Ilaria Alpi. L’altra verità

Un duplice delitto contro una giornalista ed un operatore inermi nella Somalia dei signori della guerra. Lei affronta un tema spinoso e drammatico. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose.
Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Il metodo è quello del giornalismo investigativo e dello storico. Si tratta di un approccio che non trascura nessun particolare, atti processuali, pubblicistica, interviste, incontro con i protagonisti, cercando di ascoltare tutte le campane per capire quale può essere una verità storica anche se diversa da quella processuale. Un metodo che permette, anche a distanza di anni, interessanti soperte.

In questi anni l’ipotesi più accreditata per la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è stata quella d’una imboscata su commissione, una trappola fatale congiunta al traffico di armi e di materiali radioattivi in Somalia. Lei esclude questa pista.
Per quali ragioni opta per la vendetta somala e non considera il traffico di armi e di scorie radioattive?

Semplicemente mettendo in fila gli avvenimenti. Miran e Ilaria non dovevano essere lì dove sono morti. E ci sono trovati per una serie di circostanze che li avevano portati a Nord del paese e fatti rientrare quando la Capitale somala è in pieno smantellamento. Gli eserciti si ritiravano, i giornalisti erano tutti andati via da quella zona della città. Anche sulle inchieste segrete e sulle scoperte fatte da Ilaria non c’è traccia nel racconto dei suoi colleghi. Ma io avanzo un’altra ipotesi: si è trattato comunque di un delitto su commissione. Un delitto con un mandante di cui faccio nome e cognome.

Il percorso narrativo si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense.
Si possono davvero chiudere i conti con il passato, nella fattispecie politico?

Certamente sì. Altrimenti il mondo non potrebbe andare avanti se non si mettono in soffitta i fantasmi del passato. Ma lo si può fare solo a patto che si sia una operazione verità, ci sia la voglia di andare fino in fondo con la giustizia o, quantomeno, con l’apertura di tutti i sepolcri imbiancati, con lo scoperchiamento di tutte le nefandezze e gli errori. Non per uno spirito di vendetta, ma perché la pacificazione e il progresso camminano sulle gambe della conoscenza.

“Traducendo Brecht” di Franco Fortini recita “Fra quelli dei nemici; scrivi anche il tuo nome”.
Quanto ha inteso disturbare la falsa coscienza di tutti noi mediante una narrazione così poco rassicurante e confortevole circa una pagina davvero nera della Repubblica italiana?

Certe morti interrogano tutti noi, turbano i sonni delle persone perbene e degli onesti. “Potevo fare di più?”, si interroga uno dei protagonisti di un’altra storia che ho scritto e a cui tengo moltissimo, quella di Giuseppe Di Matteo. Tutti possiamo fare di più. La divisione allora diventa tra quelli che ci provano, che si ostinano, che si mettono in gioco e ci mettono la faccia e quelli che, pur non essendo complici, si girano dall’altra parte, che scelgono il quieto vivere, la comodità dell’incoscienza. È un po’ quello che avviene ora con la guerra.

Oltre venticinque anni dopo ancora non si conosce la verità: non si sono rivelati né gli assassini né gli ipotetici mandanti.
Resterà un mistero insoluto?

No. Un duplice omicidio non si prescrive. Possono sempre arrivare rivelazioni, nuove prove, metodi scientifici che aprono scenari. Di delitti scoperti a distanza di anni ce ne sono diversi, molto dipende anche da chi si ostina a non dimenticare. Magari anche scrivendo un libro.

Pino Nazio, sociologo della Comunicazione, giornalista professionista e regista. È stato direttore di radio e tv locali, quotidiani, periodici e testate on line. Ha realizzato documentari, inchieste e spot di pubblicità sociale. Per tredici anni è stato inviato di Chi l’ha visto? I suoi servizi sono stati trasmessi da Canale 5, Italia 1, Tmc, ha firmato, come autore, programmi per Rai 1, Rai2, 3 e La7. Ha insegnato Storia della radio e della televisione alla Scuola Superiore di Metodologia dell’Informazione e del Giornalismo Televisivo e Sistema giornalistico, spazi televisivi e politica alla LUMSA. Ha pubblicato, tra l’altro, Le parole della televisione, Il manuale del giornalista televisivo e Il chi è della TV e una decina di libri del filone non-fiction novel, trasformando in chiave di romanzo storie vere: da Giuseppe Di Matteo a Emanuela Orlandi, da Serena Mollicone a Yara Gambirasio, da Aldo Moro alla Strage di Ustica.

L’ eterosessualità impensata. Quanto insegnano le minoranze

La ricerca scientifica sulle persone con un’identificazione non binaria non è neppure lontanamente paragonabile a quella che concerne le persone omosessuali.
Quali sono le ragioni sottese a tale lacuna?

E’ vero: molto in ritardo rispetto all’interesse medico per l’omosessualità ci si è mossi sulle tematiche che riguardano le identità sessuali. Forse addirittura un tema che si è preferito ignorare – o trattare in subordine – in ambito scientifico benchè la storia e la mitologia ci insegnino che il desiderio di impersonare apparenze e ruoli dell’altro sesso sono sempre esistiti. Sappiamo che a lungo la tematica trans, ad esempio, è stata inserita nei repertori medici come una patologia, ‘disforia di genere’, e solo recentemente ne è stata espunta. Da un punto di vista scientifico, ma anche del senso comune probabilmente è più difficile accettare un cambiamento di identificazione sessuale che mette in discussione tutto l’essere di una persona, la sua esistenza, la percezione di sé e le relazioni con persone e mondo. Eppure il tema esiste anche dal punto di vista della medicina chirurgica di ‘trasformazione’ dei genitali. Fino a non molto tempo fa chi desiderava farlo doveva uscire dall’Italia. Ora la legislazione è cambiata ed è possibile il cambio anagrafico anche per chi non può o non vuole procedere a questa operazione.
Potrebbe essere formulata l’ipotesi che comportamenti, in realtà, bisessuali siano stati descritti come omosessuali. Si può “rileggere” in questi termini l’estesa letteratura scientifica già presente sull’omosessualità?
Penso senz’altro di sì. Si è scelto spesso di chiamare omosessuale una serie di comportamenti e di situazioni perché questo poteva definire con una scelta apparentemente binaria, o omo o etero, alcune persone. La bisessualità crea maggiori problemi per la sua fluidità ed è difficilmente accettabile per una mentalità binaria che ancora domina il sentire comune (e anche scientifico).
Un dato incontrovertibile è la crescente sperimentazione sessuale praticata dall’eterosessualità. Quali risultanze si possono ricavare, osservando desideri, pratiche e rappresentazioni?
E’ quello che cerco di dire nel mio ultimo libro L’eterosessualità impensata: le cosiddette minoranze sessuali ci hanno insegnato anche a mettere in discussione la fortezza apparentemente invincibile dell’eterosessualità, considerata unico comportamento ‘normale’ e ‘naturale’. Questo dato ha liberato da molti stereotipi e pregiudizi e dato spazio a comportamenti meno vincolati, all’espressione di desideri che forse ci si era negati. Si sta sviluppando un mondo anche di rappresentazioni plurale, complesso in cui possono prendere posto forme dell’essere e dell’apparire, appunto, ‘impensate’.
Data l’opportunità di ampliare il concetto stesso di orientamento sessuale, quali compiti ritiene che debba affrontare il movimento LGBTIQA+?
Qui la risposta è complessa – ma lo sono anche le altre, che meriterebbero più ampia trattazione – perché la sigla rappresenta realtà tra loro molto diverse, talora divergenti per obiettivi e forme di intervento politico. Credo sia bene mantenere una sigla unitaria, ma è chiaro che ognuno porta avanti le sue lotte e priorità. In comune c’è l’aspirazione a un mondo di maggiori libertà e rispetto per le vite di persone anche molto diverse tra loro. Il che non significa avere come obiettivo l’inclusione, il termine è pericoloso e segnala una maggioranza che accetta minoranze purchè si adeguino alle norme espresse da chi è più forte, vorrei parlare piuttosto di aperture in cui l’uguaglianza rispetta stili di vita e scelte tra loro anche molto differenti.
Barbara, perché, nonostante le dichiarazioni d’“apertura”, soprattutto a seguito di dolorosi fatti di cronaca, la morale sessuale è uno degli aspetti in cui la nostra civiltà è progredita di meno negli ultimi 4000 anni?
Forse potrei dare una risposta simile a quanto detto in precedenza ma con qualche elemento in più. Toccare i temi della sessualità significa interrogare nel profondo le soggettività ed è quindi sempre un’operazione delicata e che crea opposizione. Inoltre la sessualità è sempre stata lo sfondo di molte lotte di potere, degli uomini sulle donne, del potere politico e religioso sulle vite delle persone: Foucault ci ha svelato molto su questo tema. Ora che alcune libertà sono state conquistate si vede come le reazioni sono forti e talvolta violente, collettive o individuali, dall’invenzione della teoria del gender fino alle percosse o alle uccisioni o ai fenomeni di bullismo tra giovanissimi. Tutto questo dimostra che la materia è ancora fonte di forti oppositività e che le conquiste (parziali) che sono state fatte costano ancora fatiche e sofferenze. Ricordo di aver letto recentemente una frase molto significativa: si sono fatti in questo campo più passi aventi negli ultimi decenni che in quattromila anni. Ma sappiamo che ancora non basta.

