domesticazione: l’uomo non ha adottato cuccioli di altre specie per poterli sfruttare, perché questa possibilità è venuta di conseguenza, ma perché coinvolto da un punto di vista parentale, come dimostrano le pratiche di materane – ossia di allattamento al seno di cuccioli – ancora presenti in altre popolazioni. Ma nel mio libro ho parlato anche di altre motivazioni, come la tendenza mimetica che ci porta a sognare davanti al volo degli uccelli e immaginare di poter librare anche noi nell’aria o di subire il fascino dei rituali di corteggiamento degli animali e assumerli nella danza. Alla fine possiamo scoprire che l’interesse verso gli animali è unacaratteristica fondamentale dell’umanità, che non va assolutamente banalizzata. Io la paragono all’utilizzo della pietra scheggiata e del fuoco, vale a dire un fondamento umano.

Quali sono le ragioni che rendono l’essere umano fortemente disposto a fornire cure parentali agli animali?
Questa domanda ci porta a riflettere sulla storia dell’evoluzione umana, che sappiamo essere stata caratterizzata da due grandi rivoluzioni morfologiche: l’andatura bipede e l’ingrandimento del neurocranio. Sappiamo che per prima cosa si è strutturato il bipedismo, già presente negli australopitechi circa 4 milioni di anni fa. Il bipedismo produce un rimodernamento complessivo della struttura scheletrica con formazione del piede, modificazione a esse della colonna vertebrale, foro occipitale centrato, modificazione delle ossa del bacino, ridefinizione delle lunghezze degli arti anteriori e posteriori. Indubbiamente la liberazione delle mani dal compito locomotorio, più altri fattori, ha contribuito a premiare lo sviluppo del neurocranio. Tuttavia c’è un problema: il rapporto del volume della testa del feto e la larghezza del canale del parto. Occorre evitare le distocie, per cui si sceglie la strada del parto prematuro, quando le ossa craniche non sono ancora saldate e il volume ancora ridotto. Se paragoniamo un cucciolo umano a uno di scimpanzé, il nostro cugino più prossimo, rileviamo importanti differenze: 1) il volume encefalico del neonato umano è circa il 20% di quello dell’adulto mentre nello scimpanzé è il 50%; 2) nel nostro cucciolo le ossa craniche non sono ancora saldate, mentre nello scimpanzé lo sono; 3) le capacità di coordinamento motorio nell’essere umano sono molto scarse, al punto che il neonato fa fatica persino a tenere su la testa, mentre così non è per lo scimpanzé. Ne consegue che l’essere umano si presenta al mondo in una condizione più immatura, potremmo dire neotenica, rispetto allo scimpanzé, per cui parliamo di esogestazione ossia di un finissaggio di gestazione all’esterno attraverso un accudimento molto speciale. Cosa significa questo e come s’inserisce nella nostra tendenza all’accudimento di altre specie? E’ presto detto. Se in una specie si rafforza il bisogno di accudimento nel cucciolo deve necessariamente, pena l’estinzione, svilupparsi anche nel genitore la propensione a fornire cure parentali: si tratta, cioè, di due caratteristiche che devono coevolvere nella specie. D’altro canto una propensione epimeletica rende più sensibili alle richieste di accudimento, ma – come ha scritto magnificamente Konrad Lorenz – i cuccioli dei mammiferi hanno caratteristiche comuni, il già citato baby schema, questo produce l’adozione transpecifica.
Posto che l’antispecismo sia, dunque, fondamentalmente, politico e non osservabile da una prospettiva astrattamente morale, la questione animale è l’aspetto indispensabile di ogni presupposto di trasformazione dell’esistente?

Il nostro rapporto con le altre specie risente di diversi fattori, che hanno a che fare con tutte le variabili dell’esistenza umana, per cui non possiamo meravigliarci se muta nel tempo, nelle diverse forme culturali, nelle geografie, nelle strutture sociali ed economiche. Persino la tecnologia ha una ricaduta sul modo di trattare gli animali, spesso per la semplice ragione che un dispositivo tecnologico va a sostituire la prestazione precedentemente assolta dall’animale. La forza motrice, per esempio, è stata sostituita dalle macchine e non è azzardato pensare che presto le biotecnologie sostituiranno l’utilizzo alimentare degli animali. Di certo, osserviamo che lo sfruttamento intensivo degli utili secoli ricalca il modello economico e produttivo della rivoluzione industriale, che ha sostituito il modello economico rurale. Nello stesso tempo sappiamo che il mattatoio industriale, diverso da quello tradizionale o dalle macellazioni private, strutturato come sequenza di smontaggio del corpo dell’animale, ha ispirato la catena di montaggio, semplicemente modificando il verso della sequenza. C’è pertanto un duplice rapporto tra animale e macchine, non perché cartesianamente l’animale sia un automa, ma perché il modo di pensare alla macchina da parte dell’uomo ha sempre seguito l’ispirazione della conformazione strutturale e performativa dell’animale. Di certo l’economia influenza il nostro rapporto con le altre specie, ma anche la consuetudine sociale e l’educazione. Oggi le persone vivono in città e hanno scarsi rapporti con la natura nelle sue caratteristiche globali, per cui anche il modo di pensare l’alterità ha subito un’influenza: le persone sono più sensibili alla sofferenza animale ma, nello stesso tempo, più negligenti rispetto all’estinzione delle specie e alla compromissione delle popolazioni dovute alla distruzione del loro habitat. La società rurale, per esempio, era meno attenta alla senzienza animale ma ci teneva di più alla presenza animale e quindi più sensibile da un punto di vista ecologico. Vivere in mezzo a tanti animali accresceva la capacità di riconoscere e accettare la loro diversità comportamentale, mentre oggi si rischia l’antropomorfizzazione. In altre parole sono molti i fattori sociali che entrano in questo argomento e non basta la riflessione etica.
Quanto incidono la deriva tecnologica e la crisi ambientale in atto ad ampliare il divario che ci separa dagli animali?
C’è un divario che va colmato, soprattutto nelle nuove generazioni che, immerse costantemente nella dimensione digitale, hanno perduto contatto con la realtà naturale. Non si tratta solo di una perdita di conoscenze, ma di legame affettivo, perché sappiamo che non si tratta solo di conoscere in modo freddo le caratteristiche degli animali bensì di contrarre un legame affettivo precoce durante la crescita. Abbiamo cioè bisogno di una nuova educazione sentimentale che ricolleghi la prossemica affettiva del bambino alla realtà naturale. In caso contrario egli magari non farà nulla di male agli animali in modo diretto m sarà indifferente alla loro sparizione dovuta a scelte economiche e sociali che erodano la loro nicchia di vita. Il rapporto con le altre specie è stato fondamentale per la storia dell’umanità e temo che questo nuovo innamoramento per le macchine e gli oggetti sarà fonte di problemi per le persone perché ci disabituerà alle relazioni e tenderemo sempre di più a considerare gli altri, anche il nostro prossimo umano, come oggetti da possedere e da usare. L’empatia è una caratteristica della nostra natura che, però, richiede esercizio, ma l’allenamento indotto da computer, smartphone o oggettivistica varia non va certo nella direzione della reciprocità relazionale. Vedo, in effetti, un incrinarsi delle capacità relazionali delle persone e una pericolosa e progressiva deriva narcisistica negli individui, disabituati alla gestione della frustrazione e alla dialettica interattiva, che viceversa stanno alla base delle capacità conviviali. Penso che la relazione con gli animali ci abbia aiutato a sviluppare doti di empatia più robuste, perché comunque ci si doveva confrontare con la loro diversità, e tutto questo ora rischiamo di perderlo.
«Gli animali in quanto tali, e non le proiezioni che li hanno trasformati in maschere per una nuova commedia dell’arte, sono di fatto scomparsi dal nostro orizzonte e dai nostri interessi. Non li vediamo, non li conosciamo, non proviamo più stupore […] oggi di questo è utile parlare, perché credo che le conseguenze saranno gravi».
Può motivare questa sua asserzione?