Barbara Mapelli da molti anni si occupa di educazione, formazione e cultura, con particolare attenzione alle culture di genere. Su questi temi ha pubblicato volumi e contributi in testi collettivi. Già componente del Comitato pari opportunità del Ministero Pubblica Istruzione e consulente presso il Ministero Pari Opportunità, ha insegnato Pedagogia delle differenze di genere, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Milano Bicocca. Tra le ultime pubblicazioni: Uomini in educazione (con Stefania Ulivieri, 2013); Infiniti amori (con Alessio Miceli, Roma 2014); Galateo per donne e uomini (Milano, 2014); L’androgino tra noi (a cura di, Roma 2016).

Da qui all’Eternit. Il romanzo sull’amianto a Casale Monferrato

Lei ha asserito: “Per dirla alla Enzo Jannacci mi sono sentito come un canotto masticato da un doberman, perché la vicenda Eternit, emersa a distanza di oltre quarant’anni, mi ha dolorosamente coinvolto.” In qual misura è stato coinvolto dalla tragedia della “pietra artificiale”?
Ho vissuto a Casale Monferrato per quattro anni, gli anni dell’adolescenza. Erano gli anni 70.
Il primo impatto con la città mi è rimasto dentro per due motivi. La grande caserma militare che raccoglieva giovani da ogni parte d’Italia per il CAR, tanto che nel loro linguaggio Casale Monferrato era diventata Casale M’han fregato. Poi… la Eternit, la più grande fabbrica produttrice di amianto in Europa.
Io ho ancora davanti agli occhi quei lavoratori, quelle tute blu impolverate dopo i turni di lavoro. Ho conosciuto anche alcuni di loro. Portati via dalla polvere malefica, quelle che negli anni ti colpisce nel tuo centro vitale: il respiro. E anche diversi amici che non hanno mai lavorato in fabbrica.
Ho iniziato a scrivere una serie di articoli sul Web Magazine Carmilla on line e da lì, poi, è nata la stesura di questo romanzo.
Un percorso doloroso, necessario. I libri si sa sono dentro all’autore ancor prima di essere scritti e continuano ad abitarci ossessivamente. Ad un certo punto questo libro ha preso forma perché la sua complessità stava proprio nel raccontare il passato dentro il presente.
Non ho voluto raccontare la fabbrica se non in qualche testimonianza di vecchi lavoratori. La fabbrica lasciamola raccontare a chi l’ha vissuta davvero, a chi ha lavorato in produzione.

Lei affronta il tema spinoso e drammatico dell’amianto. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
L’attenzione per l’ambiente che è sempre stato trascurato dalla nostra politica ha avuto grandissime attenzioni in letteratura anche se è passato inosservato. Scrissi un articolo per Carmilla on line che riguardava l’Acna di Cengio, un ex dinamificio trasformato poi nel dopoguerra in azienda per la produzione di coloranti.
Autori come Augusto Monti e Beppe Fenoglio nelle loro opere raccontarono la fabbrica e i danni che provocava.
La letteratura, quando mette in gioco argomenti che hanno un impatto sociale forte, soprattutto quando cerca anche con l’invenzione un rapporto con la realtà, ha bisogno di documentazione e quindi di ricerca.
Questo per dire che il mio approccio al testo è caratterizzato da un metodo, quello della ricerca documentaria e testuale che definisce il mio approccio con la narrazione.
Tengo a precisare che non sarebbe servito raccontare la storia di una fabbrica di cui si è tanto scritto e in campo medico e scientifico prodotto dati, statistiche, documentazioni.
Mi sono servito, però, di tutto questo per raccontare un dramma attraverso i personaggi della mia storia.

A Casale Monferrato lo stabilimento Eternit disperdeva la polvere di amianto nell’ambiente circostante. Avendo la malattia un periodo d’incubazione di circa trenta anni, coloro i quali risiedevano nelle zone intorno alla fabbrica negli anni ’80 corrono tutt’oggi rischi per la salute. Ebbene, quali sono le azioni messe in campo dalle istituzioni?
C’è una grande letteratura che guarda con attenzione il mondo della fabbrica e verso il mondo del lavoro. Penso ad autori come Paolo Volponi e Ottiero Ottieri. Una letteratura rivolta più all’attenzione della fabbrica che ai lavoratori. Io, senza ambizione perché non esiste un accostamento verso questi grandissimi autori, ho voluto partire dal basso e raccontare un po’ il disagio dei lavoratori nel mondo in cui sono scaraventati e ho voluto raccontare un dolore attraverso i miei personaggi. Ho immaginato il percorso di un dramma, un dramma che avesse il dolore, perché è di dolore che stiamo parlando.
C’è la fabbrica alla radice di questo dramma, una fabbrica che aveva portato il benessere a tante famiglie, che aveva messo sul mercato il materiale del futuro, quello che avrebbe contribuito a cambiare il mondo, in cui molti avevano creduto.

Lei ha citato Giulio Alfredo Maccaccaro, il quale ha dichiarato “La vita dell’uomo va difesa non soltanto dai danni, ma anche dai rischi, va riparata dai colpi ma anche dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia e di morte.” Qual è lo status dei lavoratori circa la sicurezza?
Giulio Alfredo Maccaccaro è un grande riferimento perché si occupò di metodi della statistica applicata alla medicina e alla ricerca delle cause ambientali e lavorative delle malattie pure. “L’uomo va, sempre e comunque, difeso e l’onere delle prove sta tutto e sempre nelle cose, soprattutto su chi le produce e le immette nell’uso umano, nell’ambiente di vita e in particolare del lavoro. La vita dell’uomo va difesa non soltanto dai danni, ma anche dai rischi, va riparata dai colpi ma anche dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia e di morte.”
C’è una letteratura in Italia che parla della fabbrica, del mondo del lavoro, del precariato, che guarda questo mondo dal basso e quanto ha detto Maccaccaro si presenta come un buon viatico.

Come si coniugano gli interessi di capitale, lavoro ed ambiente oggi?
Il caso Eternit parla da solo. Il mondo del lavoro ci presenta dei conti drammatici ogni anno. Vite spezzate, perse. Non diamo la colpa al fato, al destino. Dobbiamo considerare diversi fattori. C’è una carenza in chi dovrebbe mettere sul campo azioni concrete per affrontare queste emergenze. La letteratura non può farlo anche se le parole fanno più male delle pietre. Ma stia ben in guardia: non lasciamo scivolare via dalle nostre coscienze le vittime di queste morti silenziose.