Quando guardo le persone che portano a spasso il loro cane dentro un passeggino o trattano il gatto come se fosse un peluche mi rattristo perché mi rendo conto che questo rapporto così prezioso sta progressivamente degenerando e gli animali rischiano di diventare dei surrogati deprivati della loro stessa anima animale. Si vuole il gatto ma non la felicità, si adotta un cane pensando a un bambino e tutto questo è molto triste. Aristotele sosteneva che la meraviglia è la qualità più importante dell’essere umano, il motore del suo interrogarsi sul mondo, del suo filosofare. Ecco, temo che stiamo perdendo questo modo sentimentale di guardare l’orizzonte, rimanendo chiusi all’internodella stanza degli specchi dei nostri dispositivi elettronici. E se è vero, come ho sostenuto in tutto il libro, che l’essere umano si alimenta e si è sempre alimentato alla fonte della biodiversità, che la sua creatività non è mai stata solipsistica, bensì sempre dialogica e che le altre specie sono state per noi delle epifanie, cioè delle ispirazioni, beh, allora, è evidente che questo divorzio lo pagheremo nel tempo a caro prezzo.

Roberto Marchesini è filosofo e studioso della relazione tra l’essere umano e le altre specie. Autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della filosofia, dell’etologia e della zooantropologia, tiene conferenze in tutto il mondo sulla prospettiva postumanista. È direttore della rivista «Animal Studies» e della Scuola d’interazione uomo-animale. Ha pubblicato, tra gli altri, La fabbrica delle chimere (Bollati Boringhieri, 1999), Post-Human (Bollati Boringhieri, 2002), Tecnosfera (Castelvecchi, 2017). I suoi lavori sono tradotti in numerose lingue. Nel 2018, la casa editrice Routledge ha pubblicato The Philosophical Ethology of Roberto Marchesini, una raccolta dei suoi lavori più significativi.

Generato e non creato. Mistica e filosofia della nascita: la maternità surrogata e il futuro dell’umanità

La maternità surrogata origina un insolito connubio tra ‘tecnologia’ e ‘carnalità’ in cui accrescere della prima determina lo scindersi e il diradarsi della seconda.
Cos’è di fatto la maternità surrogata?

La maternità surrogata è innanzitutto un’idea. Quella seconda la quale tra la donna che genera e gesta un bambino e il bambino che viene gestato nel grembo di questa donna per nove mesi, vi possa non essere un legame materno-filiale. Perchè la madre, stando al modo di pensare che ha prodotto il concetto di maternità surrogata, non è colei che genera e gesta il bimbo, ma è colei, colui o anche coloro che “si sentono” madre del bambino e quindi rivendicano il diritto a vedersi riconosciuto questo titolo dal contesto giuridico e sociale in cui vivono. La maternità surrogata, di fatto, ma anche in teoria, è un termine, un concetto, un’idea, abbastanza delirante. Per quanto riguarda invece la pratica dell’utero in affitto, la situazione è più complessa, perché non vi è solo un modo di praticare la surrogazione, ma ve ne sono diversi. Però l’aspetto più importante non è tanto il come, ma il cosa.
Si attribuisce a tre figure femminili ciò che nella generazione avviene nel corpo dell’unica madre. Con la maternità surrogata si appalta anche il “materno” alla tecnologia?
In realtà le figure possono essere anche più di tre. Se poi si considerano tutti i soggetti che intervengono nel processo è possibile vedere chiaramente che la maternità surrogata è una vera e propria forma di riproduzione comunitaria. Si pensi solo ai medici, agli avvocati, ai mediatori culturali, alle almeno due donne coinvolte, di cui una dona gli ovuli e l’altra porta avanti la gravidanza. Io naturalmente ho provato a spiegare che la maternità surrogata non è qualcosa che abbia a che fare con gli sviluppi della tecnologia applicati all’ambito della riproduzione, anche, ma non in primo luogo, è invece, una prassi che segnala una grande involuzione culturale. Nelle civiltà antiche, come quella mesopotamica, questa prassi, per esempio, era già presente. Si pensi alla storia di Sara e Agar, la moglie del patriarca Abramo e la sua schiava, che ci viene raccontata nel libro della Genesi. L’elemento più importante da cogliere in ciò, a mio avviso, è soprattutto giuridico, filosofico e culturale. Infatti, questa pratica è propria di contesti culturali e antropologici in cui è presente la schiavitù. Il corpo della schiava è visto come un’estensione del corpo della padrona. Per questo la committente può rivendicare la maternità del figlio, perché in fondo la persona della gestante è un mero “mezzo”: uno strumento funzionale alla produzione di un bimbo. Ora però, in un contesto culturale in cui la schivitù e sdoganata, e si può pensare al corpo di una donna come ad uno strumento di riproduzione, anche la dignità del bambino come persona, e la stessa dignità dei committenti, è qualcosa di assolutamente arbitrario e precario. La mia tesi è che invece nell’unicità del rapporto con l’origine di ognuno, cioè nel rapporto materno-filiale, che è un rapporto esclusivo, si gioca la dignità “unica” e inviolabile di ogni uomo e donna. Noi siamo persone, inalienabili e irripetibili, perché siamo figli. Perché, in un certo senso, siamo generati e non creati.
I piani di lettura del fenomeno di supplenza di maternità sono davvero ampi. Lei compie un’indagine transdisciplinare basata sul principio della: “convergenza filosofica”. Quali sono gli ambiti scientifico-disciplinari che si intersecano?
Io sono filosofo, per cui la prospettiva è naturalmente filosofica. Ma la filosofia è un approccio critico che si nutre di tanti punti di vista. Convergenza filosofica è un concetto che ho creato per tentare di spiegare che oggi una vera sintesi dei saperi può avvenire solo se tutti i settori scientifico-disciplinari si adoperano per approfondire il proprio statuto ontologico, cioè la specificità dell’approccio al reale che rappresentano, pensando la realtà di cui si occupano nel modo che gli è proprio, ma allo stesso tempo imparando a pensare che quel modo è “un modo” di intendere la realtà. Convergenza filosofica è uno strumento che ci aiuta ad aver chiaro il fatto che la vita è oltre i modi in cui la interpretiamo o la organizziamo intellettualmente. Tutte le discipline sono evocate nel testo. Perché nel testo c’è una vera e propria teoria della razionalità umana sviluppata a partire dall’evento della nascita. Dalla biologia alla psicologia, dalla filosofia al diritto, dalla linguistica alla teologia, passando per l’economia e la politologia, naturalmente.
La maternità surrogata viene considerata come un paradigma cruciale per decifrare i mutamenti radicali che avvengono su scala globale. Perché ritiene che proprio la maternità surrogata sia un’utile cartina di tornasole?
Perché la maternità surrogata è un fenomeno che riguarda il rapporto originario, quello tra l’Io e l’Origine. Ciò che si interpone tra l’Io e l’Origine è ciò che noi chiamiamo “Mondo”. Per questo nel modo in cui viviamo il rapporto originario si gioca il nostro modo di fare mondo, cioè di costruire la cultura: il contesto giuridico, linguistico, tecnologico, simbolico che abitiamo. La maternità surrogata, se letta attentamente, è un fatto che ci impone una riflessione antropologia radicale sul nostro tempo, in cui il mondo che stiamo creando è un mondo che nega la propria relatività e contingenza, cioè la propria dipendenza originaria dal rapporto originario, e si pensa come un “assoluto”. Qualcosa di alieno ad ogni principio di relazione.
Le sue pagine denunciano un granitico ottimismo. Cosa risponde a coloro che individuano nella maternità surrogata una deflagrazione della differenza tra persone e cose?
Questi ultimi due mesi li ho passati in Ucraina, paese che conoscevo bene per i miei studi sulla maternità surrogata e nel quale sono tornato come corrispondente di guerra e analista. Io non sono un ottimista, sono un realista, quindi non vedo né il bicchiere mezzo pieno né mezzo vuoto. Vedo il bicchiere, e vedo l’acqua, i livelli cambiano, ma l’acqua e il bicchiere restano lì. Non mi spaventa la guerra, né la maternità surrogata, ma mi spaventa la stupidità umana (che è il tema del mio primo libro), cioè la tendenza ad assolutizzare prospettive limitate, egoiche, egocentriche. Il rapporto originario segnala un’origine che è mistero, cioè qualcosa che è più grande del mondo, filosoficamente inteso, allora ecco che in qualunque modo si mettano al mondo i bambini, questi resteranno, in ogni caso, segno e coscienza di un mistero originario che trascende le forme culturali, la tecnica e i deliri giuridici di un determinato “sistema-mondo”. L’uomo resta più grande delle sue ossessioni e dei propri deliri di onnipotenza, resta “coscienza di un mistero” che è il mistero della vita. Essere nati è fare esperienza di quell’assoluta gratuità che precede e trascende ogni nostro tentativo di controllo paranoico e di gestione compulsiva dell’esistenza. Il mio ottimismo, se così vogliamo chiamarlo, nasce da questa certezza: la vita è più grande dei nostri schemi e delle nostre tecniche. Un bambino che nasce per maternità surrogata ha un’origine ferita, ma ha comunque un’origine che è mistero e che lo rende mistero a se stesso. Questo carattere misterico della vita umana è ciò che ci rende davvero liberi.

Simone Tropea
Laureato in Filosofia, si è specializzato in Bioetica ed Etica delle Tecnologie girovagando per l’Europa. La sua vita oggi si divide soprattutto tra Roma e Madrid. Collabora con diverse università italiane e straniere ed è giornalista scientifico dal 2016 oltre che corrispondente dall’Ucraina per Avvenire.

L’idioma del sale

“Ci vuole più Poesia!”: in un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?
In qualunque tempo storico la poesia si pone come un’urgenza di essenzialità. Dialogare con sé stessi e quindi con l’Altro per eccellenza, anche metafisicamente parlando, gettare ponti con ciò che sembra essere radicalmente inaccessibile, è sempre uno scandalo, necessario per sentirsi riaprire alla possibilità di essere uomo. L’uomo è un crocevia di fragilità, contraddizioni, conflittualità, rinascita e armonia. Oggi spesso la poesia e tutta la sua cultura umana di profondità e vertigine, vive in uno spazio di nicchia, a volte inascoltata o relegata ai margini, altre volte osannata nella forma, ma non praticata nella sostanza. Questa posizione però non è una cosa negativa in generale per la poesia credo, né lo è mai stata in passato, anche quando è stata perseguitata o combattuta apertamente rispetto al modo indiretto, dissacrante e nichilistico della cultura contemporanea, perché prima di tutto con lo scrivere e esprimersi in poesia il fine è quello di far nascere un colloquio nella propria interiorità e metterla in relazione con il mondo. Ci si può esprimere poeticamente, anche senza trovare vie di comunicazione o consenso esterno, anche con il silenzio, anche scrivendo una poesia e custodendola nel cassetto, anche nella distanza i segni trovano la loro via di significato insomma. Ci vuole sempre più Poesia, comprendere che ne siamo attorniati, è ovunque anche quando non sembra esserci, quando tutto sembra svanire la sua luce di costruzione balena dagli abissi e dal cuore dell’uomo. Un piccolo verso di una poesia è un antidoto contro qualunque forma di nichilismo, un seme di speranza gettato su terreni inariditi. La bellezza della semplicità e la sua forza. Un gracile fiore che si fa strada nei deserti.
Lei scrive versi che narrano quasi d’una atemporalità, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge. La vita umana vive una costante condizione di anonimato?
Quando scrivo il mio impegno è il disimpegno, il mio spazio è il foglio bianco, il mio tempo quello del cuore e dell’interiorità. Nonostante questo, ciò che sembra provenire da una atemporalità è testimone e testimonianza di questo tempo storico, che a volte sembra descriversi e porsi come da una dimensione anti-storica o in una cristallizzazione alla fine della storia, oltre la possibilità del cambiamento, quindi in un certo senso narriamo la stessa simbologia della fine o di un nuovo inizio, quella della coscienza nel mio caso. L’uomo è un nessuno, la poesia il suo tutto. L’umanità è costruita attraverso la poesia, la cultura e la bellezza. Come nella caverna del ciclope Ulisse si salva dalla visione monoculare, violenta di chi vede le cose a una dimensione, con la brutalità della semplificazione e del pregiudizio, diventando un nessuno, facendosi assorbire e salvare dalle molteplici possibilità del linguaggio. L’assoluto è anonimo, nessun nome può nominarlo compiutamente, quindi sarebbe una condizione ideale se anche l’essere umano diventasse anonimo a sé stesso, e seguisse il flusso miracoloso delle parole che diventano vita, storia, speranza, poesia.
Qual è il ruolo dell’immaginazione nel percepire chi è ignoto e vestirlo di realtà?
Nella vita come nella scrittura i simboli sono vestiti con cui dare forma alla tua immaginazione. I simboli sono porte che ti fanno andare oltre le apparenze verso l’essenza o anche oltre l’essenza nel labirinto delle apparenze. Però mi piace pensarla come diceva Fellini niente si sa, tutto si immagina, quindi è l’immaginazione che veste la realtà per mostrare che tutto ci è ignoto e intimo allo stesso tempo. Non c’è una sola realtà, questa è la realtà. Tutto è assoluto, niente è relativo, un canto onirico. Tutto è sogno, tangibile e concreto, etereo e poetico. A dire il vero non lo so, non so rispondere a questa come alle altre domande in modo certo e senza dubbi, ecco perché l’immaginazione mi permette di creare una bussola con cui navigare nell’ignoto e nella scala di grigi della realtà, che si assomigliano sempre di più, più li guardiamo attentamente.
La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?
La logica della poesia è esprimere la creativa follia che ci abita, il mistero di cui partecipiamo assieme alle altre persone e alle altre cose che sono venute al mondo, alla ricerca di un’illuminazione, una risposta, un’emozione autentica in piena libertà. Mi pare di essere ligio alle regole della grammatica e della sintassi, ovviamente in un verso che è irrimediabilmente ermetico, criptico, simbolico, molto spesso a mia insaputa e contro la mia volontà razionale che nello scrivere viene meno, e che quindi è tutt’altro che prosastico nel comunicare, ossia si attiene alle norme del linguaggio, però per trasgredire quelle del senso comune. Volendo comunicare non una narrazione o una storia, ma la storia di una folgorazione, di un cuore che si spalanca verso la vita, che assume l’abito della poesia, le norme vengono plasmate spontaneamente come mezzi per questo fine, sublime, pieno di sentimento. La poesia è il sale della terra e dell’umanità, l’idioma del sale, quindi è l’essenza che pone le fondamenta della civiltà, della cultura e di conseguenza di quelle norme non-scritte che dal sottosuolo regolano tutto questo, quindi in un certo senso in poesia ci si può permettere di “riscrivere” le regole per spostare un po’ più in là i confini del senso e dei significati possibili. Un cuore ha bisogno di nuovi orizzonti, di più spazio a volte, per pulsare tutto il suo sentire.

Emanuele Martinuzzi
Si laurea a Firenze in Filosofia. Precedenti pubblicazioni poetiche: “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” (Carmignani editrice, 2015) “Di grazia cronica – elegie sul tempo (Carmignani editrice, 2016) “Spiragli” (Ensemble, 2018) “Storie incompiute” (Porto Seguro, 2019), “Notturna gloria” (Robin edizioni, 2021), “l’idioma del sale” (Nulla Die, 2022). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ha partecipato al progetto “Parole di pietra” che vede scolpita su pietra serena una sua poesia e affissa in mostra permanente nel territorio della Sambuca Pistoiese assieme a quelle di numerosi artisti.