Giorgio Bona si è laureato in Lettere Moderne a Genova e lavora nella Pubblica Amministrazione occupandosi di formazione professionale e politiche del lavoro.
Il suo esordio avviene nel 1992 con il libro di poesie Newton, presso l’Editore Campanotto. Traduttore dall’inglese e dal russo, l’autore nel frattempo lavora ad alcune traduzioni di poeti come Laurie Lee e Michael Hamburger, e di Fiabe dai Balcani a Vladivostock. Dieci anni più tardi, nel 2002, la sua nuova raccolta poetica Omaggio il tempo, per Lietocollelibri, è finalista al premio Lorenzo Montano.
Nel 2003 G. Bona inizia la sua avventura narrativa, ed esce per Besa la sua raccolta di racconti Ciao, Trotzkij. Da quel momento i suoi racconti saranno presenti in numerose antologie. Tra queste: Bad Prisma (Mondatori, 2009), Bersagli innocenti (Flaccovio, 2010), Storie di martini, ruffiani e giocatori (Caratteri Mobili, 2012).
Nel 2012 il suo romanzo Sangue di tutti noi uscito per Scritturapura Edizioni sta facendo parecchio discutere perché narra dell’omicidio di Mario Acquaviva, il dissidente comunista ucciso dopo la Liberazione.

Bicchieri di cristallo

Bicchieri di cristallo: come e quando ha preso vita e quali sono stati gli umori che ne hanno accompagnato la stesura?

Una breve premessa: ho sempre amato i versi poetici grazie alla peculiare intensità e alla potente capacità espressiva che regalano. La poesia riesce ad accogliere anche in pochi versi i differenti e contrastanti stati d’animo pellegrini nella nostra interiorità. La stesura di Bicchieri di cristallo ha preso vita nel momento in cui, chiusa in un angolino del mio studio – anche del mio cuore – vivevo una situazione difficile e complessa legata ad esperienze di vita a me sconosciute o, meglio, vissute per interposta persona. La mia fragilità, a me tanto estranea, è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Però ho dovuto fidarmi ed affidarmi. Ad altre persone, ad una energia superiore, alla mia miglior parte di ottimismo e di razionalità. Senza veli e senza inganni, senza pensare alla mia tristezza e al mio malessere, senza sconforto e senza piagnistei: non potevo permettermelo. Però poi, in quell’angolino del mio cuore qualcosa andava a rifugiarsi. Pensieri, musica, parole, versi…carezze per l’anima, ma appena dopo quel momento è arrivata la pandemia.

Il Covid-19, la peculiarità del periodo che si sta vivendo; lo scontro con la tristezza, la depressione, ma anche la conseguente rinascita.
Lei propone una riflessione sul senso della scrittura come resistenza in questo incerto presente?

Certamente la scrittura offre un percorso di grande robustezza caratteriale e anche la soggettività ne esce rinvigorita. Proprio in momenti come questi – la pandemia ci ha indebolito in tutti i sensi – si avvicendano e si sono avvicendati, nell’animo di ognuno, tali e tanti sentimenti che il cercare di esprimerli attraverso le parole diventa una sorta di catarsi, una specie di affrancamento da un peso. In questo, in tutto questo, l’uso della nostra lingua, è di fondamentale importanza. Voltaire parlava, a tal proposito, della bella lingua italiana figlia primogenita del latino. Tutt’oggi considerata la lingua universale della musica, l’italiano viene studiato da artisti e musicisti di tutto il mondo attraverso corsi di dizione, libretto e italiano per musicisti, e viene perfezionata con corsi di lingua ad hoc per proseguire i propri studi presso Accademie, Conservatori e Istituti superiori di studi musicali. Chiediamoci perché…

Non c’è vita /Strade deserte / Sembra un incubo: lo è.
Lei sue poesie squarciano l’anima.
Può definire le peculiarità del senso di vuoto ed i modi più frequenti in cui si tenta di colmarlo nella scansione del proprio percorso umano ed esistenziale?

Il senso di vuoto ha a che vedere con la solitudine, con la tristezza, con la mancanza di significato nella nostra vita. E sono le sensazioni che tutta l’umanità ha provato dal primo momento in cui sono state pronunciate le parole pandemia, virus, covid19, chiusura.
Ma c’è un’altra forma di vuoto, quella offerta dalla società odierna. Nietzsche la definiva Nichilismo, ossia manca il fine, manca la risposta al “perché?”. I valori supremi hanno perso ogni valore. Si tenta di reagire ma molte volte ciò avviene in modo erroneo e fallace e questo ci fa sprofondare ancor di più. Bicchieri di cristallo siamo noi esseri umani fragili e indifesi nel momento in cui scopriamo e (riscopriamo) di essere alla mercé di nemici che possono essere anche invisibili.
La natura, con tutta la sua bellezza, anche se continuamente violentata e deturpata, ci offre ancora un rifugio certo. L’arte, la poesia, la musica, i colori, tutto diventa appiglio sicuro.
Anche l’amore, vorrei aggiungere.

La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

La versificazione rispecchia un modo di essere che vede nell’essenzialità delle parole la propria chiave di lettura. Ma senza alcun intento comunicativo, sono pensieri che risuonano e si amplificano attraverso la penna.
Riflettono, le parole, unicamente la consapevolezza di essere totalmente impotenti di fronte a situazioni inaspettate e improvvise. Ma liberi. Sono temi giustapposti, tessere di un mosaico che potrebbe anche non avere senso. Dipende dal lettore: egli capirà quel che vuole capire. La versificazione è disorganica: ogni lettore possiede la propria chiave di lettura ed ognuno trarrà una propria considerazione, oppure il nulla. La solitudine è una componente intrinseca per gli esseri viventi proprio perché ogni creatura è diversa dalle altre e compie un cammino assolutamente diseguale. Gli esseri viventi sono liberi, non numeri classificati e schedati in un registro secondo sistemi preorganizzati e dunque, da questo punto di vista, il verso, la parola, le sue cadenze, le pause tendono ad evocare questo tipo di pensiero.
Lei è una musicista. Può indicare le affinità tra Musica e Poesia?
In parte ho già accennato prima alla musicalità della nostra lingua. E vorrei ora precisare che le parole scritte o anche declamate sono parole che, attraverso il ritmo, gli accenti, le cadenze, la fonetica, e tutte le peculiarità della nostra bellissima lingua – l’italiano – vengono trasformate in una danza, in un canto, intrinseci, connaturati. Sono parole che così diventano musica. Non importa se sia musica in minore o in maggiore: la cosa più importante è quella sorta di rigenerazione spirituale e meditativa svelata grazie alla musicalità. Il grande Wolfgang Amadeus Mozart diceva che la vera musica non è nelle note ma nel silenzio fra loro. E sulla stregua di queste parole il poeta Paul Claudel: la poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta.
Possano il silenzio e gli spazi bianchi fra una parola e l’altra ispirare sentimenti di armonia e di bellezza.

Adriana Sabato, giornalista. Dopo il liceo classico si è laureata in DAMS Musica all’Università degli Studi di Bologna. Dal 1995 al 2014 ha scritto su La Provincia cosentina e il Quotidiano della Calabria. Gestisce il blog Non solo Belvedere. Ha pubblicato nel mese di marzo 2015 il saggio La musicalità della Divina Commedia, nel 2016 Tre racconti e nel 2017 il saggio Nuove frontiere percettive nel pianoforte di Chopin.