LA METÀ DEL DOPPIOCura, traduzione e postfazione di Giovanni Barone

“Le luci della strada viste dall’alto si accendono nel colmo della malinconia. Un’immagine del genere si potrebbe vedere dalla loro finestra, se uno dei due potesse sciogliersi dall’abbraccio, accostarsi al davanzale e odorare una parte intera dell’estate.” Henri Meschonnic adopera “il tradurre” , Georges Mounin usa le locuzioni activité traduisante oppure opération traduisante. Ebbene, come si disambigua il termine “traduzione”?
È un periodo questo, ed è bene che sia così, in cui si dibatte molto sulla traduzione letteraria e sul ruolo del traduttore. Ci sono convegni internazionali e nazionali, pubblicazioni, focus dedicati nei più importanti Saloni del Libro, da noi come in altre parti d’Europa e del mondo. La consapevolezza che ho io del mio fare traduzione è -per rispondere alla sua domanda- una opération traduisante. ma non nel senso secco del termine, in un significato più complesso. Chiarisco subito che sono un traduttore indipendente e che sono io a proporre l’autore e la traduzione del suo lavoro alla casa editrice. L’autore lo scelgo in base ai miei gusti letterari e non esulo quasi mai dall’area latino-americana per la forte passione che mi lega a quelle letterature. Soltanto in un caso ho tradotto un’autrice spagnola. Poiché mi piace fare anche un’operazione di scouting, propongo soprattutto autori non ancora conosciuti dai lettori italiani. Detto questo, il mio fare traduzione prevede una conoscenza approfondita dell’autore sul quale sto lavorando, di tutta la sua produzione e -se non c’è possibilità di una conoscenza personale- conoscere la sua vita in ogni suo dettaglio: formazione culturale, contesto familiare e sociale, letture e autori di culto, famiglia ecc. Per me tutto ciò è importante perché la traduzione letteraria non è una questione tecnica, non devo soltanto “dire le stesse cose con altre parole”, ma devo rispettare e restituire linguaggi altri, per esempio la velocità di narrazione, la forza o la leggerezza della voce narrante, le emozioni che trapassano nel linguaggio, quando ci sono, le tipologie di lessico che usa l’autore, i suoi repertori con tutte le differenziazioni. Questo e molto altro ancora lo posso ottenere soltanto se conosco profondamente l’autore, se conosco la sua storia e la sua cultura. Anche perché nella traduzione letteraria può avvenire che certe parole o certi riferimenti devono essere cambiati o soppressi. Soltanto se io traduttore sento il mio autore come doppio, come parte altra di me stesso (e qui mi rifaccio all’idea della traduzione che ha lo scrittore Tommaso Pincio), lo sento insomma in qualche modo intimamente connesso, posso operare modifiche o sostituzioni così come le farebbe lui, senza dover tradire o prevaricare il suo testo. Una opération traduisante dunque -almeno nel mio casoparticolarmente intima e che tocca anche versanti extra-linguistici.
Nella rappresentazione contemporanea della figura traduttiva, è stata fortemente voluta anche dagli organi istituzionali l’introduzione della codifica di mediatore. Lei ha tradotto “La metà del doppio”. Ritiene di essere dotato esclusivamente di un talento traduttivo linguistico o di essere anche un mediatore culturale?
Credo di poter rispondere: entrambe le cose. Non posso negare di possedere certe capacità traduttive conoscendo la lingua spagnola e alcune sue varianti da oltre quarant’anni e conoscendo molti testi della letteratura ispano-americana, critica letteraria compresa. Ma certamente la codifica di mediatore la ritengo essenziale. L’opera letteraria ha un valore in sé ma è frutto di una cultura (nazionale e non solo letteraria) così come lo è l’autore di quell’opera. Chi traduce non restituisce soltanto il portato linguistico dell’opera ma deve tenere in conto il contesto culturale nel quale quell’autore si è formato e nel quale è nato il suo lavoro, come accennavo anche nella risposta precedente. D’altra parte, come si dice, la traduzione è un ponte tra due lingue e tra due culture.
Piani temporali scomposti, crepe, “interstizi di assurdo” che compromettono il linguaggio medesimo. Quali sono le peculiarità della narrazione di Fernando Bermúdez?
Bermúdez ci propone un tipo di scrittura colta e a più livelli sovrapposti. È complessa se pretendiamo di ricostruire tutti i riferimenti e le citazioni che l’autore si riserva di non esplicitare. Ma è pienamente fruibile da tutti anche se non sappiamo che in un certo passo di un certo racconto si sta citando, per esempio, una descrizione di Juan José Saer, o si riprende un espediente narrativo di Macedonio Fernández a sua volta utilizzato da Ricardo Piglia, o si sta rendendo un omaggio a Italo Calvino. Voglio dire che il piano di fruizione immediata della sua narrazione scorre senza difficoltà, pur con tutta l’intertestualità e con gli interstizi di assurdo di cui parlava Borges, ma questa è una caratteristica della letteratura fantastica. Il primo racconto, Mezzanotte passata, gioca sull’alternanza di piani temporali, ma non credo che ciò possa costituire una difficoltà per il lettore. Piuttosto possono sfuggire gli elementi di “ritorno del rimosso” che lì sono presenti e che solo una lettura di tipo freudiano è in grado di cogliere. Comunque lo stesso Bermúdez, in un collegamento in videoconferenza da Stoccolma organizzato dalla cas editrice Spartaco, ha ribadito che ci sono piani di significati e di riferimenti nella sua scrittura che -se vengono percepiti- bene. Altrimenti la narrazione fluisce senza intaccare minimamente ciò che l’autore vuole comunicare.
Borges, Cortázar, Arlt, Horacio Quiroga, Macedonio Fernández, Silvina Ocampo, Manuel Puig ed Alan Pauls: la letteratura sudamericana è costellata di sperimentazioni talvolta eccentriche. A suo avviso quanto incidono le specificità storiche fra riverberi di colonizzazione e strascichi di decolonizzazione, anni di dittatura e le tipicità linguistiche quali l’infinità di dialetti che si distacca dalla lingua nazionale?
I nomi che lei elenca, soprattutto i primi, sono dei monumenti della letteratura mondiale, e molti altri se ne potrebbero aggiungere. Trovo che un elemento che andrebbe ancora approfondito dagli studiosi di Storia delle letterature sia questa unicità della letteratura argentina che -a pochi decenni dall’indipendenza del paesedà i natali ad autori di altissimo profilo letterario. Certo, c’è un prima e un dopo Borges: prima di lui i circoli letterari riprendevano ancora i fervori e i dibattiti dell’epoca della colonizzazione e la lingua e la cultura peninsulare continuavano ad essere precisi punti di riferimento. La Repubblica Argentina nasce libera e indipendente nel 1816 e i primi anni di decolonizzazione sono anche gli anni dei grandi flussi migratori che giungono dall’Europa e che dureranno più di 150 anni popolando intere città e regioni del grande paese. Macedonio Fernández, che Borges considerava suo maestro, nasce nel 1874, ed è ancora oggi considerato un unicum nel panorama delle letterature sudamericane. Borges nasce nel 1899 ed è il faro inarrivabile della letteratura fantastica che tutti conosciamo. Sono autori di una storia letteraria appena agli inizi eppure già grandissimi, dei capiscuola. Horacio Quiroga nasce in Uruguay nel 1878 ma trascorre gli anni più fervidi della sua breve vita in Argentina, ed è considerato ancora il maestro dell’arte del racconto in tutto il Sudamerica. Roberto Arlt nasce nel 1900 a Buenos Aires ed è figlio di genitori appena giunti con le navi che sfornavano migranti da tutta Europa. Sarà lui a dare voce ai personaggi minori della grande capitale, a raccontare storie di immigrazione ed emarginazione e a dare dignità letteraria al lunfardo, una lingua franca orale che si diffondeva in quegli anni a Buenos Aires nel crogiolo di nazionalità e di lingue e dialetti che si stava creando. Cortázar sarà colui che innoverà più di ogni altro le strutture narrative del romanzo e la sua modernità si deve al fatto che visse la maggior parte dei suoi anni in Francia, peraltro luogo d’elezione di molti scrittori argentini, che la visiteranno una o più volte per aggiornare le proprie conoscenze e in molti casi modificare la propria visione del mondo. La storia quindi -e non potrebbe essere altrimenti- è fortemente intrecciata con l’evoluzione letteraria di questo grande paese: la decolonizzazione. l’impressionante e costante flusso di migranti in arrivo nel porto di Buenos Aires, la babele di lingue che finirà per dare statuto a una variante dello spagnolo peninsulare, la cosiddetta variante rioplatense, che si diversifica non poco dallo spagnolo sia nel lessico che nella sintassi e nella pronuncia. E, più vicino a noi, il triste periodo della dittatura (1976-1983) che imbavagliò o eliminò fisicamente la maggior parte degli intellettuali o che ne determinò una diaspora. Le specificità storiche di questo paese hanno dunque inciso non poco nella sua storia letteraria. Basti pensare agli innumerevoli autori contemporanei che continuano a raccontare gli anni della dittatura e dei desaparecidos, una ferita ancora aperta e sanguinante difficile da superare in tempi brevi.
Lei ha scelto sette racconti per La metà del doppio. Ci racconta un aneddoto legato proprio alla scelta?
I racconti dell’edizione originale de La mitad del doble (Editorial Sudamericana, Buenos Aires, 1998) erano dieci; ne ho scelti solo sette, perché? Diciamo che il mio proposito era quello di far conoscere un autore che ritenevo e ritengo straordinario e mi ero messo nei panni di un ipotetico lettore italiano per il quale il nome di Bermúdez suonava del tutto sconosciuto. Bisognava catturare l’attenzione e tenerne il livello sempre alto. La traduzione della raccolta nella sua interezza poteva essere un rischio per vari motivi: alcuni racconti non mantenevano la medesima tensione narrativa e la forza di altri e non garantivano una coerenza tematica dall’inizio alla fine. Mi sono assunto dunque la responsabilità di scegliere quelli che ritenevo i racconti di maggiore impatto e che restituivano al meglio la scrittura colta e fortemente letteraria di Bermúdez. Ne ho esclusi cinque forse peccando di presunzione e unilateralità ma ne ho parlato con l’autore che mi ha inviato due inediti, di grande valore peraltro. Sono così nati i 7 racconti che fanno parte de La metà del doppio. Tra i cinque da me scelti, quello su cui posso raccontare qualcosa di particolare che spieghi anche i miei criteri di selezione è Blomma, che mi colpì profondamente fin dalla prima lettura. Leggendo, ho rivissuto i lunghi viaggi notturni in pullman, così frequenti in Argentina, che spesso anch’io facevo, negli anni trascorsi in quel paese, per raggiungere città distanti molte centinaia di chilometri. E posso confermare che quel racconto-puzzle di Bermúdez (fantasticare su alcuni passeggeri nel corso del viaggio, arrivare stanchi al mattino nella grandi e caotiche stazioni dei pullman, i taxi per arrivare in città, i piccoli hotel pronti ad accogliere i viaggiatori) presenta elementi assolutamente condivisibili. Chi come me ha viaggiato in pullman per visitare Mendoza -la città dove si svolge la storia- rivivrà esattamente tutte le sensazioni descritte dall’autore. Non potevo dunque non scegliere questo splendido racconto, modello di scrittura allo stesso tempo realistica e fantastica, che descrive in maniera così viva e tangibile il percorso in una città, con l’espediente narrativo della lettrice che irrompe nella storia e con la quale l’autore dialoga rendendola infine protagonista. Un racconto scelto dunque perché ci sono momenti di possibile identificazione e per la grande perizia di Bermúdez nel saper dosare l’irruzione del fantastico in una situazione reale (i riferimenti a Calvino -altro elemento che ha giocato per la scelta- sono evidenti).

Giovanni Barone, già funzionario del ministero dell’Istruzione e poi degli Esteri, e collaboratore presso il Consolato generale d’Italia a Rosario in Argentina in programmi di diffusione della lingua e della cultura italiana. Per la casa editrice e/o ha tradotto «Animali domestici» dell’argentino Guillermo Saccomanno e «Carne di cane» del cubano Pedro Juan Gutiérrez. Sono in fase di pubblicazione le sue traduzioni dei romanzi «Confessione» dell’argentino Martín Kohan per Morlacchi (Università di Perugia) e «In mezzo a strane vittime» del messicano Daniel Saldaña París per Arcoiris (Salerno). Sempre per Spartaco uscirà a fine anno la sua traduzione del romanzo che Fernando Bermúdez aveva annunciato venticinque anni fa e che era rimasto per varie ragioni incompiuto.

Storie siciliane

Da Dionisio ai riti di San Giovanni attraverso la Porta Perpetua del Tempo

Le storie di questo libro hanno esordito su Repubblica-Palermo, poi sono state riprese e ripensate.
Quale criterio ha adottato per concatenarle?

Scrivo che le ho raccolte seguendo categorie arbitrarie ma non per questo meno vere: in origine sono state scritte per una ricorrenza o per una serie, adesso le ho scelte fra le tante e le ho riunite togliendole dal contingente, inventandomi delle categorie. Ad esempio, nel capitolo “La rassegna dei riemersi” ho messo personaggi di cui nessuno aveva mai sentito parlare: è il valore della divulgazione, che è prezioso. Altrimenti c’è sempre l’erudito per i fatti suoi e il resto della società che si nutre di stereotipi.
Lei, Amelia, pone personaggi del mito e della storia letteraria in Sicilia, tessendo incroci davvero originali.
Su quali rapporti cronologici ha fondato il suo sguardo dialogico?

Da più di vent’anni scrivo per la pagina culturale dell’edizione palermitana di Repubblica ed è stato come frequentare un’ottima palestra. Mi ha permesso di imparare molto, di imparare a essere rigorosa ma anche divulgativa. Dopo tutti questi anni i miei personaggi saltano fuori da tutte le epoche, basta un po’ osservarli per capire dove posso inserirli.
I misteri del Pellegrino e la casa di Persefone, ma ci sono pure Dionisio e Archimede, il normanno Tancredi e l’ammiraglio Ruggero di Lauria.
Quali sono i reciproci apporti?

Sono tutti parte della storia della Sicilia.
Lei ripercorre una storia ininterrotta, che va dalla narrazione mitica e procede attraverso la Porta Perpetua del Tempo.
Cosa ha inteso illuminare, sottraendolo al buio della nostra dimenticanza?

Quello che viene fuori è una storia della Sicilia, cioè di una terra in mezzo al Mediterraneo che da sempre è frontiera, già con i Greci: la prima guerra “di religione” è contro i Fenici, con meccanismi di “creazione del nemico” sempre attuali. Osservare il ruolo della Sicilia-frontiera ci permette di comprendere molti meccanismi che altrimenti non si spiegano: una frontiera è “dentro”, ma il suo essere vicina al “fuori” mette in moto dinamiche diverse da quelle che si possono cogliere in un posto “normale”. Figurarsi che i baroni ricattarono per secoli e sempre lasciando ben visibile la posta in gioco, la loro “fedeltà”. Mandavano un messaggio chiaro: erano fedeli al sovrano, ma solo se non disturbava troppo.
Può indicarci un particolare della “sua” Sicilia, un elemento per lei inconfondibile?
La Sicilia dei melting pot, del miscuglio che diventa altro e magari si scorda cosa c’era prima. Per le culture, per la religione, per la letteratura e anche per la cucina che in molti casi mescola il dolce e il salato: uno mangia e non ci riflette, ma anche questo è il risultato di una Storia fatta da culture che si sovrappongono.

Amelia Crisantino
Docente di lettere nella scuola media, storica e collaboratrice di «Repubblica-Palermo», socia del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato. Ha pubblicato: La città spugna. Palermo nella ricerca sociologica (1990), Ho trovato l’occidente. Storie di donne immigrate a Palermo (1993), Capire la mafia (1994, ripubblicato riscritto e aggiornato nel 2019 aggiungendo il sottotitolo Dal feudo alla finanza), Della segreta e operosa associazione. Una setta all’origine della mafia (2000); l’edizione critica di un inedito dello storico Michele Amari, Studii su la storia di Sicilia dalla metà del XVIII secolo al 1820, adesso inserita nell’edizione nazionale delle Opere di Amari (2010); nel 2012 Breve storia della Sicilia. Le radici antiche dei problemi di oggi; nel 2013 Vita esemplare di Antonino Rappa comandante dei militi a cavallo in Sicilia (ebook gratuitamente scaricabile dal sito http://www.mediterranearicerchestoriche.it); sempre nel 2013 Fiabe siciliane. Dalla raccolta di Giuseppe Pitrè; nel 2015 Sicilia fatale;

Storie siciliane. Da Dionisio ai riti di San Giovanni attraverso la Porta Perpetua del Tempo