Cospirazione animale. Tra azione diretta e intersezionalità

L’attivismo nel movimento di liberazione animale quanto ha influito nella redazione di un’opera che coniuga testi letterari, studi decoloniali, teorie queer e critical animal studies?
Direi decisamente molto. La maggioranza dei problemi affrontati nel libro derivano o prendono spunto da episodi, momenti critici, discussioni maturate durante le lotte antispeciste. È vero che nel libro utilizzo a più riprese gli strumenti che ha citato, tutti ascrivibili all’ambito della teoria “alta”, che in alcuni casi – penso soprattutto agli studi postcoloniali – è caratterizzata da un gergo accademico ed escludente nei confronti dei “non addetti ai lavori”; tuttavia, credo sia importante riportare sempre questo tipo di speculazione al ruolo che può rivestire nella costruzione di movimenti effettivamente radicali, che sappiano “dire la verità al potere” ma al tempo stesso rifuggire dal riduzionismo, dalle facili soluzioni che banalizzano la complessità dei rapporti di potere. L’intersezionalità, in questo senso, è uno strumento fondamentale perché – lungi dal costituire semplicemente l’idea di una generica (e pur lodevole) convergenza delle lotte – è uno strumento di analisi che travalica il piano discorsivo. In effetti, io ho provato a parlare di “intersezionalità in azione” proprio a partire da esperienze di lotta vissute in un periodo in cui di questo metodo (che ora è quasi una “moda”) in Italia ancora non si parlava, perché mi è parso che la consapevolezza dell’intreccio fra le varie forme di oppressione fosse persino più forte di oggi, magari non a livello esplicito, di analisi, ma come atteggiamento, come tensione. Il tentativo di produrre un andirivieni fra la narrazione di esperienze vissute in prima persona e l’elaborazione teorica, risponde anche all’esigenza di decostruire la rigida divisione fra sapere accademico e lotte di liberazione, fra teoria e prassi, fra fonti “che contano” e che non contano. Questa esigenza non la sento certo io per primo: posso parlarne anche perché essa ha in qualche modo trovato dignità presso testi diffusi e importanti, come L’arte queer del fallimento di Jack Halberstam o Decolonialità e privilegio di Rachele Borghi. Anche l’idea che le emozioni debbano avere piena cittadinanza nella speculazione e nella teoria politica è stata centrale, perché ha permesso di far emergere la mia emotività in quanto attivista non tanto come un elemento introspettivo quanto come possibile snodo di un posizionamento che accomuna chi sta dalla parte dei non umani (“il personale è politico”!): la rabbia, la meraviglia, l’imbarazzo, il disagio, la sensazione di afasia, di essere fuori luogo, di essere delle guastafeste, e così via. Con le emozioni si fanno le lotte, ma si fa anche teoria, insomma.

Binarismo di genere ed animalità: quali sono i nessi formali e sostanziali?
I nessi sono diversi, anche perché lo stesso binarismo di genere può essere inteso e spiegato in modi differenti. In generale, l’idea che esistano due generi ben distinti, in qualche modo “naturali”, collegati in modo deterministico ai due sessi (intesi a loro volta come un dato biologico) è stata efficacemente criticata dalle teorie queer, che hanno mostrato che ciò che appare come “naturale” è semmai naturalizzato. Prima ancora che filosofe come Judith Butler articolassero l’idea della costruzione sociale del genere e del suo legame con la norma eterosessuale, Monique Wittig aveva mostrato, in un senso decisamente materialista, come funziona la creazione dei sessi: “Non esiste alcun sesso. Esistono solo un sesso oppresso e un sesso oppressore. Ed è l’oppressione a creare il sesso, non il contrario”. I sessi, insomma, appaiono come categorie della differenza, ma in realtà sono vere e proprie classi, “classi di sesso”, espressioni di relazioni di sfruttamento. Analogamente, secondo quanto proposto da Carmen Dell’Aversano in un articolo pionieristico intitolato “The Love Whose Name Cannot Be Spoken: Queering the Human-Animal Bond”, l’identità di specie viene percepita come un fatto naturale e strettamente legato alla specie biologica: se sei un homo sapiens, ti comporti da umano, e non come una bestia. Ma, in realtà, i due poli del binarismo – umanità e animalità – sono costruzioni sociali e culturali, derivano da una continua riaffermazione di norme linguistiche e materiali. Gli animali non umani sono continuamente costruiti in quanto tali proprio per giustificarne l’oppressione, dunque la specie è la cristallizzazione ideologica di un rapporto di schiavitù. Nel libro, ho cercato di mostrare che questa costruzione dell’animalità avviene in modo molto più concreto di quanto possa far intendere la percezione della teoria queer accademica presso un pubblico allargato (cioè come una teoria delle produzioni discorsive, della performatività linguistica, magari di matrice psicoanalitica, ecc.): basti pensare alle pratiche zootecniche, dalla selezione genetica alla somministrazione di ormoni, passando per le forme di contenimento/repressione della resistenza degli animali sfruttati.

Posto che l’antispecismo sia politico e non osservabile da una prospettiva astrattamente morale, la questione animale è l’aspetto indispensabile di ogni presupposto di trasformazione dell’esistente?
Non penso che sia l’unico aspetto indispensabile, ma certamente è indispensabile. Se si ritiene che le attuali condizioni di vita, organizzate intorno al modo di produzione capitalista, patriarcale e colonialista, necessitino di essere sovvertite e non semplicemente emendate, bisogna considerare che l’esistente si fonda (anche) sull’appropriazione dei non umani: dei loro corpi, delle loro funzioni riproduttive, della loro forza-lavoro, persino del loro valore simbolico. A livello materiale, così come la vita degli uomini prospera grazie al lavoro domestico femminile, il benessere dell’occidente in generale è costruito sui popoli colonizzati e sulle vite non umane. A livello simbolico, il dispositivo di svalutazione dell’alterità tramite l’animalizzazione è un tassello fondamentale per rendere appropriabili i soggetti umani non paradigmatici, il che conferma che, come dicevamo sopra, il concetto di “animale”, prima che un concetto biologico, è un concetto politico. Questo non impedisce, però, che dispositivi analoghi ma differenti come la razzializzazione, la (iper)sessualizzazione, l’infantilizzazione, la disabilizzazione, non colpiscano a loro volta gli animali non umani, favorendone lo sfruttamento. Gli antispecismi politici sono dunque quegli antispecismi che, a differenza dell’animalismo qualunquista, politicamente trasversale, colgono questi nessi, seppur fornendone letture differenti.

Per quale ragione ha formulato l’asserzione che la costruzione del corpo disabile si intrecci all’”animalizzazione” dei derelitti dell’ecumene?
In generale, il legame fra abilismo e specismo è stato sottolineato e indagato da un’autrice vegana e disabile, Sunaura Taylor, il cui lavoro è da poco disponibile in traduzione italiana (Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale, trad. di feminoska, Edizioni degli Animali 2021). Io ho preso le mosse proprio da tale testo, partendo dal presupposto che caratterizza parte dei Disability Studies secondo cui la disabilità non è un dato naturale ma è frutto di una costruzione sociale. Il diverso valore che la nostra società attribuisce ai diversi corpi – in particolare tramite le istituzioni, l’architettura, le rappresentazioni mediatiche – decreta quali corpi siano abili e quali no. Taylor fa l’esempio delle scale, considerate una tecnologia più “normale” rispetto alle rampe, e che in realtà costituiscono semplicemente l’esito di una scelta architettonica a favore di una soluzione tecnica rispetto a un’altra; scelta non neutra, però, perché crea e rinforza l’idea che superare un dislivello salendo dei gradini sia la norma, mentre farlo su delle ruote che scorrono su una superficie inclinata sia l’eccezione. Il corpo che si sposta nello spazio urbano su una carrozzella, dunque, viene costruito come disabile nel momento stesso in cui viene materialmente escluso dall’accesso a determinati luoghi pubblici. Ho provato allora a ragionare su alcuni elementi di questa costruzione che si intrecciano con la costruzione del corpo umano paradigmatico, cioè il corpo di homo sapiens in quanto corpo non-animale, in particolare in riferimento alla postura eretta. La postura eretta è considerata infatti un marchio distintivo della nostra specie, ciò che materialmente e simbolicamente ci ha innalzato “al di sopra” delle altre scimmie, liberando le mani, allontanando gli organi olfattivi dagli organi sessuali altrui, e così via. Al tempo stesso, l’insistenza sulla postura eretta ha per lunghi periodi storici avuto connotazioni colonialiste, razziste, e, naturalmente, abiliste, per cui le persone con disabilità motorie sono spesso considerate come “non pienamente umane”.