Maradò. Viaggio emozionale nella Napoli di Maradona

Quanto è aderente la figura di Maradona al monello napoletano che dal D10S ha ricevuto riscatto, dignità ed un’energia esoterica ?
Maradona è Napoli, Napoli è Maradona; sono legati indissolubilmente per sempre. Diego è lo scugnizzo argentino che, presagimmo, potesse essere valore aggiunto alla nostra meravigliosa città. Un sorriso indimenticabile, i riccioli neri e un cuore grande e generoso. È il compagno di gioco leale, rispettoso dell’avversario, fragile e vulnerabile ma anche testardo e deciso. È riuscito a realizzare i suoi sogni di ragazzo povero, la sua storia insegna moltissimo, diventando insegnamento per correggere i propri limiti e le vulnerabilità. È un dono meraviglioso che la città di Napoli e i napoletani hanno ricevuto. Ed è diventato lui stesso partenopeo. È figlio del Vesuvio, è il D10S incontrastato, è immagine del sacro e del profano. La grandezza di Maradona non si chiude nella sfera sportiva, la sua è una potenza ecumenica che ha avuto un impatto inarrivabile. Esiste il Maradona che vive sulle pagine patinate e nei quadri più preziosi di collezionisti elitari. E poi esiste il Maradò che riverbera nelle preghiere delle baracche, nell’utopia che diventa possibilità, nel sogno che si trasforma in realtà. Diego sarà ricordato come un condottiero che ha portato in alto Napoli e il Napoli, come mai nessuno prima e nessun altro dopo. Sarà ricordato come un eroe osannato da chi c’era e da chi non c’era.
Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin. Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Diego Armando Maradona?
Maradona ha rappresentato un’icona anche politica, ma non ha mai inciso più di tanto sulle decisioni dei grandi. Ha manifestato apertamente contro il colonialismo statunitense e soprattutto contro l’invasione da parte degli inglesi delle Malvinas, ma il suo pensiero e la sua ideologia hanno fatto presa solo sul popolo dei più deboli. Non si è risparmiato in critiche nei confronti della politica della FIFA.
Il 25 novembre 2020 la notizia del decesso di Maradona richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?
Quando tutto il mondo ha saputo della sua morte c’e stato un grande silenzio e un grande vuoto. Ho avvertito la perdita fortemente e ho avuto la necessità di farlo raccontare dalla voce dei suoi tifosi, in una coralità emozionale. In modo diverso, non stereotipato ma dal cuore di chi l’ha amato, incondizionatamente, chi poteva farlo se non il popolo di tifosi napoletani? Con la voce del cuore, delle emozioni che il suo ricordo ci dona. Era noto a tutti come aveva vissuto, nel bene e nel male. La sua morte lo ha mitizzato ancora di più, alla stregua di personaggi iconici come il Che o Kennedy per la politica, Jim Morrison o John Lennon per la musica. Certo lo si può definire un eroe contemporaneo, inteso come mito… .
Anna, può offrirci un ricordo personale che lo lega al Pibe de Oro?
La prima volta in assoluto, dal vero, è stato il 5 luglio del 1984, allo stadio San Paolo di Napoli, oggi Stadio Diego Armando Maradona. Vi entrai pochi prima che lui giungesse. Proprio li dove per 7 anni è stato e resta il Re indiscusso. Indelebile il ricordo del giorno in cui l’incontrai. Era primavera, grazie al dottore Emilio Acampora, amico di mio padre e medico sociale del Calcio Napoli. Un sorriso indimenticabile, sotto una cascata di riccioli neri, un cuore immenso e generoso con tutti quei giovani lo guardavano tra l’incredulo e le lacrime per l’emozione di averlo vicino, poterlo abbracciare e fare una foto con lui. Un tempo dove non vi erano i social e i selfie, ma eravamo ancora circondati dal bello dell’abbracciarci in un’intimità che era solo nostra e rendeva indissolubile il ricordo.
Il suo racconto pullula di testimonianze di chi Maradona lo ha conosciuto, sportivi e giornalisti, che svelano aneddoti inediti e suggestivi. Ci anticipa un episodio particolarmente emozionante, a suo avviso?

Ho voluto dare una dimostrazione del tutto diversa della sua figura. Onestamente, troppo avvelenata dalle rappresentazioni dei suoi vizi e debolezze, tralasciando l’aspetto tecnico sportivo, ho voluto mostrarne il lato umano e il suo cuore. E come farlo se non attraverso il cuore delle persone che ho intervistato, le loro emozioni. E leggendo i vari racconti e le varie testimonianze emerge il cuore di un grande uomo. Sicuramente il racconto più emozionante è la testimonianza di Cristiana Sinagra, che è una molto schiva e riservata, dopo aver avuto modo di conoscerle e conquistare la sua fiducia, mi ha condiviso il suo intimo emozionale di giovane donna innamorata. Credo che il suo ricordo sia quello più delicato e intimo. È la voce di una giovane donna che s’innamora di un ragazzo, lontano dai riflettori e dall’essere tifosa. Ho fortemente voluto che mi condividesse la sua emozione, e la ringrazio tanto, perchè è lontana dai riflettori e molto riservata. Ma era giusto che ci fosse, perché è una donna che ha amato Diego in silenzio e da lui ha avuto un figlio.
Posso dire che con il suo racconto ho ricevuto molto di più di un’emozione.

Anna Copertino, giornalista napoletana, dirige la web tv Road Tv Italia e scrive per il magazine Informare. Per Homo Scrivens ha curato l’antologia Un giorno per la memoria (2018), dedicata alle vittime di mafia e camorra, opera vincitrice del Premio Morante.

Queer Gaze. Corpi, storie e generi della televisione arcobaleno

La ricerca scientifica sulle persone con un’identificazione intersessuale non è neppure lontanamente paragonabile a quella che concerne le persone omosessuali.
Quali sono le ragioni sottese a tale lacuna?

La ricerca scientifica sulle persone omosessuali è iniziata come se le persone omosessuali fossero delle cavie da analizzare. C’era una grande voglia di voler capire anche perché da un lato l’omosessualità poteva essere nascosta. Chiunque poteva essere omosessuale o avere rapporti omosessuali senza per questo definirsi omosessuali. Era più un vizio morale che si poteva aggiustare che non una condizione irreversibile. La condizione intersex invece, a parte che veniva chiamata ermafroditismo con evidente rimando a una cultura prescientifica, era considerata uno scherzo di natura e quindi faceva parte delle bizzarrie della natura. Forse non valeva la pena nemmeno studiarne la cause, ma non c’erano nemmeno gli strumenti, anche se la scoperta dei cromosomi sessuali, per esempio, è stata fatta dalla scienziata Nettie Stevens nei primissimi anni del ‘900.

Ovidio, Tiresia, Kafka, Ermafrodito, Ifi, Ceni narrano o sono essi stessi casi di “metamorfosi” che minano e demoliscono ciò che è la certezza, l’edificio stabile su cui si accomodano gli esseri umani.
Cos’è mutato dal mito ai nostri giorni?

Quello che è mutato che non si cercano più delle interpretazioni della realtà soltanto nella mitologia (e qui includo anche le religioni monoteiste) ma anche nella scienza. Sono due livelli di conoscenza diversi. Non conosco così bene la mitologia greca ma non credo che i miti di trasformazione avessero come funzione quella di mettere in crisi un sistema, mi sembrano più delle mutazioni funzionali a un canone narrativo che vedeva nella trasformazione la conseguenza di un’azione.
In ogni caso nessuno dei due deve servire da “spiegazione” per l’esistenza delle persone LGBTQIA+.

Data l’opportunità di ampliare il concetto stesso di orientamento sessuale, quali compiti ritiene che debba affrontare il movimento LGBTIQI?

Il movimento LGBTQI non è composto solo da persone con un orientamento diverso da quello eterosessuale ma anche da persone con una varianza di genere e con caratteristiche fisiche non binarie. Non credo che il movimento debba avere dei compiti se non, di fatto, la propria sopravvivenza, e lo si può fare in molti modi. Dal piano meramente giuridico alla formazione continua nelle scuole, nel creare servizi di prevenzione e gestione delle MTS e ITS. Nel senso non dobbiamo niente a nessun* se non a noi stess*.

Facendo riferimento alla situazione contemporanea in Italia, oltre l’estetica modaiola, quale condizione vivono gli intersessuali?

Non credo di essere la persona più titolata a parlare a nome delle persone intersex, dato che fino a prova contraria non sono una persona intersex. Non ho ben capito l’estetica modaiola riferita alle persone intersex ma la condizione attuale è sicuramente patologizzante, cioè la condizione intersex viene vista come qualcosa da correggere. La conseguenza peggiore sono gli adeguamenti chirurgici dei genitali alle persone neonate, sono degli interventi che fanno apparire i genitali più simili a quelli di un sesso o di un altro.

Perché, nonostante le dichiarazioni d’”apertura”, soprattutto a seguito di dolorosi fatti di cronaca, la morale sessuale è uno degli aspetti in cui la nostra civiltà è progredita di meno negli ultimi 4000 anni?