Se l’antispecismo politico non considera il “meccanismo logico/storico” dello sfruttamento animale “identico” a quella dello sfruttamento umano, qual è il collegamento tra liberazione animale e liberazione umana?
Non solo queste due forme di sfruttamento non obbediscono a meccanismi sovrapponibili, ma non sono riducibili l’una all’altra. Al tempo stesso, la linea di demarcazione fra i due ambiti non è sempre facile da tracciare. Ad ogni modo, liberazione umana e animale sono collegate nella misura in cui lo sono le rispettive forme di oppressione. Il modo di produzione attualmente trionfante nasce, come è noto, con un processo di accumulazione reso possibile da un’opera di soggiogamento delle donne e dei popoli extraeuropei, e, aggiungiamo, degli animali non umani. Un “progetto” che ha trovato non poche resistenze da parte di tutti questi soggetti, e che si è riconfigurato per affrontarle, aggirarle, vincerle. Tuttavia, è opinione abbastanza comune che alcune forme di violenza strutturale siano in via di sparizione, a partire dall’eteropatriarcato fino alla crudeltà verso gli animali, come se si trattasse di forme di dominio superate, non più necessarie al capitalismo avanzato. Benché sia vero che tali pratiche si siano rimodellate rispetto al passato, credo che questa opinione sia fallace. La femminista materialista francese Christine Delphy ha mostrato molto bene, per esempio, come le modalità di sfruttamento antecedenti al lavoro salariato non siano affatto sparite, e come al contrario costituiscano l’ossatura del moderno sistema di (ri)produzione, in particolare per quanto riguarda il lavoro domestico e i rapporti fra i sessi. Per questo Wittig poteva parlare di “classi di sesso”, come dicevo sopra. In effetti, il capitale è pronto a utilizzare le forme più “arcaiche” di violenza a proprio vantaggio. Lo sfruttamento degli animali gli preesiste, ma al tempo stesso diventa incommensurabilmente più organizzato, strutturato e tristemente efficace mano a mano che il capitalismo coloniale si espande. Dunque oggi attaccare il capitale non può che significare attaccare, fra gli altri, quel fondamento che è l’industria dello sfruttamento animale. Al tempo stesso, però, dobbiamo sapere che smantellare il capitalismo non è garanzia di liberazione per i non umani se il progetto insurrezionale è antropocentrico. Un collettivo anarchico, il Symbiosis Research Collective, nel 2018, aveva riassunto questo rischio nello slogan “Liberazione per gli umani, fascismo per gli altri”. Questo significa opporsi a una postura analoga a quella denunciata dai movimenti femministi cui veniva costantemente detto di attendere pazientemente la vittoria del proletariato per poi, solo allora, occuparsi dei rapporti di dominio fra i sessi. Per quanto riguarda la liberazione animale, insomma, io credo che non dovremmo attendere il momento (messianico?) della Rivoluzione per porre la questione della violenza nelle relazioni interspecie.

Marco Reggio, attivista per la liberazione animale, si occupa di intersezioni fra teoria queer e antispecismo e di resistenza animale. Ha curato l’edizione italiana del Manifesto queer vegan di Rasmus Rahbek Simonsen (con M. Filippi, 2014), il volume Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali (con M. Filippi, 2015), Animali in Rivolta. Confini, resistenza e solidarietà umana di Sarat Colling (con feminoska, 2017); Smontare la gabbia. Anticapitalismo e movimento di liberazione animale (con N. Bertuzzi, 2019); Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale di Sunaura Taylor (con feminoska, 2021).

C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole

Perché il patriarcato è tutt’altro che scomparso dalla nostra società e quale significato assume, oggi, il termine “femminismo”?

Non si cancella in poco tempo una storia lunga migliaia di anni. Negli ultimi decenni sono mutati ruoli e condizioni materiali, si sono evolute le forme della sessualità e della famiglia, le manifestazioni estreme del machismo stanno tramontando; molto più lentamente muta l’immaginario di riferimento su cui si è costruita nei millenni la supremazia maschile. Vecchio e nuovo convivono e confliggono nell’esperienza dei soggetti e delle società, imprigionando nelle contraddizioni soprattutto le giovani generazioni. Il patriarcato è forse indebolito ma non è defunto: l’esperienza recente ce lo conferma.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

È molto diverso da un Paese all’altro, ma se ci riferiamo all’Italia c’è qualcosa che non va nel sistema educativo, se pregiudizi e stereotipi sessisti sono ancora oggi così radicati nella cultura diffusa del Paese, nel linguaggio comune e nelle relazioni quotidiane tra donne e uomini. C’è qualcosa che non va nelle famiglie, se in esse continua a riprodursi la tradizionale e asimmmetrica divisione dei ruoli tra i generi. C’è qualcosa che non va nel mondo istituzionale, se consideriamo la ridotta presenza delle donne nei luoghi della rappresentanza e della decisione. C’è qualcosa che non va nel mercato del lavoro e nell’area della formazione, se permangono il fenomeno della disparità nelle retribuzioni e nelle carriere, il soffitto di cristallo, la maggiore disoccupazione femminile, in particolare nelle regioni meridionali. C’è qualcosa di profondamente irrisolto nel rapporto con il genere maschile, se le reazioni degli uomini alla libertà femminile sono addirittura divenute più violente.

Qual è l’urgenza, se la ravvede, in questa peculiare contingenza storica, pensando ai fatti di cronaca?

Innanzitutto, a breve termine, diffondere a tutti i livelli una consapevolezza intorno a quella che chiamiamo cultura dello stupro e che consiste nel trovare giustificazioni alla violenza maschile e nel rivittimizzare le donne che la subiscono.
In secondo luogo, a lungo termine, modificare le discipline scolastiche inserendo in tutte uno sguardo di genere, cosa possibile se si formano adeguatamente le docenti attingendo all’ormai vastissima bibliografia di studi in materia – italiani e non – e alla ricca esperienza di buone pratiche.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

I corpi femminili – quei corpi indispensabili che generano e nutrono e curano – sono da sempre più sistematicamente normati, con interventi che cominciano fin dalla nascita.
Il controllo sociale si fonda su quello della sessualità. Regolamentandola di fatto si regolamenta la società sul piano familiare, politico, economico e soprattutto simbolico. Con lo stretto controllo della donna – “per il suo bene” – da parte del padre, del marito, del figlio o del fratello viene garantita la purezza della linea di discendenza. È questo il nodo cruciale, alla radice della distinzione ancora vigente tra donne per bene e donne per male, tra le mogli/madri rassicuranti e le maliarde/vamp inquietanti.
Siamo scienziate, magistrate, ministre, ma l’immaginario collettivo ci vuole ancora o materne o sexy, stimolato dalle tv e dall’onnipresente sistema della pubblicità. Se un mezzo di comunicazione di massa filtra una descrizione del genere femminile legata a un ruolo fisso o a tratti che minano la dignità personale, i comportamenti di ambedue i sessi ne rimarranno fortemente influenzati.
Che in Italia i corpi delle donne siano rappresentati o come madri o come oggetti sessuali è una delle principali critiche sollevate dal Comitato delle Nazioni Unite che ha il compito di monitorare l’attuazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione (CEDAW) negli Stati che l’hanno ratificata.
Secondo le Nazioni Unite, in Italia “persistono profondi stereotipi che hanno un impatto schiacciante sul ruolo della donna e sulle responsabilità che essa ha nella società e in famiglia”.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