Per molti anni non ci sono state nemmeno le parole per parlare di sé, ma si faceva comunque del sesso non eterosessuale, si poteva essere comunque bisessuali, come si poteva essere trans senza in un certo senso saperlo. Nel mentre nella società occidentale è comparso il concetto dei diritti umani e sulla base di questo, cioè sull’idea di diritto umano, è stato possibile anche iniziare a fare delle rivendicazioni che potessero essere comprensibili e condivisibili. Senza quella base culturale sarebbe stato impossibile.
Uno dei problemi è che i desideri spesso non sono in linea con il “comune sentire” ma esistono, ci sono e c’è anche la possibilità di soddisfarli ma spesso avviene tutto nell’ombra e nel segreto. Il punto non è (o almeno non solo) creare nuove forme di relazioni sessuali e affettive quanto di liberare quelle che già ci sono ma la cultura cattolica e forse qualsiasi altra cultura che non abbia trai valori fondanti la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo durante la sua vita biologica (sempre che non si parli di simulazioni).

Antonia Caruso
Attivista trans/femminista, editorialista ed editrice. Ha studiato cinema, fotografia e semiotica tra Roma e Bologna, dove vive. Si occupa di comunicazione, formazione, editoria e di politica trans. Ha scritto per Jacobin Italia, Dinamopress, The Vision, La Falla, DWF, Frute. Ha pubblicato racconti con Feltrinelli, nell’antologia a fumetti Sporchi e Subito, Golena, Fortepressa. Ha fondato edizioni minoritarie, una progetto editoriale indipendente.

Bukowski & babbaluci

Cosa hanno in comune i babbaluci, ovvero le lumache, e Charles Bukowski?
In apparenza nulla, ma nessuno come il grande poeta e scrittore americano ci ha spiegato che la fragilità è un valore, una fragilità paradossale, mostrata con una dolcezza aspra, una forma di sopravvivenza alla difficoltà di essere umani. Le sue frasi sono molto usate sui social credo per questo: trasmettono il bisogno di corazzarci, proprio come le lumache, con un guscio di ironia e cinismo che lascia trasparire una sensibilità maschile nuova, triste e allegra, insieme, sempre profonda e spiazzante.
Uno scrittore chino al mito di Bukowsky, amici di chat, plurime fidanzate, editoria, figli di papà, poeti falliti. Tanto parrebbe malinconico e tutto tratteggiato in modo caustico e dissacrante. Cosa, concretamente, in una temperie di decadenza morale, culturale e civile dovrebbe spingerci alla sopravvivenza ed alla speranza?
Tutto, le albe e i tramonti, la natura, l’amore, le stagioni. I sentimenti personali, che avvertiamo e sentiamo, sono qualcosa che ci appartiene davvero, la letteratura, quella alta e necessaria, ambisce a questo: salvaguardare il nostro vissuto interiore.
Nevrosi, difetti, paranoie. Legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente. Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?
Che nonostante questo si incontrano facce che si desidera vedere per tutta la vita. Come accade al protagonista. Anche se stiamo sui social, se pensiamo di arrivare a chiunque, c’è qualcosa di inspiegabile, imprevisto e potente che decide per noi, se riusciamo a instaurare un legame profondo è un miracolo di maturità e consapevolezza che dobbiamo celebrare.
Il suo è un formidabile campionario di esemplari umani. Da dove ha attinto notizie ed elementi per compilare tanto riccamente un bestiario straordinario altresì esilarante?
Sono personaggi umanissimi e a volte toccanti, direi commoventi e sì, vero, spesso si sorride con amarezza. Ho attinto dalla vita, dagli incontri, dalla musica che ascolto e dalle serie che vedo. Un po’ ovunque. Molto da alcune impressioni mie, da alcune suggestioni fuggevoli.
Il suo è un romanzo avvincente e toccante che intrecciando inventiva, storia dei nostri tempi e sentimentalismo, attizza il focus sul vigore delle storie, della fantasia e dell’amore. In qual misura esso s’inserisce e diverge, al contempo, dal codice del genere “romanzo”?
Non lo so, dovrebbero dirlo i lettori, io credo di aver fatto da una parte, metanarrazione: ovvero racconto di uno scrittore che scrive un romanzo. Si tratta di una specie di gioco che invita il lettore a partecipare. Chi legge si chiede: il protagonista riuscirà nel suo intento? Dall’altra la forza delle storie, quando funzionano, è questa: ci riguardano sempre, ci sono dentro pulsioni che ci fanno dire, “ecco: il protagonista avverte le mie stesse gioie e le mie stesse paure, vede gli altri un po’ come li vedo io, non sono solo/a”. In questo senso, allora, credo di aver scritto qualcosa di condivisibile, un romanzo vero e proprio, con uno spaccato della società

Daniela Gambino, scrittrice e giornalista. Ha pubblicato per le guide Newton Compton “101 cose da fare in Sicilia almeno una vota nella vita” e “101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato”, il saggio “Vent’anni” (con Ettore Zanca), vincitore del Premio gesti e parole di legalità, la ricerca “Media: la versione delle donne – Indagine sul giornalismo al femminile in Italia” pubblicato da Effequ e “Conto i giorni felici” uscito per Graphe.it. Nel 2017 con Laurana Editore è uscito il romanzo “La Perdonanza”.

La parola e il silenzio

Il suo lavoro pare che sia stato pensato anche come un apporto all’allargamento di una cittadinanza attiva e consapevole, ispirata ai valori dell’indulgenza e della considerazione dell’altro.
Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico?