L’organizzazione simbolica del mondo sociale porta l’impronta delle disuguaglianze di genere. Le norme servono, ma si svuotano se non c’è la cultura adatta: con questo termine non si intende tanto quella accademica quanto quella diffusa, sostenuta da tradizioni e credenze leggibili proprio nei modi di dire, nelle battute quotidiane, nei proverbi popolari. Essa non genera automaticamente violenza fisica, ma genera il contesto in cui la violenza sulle donne può nascere, essere giustificata o addirittura prendere senso. “Al cavallo si dà di sprone, alla moglie si dà di bastone”.
In questa cultura il genere è costruito come sistema di valori per cui sono concepibili solo due tipologie umane, solo due modalità di comportamento sono accettabili, solo due destini sono possibili: sono determinati dagli organi riproduttivi con cui si nasce e si strutturano socialmente in forma gerarchica.
Dietro forme ed espressioni linguistiche di uso comune spesso si celano stereotipi e pregiudizi sociali, culturali e sessuali trasmessi spesso in maniera inconsapevole.
Lavorare sul linguaggio significa lavorare sull’organizzazione della coscienza.
Gli stereotipi non sono un’immagine del mondo, ma l’immagine di un mondo immutabile cui ci siamo adattati. In questo mondo, le persone non solo hanno un posto preciso, ma si devono comportare secondo previsioni che confermino la nostra visione.
Quando diventano uno dei principali filtri con cui si guarda la realtà imbrigliano le persone in etichette e consuetudini da cui è difficile svincolarsi. Esse condizionano il ruolo che si assume nelle relazioni e in famiglia, la strada formativa e professionale che si decide di intraprendere, la scelta del/della partner, l’educazione di figli e figlie e molti altri aspetti della vita.

Graziella Priulla
Sociologa e saggista, ha insegnato per quarant’anni all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli), Parole tossiche (Settenove), Violate. Sessismo e cultura dello stupro (Villaggio Maori), La libertà difficile delle donne (Settenove).

A Bologna con Lucio Dalla

Lei incede sulle tracce di uno dei cantanti simbolo di Bologna.
Qual era il suo rapporto con Lucio Dalla?

Direi complicità. Con Lucio era difficile essere amici nel senso tradizionale della parola. Viveva di innamoramenti, di lampi, di grandi tiramenti. Condividevamo la passione per il Bologna. Eravamo dei “pascuttiani”, perché Pascutti per noi era l’idolo. Il Bologna lui lo chiamava “il Bolognetto”. Poi altra cosa che condividevamo era il fatto di stilare ogni mese la classifica dei primi cinque “imbecilli” di Bologna. Che variava a seconda dell’attualità.

La casa dei giochi del Commendator Domenico Sputo, la sua vita fra la vera Piazza Grande che non è Piazza Maggiore, le partitelle al mitico torneo di Gaibola, Tobia, mamma Jole, il bar dove è nata Anna e Marco, lo studiolo Cagnara Records dei premontaggi, le notti alla Fonoprint.
In che modo ha operato una selezione; a quale istanza ha risposto?

Sono andato a istinto. E a tempi da scandire. Secondo la vita di Lucio. E ho scelto le cose che rendono più l’idea di come era e legandolo magari ad aneddoti divertenti e curiosi.

Tra le pagine emergono altresì consigli di viaggio.
La sua è guida letteraria impastata di aneddoti, luoghi da visitare, ristoranti ed osterie, bar ed angoli segreti osservati da due punti vista: il suo e quello degli inconfondibili occhiali rotondi ineguagliabile Lucio.
“A Bologna con Lucio Dalla” è indirizzato anche ad un possibile turista?

Assolutamente si. L’ho fatto anche per quello. Per poter girare per la città col loro in mano e seguire un tragitto. Credo che questo libro sia un giro in cui il lettore è seduto sul cannone di una bicicletta e pedala Lucio. A volte anche io. Ci alterniamo.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi bolognesi.
In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Viaggio è un termine impegnativo. E’ un giro. Dal verbo gironzolare. Un giro si fa in leggerezza e in questo caso lo faccio nel posto che amo e dove vivo. Mi piace vedere la gente quando arriva e si meraviglia dei nostri “tempi” di vita, del nostro modo di stare insieme, del famoso “cazzeggio”, cioè quell’arte di parlare apparentemente di niente perdendo tempo, che però ha insito il morbo della creatività. Insomma lo considero un giro col naso all’insù, quando invece viviamo spesso col naso all’ingiù.

Ci può raccontare un aneddoto che rievoca, Giorgio, con particolare nostalgia?

Bè ce ne sono tanti. Direi primo fra tutti quello dell’esperienza del programma “Taxi” in cui Lucio mi diceva: “Devi fare il mio De Niro”. Ovviamente scherzava. Ma avere sul taxi da Arbore a Morandi, da Guccini ai Pooh, fino a Isabella Rossellini mi fa dire: che peccato che non lo facciamo più. Arbore, un giorno che l’ho incontrato, mi ha detto: “E’ una delle cose più belle che ho visto in tv, un bellissimo programma”. Mi ha emozionato perché per me lui è la Bibbia di un certo tipo di intrattenimento televisivo.

Giorgio Comaschi
Bolognese, giornalista professionista dal 1978. Ha lavorato per il quotidiano Stadio-Corriere Sport fino all’85 per poi passare a Repubblica fino al 1994 dove ha diretto la pagina di sport e spettacoli. Nel 1993 ha vinto il Premio Beppe Viola per il giornalismo sportivo. Ha condotto e partecipato a diverse trasmissioni televisive per le reti Rai (Carramba che sorpresa, Lo Zecchino d’Oro, Velisti per Caso, La Zingara e altre) e lavora in teatro come autore, attore e regista. Ha diretto per tre anni un corso di teatro (“Teatro lab”) e comunicazione, in un progetto della Fondazione del Monte di Bologna, insieme ad Antonio Albanese. Come scrittore ha pubblicato dieci libri: “Ciop” (Zelig), “Certo che voi di Bologna”, “Il rapimento di Roberto Baggio” e “Scusi per Bologna? Lei bisogna che faccia il giro”, “Mosche su Bologna”, “Felix Pedro”, “Spaghetti alla bolognese”, “Il calcio è roba da ridere”, “La farina va in amore”, “.COM”, “Manuale per diventare Influenzer”.. Alcune apparizioni anche in serie televisive come “Un matrimonio” di Pupi Avati e “L’ispettore Coliandro”. Collabora con Il Resto del Carlino con le rubriche settimanali “La Mosca”, “Parliam di niente” e “Il Bolognetto”.

Perché ti ho perduto

Perché ti ho perduto ripercorre la vita di Alda Merini: Giacinto Spagnoletti, Giórgio Manganelli, le figlie.
Quale figura di donna ne emerge?

Il libro nasce proprio dall’intento di raccontare una donna in cui possano riconoscersi molte altre donne. È un libro per le donne, tutte le donne, non solo per chi è poeta. La Merini poeta nasce nel Cenacolo di Giacinto Spagnolettì ed è la scoperta di Giorgio Manganelli. Alda, giovanissima, diventa la sua amante, nel tempo il loro rapporto si consolida anche quando lui la abbandona, il sodalizio artistico, probabilmente anche l’amore, tra loro non finirà mai. In modo consapevole Alda Merini sceglie di sposare Ettore Carniti per dare una svolta alla propria vita, recidere il legame con Manganelli, vendicarsi o lasciarlo libero dai sensi di colpa. Col matrimonio Alda si impone di rientrare nei ruoli femminili più tradizionali. Diventa moglie e madre dunque, anche se in modo difficile e sofferto. Alda dunque è una donna libera, è la giovane amante di un uomo sposato e più grande di lei, è il miracolo del Cenacolo, è la moglie di Ettore Carniti, è la madre di figlie desiderate, attese, abbandonate, è la poetessa impazzita, la reclusa, la ribelle

Pasolini sul Corriere della Sera scriveva “…perché come sanno bene gli avvocati, bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza…”.
Cosa non è stato ancora perdonato ad Alda Merini?

La sua libertà e la sua vita fuori dagli schemi. Il coraggio di dire, di osare, di amare senza risparmiarsi. Le ribellioni, le provocazioni, gli atteggiamenti che restano poco compresi nonostante la popolarità.

Il suo libro è pressoché concomitante al decimo anniversario della morte di Alda Merini.
Qual è stata la più grande lezione della poetessa dei Navigli?

È una domanda assoluta e in quanto tale mi imbarazza parecchio. Il più grande lascito della Merini è la sua libertà spirituale in senso laico, la capacità di abbandonarsi ai sentimenti senza difese, la profonda intelligenza, il conio di un inedito lessico amoroso, il dettato poetico nuovo e antico, semplice e profondo.

Alda Merini è nota, per lo più ed anche, per aspetti massmediatici piuttosto che per i riverberi sentimentali, lirici e pirateschi di una donna che ha speso la sua vita nel combattere una rivoluzione sia estetica che linguistica. Per quale ragione, ancora oggi, risulta prevalente l’interesse per le polemiche civili, giornalistiche e letterarie rispetto alla versificazione?

Perché sono aspetti più rumorosi, più appetibili, facilmente intellegibili meno complicati . La versificazione necessita di studio , approfondimento e specifiche competenze

Lei delinea una donna caotica, altruista, ironica ed indisponente che, senza la poesia, non si sarebbe salvata dal buio delle reclusioni nell’ospedale psichiatrico di Milano e, successivamente, del reparto di psichiatria di Taranto. 
Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?

La scrittura ha innanzitutto una funzione euristica perché dando un nome alle cose riusciamo a comprenderle. Raccontare una storia è sempre uno sforzo di comprensione. Spero che la vita di Alda Merini possa aiutare molte donne in difficoltà perché incomprese, ammalate, emarginate a comprendere che c’è sempre una via di riscatto. Bisogna avere soltanto la forza di incamminarsi,

Vincenza Alfano scrive per il Corriere del Mezzogiorno e conduce il laboratorio di scrittura creativa L’Officina delle parole.

Plasticene

L’epoca che riscrive la nostra storia sulla Terra

“End plastic pollution: Towards an international legally binding instrument” Può commentare la risoluzione approvata dall’United Nations Environment Assembly?

È certamente una risoluzione storica, potremo dire di portata epocale, sebbene sia stata totalmente oscurata dalle cronache di un’assurda guerra. Quello raggiunto a Nairobi il primo marzo scorso è un accordo legalmente vincolante che potrebbe davvero rappresentare la svolta in merito all’uso delle plastiche. L’accordo, che comprende 175 paesi, include tutte le fasi del ciclo di vita della plastica, dalla sua produzione fino al riciclo e allo smaltimento. Ora si tratta di capire come verrà realizzato entro il 2024 e quale sarà il ruolo dei singoli paesi in questo processo che sancirebbe non tanto la fine del Plasticene, quanto l’adozione di una strategia comune per ridurre al minimo l’impatto delle plastiche sugli ecosistemi. Fondamentale sarà anche il ruolo che i paesi ricchi avranno in questo percorso. Si tratta cioè di distribuire equamente gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi comuni e naturalmente sostenerne i costi (burden sharing). Passaggio cruciale essenziale è il sostegno ai paesi più in difficoltà in quella che potrebbe essere davvero la prima transizione ecologica epocale del ventunesimo secolo. Una sfida aperta sancita da un accordo fondamentale.

Le sue sono sette storie di acqua e cambiamenti climatici. Il 2021, probabilmente, è stato il peggiore dal punto di vista dell’emergenza climatica. Quali sono state le occasioni sprecate e le promesse non mantenute dal G20 sulla sostenibilità fino alla COP26 di Glasgow?

L’anno appena trascorso, il 2021, ha confermato quanto già emerso negli ultimi venti anni. L’emergenza climatica ormai coinvolge la nostra quotidianità e gli eventi metereologici producono effetti sempre più devastanti a causa degli squilibri derivati dalle attività umane, l’alterazione dei gas serra in atmosfera in primis. Un americano su tre, per esempio, è stato direttamente danneggiato dalla crisi climatica e il nostro paese, l’Italia, alterna periodi di grave siccità che prosciuga i nostri principali bacini idrici, a fenomeni paragonabili agli uragani e ribattezzati Medicane, gli uragani che si sviluppano sull’area mediterranea. L’instabilità climatica è un fenomeno che con prepotenza è entrato a far parte delle nostre vite e con il quale dovremo sempre più frequentemente fare i conti. Ma il 2021 è stato anche l’anno che passerà alla storia come quello delle occasioni perdute. La politica in un certo senso ha mancato clamorosamente l’obiettivo di archiviare definitivamente l’era del carbone, si è scelto in sostanza di non decarbonizzare veramente le nostre economie e di investire seriamente sul rinnovabile, disattendendo gran parte degli impegni presi durante la COP21 di Parigi. Oggi pensare di riuscire a contenere la temperatura media 1,5°C maggiore rispetto all’epoca preindustriale appare sempre più un’impresa ragionevolmente irrealizzabile. Nessun nuovo accordo legalmente vincolante è stato stipulato né al G20 di Napoli sulla sostenibilità, né a Glasgow, durante la COP26 dove peraltro mancavano all’appello capi si stato importanti come quelli di Russia, Brasile e Cina. Anche quando le decisioni sono sembrate positive, come per esempio estendere la protezione dei territori coperti da foreste per arrestare la deforestazione selvaggia, i tempi per raggiungere concretamente gli obiettivi prefissati  il 2030  sono sembrati estremamente lunghi, al punto da chiedersi davvero se le ecoregioni forestali del Pianeta possano attendere ancora otto lunghi anni di deforestazione deregolamentata, soprattutto in certi paesi del mondo tra i quali il Brasile è tra i principali responsabili, ospitando un’area forestale tra le più vaste al mondo e una politica aggressiva nei confronti della regione Amazzonica.

Plasticene si conclude con un epilogo dal titolo significativo ed evocativo: “Countdown per la Terra”. E’ già troppo tardi per rimediare?

Verrebbe spontaneo rispondere che sia già tardi per agire, ma forse commetteremmo un errore di valutazione. Non si tratta di capire se sia tardi o meno, si tratta di rispondere con fermezza e agire di conseguenza. Gli strumenti previsionali ci disegnano senza dubbio un futuro incerto e si basano su simulazioni che gestiscono un’importante mole di informazioni e dati. Le simulazioni ci restituiscono scenari differenti in funzione dello sforzo che siamo disposti ad affrontare per spostare l’equilibrio verso una comfort zone che garantisca per la specie Homo sapiens sapiens una duratura presenza su un Pianeta ancora abitabile. Come dire, la Scienza indica una strada che lascia ai decisori politici la scelta di affrontare la sfida più complessa alla quale l’umanità sia stata sottoposta e nella quale la posta in gioco è la più alta possibile: la nostra stessa sopravvivenza. I margini ci sono, le simulazioni ce lo suggeriscono, sono le risposte politiche che non soddisfano la richiesta della comunità scientifica e di molta parte ormai dell’opinione pubblica. Il rischio è quello di conoscere esattamente la natura del problema ma non fare abbastanza per tentare di risolverlo, pur conoscendo perfettamente quali sarebbero gli strumenti corretti per poterlo affrontare.