Più che competenze logiche, credo che ogni cittadino debba semplicemente riconoscere un fatto nudo e crudo: l’altro, il diverso, siamo noi; l’altro vale ontologicamente quanto noi. Chi nega nell’altro un essere simile a noi sta semplicemente fondando le basi per una futura discriminazione. Quando si raggiunge questa consapevolezza, tutto diventa più semplice. Se si respinge la sostanziale autenticità di chi è diverso da noi, ma lo si riduce a un “meno di noi”, inferiore e infine biasimabile, ecco che il mondo si dividerà in sette contrapposte, con esiti catastrofici. Ognuno può e deve partecipare al discorso pubblico, tenendo tuttavia sempre a mente che ogni sua idea può e deve essere sottoposta a critica, e che lo studio non è secondario. Non si tratta di relativismo, ma di sano confronto su solide basi.
Se dimentichiamo quanto sia importante il dovere di istruirsi, oltre al diritto a esprimersi, rischiamo prevalga la chiacchiera, parafrasando Heidegger, che oggi è esemplificata nei dibattiti sui social. Non c’è più differenza tra opinioni alte e basse, tutti si sentono custodi di pensieri memorabili. Il risultato è la massificazione delle coscienze e il depotenziamento della vita politica reale. L’uomo è un animale sociale, deve stare nelle piazze vere e approfondire il sapere attraverso il confronto democratico.
La Filosofia può assurgere a Scienza e, come le scienze della natura, curare il linguaggio corrente e contemporaneo al fine di argomentare agonisticamente e catturare l’assenso?
La filosofia, come sostiene Wittgenstein, deve smascherare i falsi discorsi che si presentano assoluti:
è su questo terreno che fioriscono gli integralismi. Personalmente credo in una filosofia dell’emancipazione, ovvero un pensiero capace di stimolare il discorso politico, il crollo di dogmatismi e fanatismi, e che favorisca anche la liberazione interiore. Oggi la filosofia deve salvarsi dalla sterilità del discorso autoreferenziale e tornare a occuparsi delle persone. Si può catturare l’assenso per vari scopi, è essenziale che questi ultimi siano umanitari e non egoistici.
Come distaccarsi dal vicolo cieco imboccato dai mezzi di comunicazione? E quanto il connubio linguaggio e violenza ha consentito il dilagare degli estremismi ideologici?
Prima di tutto bisognerebbe avere qualcosa da comunicare. Oggi si assiste troppo spesso invece a una trasmissione di vuoti di senso, narcisistici e autoreferenziali. Non si vuole edificare nulla di costruttivo, ma si esalta la mediocrità, foriera di una apatia concettuale. Vengono erette cattedrali di stupidità con precisi scopi politici. La violenza e il linguaggio vanno di pari passo nel momento in cui quest’ultimo vuole essere definitivo, assertivo. Quando reclama esclusività di senso. Se una parola deve significare soltanto quanto espresso dal potere, ecco che la democrazia, cioè l’ermeneutica applicata al livello politico, cede il passo all’oligarchia. Auspico un mondo libertario. Oggi la tendenza è opposta, si vogliono persone asservite, depresse, chiuse in casa e con la convinzione di una imminente catastrofe a cui ci si può sottrarre solo ubbidendo al paternalismo della classe dirigente. Anche questo è un estremismo ideologico. Reputo inoltre fondamentale custodire “uno stato d’animo fecondo”. Dobbiamo proteggere il nostro sentimento di meraviglia per il mondo, anche quando ci spaventa: thaumazein dicevano i greci antichi. Ebbene, se cediamo al nichilismo totale si possono verificare due conseguenze: una chiusura integralista, fondata sulla paura, oppure una resa desolante, perché nulla ha valore. Auspico invece che l’umanità possa riconoscersi e ritrovarsi, ma serve un lavoro interiore profondissimo. Buone letture e meno sms, rapporti leali e meno ossessione per i like. Vita vera.
La neoretorica di Perelman, la logica di Toulmin, le moderne teorie dell’argomentazione, gli usi linguistici di Wittgenstein e gli atti performativi di Austin: qual può essere il modo di operare della ragione umana nella vita pratica? Quali dispositivi applicare?
Performazione vuol dire spesso persuasione, e in sé non c’è nulla di sbagliato. Dobbiamo essere vigili, tuttavia. Facilmente si può sedurre per scopi malvagi. Così un tempo un serpentello convinse due giovani ingenui a commettere il primo sacrilegio, addirittura contro loro stessi (sebbene al momento non lo compresero). Intendo dire, al di là delle battutacce, che senza un’etica condivisa, un’etica volta al benessere generale, ogni atto linguistico è sempre un rischio: parola emancipativa o dittatura del significato? L’azione performativa, denotativa, deve continuamente confrontarsi con il suo effetto dal punto di vista morale. Tra i tanti drammi della nostra società, la leggerezza nell’uso delle parole risulta fra i più drammatici perché induce all’apatia, al degrado e quindi all’immoralità. Se il linguaggio invece sposa l’umanità, l’uomo disinnesca la violenza a priori. Nel gesto poetico intravedo la via maestra per la salvezza umana. Qui la parola viene purificata, rispettata e celebrata, ed è l’opposto di quella usata dal linguaggio della tecnocrazia, un monolite per cui le persone sono dati statistici e algoritmi da spremere. La ragione umana deve avere sempre come obiettivo la salute dell’essere umano, fisica e psicologica. L’arte e la scienza sono i due “strumenti” più adatti a forgiare persone emancipate.
L’ars dicendi è capace di mutare il destino della società?
Ogni ars, se votata a celebrare la vita libera, può essere la porta segreta per accedere a una società migliore. La parola “risanata” ha un compito fondamentale, serve a osservare il mondo da più punti di vista. Oggi invece si usa e abusa della lingua, trasformando la complessità in superficialità, nascondendo le alternative non omologate. Reputo fondamentale ricordarci dell’altra faccia della medaglia: il silenzio, lo sfondo da cui la parola emerge, ci rammenta due atteggiamenti fondamentali del vivere “altro”. Prima di tutto l’ascolto. Dal silenzio può sorgere non il mutismo, non la rassegnazione ma, se ben disposti, lo splendore del mondo.
Secondo, un atteggiamento contemplativo dell’esistenza, quando non reprime la corporalità ma la educa, quando non si sviluppa da disturbi psicotici ma nasce dalla libera ricerca – conduce ad oasi di pace in grado di rendere la vita migliore e più serena. Non ci può essere rivoluzione esteriore senza aver prima raggiunto la pace interiore, non si può fondare una società più giusta se le nostre anime sono divorate dal rancore o dall’odio.
Per mutare il destino della società serve innanzi tutto raccogliersi in un sentimento d’amore.

Andrea Comincini, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica all’University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Helm-Everett Fellow presso la Indiana University. Ha pubblicato: Itinerari filosofico-letterari, Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, con prefazione di Valerio Evangelisti e con un contributo di Andrea Camilleri; Voci dalla Resistenza, una collezione di testimonianze sulla vita dei partigiani; L’anima e il mattatoio (poesie);Le ragioni di una congiura, ancora su Sacco e Vanzetti; La persuasione e la retorica di C. Michelstaedter, edizione critica.; Nefes. Piccolo trattato sull’esistenza infranta (Tangram edizioni scientifiche). Ha tradotto e curato vari testi di letteratura angloamericana (Fitzgerald, Bennett, Melville) collabora con varie riviste filosofiche e letterarie.

Canti e disincantiForme fluide della letteratura del Novecento

Dai caruggi malfamati genovesi alle asperità montane della Sardegna; da un palazzo dell’attuale corso Dogali di Genova a Firenze e Milano: è la Liguria il punto d’intersezione tra la versificazione di Montale e la musica di De Andrè?

La natia costa ligure è certamente stata sfondo di comuni suggestioni, il paesaggio marino e arido nasce da lì. Ma credo che il punto reale di intersezione sia la crisi dell’uomo e della poesia che ha investito il secolo scorso, De Andrè si discosta dalla canzonetta d’amore sanremese portando in musica i più svariati temi e, negli stessi anni, Montale porta in poesia temi non poetici, scrivendo ”sul rovescio della poesia”. Questo ricercare una fuga dalla tradizione ha portato entrambi ad indugiare su quel ponte che divide (e unisce!) le due sponde della poesia e della musica.
Le canzoni di de Andrè raccontano gli “emarginati” ed aprono paesaggi di libertà, slegati da qualsivoglia ordinamento. Montale prende subito le distanze dal fascismo, sottoscrivendo nel 1925 Manifesto degli intellettuali antifascisti.
La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Abbiamo avuto grandi maestri, certo sarebbe utile seguire i loro insegnamenti, la libertà non è mai anacronistica.
Non chiederci la parola e Coda di lupo: l’età felice è la fanciullezza, epoca d’incanti?
La fanciullezza si lega all’incanto, per questo diventa felice. È dominata dalle illusioni e dalle spinte ideali che non trovano riscontro nella realtà, quando si è piccoli e inconsapevoli è anche più semplice essere felici, lo dice lo stesso De Andrè “quando ero piccolo mi innamoravo di tutto”, il voltarsi e scoprire il nulla è la chiave: non smette di dirlo Montale, dagli ossi fino a satura. Entrambi, però, conservano la speranza di una maglia rotta nella rete: è come se l’illusione di un oltre si legasse alla consapevolezza della sua stessa inesistenza, accompagnandoli per la vita.
Montale e De Andrè applicano differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la Parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?
La parola è forse l’unico mezzo che ha una tale potenza, non a caso, è quella che per Dante ci distingue dagli animali e dalle intelligenze angeliche. L’uomo usa la parola per raccontare e per raccontarsi ma soprattutto per rendersi eterno in quel racconto, possiamo dunque dire che sia la nostra eternità in terra.
L’acqua quale elemento allusivo nei testi di Montale e De Andrè. Ci offre un suo personale ricordo legato a tale fuggevole elemento?
Questa domanda mi piace molto, sono nata e cresciuta in una zona marittima, se guardo fuori dalla finestra di casa mia vedo il mare, e potrei raccontarti di moltissimi ricordi d’infanzia che per sfondo hanno quell’acqua, dalle giornate al mare di quando ero bambina fino ai ricordi dell’adolescenza. C’è un posto, qui nel mio paese, che col tempo è diventato il mio posto del cuore, mi separa dal caos della realtà, non l’ho scoperto durante l’infanzia ma negli anni del liceo, ha un sentiero scalcinato che porta al mare. Quel mare è custode dei miei ricordi, quell’acqua si fa per me memoria.

Carmen Lega
Laureata in lettere moderne con una tesi in Letteratura Italiana Contemporanea presso l’università degli studi Federico II, e attualmente iscritta alla magistrale di Filologia Moderna, collabora alla cattedra di letteratura italiana contemporanea guidando un laboratorio di poesia e musica, all’interno del Seminario “Scritture in al transito” guidato dalla prof.ssa Silvia Acocella