 Lei ci conduce nel Plasticene: quali sono le ragioni per cui “un prodotto inesistente fino alla sua introduzione da parte dell’uomo – la plastica –, si è imposto in pochissimo tempo come una tra le più pericolose minacce per la sopravvivenza di specie animali, piante ed ecosistemi”?

La scienza e la ricerca hanno o, potremo dire, avrebbero il compito di intercettare e individuare le criticità prima che esse si manifestino in tutta la loro complessità. Questo è avvenuto anche in merito alla problematica dei polimeri plastici negli ambienti naturali. La pericolosità di un bene che in maniera indiscutibile ha migliorato la qualità della nostra vita, consentendoci di realizzare un balzo tecnologico impensabile prima della sua sintesi era stata sollevata già a partire dai primi anni Settanta. Studi pubblicati su riviste prestigiose avevano già sottolineato che l’uso smodato di prodotti plastici monouso una delle possibili cause di impatti gravi sugli ecosistemi marini e non solo. Ma come spesso accade, questa sorta di grido di allarme, è rimasto del tutto inascoltato, fino a quando le proporzioni del problema non sono parse davvero drammatiche. La scienza è costellata di episodi analoghi. Oggi l’impatto dei polimeri plastici, in particolare in ambiente marino ha raggiunto livelli di criticità seriamente preoccupanti. Le micro e le nanoplastiche entrano nelle reti trofiche marine, veicolando inquinanti organici e inorganici il cui accumulo negli organismi può avere conseguenze gravi sul metabolismo di molti animali e sulle loro capacità riproduttive per esempio. Non si può escludere che il consumo di organismi contaminati da micro e nanoplastiche non possa avere effetti sulla salute umana, anche se le conoscenze in merito a tale criticità è stata appena socchiusa e non siamo in grado ancora di valutare con certezza gli effetti a medio e lungo termine.

Lei è ricercatore dell’università di Torino e del CNR. Ebbene, ci offre un momento della sua attività di ricerca che l’ha scosso particolarmente? 

Facile rispondere a questa domanda. Da subacqueo scientifico non avrei mai immaginato di dover assistere personalmente al declino e in pratica all’estinzione di un vero e proprio simbolo mediterraneo: Pinna nobilis, il mollusco bivalve più grande del Mar Mediterraneo e specie endemica dei nostri mari. Ne parlo nel primo dei capitoli di Plasticene proprio perché rappresenta per il sottoscritto l’esempio eclatante di come anche l’arco di una sola esistenza sia sufficiente per rendersi spettatori di estinzioni di massa ed eventi drammatici che nel passato potevano realizzarsi in centinaia, se non in migliaia di anni, talvolta milioni. Oggi invece la pressione crescente impone agli ecosistemi stress ambientali che talvolta non sono in grado di sostenere a lungo, pensiao per esempio alle sempre più frequenti heat waves, le ondate di calore, e sono gli organismi più specializzati a subire spesso le conseguenze più gravi di questi squilibri. Pinna nobilis della quale più volte mi sono occupato nel corso della mia vita professionale è l’evento più doloroso al quale ho assistito. È davvero la perdita di un simbolo, un invertebrato che in un certo senso racchiude in sé l’unicità e la bellezza del nostro mare, un mare che oggi è davvero assediato.

Nicola Nurra è un naturalista, biologo marino e operatore scientifico subacqueo. Insegna Biologia marina presso l’Università di Torino e ha pubblicato su diverse riviste scientifiche del settore. Collabora con il CNR – Istituto delle Scienze Marine di Venezia ed è presidente e fondatore di Pelagosphera, una cooperativa di monitoraggio ambientale marino.

Moda. Il favoloso viaggio tra simbolo e desiderio

Paul Poiret, la Haute Couture, l’abito-rivoluzione di Coco Chanel, Madeleine Vionnet, Dior, il New Look, la nascita dell’Alta Moda Italiana, Armani, Versace, la sfida del Dandy: la storia della moda è un viatico per ripercorrere la storia di noi tutti?
Sì, le trasformazioni del costume riguardano ognuno di noi. Da sempre l’abito rivela il suo tempo, e ripercorre la sua storia significa ripercorre il nostro cammino. Soprattutto quello femminile. Sono le donne ad avere vestito il mondo, prima ancora che nel vero e proprio ruolo di sarte, in quello di madri, mogli, figlie che, dall’inizio dei tempi, hanno provveduto a cucire e a seguire la manutenzione degli indumenti di tutta la famiglia. Il mestiere sartoriale nasce esclusivamente al femminile e, con l’invenzione della macchina da cucire, diviene uno straordinario strumento di emancipazione economica e culturale per milioni di donne. Per questo il mio racconto riporta al centro la figura della sarta, perché è una straordinaria, affascinante cartina al tornasole delle tappe più importanti della Storia del Femminile.

“Desiderio” pare fungere da “parola chiave”: quali sono i desideri che decifrano e suscitano gli abiti?
Desiderio è la grande parola-chiave di tutto il discorso Moda. Ed è anche la parola-chiave della modernità, di cui esprime l’essenza prima: il movimento, il cambiamento continuo. Desiderio è qualcosa che ci fa muovere, che ci spinge avanti e in questo senso ha una connotazione sia positiva che negativa. Se da un lato esprime forza vitale, dall’altro esprime e suscita instabilità, insoddisfazione, quella particolare infelicità tipicamente moderna che è la frustrazione. Gli abiti sono sempre espressione di un desiderio. Sia maschile che femminile. Ogni donna si veste per piacere a se stessa e agli altri, e nel farlo é inevitabilmente condizionata da quello che pensa gli altri desiderino trovare in lei. Ma qui sta il punto: ogni donna dovrebbe indossare sempre e unicamente ciò che le corrisponde. Che è autentica espressione della sua identità. Per questo era fondamentale il ruolo della sarta: perché una sarta vera sapeva capire la donna che le stava di fronte, e dunque sapeva davvero vestirla. Con un abito che fosse davvero il suo abito; e proprio per questo la rendesse autenticamente bella.

Qual è l’anello di congiunzione formale e sostanziale interpretato nell’indossare un capo di alta sartoria come un cencio da mercatino rionale?
La personalità, il carattere. È questa l’eleganza: non l’abito costoso, non l’abito firmato. L’eleganza non ha nulla a che fare con l’idea di brand, e perfino con l’idea di moda. Chanel diceva: “eleganza non è indossare un abito nuovo”. Insomma, eleganti si è, non si diventa.

La Haute Couture è stata l’epoca d’oro dell’arte sartoriale. In quella specifica e, probabilmente, irripetibile epoca s’impose il termine “Creazione”. L’abito quanto racchiude di “divino”?
Definire il sarto/sarta creatore, esprime il riconoscere in lui/lei la capacità di realizzare non solo un manufatto perfetto sul piano tecnico ma soprattutto ideale. Il grande couturier era colui che creava una nuova donna non solo un abito meraviglioso.

Soventemente, si reputa che la Moda sia una frivolezza, un passatempo per sfaccendati ed oziosi, perdendo di vista che rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro. Quali sono le ragioni per le quali gli abiti e la loro storia siano derubricati a vuota insulsaggine?
Non tutti gli abiti sono uguali. Quelli di alta moda erano opere d’arte. Quelli sartoriali sono espressione di una identità. Quelli prodotti in serie dal mercato dei consumi di massa sono soprattutto merci. Ognuno di essi ci racconta una realtà storica e culturale complessa ed è solo la superficialità di chi li guarda a non rendersene conto. La superficialità è negli occhi, anzi nelle teste, di chi guarda.

Gabriella Maldini, dopo il diploma al liceo classico, si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Da pochi mesi è uscito il suo primo libro, edito da Carta Canta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.